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Sociologia della comunicazione interpersonale

Introduzione

Alcuni concetti preliminari

Non si può non introdurre

In ogni atto comunicativo c’è intenzionalità (lo scambio verbale tra due parlanti è frutto di una scelta intenzionale), c’è un messaggio (verbale e non - mimica, movimenti del corpo…), ci sono alcuni codici che permettono ai parlanti di capirsi (che rendono il messaggio comprensibile, secondo regole comuni e condivise) e c’è un contesto, che permette di codificare e capire l’atto comunicativo in corso che avviene all’interno di questo contesto. Necessari per la comunicazione sono un emittente e (almeno) un ricevente.

La comunicazione è quindi l’emissione intenzionale di un messaggio, codificato secondo certe regole socialmente riconosciute, e rivolto a dei riceventi (qualificati o no).

La comunicazione allora differisce dall’informazione (sullo stato e sulle condizioni in cui opera l’emittente), che consiste in una serie di espressioni (non per forza verbali) trasmesse presumibilmente in maniera non intenzionale da parte dell’emittente e che ci informano sulle caratteristiche dell’emittente stesso e sulle circostanze in cui questo opera (accento, rossore, tremolii, vestiti…). Alcune informazioni possono essere più intenzionali di altre (per esempio il modo di vestire che dà l’idea di un preciso status sociale; il rossore non è altrettanto controllabile…) e per questo possono essere usate per manipolare e falsificare la realtà.

In breve, nelle interazioni quotidiane gli individui usano sia comunicazione sia informazione trasmettendo messaggi in maniera intenzionale (non per forza veritieri) e altri messaggi su cui non si ha controllo. Alla base delle situazioni comunicative vi è la fiducia, che ci permette di non ingannare gli interlocutori o di non sospettare di essere ingannati. Anche quando si scherza, noi dobbiamo credere che il nostro parte non sia scherzando nell’impostare la situazione come uno scherzo. Altro elemento fondamentale del processo comunicativo è il contesto (quando si scherza nessuno dubita che si tratti di uno scherzo perché si è costruita - con un sorriso, una strizzata d’occhio come per dire “questo è un gioco” - una cornice intorno alla situazione in corso). Il messaggio meta-comunicativo è la cornice (frame). Per capire il “messaggio” di un evento comunicativo bisogna vederlo nella sua cornice primaria. Il significato varia ulteriormente al variare della cornice (secondaria, terziaria…). Il frame non ci fa porre il problema della verità o della falsità di un messaggio, ma ci dice in quale misura dobbiamo essere coinvolti nell’interazione in corso. Il processo comunicativo è quindi una esperienza stratificata.

Non si può non comunicare

Comunicazione (dal sanscrito “com”, poi dal latino “communis” composto di “cum” (insieme) e “munis” (dono), significa “mettere in comune”). Dunque alla base delle origini etimologiche della comunicazione ci sono le idee di reciprocità alla base della vita sociale. Ma ciò non si limita a evocare scenari idilliaci in cui tutti vivono in una “comunità felice”, infatti spesso comunicare significa entrare in conflitto, essere in disaccordo. La comunicazione ci suggerisce uno scenario in cui le persone sono legate e in qualche modo anche vincolate le une alle altre (con aspettative gli uni verso gli altri).

Secondo la Scuola di Palo Alto, si comunica sempre (anche quando si chiudono gli occhi o si mettono le cuffie sul treno…) perché ogni comportamento (involontario o volontario) che manifestiamo di fronte agli altri ha valore comunicativo… in questo senso, secondo questa scuola la comunicazione non è sempre intenzionale (o non solo): “È impossibile non comunicare”.

La comunicazione è una relazione in cui, in un dato contesto che fa da cornice, un emittente invia un messaggio (costruito con una serie di codici almeno in parte condivisi, e trasmesso attraverso uno o più canali - incorporati e naturali o esterni e artificiali) a un ricevente.

