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Storia del diritto italiano: l'Italia tra oriente e occidente

Migrazioni di popoli in un'Europa scarsamente popolata

Nel 4º e 5º secolo le popolazioni nordiche iniziarono a vagare per l'Europa e raggiunsero le regioni settentrionali dell'Africa. I territori dell'Impero Romano d'Occidente ne risultarono sconvolti: questo preparò la fine dell'impero. Le popolazioni nordiche sono per tradizione scarsamente abituate all'idea di una stabile permanenza in una regione, sono scarsamente dedite all'agricoltura, all'artigianato e al commercio ma nel contatto con le popolazioni romane cominciano a intendere il valore di queste pacifiche attività. Sono impegnate negli esercizi militari, hanno il culto delle abilità marziali, delle armi, della caccia, dei bottini di guerra che vedono come strumenti di quotidiano sostentamento. Dunque le popolazioni migranti sono particolarmente adatte alla sopravvivenza.

L'Europa è scarsamente popolata, coperta di estese foreste che forniscono legno per le costruzioni, per il fuoco, cacciagione, frutta selvatica, e terre fertili sulle rive dei corsi d'acqua che vengono coltivate per 1 ciclo agrario. I fiumi costituiscono una via di comunicazione che ha anche la funzione di tenere a distanza i nemici. Interi popoli si spostano con facilità, scambiano informazioni e propositi, soprattutto acclamano il loro capo, con un rito solenne e fragoroso: per dare segno di approvazione i presenti battono le lance sugli scudi.

Nella città i barbari si mescolano con i romani. I proprietari terrieri soprattutto i medi e i piccoli vedono sconvolte le loro pacifiche attività mentre i grandi proprietari sono assoggettati alla pressione politica: alcuni riescono solo a sopravvivere molti invece sviluppano la loro potenza e ricchezza. I burocrati esperti gestiscono un autonomo potere che è quello degli uffici imperiali centrali e periferici. Entro l'abitato cittadino la vita della popolazione residente corre rischi mortali nei momenti di grande crisi, ma comunque vede nello sconvolgimento causato dai barbari un'occasione favorevole per sottrarsi alle gravezze fiscali del vecchio impero, e dell'amministrazione bizantina.

Le comunità delle campagne sono le più esposte, mentre grandi e piccoli monasteri disponendosi lungo le vie di comunicazione nei punti focali delle terre coltivate concorrono a creare nuove vie di comunicazione. C'è dunque differenza marcata tra la realtà della penisola italiana e quella dei paesi di oltr'Alpe e di oltre Manica. Fuori dall'Italia invece c'è una vecchia amministrazione periferica, provinciale, dell'ultimo Romano impero, composta da burocrati pochi intellettuali. In Italia al contrario c'è tra Roma e Ravenna la grande amministrazione centrale dell'impero dove ci sono dignitari di esperti magistrati, e c'è la compresenza di due potenti vescovi, il pontefice romano e il vescovo di Ravenna.

I nuovi popoli, protagonisti di radicali sconvolgimenti

Tra le popolazioni che avevano sostato oltre il confine dell'impero romano, schiere di Sassoni lasciano le regioni centrosettentrionali dell'Europa, attraversano il Reno e si congiungono con gli Angli che muovono dall'Elba, varcano la Manica, occupano la Britannia distruggendo le popolazioni locali e disperdendone i resti. I Burgundi hanno sperimentato nelle terre attorno al medio Reno forme di vita associata e hanno eletto nel 411 il loro leggendario capo, il nobile Iovinus; essi si muovono verso occidente e costituiscono nella Gallia meridionale un regno indipendente le cui caratteristiche sono simili a quelle del regno visigoto.

I visigoti sono originari come gli ostrogoti delle regioni collocate intorno al corso del Danubio, sotto la pressione degli Unni; essi discendono verso la penisola greca e risalgono attaccando Roma nel 410 e saccheggiandola, tentando una via verso il sud fino alla Cosenza; risalgono poi velocemente l'intera penisola fermandosi nella Gallia meridionale, e intorno al 418 fissano nel sud della Francia, a Toulouse, una prima base di governo occupando la penisola iberica.

