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Il consumatore

Parte 1 - Il sistema produzione-consumo

Capitolo 1 - Il flusso produzione-consumo

Il potere di consumare

In tutte le civiltà che precedono la nostra, la produzione è stata unita al consumo come naturale completamento e obiettivo primario. Il servo della gleba per il feudatario e il lavoro dello schiavo per il patrizio, sono tutte produzioni per il consumo. Viene prodotto un bene specifico destinato ad un consumatore specifico. La popolazione era divisa in due grandi categorie: i consumatori e i produttori che in larga misura coincidevano con i dominanti e i dominati.

Una volta assicuratosi il monopolio delle risorse produttive dell’epoca, i potenti pongono se stessi come target della produzione. La ricchezza assume la forma di un flusso continuo che dalla fonte dei produttori si riversa “automaticamente” nelle tasche dell’élite dei consumatori.

Solo una parte dei prodotti della natura viene trasformata dagli artigiani in oggetti ad hoc per persone specifiche e situazioni specifiche. La domanda non riesce a determinare l’offerta, perché non è in grado né di calibrarla, né di prescindere dalle contingenze ambientali e localistiche. Il risultato è che non tutta la ricchezza è consumabile direttamente dal potente anche perché in parte considerevole è costituita da beni deteriorabili o consumabili solo in quantità limitate. Molti beni il potente li riversa attorno a sé, la generosità del potere è uno degli aspetti di una ricchezza che ha strutturalmente la forma dell’abbondanza. La gestione di tale eccesso il consumo come spreco.

La società dell’abbondanza

Anche nelle piccole comunità primitive dalla struttura democratica, la parte destinata allo spreco è più importante di quella destinata alla riproduzione quotidiana della vita. L’arricchimento provocato dalla presenza o dagli aiuti europei veniva speso in feste e non per aumentare il tenore di vita.

Una economia determinata localisticamente

L’assenza di una tecnologia avanzata non permetteva di percorrere il potenziamento dell’opera dell’uomo sulla natura, quindi la ricchezza era determinata dalle risorse presenti in natura. Gli scambi e i trasporti esistenti non erano sufficienti a creare una economia sovra-comunitaria sostituiva dell’economia comunitaria.

Tale localismo ambientale e sociale fornisce da un lato l’opportunità di un radicamento stabile della comunità, dall’altro l’occasione di eccedenze non scambiabili rendendo possibili due diverse tipologie di beni che si sottraggono all’uso quotidiano per la riproduzione della vita:

  • Beni “eterni”: testimoniano gli eventi cruciali della storia della comunità, ne costituiscono la memoria e la continuità e quindi vengono sottratti all’usura e alla decadenza.
  • Beni da sprecare: testimoniano la potenza della comunità che può permettersi lo spreco.

L'economia dello spreco

È la possibilità dello spreco che distingue i ricchi dai poveri, non la quantità di ricchezze accumulate. La possibilità dello spreco discrimina i potenti dai non potenti. La ricchezza materiale non è importante di per sé, è solo la condizione che rende possibile l’espressione della potenza, che è potere dello spreco.

Lo spreco presiede anche alle relazioni tra i potenti. Tra di loro c’è una lotta onorifica che si svolge a suon di ostentazione di dissipazioni che spesso assumono la forma del dono antagonistico. Ciò che viene sprecato non è un “avanzo”, ma è il meglio, ciò che ha più valore.

L’evento dello spreco è festa anche perché non è routine quotidiana. Normalmente è festa collettiva della comunità. Il consumo-spreco è il rito della libertà dai vincoli con le cose, celebrato dai potenti sia come rappresentanti della comunità, sia come espressione della propria potenza.

Il dono

Posto che lo spreco avviene sotto forma di dono, per alcuni studiosi non è lo spreco, bensì il dono, la caratteristica saliente delle civiltà precedenti la nostra. Dal punto di vista economico sarebbe il dono a garantire la circolazione dei beni in luogo dello scambio.

Quanto al rapporto tra dono e scambio gli studiosi si dividono in due grandi correnti. Ad un estremo vanno collocati quegli studiosi che ritengono che lo scambio di merci sia la naturale evoluzione raffinata di un sistema precedentemente più rozzo. Per essi il dono è una forma primordiale di scambio, visto che non trattasi di un atto isolato, bensì di un comportamento che prevede la reciprocità, ossia la “restituzione” in doni. Molti dei primitivi scambi assumono la forma di doni.

