Etica e filosofia pratica
La filosofia morale non può essere considerata un campo di ricerca autonomo, in quanto le concezioni etiche dei grandi filosofi dipendono sempre dalla loro filosofia teoretica, dalla concezione generale dell'uomo e del mondo. I filosofi, insomma, hanno tratto dal problema della morale le conseguenze e le deduzioni che logicamente ne derivano, applicandole al campo dell'etica.
Aporia etica del socratismo
Attraverso i secoli, Socrate ha incarnato la figura del filosofo ideale. Visse nell'Atene del V secolo, l'età di Pericle, quando la città raggiunse l'apice della sua fioritura economica e culturale. Ma proprio di questa mitica polis, Socrate intravedeva i segni della decadenza e denunciava i limiti e le fragilità della democrazia, ponendo ai suoi concittadini l'interrogativo «che cos'è?», volto a individuare la virtù dell'uomo come individuo e come membro di una comunità.
La preoccupazione etico/politica della formazione dei giovani resta al centro della sua attenzione nel momento del passaggio dall'antica saggezza di origine mitico/religiosa, di derivazione arcaico-aristocratica, alla nuova educazione (paideia) che affida all'uomo il compito di prendere su di sé le sorti della sua vita. Scopo primario dell'educazione presso i Greci, il perseguimento dell'aretè, dell'eccellenza, conseguibile anticamente attraverso la frequentazione degli adulti di nobile lignaggio, ora diventava oggetto della contesa che oppone Socrate ai Sofisti. Questi sono dei professionisti del sapere, esperti in varie discipline tecniche, finalizzate al perseguimento del successo nella vita politica: si tratta di rendere abili nell'uso del linguaggio per persuadere l'uditorio, smontare le tesi dell'avversario e mostrare la superiorità delle proprie argomentazioni; si tratta di insegnamenti elargiti dietro lauto compenso e che miravano ad acquisire una vera e propria techne.
Diversa è invece la finalità che si pone Socrate, trascorrendo la vita interrogando sé stesso e gli altri e mettendo alla prova nella forma del dialogo le proprie e le altrui opinioni, dando inizio al percorso della philosophia, in cui la conoscenza non va mai disgiunta dal comportamento morale dell'uomo. Finalizzata alla vita etico/politica, l'educazione non può ridursi all'acquisizione e alla trasmissione di tecniche e saperi particolari, ma deve mirare a stabilire qual è il bene per l'uomo e in quale modo debba condurre la vita.
In questa preoccupazione Socrate mostrava in ogni occasione la necessità di prendere le mosse dal riconoscimento dei propri limiti, espresso nell'atteggiamento critico del «so di non sapere». Socrate fa inoltre riferimento al responso dell'oracolo di Delfi, a quella voce divina che ha accompagnato tutta la sua esistenza, trattenendolo dal compiere qualche azione piuttosto che intimandogli di agire in un certo modo, cosa che è stata paragonata a una specie di voce della coscienza, a un demone interiore. La preoccupazione centrale di Socrate è la cura dell'anima, muovendo se stesso e gli altri alla ricerca del proprio bene al fine di diventare «il più possibile eccellente e ragionevole».
Giustizia e saggezza sono le questioni centrali dell'etica socratica. Nel dialogo platonico del Protagora, questi, noto sofista che si professa maestro di virtù, è costretto dall'incalzare delle domande di Socrate a riconoscere di non sapere cos'è la virtù, mentre Socrate, che non sa nulla e non ha nulla da insegnare, avvia la discussione verso il riconoscimento dell'unità della virtù, strettamente legata alla conoscenza. Ad Ippocrate, rappresentante della gioventù ateniese che frequentava i sofisti, senza aver consapevolezza di quale sia l'oggetto intorno al quale il sofista esercita la sua abilità, Socrate fa comprendere che si tratta di quel sapere particolare che concerne la sua anima, da cui dipende la buona o la cattiva condotta della vita, cioè l'arte politica che mira a formare «buoni cittadini» e per la quale non ci sono competenze specifiche.
Socrate del resto è sconcertato dal fatto che gli Ateniesi non riconoscano nessuna specificità all'area politica e la affidino indifferentemente ad ogni cittadino prescindendo dalle sue particolari virtù. Un altro argomento per contrastare la tesi sofistica consiste nell'incapacità di trasmettere ai propri figli le virtù di cui hanno dato prova. Nell'intento di battere Protagora inoltre Socrate esibisce casi particolari al posto di ragioni universali e ricorrendo al mito di Prometeo per narrare l'origine della virtù politica.
