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Outplacement e la disoccupazione odierna tra neofordismo e imprenditorialità diffusa

La persistenza sistemica della disoccupazione

La disoccupazione accompagna l’evoluzione del capitalismo, ovvero si riscontra una persistenza sistemica della disoccupazione. Il capitalismo è un sistema dinamico che, animato dall’obiettivo della realizzazione del profitto, ha continuamente ristrutturato produzione e consumo delle merci. Nel fare ciò ha trasformato la forza lavoro creando sia occupazione che disoccupazione.

La compresenza di aspetti positivi e negativi sembrerebbe espressione naturale dell’efficacia del meccanismo di ricerca dell’efficienza/profitto. La ricerca del profitto viene vissuta come un risultato da godersi in modo individuale e realizzato a spese di qualcun altro. Nella realtà le azioni economiche sono, il più delle volte, a somma positiva, ossia più di un partecipante ne trae un guadagno ed esse sono cooperative.

Varia la quota di partecipazione delle parti. La quantificabilità, che permette di calcolare guadagni e perdite, privilegia i beni materiali ed esclude i beni sociali, morali, ideali. L’esclusione rappresenta la devalorizzazione di tutto ciò che non rientra nell’assetto culturale dell’utile unilaterale. Il meccanismo del profitto, così coniugato, è in balia di due effetti opposti: riduce l’efficienza o la rende ipertrofica.

Rientra nel primo caso il perseguimento dell’interesse immediato dei singoli capitali, a discapito dell’interesse del capitale sociale, per cui il singolo perderà in futuro più di quanto abbia guadagnato oggi. Così, l’imprenditore tenderà a pagare salari bassi ai propri lavoratori, rendendo loro impossibile il diventare consumatori delle proprie merci. Tali insolubilità “interne” hanno trovato soluzione attraverso l’intervento “esterno” dello Stato che ha salvato gli interessi generali del capitale dalla miopia degli interessi individuali.

La corsa al profitto trasforma l’economia in crematistica. Fu Aristotele a distinguere tra economia e crematistica. L’economia è la gestione del patrimonio, ossia dell’oikos, comprensivo di casa, terre, schiavi e figli. Non mira all’arricchimento illimitato. Se, invece, lo scambio di merci è finalizzato all’arricchire e l’obiettivo è la ricchezza e l’accrescimento del denaro, si tratta di crematistica. Quello che era un mezzo (il denaro) diventa un fine.

La concorrenza crea continuamente soluzioni nuove per ottenere profitto ed è necessario “trottare” in continuazione, quanto meno per stare al passo con i tempi. L’esito di un tale operare frenetico è, oltre al guadagno individuale, la crescita collettiva tecnico-scientifica.

La disoccupazione si tratta di un evento ovviamente del tutto involontario per quanto riguarda i lavoratori. Solo una parte irrisoria della disoccupazione è frizionale e volontaria. Anche dalle crisi si può guadagnare: ci sono gruppi sociali e parti di capitale finanziario che vengono avvantaggiati da alti interessi, bassa crescita ed alta disoccupazione il cui interesse immediato consiste nel prolungamento della crisi.

Disoccupazione e occupazione: due facce del profitto

Le innovazioni organizzative e tecnologiche che fanno crescere la produttività del lavoro e immettono nuovi prodotti sul mercato eliminano dalla scena i lavori precedenti e creano nuove occasioni occupazionali. Non è detto che il bilancio vada in pareggio.

L’organizzazione razionale del lavoro

L’organizzazione “razionale” del lavoro finalizzata all’aumento della produttività è stata considerata la forza del capitalismo. In tale razionalità Weber ha individuato lo spirito del capitalismo e l’essenza dell’imprenditorialità. Si tratta di una razionalità dei mezzi, per raggiungere il fine del guadagno. Implicitamente ha la funzione di oggettificare l’altro. Infatti, Weber definiva l’impresa, comprensiva dei lavoratori, una machine.

Dequalificazione del lavoro e crescita di apparati intermedi di controllo ed organizzazione raggiungono l’acme con il fordismo il quale aumentando la produzione per un mercato di massa, nel contempo diminuisce la disoccupazione. Mentre nel periodo pre-fordista il lavoro era bipolarizzato tra un settore dequalificato (il tessile) nel quale la separazione era un fatto compiuto ed un settore qualificato nel quale esecuzione e direzione erano unite (metalmeccanico e metallurgico), nel periodo fordista, tutto il lavoro di fabbrica diventa, per lo più dequalificato.