Jakobson crede che la comunicazione si compone sì di elementi diversi, ma risponde anche a funzioni diverse, ognuna legata ai singoli elementi del processo comunicativo. Secondo la preponderanza di uno degli elementi della comunicazione avremo la preponderanza di una di queste funzioni: espressiva o emotiva (attenzione sulla possibilità che l’emittente ha di esprimere sentimenti ed emozioni nel corso della comunicazione), conativa (attenzione sulla possibilità che il ricevente possa venire influenzato nell’azione e nel comportamento nel corso di un atto comunicativo; quindi attenzione sugli effetti che la comunicazione ha sul ricevente), poetica (la funzione che il messaggio ha di informarci sull’organizzazione, sulla struttura interna, sulla coerenza narrativa…), referenziale (indaga il contesto, il mondo esterno all’atto comunicativo; questa funzione fa sì che nel discorso si usino strumenti linguistici come avverbi di spazio e tempo, articoli, pronomi…), fática (stabilisce, mantiene, verifica o interrompe la comunicazione, quindi si interessa degli aspetti più inerenti al contatto ed è legata al canale - pronto?, ma mi senti?…), metalinguistica (con questa funzione i parlanti possono stabilire esattamente i termini della loro conversazione: “quello che voglio dire è…”, “adesso parliamo di…”…). In ogni atto comunicativo queste funzioni sono tutte presenti, anche se ognuna in maggiore o minore misura e questo dipende da ciò su cui vogliamo concentrarci (sull’emittente, sul ricevente, sul canale, sul messaggio…).

La Scuola di Palo Alto distingue i codici in analogici e numerici. In un processo comunicativo normale possiamo riferirci a oggetti o concetti rappresentandoli (per esempio con una immagine; codice analogico, perché i segni che noi usiamo per la rappresentazione hanno una qualche relazione con ciò a cui ci riferiamo; come uno sguardo corrucciato, che ha una relazione con il cattivo umore) oppure nominandoli parlandone (codice numerico: il rapporto tra ciò che voglio rappresentare e ciò che uso per rappresentarla è puramente arbitrario). Il codice analogico ha un legame con ciò a cui ci si riferisce, mentre quello digitale è del tutto convenzionale.

Altro modo di considerare i codici della comunicazione prevede la suddivisione di codici in: linguistici (linguaggio), paralinguistici (suoni come be’, mah…), cinesici (sguardo e movimenti del volto e del corpo), prossemici (come ci muoviamo nello spazio, come manteniamo le distanze…), aptici (contatti corporei). Tutti questi codici possono essere (e sono) compresenti in un normale processo comunicativo.

Secondo il modello codifica/decodifica la questione dei codici è centrale: in base al contesto comunicativo posso scegliere se codificare il messaggio in maniera “alta” o “bassa” (esempio: Esercizi di stile di Queneau, composto da 98 variazioni su una stessa narrazione molto elementare). L’operazione di decodifica consiste nel riconoscere i codici con cui è stato codificato (costruito) il messaggio, e quindi nell’interpretare il contenuto del messaggio stesso. Non è sempre vero che la decodifica significa interpretare il messaggio secondo la “lettura preferita” dell’emittente, perché a volte l’emittente produce consapevolmente messaggi ambigui, oppure il ricevente potrebbe intenzionalmente fraintendere il messaggio. Essenziale, comunque, è la condivisione dei codici da parte delle persone coinvolte (anche per rifiutare delle letture, bisognerà evidentemente averle intese). Il modello encoding/decoding vale sia per tutte le modalità e i gradi di comunicazione (ci sono modalità comunicative tipiche di alcune sottoculture giovanili, come quella punk, che usano la spilla da balia, originariamente codificata per essere usata in ambiente domestico e “borghese”, come piercing o simili, quindi per criticare quello stile di vita borghese: loro conoscevano i codici della spilla, e allora solo così è stata possibile la decodifica, che in questo caso è una “ricodifica”). Lo stesso fa Duchamp con l’orinatoio (Fontana), perché prende un oggetto codificato secondo criteri precisi e lo inserisce in un contesto completamente diverso, ricodificandolo (rinominandolo) e da quel momento l’oggetto non è più un orinatoio, ma un’opera d’arte. Ciò ci porta al concetto di doppio legame, che è una comunicazione paradossale dove un messaggio comunica un’autocontraddizione. Per questo il doppio legame è impossibile da sciogliere: l’orinatoio è un’opera d’arte ma è tratto dal mondo quotidiano più umile e questo ci suggerisce che forse non è esattamente un’opera d’arte…

Interazioni e quasi-interazioni

La sociologia si chiede: “che cosa tiene insieme la società?”, interrogandosi quindi sulla natura dell’azione degli individui nella società. L’arte irrita la vita: esprimere la realtà quotidiana in termini diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati ci fa paura, l’anormalità ci fa paura.