Prometeo ha donato il fuoco all'uomo rendendolo capace di ovviare attraverso la tecnica alle sue carenze fisiche, ma è occorso l'intervento di Zeus per donare agli uomini la virtù per eccellenza, quell'arte politica che regola la convivenza umana, facendo distribuire a tutti gli uomini indistintamente il rispetto e la giustizia. Allora Zeus, temendo per la nostra specie, inviò Ermes a portare agli uomini il pudore e la giustizia, perché servissero da ordinamento della città. A Zeus Ermes chiese se questi dovessero essere distribuiti agli uomini come tutte le altre arti, come quella medica, che basta a solo uno che la possegga per gli tutti gli altri profani; Zeus rispose invece che le città non potrebbero esistere se pochi possedessero pudore e giustizia: per questo è ragionevole che gli Ateniesi quando si tratta di risolvere questioni concernenti la vita politica convocano tutti i cittadini a discuterne: perché si ritiene necessario che ognuno sia partecipe di questa dote. Dopo il mito Socrate confuta la tesi sofistica dell'insegnabilità della virtù: Protagora aveva sostenuto l'unità della virtù, prospettando la virtù politica come qualcosa di unitario e attribuendo ad essa ogni volta un nome diverso: giustizia, rispetto, saggezza, coraggio, per sostenere che tutti quei nomi sono parte di essa.
Ma Socrate interroga: «Forse, dissi, sono parti come parti sono quelle del volto: bocca, naso, occhi, orecchie... E forse, seguitai, gli uomini partecipano di queste parti della virtù, chi di una, chi di un'altra, o è necessario che se uno ne acquisista una le abbia tutte? - Nient'affatto, rispose, ché molti uomini certo sono coraggiosi, ma ingiusti; Oppure giusti ma non sapienti. - E anche queste, domandai, sono parti della virtù, la sapienza e il coraggio? - Esattamente, disse: delle parti la più importante è la sapienza – E ciascuna di esse, chiesi, è diversa dall'altra? - Si. - E ciascuna ha una sua particolare proprietà?».
Muovendo le argomentazioni per somiglianza ed a contrario, Socrate incalza, facendo dire al sofista che fra giustizia e santità c'è somiglianza e, giocando sulla prossimità fra uguale e simile, lo porta a riconoscere che fra giustizia e santità c'è anche una certa differenza, ma soprattutto una volta ammesso che per uno dei contrari esiste un unico contrario e non molti e se alla stoltezza si oppone la sapienza e d'altra parte alla stoltezza di oppone anche la saggezza, ne deriva che sapienza e saggezza sono una stessa realtà. Viene così introdotta la tesi centrale dell'etica socratica, secondo cui la virtù è una sola ed è sapienza/saggezza, per cui nessuno erra volontariamente, nel senso del comportamento morale. In questo dialogo Platone ci pone a confronto con l'aporia socratica. In conclusione alla fine di tanto interrogare si può dire di ogni singola virtù è solo che ognuna di esse è riconducibile alla conoscenza di ciò che è buono, ma ciò che è buono per l'uomo resta per Socrate l'oggetto sempre ricercato dal suo interrogare. Per i filosofi moderni Socrate è colui che ha saputo ascoltare la voce del suo demone, che installando il dubbio nell'intelletto, trattiene dal compiere l'azione ed esige un supplemento di riflessione.
Platone e la conoscenza del vero/bene
Gli interessi educativi ed etico/politici guidano anche la riflessione di Platone, giovane aristocratico destinato a partecipare al governo della città, ma indotto dalla crisi politica che Atene attraversa tra il V e il IV secolo a rifugiarsi nella filosofia, intesa come percorso di formazione interiore ma fondato sul rigore teorico, che solo una conoscenza razionale della realtà può garantire. Riflettendo sullo scandalo della morte di Socrate, cercò di ristabilire un equilibrio tra individuo e città e preoccupato soprattutto di contrastare l'edonismo etico e il relativismo gnoseologico conseguenti all'insegnamento sofistico.