Contemporaneamente, cresce l’apparato burocratico intermedio il quale comunica le direttive applicative del piano che la direzione centralizzata fa eseguire a tavolino. Oggi nel post-fordismo, la divisione tecnica del lavoro diventa globale sotto forma di disseminazione mondiale degli anelli della catena del valore.

La produzione di tipo ripetitivo e dequalificato verrà localizzata nei paesi emergenti, caratterizzati da bassi salari e scarsi diritti di cittadinanza; la produzione specialistica e qualificata, la Ricerca & Sviluppo ed il Marketing, che richiedono un più elevato livello di istruzione verranno localizzati nelle nazioni avanzate. Diventano elementi economici la cultura, la crescita sociale e la formazione politica.

La divisione tecnica globale tende a fissare una divisione sociale globale. L’occupazione dequalificata si sposta dove non c’è rigidità del mercato del lavoro. La dislocazione degli anelli della catena del valore viene praticata anche da piccole aziende quali quelle distrettuali italiane, le quali trasferiscono parte della filiera produttiva nei paesi in via di sviluppo, creando disoccupazione interna. Nel loro caso la dislocazione è solamente un risparmio sui costi che non comporta cambiamenti organizzativi. Nel caso delle grandi aziende, invece, il processo di dislocazione comporta anche un aumento di flessibilità.

Le imprese esternalizzano ampie parti delle proprie attività appaltandole ad altri. In tal modo, possono godere di prestazioni temporanee o ad hoc senza gravarsi dei costi di formazione e senza incatenarsi ad una relazione di lavoro stabile. Un lavoratore che si è trasformato da “braccia” a persona pensante, è l’esito di un’organizzazione interna meno centralizzate, “a forma di team” caratterizzata dalla fluidità, ad hoc, dei compiti. Il lavoratore entra in azienda con la sua personalità, la sua istruzione ed i suoi valori sociali. Si viene, così a creare un doppio binario del lavoro.

  • Da un lato, lavoro stabile, interno, qualificato e ben pagato.
  • Dall’altro lavoro instabile, esterno, dequalificato e poco pagato.

La bipolarizzazione del lavoro è bene esemplificata dall’esperienza Toyota. La struttura aziendale Toyota, esalta per la qualità totale della produzione e la ricchezza e sicurezza del lavoro, al tempo dell’insorgere di tale mito era una piramide. Era un piccolo nucleo ristretto di lavoratori con il posto garantito a vita che assemblavano le auto che sarebbero arrivate direttamente al consumatore. Man mano che ci si allontana dal nucleo Toyota vero e proprio, diminuiscono le paghe, cala il livello tecnico e di qualificazione, svanisce la sicurezza del lavoro fino ad arrivare ad una miriade di lavoratori autonomi sospesi tra precariato e disoccupazione.

L’apparato burocratico di controllo e organizzazione, dove permangono strutture fordiste centralizzate, tale apparato è sostituito dalla tecnologia. Dove, invece, l’organizzazione viene decentrata, l’eterocontrollo viene sostituito dall’autocontrollo e la connessione tra gli anelli della catena del valore o tra lavoro interno e lavoro esterno viene affidata alle regole del mercato. L’azienda post-fordista è meno organizzazione e più mercato.

La bipolarizzazione del lavoro post-fordista si tratta di una bipolarizzazione capace di raggiungere punte estreme, le quali conducono i lavoratori al di fuori della condizione di lavoratori. Dal lato del lavoro de-qualificato, non solo permane l’alienazione del lavoro fordista, ma vi sono insicurezza, incertezza, precarietà del lavoro, fino alla disoccupazione.

Ciò che rimane puntuale e non diffuso è il locus decisionale, in riferimento alla ripartizione dei profitti. Si viene a creare nel concreto delle esperienze lavorative individuali, una convergenza di parte del lavoro verso l’imprenditorialità ed una separazione dal restante lavoro.

Le rivoluzioni tecnologiche

Il toyotismo ottiene una produzione flessibile tramite tecnologie senza grandi innovazioni. Tant’è che si è parlato di due diverse strategie post-fordiste, una occidentale, “grassa” ed una giapponese “snella”. La trasformazione tecnologica degli strumenti di lavoro, attraverso invenzioni di processo sia radicali che progressive e cumulative, si aggiunge a/sostituisce l’organizzazione, nell’aumentare la produttività del lavoro. Una seconda linea di intervento tecnologico riguarda le innovazioni di prodotto. Il primo tipo di innovazione permette un risparmio di lavoro, il secondo induce delle trasformazioni nei consumi.