Thompson distingue tre tipi di interazione comunicativa: l’interazione faccia a faccia (in praesentia, è dialogica, cioè permette un flusso bidirezionale tra emittente e ricevente, e permette l’uso di molti codici comunicativi), l’interazione mediata (in absentia, come con il telefono, email…, i codici sono limitati e i parlanti non sono nello stesso spazio e/o tempo) e la quasi-interazione mediata (con i mezzi di comunicazione di massa, con emittenti che trasmettono univocamente a un pubblico non definito e potenzialmente infinito). Sin dalla nascita della Mass Communication Research ci si è accorti che studiare i media significa studiare anche i processi di comunicazione interpersonale. Lazarsfeld parla di flusso di comunicazione a due stadi per indicare il ruolo di mediazione che i leader di opinione svolgono tra media e altri individui del pubblico. Gli effetti dei media incidono poco sull’influenza personale. Se in un processo comunicativo la credibilità della fonte incide sull’influenza del messaggio, allora “è probabile che la fonte impersonale dei media sia svantaggiata rispetto ad altre fonti ben conosciute proprie dei rapporti interpersonali”. La comunicazione interpersonale è anche una fondamentale fonte di informazioni. Sembra infatti che l’interazione faccia a faccia sia particolarmente significativa per apprendere le notizie più clamorose o quelle più legate al contesto locale o agli specifici interessi personali (questo è stato confermato da uno studio sulle modalità di acquisizione della notizia dell’assassinio di Kennedy e da uno studio sull’acquisizione della notizia dell’attentato dell’11 settembre 2001 (42% è venuto a conoscenza dell’evento tramite scambi comunicativi interpersonali, soprattutto da amici). I media hanno avuto un ruolo decisivo più come verifica e approfondimento successivi alla segnalazione della notizia. Dunque, spesso i tre tipi di interazione si compenetrano tra loro. Oggi, anche grazie alle nuove tecnologie e ai social network, la comunicazione interpersonale mantiene un ruolo di assoluta centralità (in parte ciò è dovuto a quella che Boden chiama “compulsione alla prossimità”). Secondo Goffman l’interazione quotidiana è possibile grazie a una serie di rituali che regolano e rendono possibili gli incontri tra gli individui, determinandone l’identità e la consapevolezza delle caratteristiche della realtà che li circonda. Dalla prospettiva etnometodologica (attenzione sulle pratiche degli individui di costruzione di un senso condiviso alle situazioni in cui si trovano a interagire) si arriva alla “analisi della conversazione” (come si crea un ordine tra chi sta comunicando?).

L’interazione faccia a faccia

Il rituale dell’interazione

Quali rituali?

