L’OUTPLACEMENT
LA DISOCCUPAZIONE MODERNA
L’organizzazione razionale del lavoro tra i vari provvedimenti volti
(Taylor, fine ‘800 e inizi ‘900) prevedeva,
a raggiungere la massima efficienza, la divisione del lavoro che, con la nascita del fordismo (inizi ‘900), si
traduce in catena di montaggio, che mantiene fissi i costi di tutti i fattori della produzione e mantiene stabile
la produzione in cambio della garanzia per i lavoratori della continuità del lavoro.
Oggi, nel post-fordismo, la divisione tecnica e sociale del lavoro diviene globale, disseminando nel mondo
gli “anelli della catena del valore”, cioè tutte quelle attività che accompagnano la produzione di merci,
dalla ideazione, alla produzione, alla commercializzazione, fino all’assistenza dopo la vendita. L’abilità del
management consiste nel saper dislocare al meglio i vari anelli della catena del valore individuando per
ognuno di essi la localizzazione geo-socioculturale-politica migliore. Non è necessario che l’azienda crei le
condizioni per la migliore produttività, ma è invece sufficiente utilizzare le diversità locali, tanto che da
tempo è stato coniato il neologismo glocalizzazione. La produzione di tipo ripetitivo e dequalificato verrà
localizzata nei paesi emergenti caratterizzati da bassi salari e scarsi diritti di cittadinanza. Invece, la
produzione specialistica qualificata, la ricerca sviluppo e il marketing che richiedono un più elevato livello di
istruzione, creatività e autonomia, verranno localizzati nelle nazioni avanzate. La divisione tecnica globale,
dunque, tende a fissare una divisione sociale globale. A differenza della fabbrica fordista che era incatenata
spazialmente dalla catena di montaggio, la fabbrica globalizzata non prevede localizzazioni durature; un
anello della catena del valore può cambiare localizzazione se le condizioni si rivelano più vantaggiose
altrove ma, mentre le aziende possono girare per il mondo, ciò non è consentito ai lavoratori. L’occupazione
verrà barattata con il freno alla crescita politica, sociale ed economica delle condizioni dei lavoratori e le
nazioni deboli subiscono gli effetti di politiche economiche finanziarie stabilite altrove. Questo succede se le
nazioni dei paesi in via di sviluppo sono nazioni deboli, ma i due motori della crescita del paese in via di
sviluppo, Cina e India, dopo un periodo iniziale caratterizzato da una produzione dequalificata per i mercati
esteri, oggi stanno cogliendo il frutto di massicci investimenti in capitale umano e qualificazione, con la
conseguenza che l'attuale divisione tecnico-sociale degli anelli della catena del valore, e quindi anche
dell’occupazione, non tiene più il lavoro qualificato dei paesi avanzati al riparo dal rischio della
disoccupazione. Esternalizzando ampie fette di lavoro, il patto di stabilità tra lavoratori e datori di lavoro,
stipulato nei paesi avanzati durante il fordismo, è stato in qualche modo spezzato. Quindi, il punto cardine di
tale patto (l’anzianità come pregio del lavoro) è venuto a decadere. Anzi, le riorganizzazioni delle imprese
lasciano a casa proprio i lavoratori con maggior anzianità di lavoro perché più costosi. Alla specializzazione
fordista e alla rigida parcellizzazione del lavoro si sostituisce un lavoratore che rende l'azienda flessibile e in
grado di cavalcare pro-attivamente il mercato, un lavoratore capace di compiti multipli e passato da
“braccia” a “persona pensante”. Il lavoratore entra in azienda con la sua personalità, la sua istruzione e i
suoi valori. Si viene così a creare un doppio binario del lavoro: da un lato, un lavoro stabile interno,
qualificato e ben pagato; dall’altro, un lavoro instabile, esterno, dequalificato e poco pagato. Dal lato del
lavoro dequalificato, permane l’alienazione del lavoro fordista e inoltre vi sono insicurezza, incertezza,
precarietà del lavoro, fino alla disoccupazione senza ritorno. All’opposto, dal lato del lavoro qualificato, il
lavoratore post-fordista si confonde con l’imprenditore, non solo sulla base di ciò che fa e come lo fa, ma
anche in relazione alla sua essenzialità per l'impresa.