Schumpeter ha individuato nell’innovazione, sia organizzativa che tecnologica, la caratteristica strutturale del capitalismo e distintiva dell’imprenditorialità. Attualmente, si tende ad attribuire un’importanza sempre maggiore all’innovazione tecnologica.

Fin dall’inizio l’introduzione delle macchine ha moltiplicato la potenza produttiva dei lavoratori e ne ha decimato le fila. La prima risposta è stata il luddismo, il movimento dei lavoratori che, nei primi anni dell’Ottocento, spaccavano le macchine avendo individuato in esse la causa della propria disoccupazione.

Oggi assistiamo ad una rivoluzione tecnologica che coinvolge tutti i settori indistintamente. Si tratta delle ITC, le quali permettono risparmio di tempo, riorganizzazione dell’immagazzinamento, controllo e gestione dell’informazione. Hanno invaso tutti i settori della produzione, della commercializzazione e dei servizi, dalla computerizzazione dei macchinari che hanno realizzato economie di scopo, alla codificazione della conoscenza tacita in conoscenza esplicita che ha consentito, nei servizi, di separare la produzione dalla fruizione e nella produzione, di trasferire competenze, riunire lavoratori frammentati, interazioni di staff, in tempo reale.

Secondo le leggi della distruzione creatrice, ad una caduta dell’occupazione nel breve periodo dovrebbe seguire, nel lungo periodo, un aumento dell’occupazione. Il fatto che la disoccupazione permanga nel lungo periodo ha fatto pensare che le ITC fossero causa di un mutamento epocale che richiede tempi lunghi.

Dal lato dell’esecuzione, le ITC hanno permesso una dequalificazione che colpisce anche i lavori più complessi, appartenenti alla sfera intellettuale; dal lato della direzione centralizzata, esse ne permettono l’autonomizzarsi da vincoli sociali ed istituzionali, fino a forme di caporalato arbitrario.

I computer stanno “colpendo” anche le professioni ad alto contenuto di conoscenza. Per alcuni si passa dal controllo meccanico al controllo elettronico. Quanto ai dati sulla quantità elevata di lavori ad alto contenuto di conoscenze, sempre Braverman fa notare che, più che un aumento di occupazioni “dotte”, si registra un aumento di occupati con titoli di studio più elevati rispetto al passato, sia perché si è abbassato il valore dei titoli, sia perché l’aumentata scolarità è una forma di disoccupazione nascosta, sia perché vi è una “corsa al titolo” quale passepartout per l’ascesa sociale, causa dell’inflazione dello stesso.

Il valicare i confini dell’azienda e il dare luogo a strutture reticolari, il coinvolgere nell’impresa attori fino ad ora esclusi, consumatore compreso, la realizzazione di una sinergia continua con l’ambiente circostante secondo il modello pragmatista della bicondizionalità continua tra soggetto e ambiente. Tutte opportunità le quali consentono di rimettere in discussione la scelta di oggettificare l’altro, che sembrava iscritta nel DNA del capitalismo.

La versatilità delle ITC nel tenere assieme in modo flessibile ed in tempo reale, una pluralità di informazioni, nel permettere comunicazione, interazione, progettazione e processi decisionali, annullando i precedenti vincoli e separazioni spazio-temporali, ha permesso ad entrambi i modelli capitalisti di muoversi a livello globale con relativa autonomia delle proprie parti.

Ma, al di sotto delle somiglianze, (globalizzazione, autonomia, flessibilità, apertura) si nascondono delle opposizioni: quella che viene detta flessibilità, da un lato diventa precarietà, dall’altro creatività; l’autonomia delle parti consiste sia nel loro venire utilizzate quali kleenex, usa e getta, sia nella diffusione di responsabilità decisionale; l’apertura al cliente è sia l’addormentarlo, cullandolo in un narcisismo sterile, sia lo stimolare le potenzialità espressive.

È evidente che la tecnologia è solo un’opportunità per realizzare modelli organizzativi diversi. Secondo alcuni studiosi, è tipica delle fasi di transizione la persistenza del vecchio paradigma fordista e la nascita di varie forme di novità. La nuova occupazione e la disoccupazione acquisirebbero un significato ulteriore. La dicotomia tra qualificati e dequalificati, che vede i dequalificati condannati alla disoccupazione ed i qualificati, invece, occupati, rappresenterebbe la contrapposizione tra fordismo e post-fordismo.