All’estremo opposto stanno coloro che guardano criticamente all’attuale sistema economico. Esaltano la gratuità del dono che nulla chiede in cambio per far notare l’esistenza di comunità alternative alla nostra che riescono a gestire la sopravvivenza e la riproduzione materiale della vita attraverso comportamenti “antieconomici”.

A parte il diverso giudizio sul dono, in entrambi i casi si ritiene che alla base della struttura sociale “manifesta” e consapevole del dono ci sia la struttura economica “latente” ed inconsapevole dello scambio che “fornisce senso economico” al dono.

Gli oggetti che entrano nel circuito di dono rituale vengono tolti dalla circolazione ordinaria ed acquisiscono un’aura che non li rende più usabili come oggetti funzionali. Nelle Trobriand c’è una doppia via, quella dello scambio simbolico (kula) e quella dello scambio economico (gimwali) che riguarda due tipi diversi di beni. Nel circuito onorifico, sottratto alla quotidianità, le cose possono anche diventare eterne ed acquisire una individualità propria. Gli oggetti kula sono noti uno per uno, apprezzati e conosciuti per piccole differenze che li rendono speciali.

La miseria non è mai stata uno spettro così grande da far prevalere l’acquisizione e la conservazione sulla dissipazione come valore sociale e come senso dell’attività economica. I miseri non sono coloro che non possiedono beni, ma coloro che non possono realizzare lo spreco e quindi vengono esclusi dalle attività sociali. Oggi che il misero del periodo pre-borghese è diventato ricco, è rimasto misero perché non sa gestire lo spreco.

Lo spreco dentro la comunità

Nella partecipazione al rito c’è l’unificazione di tutti i membri, di quelli che offrono e gestiscono lo spreco e di quelli che vi partecipano. Viene riconfermata l’unione tra i due poli estremi della comunità, i più diseredati e i più potenti. Il rito unificatorio non realizza solo una generica unità comunitaria indistinta. Lega assieme il potente ed il diseredato, ma non ne annulla la distanza, anzi la riconferma.

Il fatto che le comunità abbiano organizzato in proprio molte occasioni dello spreco, come è possibile vedere nelle feste bacchiche, fa ritenere che lo spreco fosse una funzione antecedente al potere. La responsabilità del potere si manifesta anche come regolamentazione dello spreco sia nella forma della gestione in prima persona del medesimo, sia nella attribuzione di tempi, luoghi e modi allo spreco. Il momento della festa dissipatrice è anche un momento di liberazione di forze e pulsioni in modo disinibito ed incontrollato che assumono forme orgiastiche e violente.

Lo spreco è anche l’esibizione da parte del potere di benessere e abbondanza con cui abbagliare l’altro e insieme riconferma la potenza, e quindi il diritto ad esercitarla. Si tratta di un potere che non è mai “acquisito” una volta per tutte, ma deve ogni volta dare prova di sé. Comunità e potere finché sprecano assieme non si separano: la comunità rimane la base della legittimità del potere, e il potere rappresenta la cura del buon funzionamento della comunità.

Lo spreco agonistico

Anche lo spreco che contrappone due potenti e/o due comunità è un rito che distingue e insieme unisce. Le due potenze contrapposte esprimono se stesse attraverso ciò che sono in grado di sprecare. Ma il gioco qui è più pesante di quanto non accada dentro la comunità. Dentro la comunità, infatti, si tratta di uno spreco dimostrativo la cui misura viene stabilita o dalle tradizioni o dallo stesso potente e quindi non arriva ad intaccare la base materiale del potere. Laddove il donare rappresenta una sfida tra pari, può arrivare a dissoluzioni radicali della ricchezza che comportano la dissoluzione della comunità. Il rito dello spreco ha anche una funzione unificante e pacificatoria. I due nemici vengono legati da obblighi di reciprocità e l’aggressione si trasforma in ospitalità.