In tutto questo, oggi assistiamo a delle rivoluzioni tecnologiche che coinvolgono tutti i settori in maniera
assolutamente indistinta. Si tratta delle ICT (Information and Comunication Technology), le quali
permettono risparmi di tempo, riorganizzazione dell’immagazzinamento, controllo e gestione
dell'informazione, flessibilità nella progettazione, connessione immediata tra parti lontane e distinte,
personalizzazione. Questo, però, ha causato un generale calo dell’occupazione. L’attuale disoccupazione
strutturale accompagna l’evoluzione del capitalismo, nella buona e nella cattiva sorte. Il capitalismo, infatti,
nella ristrutturazione della produzione e del consumo delle merci, ha trasformato la forza lavoro all’interno
dell’azienda creando sia occupazione che disoccupazione, che quindi sono due facce della stessa
medaglia. Le innovazioni tecnologiche creano nuove occasioni occupazionali, ma eliminano dalla scena i
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lavori precedenti. Non sempre, però, il bilancio è in pareggio. Secondo le leggi della distribuzione, ad una
caduta dell'occupazione nel breve periodo dovrebbe seguire un aumento dell’occupazione nel lungo
periodo. Il fatto che la disoccupazione permanga nel lungo periodo ha fatto pensare che le ITC fossero
causa di un mutamento epocale, che in quanto tale richiede tempi molto lunghi. Nel frattempo, i computer
nel mondo del lavoro costituiscono l'ultimo anello di una catena di innovazioni che avevano come fine la
velocizzazione del lavoro. Il lavoro impiegatizio viene sempre più dequalificato attraverso l'introduzione dei
computer; è il computer, ossia la macchina, ad essere intelligente, non l'uomo che la usa. Nelle aziende
dove vengono introdotte macchine CAD (Computer-Aided Design) e CAM (Computer-Aided Machining o
Manufacturing) scompaiono i lavori specializzati ad alto contenuto di professionalità (fresatori, disegnatori
industriali, tipografi, ragionieri contabili…). I computer stanno “colpendo” anche la professionalità ad alto
contenuto di conoscenza (architettura, medicina ed informatica). Ma l'uso dell’ICT permette anche un
percorso opposto che rende possibile una vera e propria rivoluzione nelle relazioni sociali di produzione.
Proprio grazie all’uso dell’ITC è possibile la riorganizzazione del lavoro in modo olistico e non frammentato,
puntare sull’apprendimento continuo (l’accelerazione del ritmo dei cambiamenti richiede un permanente
aggiornamento del lavoro umano), la formazione continua, potenziare la creatività degli attori e la
imprenditorialità diffusa, valicare i confini dell’azienda e dare luogo a strutture reticolari, coinvolgere
nell’impresa attori fino ad ora esclusi, consumatore compreso, realizzare una sinergia continua con
l'ambiente circostante. Infatti, le imprese seguono obiettivi di accrescimento della flessibilità che includono
la richiesta di erogazione di prestazioni lavorative secondo modalità maggiormente aderenti alle esigenze
produttive necessarie. A questo viene aggiunta la tendenza che deriva dalla crescente domanda di
flessibilità da parte degli individui alla ricerca di combinazioni ottimali tra vita professionale e interessi extra
lavorativi. Oggi tale domanda di flessibilità incontra minori vincoli nell’organizzazione produttiva e per alcuni
aspetti è favorita dalla innovazione tecnologica.
COMUNICAZIONE E INFORMAZIONE NELLE ORGANIZZAZIONI
La civiltà moderna è basata in gran parte sulle organizzazioni, le quali coordinano un gran numero di azioni
umane. Le organizzazioni, dunque, sono importanti nella vita di ciascuno di noi, tanto che, quando ne
usciamo, ne percepiamo l’assenza, non solo a causa del mancato profitto, quanto perché il lavoro ci pone
nella società come soggetti riconosciuti e ci permette di mantenere il nostro livello culturale e tanti beni di
cui godiamo. Il mondo del lavoro è un’agenzia di socializzazione secondaria di grande importanza.
L’organizzazione è, infatti, un contesto di socialità in cui un insieme di persone si “mettono assieme” in
modo strutturato allo scopo di svolgere un’attività. Ogni organizzazione, comunque, ha propri meccanismi
che la distinguono dalle altre, che le permettono di stabilire un’appartenenza e che svolgono un’importante
funzione comunicativa, sia interna (tra le proprie componenti) che esterna (es. di marketing, che gestisce
l’immagine dell’azienda), delineando, così, la specifica identità dell’organizzazione e il ruolo che ciascun
individuo riveste nei suoi confronti. Lo stesso vale per la divisione del lavoro all’interno di una fabbrica.
Infatti, il processo di ripartizione delle mansioni sulla base di criteri gestionali che mirano all’efficienza
produttiva, oltre ad avere conseguenze in ambito gestionale, incide significativamente anche sulle
dinamiche comunicative dei lavoratori, che devono adattare il loro modo di comunicare (tempi, linguaggio,
dialogo, tono, argomenti) alla struttura più o meno vincolante di uno specifico contesto organizzativo.