Durkheim (padre della sociologia) studia il fenomeno della vita religiosa e sostiene che tutte le religioni hanno in comune un insieme di credenze e un insieme di riti. Le credenze sono rappresentazioni, stati di opinioni (qualcosa in cui si crede); il contenuto di ogni credenza consiste in una distinzione tra sacro (qualcosa di molto serio, rispettato e fuori dall’ordinario, da avvicinare con formalità) e profano (ciò che è ordinario). I riti sono modi di agire determinati rigidamente, atti sostanzialmente privi di scopo, ma carichi di senso. Se in natura non c’è l’idea di sacro, da dove viene questa idea? Secondo Durkheim esiste una realtà sovra-individuale, ovvero la società, e questa ha un grandissimo potere su di noi. Le divinità sono allora i simboli della società. La società secondo Durkheim sviluppa due forme di costrizioni: una di tipo morale (la società prevede una serie di norme e valori condivisi, ovvero una serie di pratiche rituali che riaffermano continuamente queste norme morali, rafforzando il senso di appartenenza degli individui), l’altra di tipo cognitivo (il linguaggio, strumento che abbiamo per comunicare, ci arriva dalla società stessa). La società, così come Dio, oltre a essere fuori di noi è anche dentro di noi (nel totemismo, il totem è simbolo sia del dio che della società). La società, quindi, costituisce una comunità morale che si esprime simbolicamente attraverso la vita religiosa. Ma questa equivalenza dio=società vale per le religioni primitive… allora Durkheim considera un continuum tra due forme di società: la società a “solidarietà meccanica” (delle società “primitive” in cui le persone sono sempre in contatto tra loro e fanno più o meno le stesse cose nello stesso ambiente; qui l’individuo ha scarsa importanza, mentre è fondamentale il gruppo) e quella a “solidarietà organica” (delle società contemporanee in cui le persone sono separate tra loro dalla barriera della privacy e il lavoro è suddiviso, quindi ognuno ha competenze e compiti diversi; qui il gruppo è meno importante delle individualità). Siccome Dio è il simbolo della società, il contenuto del simbolo varia secondo i diversi gruppi sociali: nelle società primitive il fulcro è il gruppo e allora il sacro è dato dal totem del gruppo; nelle società contemporanee il sacro è l’individuo stesso.

Durkheim pensa ai grandi rituali e alle grandi cerimonie della vita pubblica. Goffman, invece, studia i rituali della vita di tutti i giorni (= standardizzazioni del comportamento corporeo e vocale avute con il processo di socializzazione). Questi rituali quotidiani diffusi costruiscono l’individualità.

Applicando quindi l’idea di Durkheim all’identità personale, Goffman distingue due tipi di rituali della quotidianità: quelli della deferenza (manifestano all’interlocutore il nostro apprezzamento nei suoi riguardi) e quelli del contegno (sono rivolti a noi stessi per mostrare agli altri la nostra competenza interazionale); quando compio un atto rituale per concedere (o negare) la mia deferenza (= il mio apprezzamento) nei confronti di qualcuno, allo stesso tempo mostro se il mio contegno è appropriato o no alla situazione. Siccome gli atti che compiamo (o che non compiamo) per esprimere il nostro contegno sono così dati per scontati da essere invisibili, il modo migliore per vederli è frequentare i luoghi in cui si violano tali atti (ospedale per malati mentali…). La vita quotidiana è piena di esempi di mantenimento del contegno (costante preoccupazione degli uomini della nostra società di avere i calzoni abbottonati o che non si noti il rigonfiamento di una erezione…, preoccupazione delle donne che non siano visibili gli effetti delle mestruazioni…). La deferenza va guadagnata: non possiamo darcela da soli, occorre che siano gli altri a stabilire se ce la siamo meritata o no. Questo fa sì che le persone siano incoraggiate a incontrare altre persone e con questo la società si assicura che gli individui stabiliranno interazioni tra di loro. Le forme più importanti di esprimere deferenza sono i “rituali di discrezione” (sono rituali negativi e ci dicono quello che non bisogna fare) e i “rituali di presentazione” (sono rituali positivi e ci dicono che cosa bisogna fare; con questi l’individuo “dice” al destinatario in che modo lo considera e lo tratterà nell’imminente interazione, come con i “rituali di accesso” - saluti con cui si dà inizio e si termina una interazione, più o meno formale; interscambio rituale un po’ più complesso, come “come sta?”, “Bene grazie, e lei?”, “Bene grazie” - o con i “rituali di ratifica” eseguiti verso una persona che ha modificato il proprio status e mostriamo a questa che riconosciamo il mutamento avvenuto: auguri di matrimonio, di laurea, condoglianze, complimenti o rassicurazioni per l’aspetto fisico, una persona che comincia a parlare e che quindi esprime la credenza di avere il diritto di parlare e quello di essere ascoltata, obbligando di fatto gli altri a indicare che anche questa è qualificata a parlare… senza questi sostegni rituali le persone sarebbero ferite a morte dalle crudeltà conversazioni loro inflitte).

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e dei media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Magaraggia Sveva.
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