I qualificati non lo sono nel senso delle vecchie professioni, ma nel senso di generalisti, creativi, capaci di problem solving e dedicati alle specificità dell’impresa. Per Perez l’espansione è possibile solo a patto che ci sia un incontro virtuoso tra il nuovo paradigma tecnoeconometrico ed il clima socioistituzionale. Se ciò non avviene, ci sono periodi di depressione. Ma l’integrazione tra più fattori, che permette al paradigma di affermarsi, presuppone un cambiamento di mentalità. La tecnologia è solo uno strumento che può portare in varie direzioni.

Proprio perché non ci sono automatismi, nulla ci autorizza a dare per scontata la transizione da un paradigma all’altro. Al momento, viviamo una situazione di stallo, posto che le nuove tecnologie favoriscano sia nuovi modi di fare impresa, sia gli imprenditori mediocri che al fine di realizzare il loro personale guadagno immediato, fanno leva sul sottosviluppo di parte del globo ed importano sottosviluppo nelle nazioni avanzate.

Ciò che farà la differenza sarà l’impegno istituzionale nei confronti della formazione, la quale, nell’immediato, renderebbe la condizione di dequalificato transitoria e, in prospettiva, favorirebbe il cambiamento di paradigma socio-tecnico. Solo lo Stato è in grado di rappresentare gli interessi dell’insieme versus le miopie dell’utile individualistico ed immediato.

Domanda ed offerta di prodotti

Solow, che ha vinto il premio Nobel per le sue teorie sulla crescita economica connessa alla tecnologia, non dimentica che, a differenza della scienza, nella quale è possibile isolare pochi fattori da “mettere sotto la lente di ingrandimento” della ricerca, nella realtà, è in gioco una pluralità di fattori. Nello specifico, il fatto di concentrarsi sulla descrizione della tecnologia produceva un effetto secondario negativo, aver dedicato scarsa attenzione ai problemi della domanda effettiva.

Le due strategie delle razionalizzazione organizzativa e dello sviluppo tecnologico aumentano le possibilità di profitto, aumentando la produttività del lavoro, oppure arricchendo l’offerta di prodotti nuovi, ma non realizzano il profitto. Solo la vendita del prodotto porta a compimento la ricerca del profitto.

Nel periodo pre-fordista, addirittura si potevano predire le cadenze delle crisi che, infatti, si verificavano all’incirca ogni 7 anni. La politica liberista messa in atto dall’Inghilterra, non era altro che il tentativo di forzare i mercati del mondo circostante, in modo da poterli invadere con le proprie merci che, prodotte secondo la razionalizzazione capitalistica, erano maggiormente concorrenziali. Ma tale estensione presentava due limiti:

  • Uno “geografico”, causato dal ristretto numero di colonizzatori in un mondo diviso tra colonizzatori e colonizzati;
  • L’altro “sociale”, dovuto all’esclusione dei lavoratori dal novero dei consumatori.

Tale esclusione era figlia, solo in parte, della contraddizione tra capitale individuale e capitale sociale, risolta a favore del capitale individuale e, quindi, di paghe che mantenevano i lavoratori nella condizione di poveri. A sostegno dell’esclusione dei lavoratori dal consumo vigevano costumi e valori sociali diffusi sia tra la classe dirigente e proprietaria, che temeva una caduta delle distinzioni di classe, sia tra i lavoratori, i quali, oltre a condividere tali valori classisti, temevano per il proprio futuro incerto, costellato da disoccupazione, malattie e vecchiaia prive di alcuna assicurazione, propendendo alla parsimonia piuttosto che alla spesa.

Il passaggio dal pre-fordismo al fordismo ha rappresentato una rivoluzione sociale oltre che politica, economica e tecnologica ed è proprio grazie ad essa, non a caso verificatasi in un continente nuovo, non ingessato nelle divisioni classiste europee, che si è potuti uscire dalla Grande Depressione. La rivoluzione sociale che ha permesso agli esclusi di diventare consumatori non ha soltanto innalzato il benessere complessivo della popolazione occidentale, ma ha anche cambiato gli stili di consumo.

A differenza del consumo “attento” alle differenze di classe, che tendeva ad imitare i gruppi superiori nel tentativo di differenziarsi da quelli inferiori ed anche dai propri simili si è imposto un consumo di beni di cit.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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