Intimità con le cose e sovranità

Nell’economia dello spreco, la perdita è il fine ultimo dell’attività economica. La distruzione è il modo migliore per negare che ci sia un rapporto utilitario. Il rito sacrificale permette la partecipazione intima del sacrificante con la vittima, quella partecipazione che era stata annullata dalla relazione utilitaria di cosalità/schiavitù. Il sacrificio della cosa senza altri fini, distrugge l’utilità. Libra entrambi dalla relazione di cosalità. La vittima scelta viene sottratta alla sua originaria condizione servile e per tutto il tempo che la separa dalla sua uccisione sacrificale entra in intimità con il sacrificante, partecipando della vita da libero fino al punto da portare le armi ed andare in battaglia. L’uomo che libra se stesso dalla cosalità è un sovrano, contrapposto ai miseri. L’atto di liberazione è un atto di liberazione di se stessi e un atto di liberazione dell’altro.

Il circuito uomo-natura

Non è rilevante che l’oggetto sacrificato sia un uomo o un animale o altro elemento. In ogni caso si tratta di qualcosa che è, o è diventato, pregevole ed è stato sottratto alla strumentalità dell’uso quotidiano. Il sacrificio come dissipazione di oggetti particolarmente pregiati ed onorifici mette assieme due movimenti diversi:

  • La liberazione dell’uomo dalla natura agli usi strumentali cui è stata sottoposta;
  • La liberazione dell’uomo dalla dipendenza dagli oggetti.

Lo spreco fa da tramite per la ricostituzione dell’armonia “intersoggettiva” tra l’uomo e la natura. Si tratta di un ricongiungimento tra i soggetti e non tra soggetto ed oggetto. Entrambi riacquistano la dignità originaria e su questo piano ricostruiscono anche l’unità.

Capitolo 2 - La transizione dal flusso al circuito

La rivoluzione mercantile

La relazione tra produzione e consumo nelle società precapitalistiche è un percorso rettilineo con a capolinea il consumo distruttivo. Il capitalismo si configura, invece che come un flusso rettilineo, come un circuito in cui produzione e consumo si intersecano l’uno nell’altro dando origine ad un crescente aumento della produttività in luogo della dissipazione.

La presenza di mercanti con le loro offerte di beni “esotici” da un lato e la loro possibilità di trasformare le eccedenze o in altri beni o in denaro, socchiude nelle società agricole la possibilità di un consumo ulteriore e la domanda di una produzione destinata non al consumo locale, bensì alla vendita.

La trasformazione richiede una circolazione monetaria, ossia richiede che una parte dell’eccedenza dei prodotti si trasformi in tributo monetario e che pertanto venga destinata allo scambio e non al consumo. Ora ai produttori appartenenti alle classi dominate, si chiedono dei tributi monetari. Pertanto essi devono trasformare in denaro una parte dei loro prodotti. Si apre la strada per un uso dell’eccedenza diverso dallo spreco.

La crescita di:

  • Un ceto mercantile;
  • Del volume degli scambi;
  • Della circolazione monetaria e, soprattutto
  • Della domanda di beni diversi da quelli locali che fluivano “naturalmente” nelle mani della nobiltà feudale,

sono stati la miccia della rivoluzione capitalistica. L’idea che lo sviluppo del mercato vada connesso con la nascita del capitalismo è stata avanzata a più riprese da studiosi di diversa impostazione:

  • Marx sosteneva che solo la pre-condizione di una circolazione monetaria sufficiente rendeva possibile il decollo del capitalismo. Ipotizzava l’esistenza di una società mercantile semplice quale premessa, quanto meno teorica, della società capitalistica.
  • Braudel riteneva che l’Italia dei mercanti e dei banchieri fosse una prima forma di capitalismo, limitato alla produzione e circolazione di beni di lusso.
  • In tempi più vicini a noi, s’è formata una corrente che ha individuato proprio nella trasformazione dei consumi, invece che nella trasformazione della produzione, l’inizio del capitalismo. Antesignano di questi “anti-produzionisti” è Sombart, secondo il quale il consumo lussuoso e la domanda di beni di lusso avrebbero originato il capitalismo in quanto, da un lato, avrebbero permesso la crescita della produzione e circolazione di beni e l’accumulazione di capitali derivanti da ciò e, dall’altro lato, avrebbero sollecitato lo sviluppo di un atteggiamento edonistico-estetico verso i beni materiali. Anche Sombart ritiene che agli esordi del capitalismo si trovino i beni di lusso per la classe superiore, ma invece di sostenere che si tratta di una prima fase del capitalismo, pensa ad una sorta di catena causale; sarebbe stata la domanda che avrebbe stimolato una crescita rapida dell’offerta, che si sarebbe concretizzata nella rivoluzione dei sistemi produttivi.
  • Mukerji individua nella rivoluzione commerciale del Cinquecento-Seicento un nuovo modo materialistico di approcciarsi all’accumulazione della ricchezza che sarebbe alla base di un nuovo modo sia di consumare che di produrre ricchezza.