Con l'obiettivo di raggiungere la «retta filosofia» e di stabilire i passaggi della paideia che consenta a tutti di diventare «veri filosofi», Platone si propone di dare consistenza ontologica alla domanda socratica e, per realizzare questo progetto, elabora la teoria delle idee, analizza le fasi del processo conoscitivo, dimostra l'immortalità dell'anima e ne descrive la complessità. Tutte queste dottrine sono ancora legate alla questione socratica «che cos'è la virtù», rivolta in particolare a indagare l'essenza della giustizia, virtù etico/politica per eccellenza, nella quale tutte le altre si ricompongono in unità.
Una tappa importante di questo percorso viene esposta nel Gorgia, dove Platone, attraverso il dialogo tra Polo e Socrate, mostra come il diverso apprezzamento sulla retorica rimandi a una diversa concezione di quale sia la vera felicità dell'uomo, cosa renda una vita buona. Emerge quindi il contrasto tra le tesi democratico-demagogiche di derivazione sofistica, espressione di un comune modo di sentire, convenzionale e conformistico, sostenuto da Polo e Callicle, e le tesi socratiche che rimandano invece a una responsabilità individuale, avendo di mira un bene comune, teorie che appaiono anticonvenzionali e anticonformistiche soprattutto nella formulazione paradossale di alcune tesi come quella per cui «è meglio subire ingiustizia che commetterla».
Inoltre sostiene che la retorica non è un'arte ma un'empiria, volta a procurare piacere e interpretabile come una contraffazione della politica, distinguendo tra benessere reale e benessere apparente del corpo e dell'anima. Il tema centrale viene ad essere quindi quella della felicità, come scopo della vita umana e tornando sulla questione se sia più giusto patire ingiustizia che commetterla, Callicle mostra la sua preparazione sofistica, evocando il grande dibattito tra legge (nomos) e natura (physis), sostenendo una posizione che giustifica la legge del più forte: «Secondo me la questione è tutta qui: quelli che fanno le leggi sono i deboli, i più: Essi istituiscono le leggi a proprio favore e per propria utilità, e lodi e biasimo dispensano entro questi termini. Spaventando i più forti, quelli che avrebbero la capacità di prevalere, per impedire appunto che prevalgano, dicono cosa brutta e ingiusta è voler essere superiori agli altri e che commettere ingiustizia consiste proprio in questo, nel tentativo di prevalere sugli altri... Io invece sono convinto che la natura stessa rivela esser giusto che il migliore prevalga sul peggiore, il più capace sul meno capace... Con quale diritto Serse mosse guerra alla Grecia, o suo padre mosse guerra agli Sciti? Infiniti altri esempi si potrebbero portare! Tutta questa gente io penso, così agisce secondo la natura del giusto, e si, in nome di Zeus, per legge, ma secondo la legge di natura, non per la legge che noi istituiamo!».
Callicle si dilunga su un altro topos classico: quale sia l'età giusta per filosofare, età della formazione superata da Socrate, il quale perciò si rende ridicolo col suo domandare, ma questi ripete che: «di tutte la ricerca più bella è proprio questa: indagare quale debba essere l'uomo, cosa l'uomo debba fare». Socrate poi rivolge ai sofisti l'interrogativo di come intendano il diritto di natura, se migliore, più forte, più potente abbiano lo stesso significato. Mentre per Socrate essere il migliore significa essere «assennato e padrone di sé», per Callicle è superiore «chi abbia in mano il potere e una condizione superiore rispetto a quelli che sono meno dotati, quelle persone la cui intelligenza è volta agli affari dello stato». E ancora: «Chi vuole vivere come si deve, ha da sciogliere, non da frenare, la briglia ai propri desideri... deve essere capace di assecondarli con coraggio e intelligenza e dare sempre piena soddisfazione alle proprie passioni.».
A questo punto Platone indica l'origine orfico-pitagorica di alcune sue convinzioni più radicate e, attraverso l'immagine colorita di un secchio bucato, combatte la teoria del piacere inteso come riempimento di un vuote e come continuo fluire dal più al meno, che ingenera insoddisfazione e dolore piuttosto che piacere. In sostanza per Callicle il piacere consiste «in un continuo e grande fluire», mentre per Platone nella ricerca di un equilibrio tra dentro e fuori, tra individuo e città che sappia saldare insieme temperanza, come misura interiore e giustizia come misura della comunità; Insomma Callicle intende il piacere in termini di avere, Platone lo colloca invece nella parte dell'essere.