La comunicazione organizzativa è la disciplina che si occupa di studiare la complessa relazione tra
complessi comunicativi e vita organizzativa, e ha come obiettivo quello di comprendere come i processi
comunicativi diano forma alle organizzazioni e parallelamente come le strutture organizzative incidano su
forma e contenuti nella comunicazione dei lavoratori coinvolti.
Alla base dell’azione vi è l’informazione. Si è potuto constatare, però, che le organizzazioni utilizzano il dato
informativo diversamente da com’è stabilito dalla teoria formale della scelta razionale. Si parla di teoria
formale della scelta razionale quando il costo delle informazioni raccolte sulle conseguenze di azioni
alternative è minore del ricavo in termini di miglioramenti apportati alla decisione, quindi giustificato dalla
loro affidabilità, precisione e rilevanza. Spesso succede, infatti, che le organizzazioni utilizzino una quantità
maggiore di dati di quanto necessitino in realtà e, per di più, sembrano non siano loro sufficienti. Si
potrebbe concludere che le organizzazioni siano “stupide”, ma in realtà anche le organizzazioni affermate e
flessibili, in grado di adattarsi alle diverse circostanze, manifestano gli stessi comportamenti informativi.
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Esistono alcuni elementi fondamentali che influiscono sull’uso strumentale delle informazioni:
1. Incentivazione la raccolta di informazioni in quantità maggiori del necessario ai fini della decisione.
per
2. Monitoraggio le organizzazioni sottopongono il proprio contesto, onde evitare probabili sorprese
a cui
(nuove alternative, nuove preferenze o importanti mutamenti dell’ambiente). Però, le chiacchiere e i
pettegolezzi che vengono raccolti non sembrano avere nessun valore teorico-decisionale (non incidono).
3. Strategia: nelle organizzazioni l’informazione è strategica, in quanto una buona parte è esposta a
travisamenti, ossia ad alterazioni intenzionali in modo da far apparire qualcosa di specifico.
Inoltre, l’informazione non è soltanto la base per l’azione, ma è anche il simbolo di competenza e virtù
sociale; il disporre di informazioni e fonti informative ispira fiducia ed evidenzia competenza. Tale idea, a
sua volta, produce la convinzione che persone e organizzazioni informate siano migliori di persone e
organizzazioni poco informate. Ne deriva che l’uso e la raccolta di informazioni in un’organizzazione, sulla
base delle quali essere in grado di motivare decisioni e idee, rientri nell’attività di chi voglia prendere
provvedimenti in modo intelligente, cioè di tipo normativo e procedurale.
Tramite le tecnologie si è ampliato il gap di conoscenza: chi è escluso dalla tecnologia di base lo sarà
ancora di più da quelle sofisticate. Tale modello porta alla capacità cognitiva dell’utilizzare le informazioni in
modo critico facendo fronte al sovraccarico informativo, che rende meno fluidi i processi decisionali. I
cambiamenti e i processi lavorativi all’interno di un’organizzazione hanno aumentato il proprio contenuto
informativo e ciò richiede nuove abilità e competenze per gestire nuove dinamiche lavorative che hanno
risvolti comunicativi sempre più estesi e vincolanti. Le principali fonti di influenza dell’organizzazione sono di
due tipi: 1) le organizzazioni e le istituzioni permettono il formarsi di aspettative stabili in ciascuna
componente del gruppo per quanto riguarda il comportamento tenuto da altri membri in determinate
condizioni; 2) le organizzazioni e le istituzioni forniscono stimoli generali e direttrici di attenzione che
influenzano il comportamento dei membri del gruppo e danno a questi gli obiettivi immediati per incanalare
l’attività. Questi due punti sono molto importante perché dimostrano che le istituzioni sociali, nonostante la
loro varietà, condizionano le forme mentali dei loro partecipanti ponendo le basi per l’esercizio della docilità
(versatilità) e della razionalità. Insomma, la razionalità umana trova i suoi obiettivi nel sistema istituzionale
nel quale agisce e dal quale viene modellata. Ne consegue che l’esperienza lavorativa rappresenta un
fattore importante all’interno dei processi di formazione e diffusione culturale. L’essere inseriti in un
contesto di lavoro organizzato può costituire un rilevante fattore di cultura tecnologica.
IL SIGNIFICATO E I VALORI DEL LAVORO
Il mondo del lavoro è stato oggetto di una vera trasformazione culturale che ne ha modificato atteggiamenti,
comportamenti e aspirazioni, ma sono cambiati anche i rapporti contrattuali, nella misura in cui aumentano
sempre di più le forme atipiche, come i contratti a tempo determinato, part-time, occasionali… Ora, ad
esempio, il concetto di professionalit&ag
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