La contrazione dello spreco

Tra la fine del feudalesimo e la nascita delle nazioni moderne le élite si vanno staccando dalle comunità locali. Il loro riferimento identitario è sempre meno la piccola comunità feudale o cittadina, da cui provengono, e sempre più i propri pari. Il distacco dalla comunità è parziale, nel senso che trasforma le connessioni da sostanziali in formali e mantiene quelle che già erano formali. Non vengono coinvolti i simboli comuni di appartenenza. Il più delle volte tali simboli sono stati solo gestiti dalla élite, ma hanno permesso ad esse di propagarsi come rappresentanti della comunità. L’élite può anche aver cercato di imporre dei simboli propri come simboli comunitari.

La frattura tra élite e comunità riguarda invece la comunanza di vita, inizia ponendo fine alla condivisione dello spreco e si conclude con il rifiuto della comunità come fonte di legittimazione del potere. Emblematica è la trasformazione delle feste. Nelle feste di origine antica notiamo qualche residuo della redistribuzione dei beni alla comunità, ma anche un progressivo allontanamento tra élite e popolo. Mentre dalla festa della Sensa, che diventa una festa della élite veneziana, viene emarginato il popolo, da altre feste è la nobiltà che si ritira. Peraltro il peso del popolo negli affari della Serenissima è ridotto a pura forma, e, col tempo, viene estinta anche quest’ultima se può dare adito all’idea di una partecipazione sostanziale. I nobili si impadroniscono di spazi pubblici come la sala del Maggior Consiglio, trasformandoli in spazi privati. Il Sansovino, nel 1570, lamenta che le feste dei patrizi veneziani non siano più aperte al pubblico bensì riservate e lontane dalla vita del popolo. Le feste popolari e le feste dell’élite si separano ed assumono forme e significati diversi. Le prime rimangono eventi comunitari, le seconde diventano esibizioni spettacolari di se stessi assumendo sempre più la forma di recite “teatrali” con lo scopo di esaltare la figura del signore e dei suoi ospiti. Gli spazi privati fanno la loro apparsa innanzitutto dentro le dimore signorili. Si fa strada l’idea della privacy. Questo confine tra interno ed esterno è evidente nella legge francese che permette che dentro casa, seppure con la porta aperta e quindi visibili all’esterno, si indossino abiti lussuosi. La privacy è separazione dagli altri e dall’uso comune. Ciò avviene prima in Italia che non in altre nazioni, la struttura dei banchetti: non più luoghi in cui tutti usano i medesimi piatti e bicchieri, bensì moltiplicazione delle stoviglie di modo che ognuno abbia le proprie posate ed i propri piatti. Le feste elitarie cominciano a svolgersi sempre di più in forme contenute e manierate.

Dallo spreco al possesso

Il flusso dalla produzione al consumo aveva dato luogo ad una civiltà dello spreco caratterizzata dall’intreccio tra consumo, ricchezza, socialità e potere. Tutto ciò si trasforma nel proprio contrario nella società capitalistica in cui al flusso si sostituisce il circuito. Ne sono derivati tre effetti immediati, densi di conseguenze:

  • L’ampliamento della dimensione personale a scapito della dimensione collettiva del consumo che finirà con il separare ciò che inizialmente era intrecciato indissolubilmente;
  • Un intervento sulla produzione per renderla adatta allo scambio con altri beni che finirà con lo spostare il luogo dell’esercizio del potere economico;
  • Una gestione della produzione e del consumo “più razionale” che introdurrà la commensurabilità tra beni precedentemente incommensurabili.
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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Arianna21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Boccato Angelo.
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