La retorica come la poesia ha per scopo di dilettare gli uomini e non certo di educarli, Platone fa dire a Socrate, riferendosi a Callicle: «Ti sembra che i retori parlino sempre pensando al meglio, preoccupati solo che i cittadini diventino migliori, o anch'essi, gli oratori politici, solamente si propongano di compiacere alla cittadinanza in funzione del proprio vantaggio personale, senza pensare affatto al bene comune, parlino ai popoli come se fossero ragazzi, cercando soli di compiacerli, senza che neppure passi loro per la mente se con ciò i popoli divengano migliori o peggiori? - Call. Oh no... poiché vi sono alcuni retori che parlando sentendo la responsabilità di quel che dicono. - Socr. Mi basta! Se è vero che vi sono queste due forme di oratoria, l'una delle due rimane sempre «adulazione» e brutta demagogia, mentre bella è l'altra, questo tentativo che migliori divengano le anime dei cittadini...».
Socrate chiede allora di fare il nome di qualcuno di questi retori, e Callicle nomina Temistocle, Cimone, Milziade e Pericle, ma a Socrate appaiono uomini virtuosi, se per virtù si intende «soddisfare le proprie e le altrui passioni», mentre è chiaro che per lui virtù consiste nel «rendere l'uomo migliore» e segue: «L'uomo virtuoso che parla in funzione del più alto bene si comporterà come si comportano tutti gli artefici, che, tenendo ciascuno l'occhio fisso al proprio lavoro, non scelgono a caso i pezzi dell'opera, ma l'un pezzo e l'altro in funzione di una certa qual forma che l'opera loro deve rappresentare. I pittori, gli architetti, i costruttori di navi, ciascuno pone i pezzi del proprio lavoro in un dato ordine fa sì che ogni parte si adatti e si armonizzi con l'altra fino a che risulti tutto perfettamente proporzionato e ordinato.» Anche l'anima è resa buona dall'ordine «l'ordine e la proporzione che riguardano l'anima hanno nome legalità e legge. Ecco da dove proviene giustizia e temperanza»; emerge dunque la virtù come misura, un'armonia risultante da una giusta proporzione.
La crisi suscitata dagli ultimi avvenimenti politici in Atene indirizza Platone a indicare nell'idea superiore del Bene lo scopo ultimo dell'agire umano. Nel primo libro della Repubblica ripropone il problema della giustizia e inizia la discussione recensendo alcune delle posizioni sostenute dai suoi contemporanei, a cominciare dalle convenzionali convinzioni della classe mercantile, per la quale il giusto «è dare a ciascuno il suo e dire la verità» e soprattutto l'emergente «nuova moralità» sostenuta in questa occasione dal personaggio di Trasimaco. Costui esaspera l'immoralismo propagandato dai sofisti: per lui non esiste alcuna vera obbligazione morale e la giustizia viene a coincidere con l'utile del più forte, introducendo così un'importante innovazione nei confronti della posizione sostenuta da Callicle; quest'ultimo infatti riteneva che il diritto del più forte derivasse direttamente dall'ordine delle cose, dalla natura, mentre Trasimaco radicalizza il concetto di moralità come semplice convenzione (nomos): diritto e moralità significano conformità a istituzioni e tradizioni imposte originariamente da un governo che mirava solo al conseguimento del proprio bene.
Ma su queste premesse non è possibile costruire la convivenza degli uomini e quindi occorre trovare una nuova misura individuale e collettiva, un equilibrio tra le parti della città e le parti dell'anima dell'individuo. Alla tripartizione dell'anima che deve farsi guidare dalla sua parte razionale corrisponde la tripartizione delle classi dei cittadini, ognuna delle quali deve svolgere il suo compito specifico sotto la guida del filosofo.
Platone sostiene che uno stato nasce perché «ciascuno di noi non basta a se stesso, ma ha molti bisogni» e «ciascuno di noi nasce per natura completamente diverso da ciascun altro, chi per un dato compito, chi per un altro» e «per conseguenza le singole cose riescono più e meglio e con maggiore facilità quando uno faccia una cosa sola, secondo la propria naturale disposizione»; siamo di fronte a una società composta di artigiani...
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