I Franchi formano tra la fine del 5 secolo e i primi decenni del 6 secolo un regno che si estende a settentrione dei regni dei Visigoti e dei Burgundi e ad occidente fino alle coste della Manica. I Sali poi sopraffanno i Franchi, poi battono gli Alemanni e i Turingi, dilagando oltre il confine imperiale e costituendo un regno, riconoscendo in Meroveo e Clodoveo i campioni della dinastia carolingia. Questo regno rappresenta un polo di attrazione e di irradiazione politica e militare, e avrà grandi fortune; è caratterizzato da una propensione alla guerra, al dominio sui vicini e alla difesa dei confini. Clodoveo divenne cattolico e convertì il suo popolo per saldare un'alleanza politica con Roma, utilissima perché nella Gallia la chiesa è potente.

Il regno dei Franchi, sotto la dinastia dei Merovingi e poi sotto quella dei carolingi, è il centro europeo più potente rispetto a Bisanzio, e rappresenta il baluardo contro la potenza dilagante degli arabi. Gli arabi hanno travolto in Nord Africa il regno dei Vandali, affacciandosi poi sull'Europa. Occupano poi la penisola iberica, varcano i Pirenei, ma vengono battuti e fermati da Carlo Martello nella battaglia di Poitiers, nel 732. In questo clima di sconvolgimenti avvenimenti c'è l'opportunità di spostare il centro dell'impero d'Occidente da Roma a Ravenna, città più difendibile e posta sulla costa orientale della penisola: questo permette un più rapido collegamento con Bisanzio e con la corte imperiale.

L'Italia tra il V e il VI secolo – La crisi mortale del potere imperiale – Il "regnum" di Odoacre e di Teodorico

Nel 476 a Ravenna il magister militum Odoacre che comanda l'esercito romano, depone l'imperatore romano d'occidente, Romolo Augustolo, e invia all'imperatore d'Oriente Zenone le insegne imperiali. Odoacre compie un atto di prudenza: chiede di essere considerato magistrato supremo per l'Italia, come delegato dell'imperatore d'Oriente. L'imperatore rifiuta a Odoacre per oltre dieci anni il riconoscimento della qualità di magistrato; la richiesta di Odoacre impedisce di pensare che si sta chiudendo come invece sta accadendo ogni via a una legittima successione imperiale alla continuazione dell'Impero d'Occidente.

Odoacre modella il suo anomalo regnum, riunendo l'esercito dei barbari, in armi in una grande assemblea da cui si fa proclamare re del suo popolo, assumendo dignità e funzione che sono piene e senza limiti nei confronti dei barbari. Questo assicura il successo di Odoacre. Gli uomini in armi e le loro famiglie si isolano e si distinguono dai romani, restando accampati al margine o al di fuori delle grandi città, mentre solo i dignitari più vicini a Odoacre si accostano alle nuove esperienze del potere cittadino e degli affari civili.

A sostenere il successo del tentativo di Odoacre è soprattutto il regno del suo nemico e successore, Teodorico il Grande, che esalta e sfrutta le possibilità politiche implicite nell'azione di governo di Odoacre: segue le orme dell'avversario e trova l'appoggio dei ceti cittadini del vecchio impero disfatto. Egli dà al popolo e ai ceti produttivi e mercantili un periodo di pace interna e la speranza di una giustizia amministrata in tempi brevi e in modo imparziale. Teodorico ottiene il sostegno del Senato e delle famiglie senatorie, l'appoggio dei grandi patriziati cittadini e di quello ravennate. Inoltre egli lascia intatte le magistrature e gli uffici imperiali e si procura il consenso dei ceti colti dell'impero: ricompensa gli intellettuali con liberalità, perché ne riconosce il ruolo determinante per la teorizzazione del suo potere e per la conservazione della memoria del suo regno. È da ricordare la figura di Cassiodoro, uomo dotato di cultura raffinata.

Istituzioni e leggi del regno gotico

A Roma il Senato continua a svolgere la propria attività mentre a Ravenna si concentrano i supremi poteri dello stato. C'è un'efficiente cancelleria retta dal questore del Sacro palazzo che cura i collegamenti tra le magistrature del regno e tiene la corrispondenza, redige gli editti del re e ne conserva e rende pubblici i testi; ha inoltre un ufficio esecutivo che registra e conserva i documenti riguardanti gli affari del regno. C'è inoltre un conte delle sacre elargizioni, e un conte delle private elargizioni che hanno compiti rispettivamente di: nel campo delle finanza dello stato, nel campo del demanio e del patrimonio privato dello stato. A livello provinciale ci sono le antiche magistrature romane: prefetto al pretorio a Ravenna per la regione orientale, esclusa la Sicilia; prefetto al pretorio ad Arles per le regioni occidentali.

Alla morte di Teodorico II il regno entra in crisi; le incertezze della politica di Totila, alienano il favore dei patriziati e degli stessi ambienti ecclesiastici; egli cerca inutilmente il sostegno dei rustici, dei ceti residenti nella campagna, liberandoli dalla schiavitù. Per gli anni compresi tra la deposizione di Romolo Augustolo nel 476 e la fine della guerra greco-gotica nel 553, si dispone di pochi elementi certi, che sono testimoniati dalle Varie di Cassiodoro, che riporta numerosi editti su materie isolate.

Il più famoso degli editti è noto come "Edictum Theodorici regis Italiae" ed è concorde l'opinione che questo non sia di Teodorico, ma che l'autore è incerto. L'editto ha fonti accertate tra cui: codex teodosiano, sententiae di Paolo, epitome Gai. Esso è indirizzato a romani e barbari, ed è di formazione italiana. Inoltre è composto da un giurista che ha la cultura tipica del V secolo, e poiché non si è riprodotto nelle Variae di Cassiodoro e non è ricordato da Giustiniano, deve essere attribuito ad un privato o a un magistrato: comunque non è un re che lo ha concepito. L'autore ha una decisa linea politica intesa a difendere le condizioni dei potenti ceti agrari e delle magistrature integrate con essi: parla chiaro il divieto al fisco di colpire i contribuenti con imposizioni tributarie arbitrarie diverse da quelle previste dalle leggi e il divieto di privilegi.

Il diritto dei nuovi regni occidentali: dall'attività dei privati alle codificazioni regie

Nel quadro della scomparsa dell'Impero anche fuori dalla penisola italiana si sperimentano processi normativi che rivelano un continuo intrecciarsi tra l'opera di privati che compilano antologie, dette epitomi, e l'opera di sovrani che rivestono con l'autorità della corona alcuni di queste antologie. Negli ultimi secoli dell'Impero romano d'Occidente si era persa l'originaria distinzione, propria del mondo romano, tra dottrina (iura) e legislazione (leges), per gli sviluppi della "legge delle citazioni". Dunque si riduce la ricca eredità della giurisprudenza romana dell'età classica a cinque auctoritates: Papiniano, Paolo, Ulpiano, Gaio e Modestino.

Nel 438 fu fatto il tentativo di Teodosio e Valentiniano di ridurre ad unità le situazioni locali, e il tentativo aveva preso corpo nella compilazione legislativa nota come "codice di Teodosio". Però del testo originario solo stralci rimangono, e il testo oggi è principalmente conoscibile solo ricomponendo quanto ne è sopravvissuto nelle varie legislazioni volute da re barbari come Alarico II, re dei Visigoti. Le scuole di diritto nella parte occidentale sono in piena crisi, attente a tramandare regole acquisite da tempo, senza intenderne appieno i vari significati; queste scuole sono impegnate a compiere un lavoro di riduzione e a trasformare in modo rigido le opinioni degli antichi giuristi in norme giuridiche, per cui si chiede o si attende che l'autorità di un principe dia garanzia definitiva di validità.

Le antologie del diritto romano, che cominciano a diffondersi nelle regioni dell'impero d'Occidente, presentano una natura ambigua: sono opere anonime di iurisperiti scarsamente innovative; sono adoperate come strumenti di governo sociale, come norma della convivenza umana e alcune sono incorporate in alcune delle legislazioni ufficiali che i re barbari danno ai loro regna. L'esempio per eccellenza è rappresentato dalla Lex Romana Visigothorum, promulgata nel 506 da Alarico II re dei Visigoti.

La cultura giuridica dell'Occidente: scuola, opere e motivi

Nell'Europa Occidentale nel V secolo sono attivi pochi centri di formazione scolastica e di addestramento professionale (medicina, diritto). Ci sono monasteri con annesse scuole di teologia e di filosofia; pochi centri sono retti da laici, più frequentemente dipendono da ecclesiastici e si identificano con le scuole vescovili o monastiche. In queste scuole si tramandano e si studiano i testi della letteratura, della filosofia e del diritto della Roma classica. Scuole laiche esistono a Roma e forse a Ravenna. Per Roma poche prove risalgono al VI secolo: in un editto del 533 Atalarico ricorda e ordina al Senato Romano di pagare gli stipendi reclamati dai professori romani che sono tre: di retorica, di grammatica e di diritto; un'altra testimonianza è nella constitutio di Giustiniano in cui l'imperatore attribuisce alle sole città di Roma, Costantinopoli e Berito il monopolio e il privilegio dell'insegnamento specializzato del diritto.

Le opere superstiti attestano solo che esistono giuristi dotati di qualche capacità di rielaborazione teorica, nel contesto di un ceto prevalentemente impegnato nelle attività pratiche. Dalla Spagna si leva la voce più autorevole di Sant'Isidoro, autore di una summa che raccoglie le conoscenze del tempo: questa opera si chiama Etymologiae; essa circola per tutta Europa e diventa il testo fondamentale di ogni apprendimento basilare. In essa il diritto si confonde e si riassorbe nelle arti del trivio: grammatica come arte dell'espressione, dialettica come arte del ragionamento, retorica come arte dell'esposizione. Isidoro assegna alla scientia dei giuristi una collocazione nel campo della retorica: intende e interpreta il diritto come norma etica, misura di fede e ordine terreno della giustizia divina. Dunque la giurisprudenza è legata alla retorica; la dialettica invece serve poco al giurista perché essa addestra alle discussioni scolastiche e non ai casi della vita: la dialettica infatti rende più acuta la discussione e più penetrante la comprensione.

La cultura giuridica d'Oriente e la compilazione legislativa di Giustiniano

Mentre in Occidente la tradizione giuridica di Roma si impoverisce, scuole importanti sono attive nel V secolo ad Alessandria d'Egitto, ad Atene, ad Antiochia e a Cesarea, presso cui esistono importanti biblioteche. Le due più celebri scuole sono quelle di Costantinopoli (Bisanzio) e Berito (Beirut): quella di Costantinopoli è sostenuta dalla vicinanza degli organi centrali dell'impero e dalla presenza dello stesso imperatore nella città, mentre quella di Berito appare come la città tipicamente specializzata per gli studi del diritto. Nei primi decenni del VI secolo l'attività di tutte le scuole è fiorente.

Giustiniano, imperatore dal 527 nel 529, comincia a realizzare un grandioso programma: vuole restaurare l'autorità dell'impero sulle terre perdute dell'occidente e arricchire il prestigio della sua corona, recuperando la penisola italiana e il ricchissimo patrimonio giuridico dell'età romana. Affidandosi a uomini esperti ed efficienti e soprattutto a Triboniano, Giustiniano raggiunge l'obiettivo di dare all'impero una legislazione imponente, restauratrice del passato. Il lavoro di Giustiniano non è una novità perché tentativi analoghi furono compiuti in Occidente, sulla base del Codice di Teodosio. Giustiniano sostituisce il Codice teodosiano con un nuovo Codice: provvede già nel 529 con la prima redazione del Codex, in cui le leges dei predecessori vengono selezionate e arricchite di altre più recenti e delle costituzioni dello stesso Giustiniano, mentre l'impianto viene ridimensionato, poiché si passa da sedici a dodici libri.

Giustiniano nel 533 promulga la raccolta di iura, i Digesta o Pandectae, che distribuisce in 50 libri una preziosa eredità di frammenti della giurisprudenza romana, scritti di vario genere, da libri di commento ad antologie di quaestiones e di responsa a libri vari. Nel 534 viene fatta una prima revisione alla prima versione del Codex, pubblicata con il titolo di Codex repetitae praelectionis. È anche pronta una trattazione elementare del diritto romano, le Institutiones, condotta sul modello delle Institutiones di Gaio. Negli anni di regno che restano fino alla morte, Giustiniano continua a legiferare: così si forma un complesso di Novellae. In Oriente Giustiniano attua i suoi progetti mentre in Occidente l'Italia vive le vicende del regno ostrogoto, più travagliate per la morte nel 526 di Teodorico il Grande.

Per quanto riguarda la legislazione di Giustiniano, gli abitanti dell'Italia non la conoscono fino a che l'armata di Bisanzio non occupa l'Italia nel 553. Fu poi il pontefice romano Vigilio a chiedere al principe di Bisanzio le nuove leggi. Così nel 554 Giustiniano promulga la Pragmatica Sanctio pro petitione Vigilii ed estende con essa alle terre riconquistate la sua compilazione: così entrano in Italia le Institutiones, i Digesta, il Codex e le Novellae.

L'Italia verso l'Oriente

L'Italia bizantina

Dopo la morte di Giustiniano le province dell'impero, tra cui c'è l'Italia, si distaccano dal vecchio modello romano. La storia locale è molto tormentata: tra i secoli VI e XI città e regioni conoscono bizantini, longobardi e arabi. L'Istria vive fino al VIII una condizione di autonomia anche se conserva forti legami.

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Scienze giuridiche IUS/19 Storia del diritto medievale e moderno

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