Corso di sociologia
Forme elementari di interazione
Premessa
Kandinskij preparò un libro che definiva gli elementi primari di ogni rappresentazione grafica che riguardano i rapporti fra linee e margini di una superficie. Le proprietà in questione sono dette “formali”, perché riguardano la forma di un elemento o di una relazione a prescindere dal loro contenuto. Le organizzazioni hanno certi caratteri essenziali e modi tipici di funzionare indipendentemente dal fatto che si tratti di un’impresa industriale o della chiesa cattolica. Tuttavia, per capire le relazioni familiari o quelle economiche dobbiamo disporre di altri elementi e di teorie specifiche della famiglia e dell’economia. Gli elementi sociali primari e le loro proprietà costituiscono la trama del tessuto sociale.
Azione, relazione e interazione sociale
La società è fatta di individui che si influenzano reciprocamente.
- L’azione sociale è un primo concetto di base della sociologia. Secondo la classica definizione di Weber si intende un agire che sia riferito, secondo il suo senso, intenzionato dall’agente o dagli agenti, al comportamento di altri individui, e orientato nel suo corso in base a questo. Per “agire” si intende un fare, ma anche un tralasciare o un subire. Cruciale è il riferimento al senso, vale a dire al significato intenzionale che l’attore dà al proprio comportamento.
Weber sviluppa una tipologia dell’azione sociale. Possiamo distinguere:
- Azioni razionali rispetto allo scopo: chi agisce valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si propone, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze;
- Azioni razionali rispetto al valore: chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da una causa che reputa giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze; anche questo è un caso di agire razionale, perché implica una scelta consapevole.
- Azioni determinate affettivamente: si tratta di pure manifestazioni di gioia, gratitudine, vendetta; questo tipo di azioni hanno senso per se stesse, senza riferimento alle conseguenze prevedibili. Non c’è riferimento consapevole.
- Azioni tradizionali: semplice espressione di abitudini acquisite, reazioni abitudinarie a stimoli ricorrenti, comportamenti che si ripetono senza interrogarsi su alternative; le azioni determinate affettivamente e quelle tradizionali sono al limite fra vere e proprie azioni sociali, consapevolmente orientate da un senso e i comportamenti puramente reattivi.
Raramente un comportamento concreto può essere classificato solo con riferimento a una delle categorie indicate. Normalmente è una combinazione di diversi tipi. La tipologia non spiega i comportamenti delle persone. È però utile per impostare problemi di analisi.
- È sempre meglio provare a considerare prima un’azione come razionale, e se mai solo dopo classificarla in altro modo. Fino a prova contraria, l’uomo si comporta in modo razionale;
- Emerge che la razionalità dell’azione è relativa alla situazione nella quale gli individui si trovano;
- Se bisogna tener conto del “senso” dato dagli attori all’azione, ne deriva che la situazione alla quale fare riferimento per classificarla è quella che gli attori definiscono, data la conoscenza che ne hanno e il punto di vista che adottano.
La necessità di tener conto della definizione della situazione da parte degli attori è espressa dal “teorema di Thomas”: una situazione definita dagli attori come reale, diventa reale nelle sue conseguenze. Se si sparge la voce che una banca è in difficoltà, chi ha i risparmi si affretta a ritirarli e di conseguenza la banca avrà difficoltà: profezia che si autoadempie di Merton.
Se invece che su uno solo, l’attenzione è posta contemporaneamente su due o più attori, si individuano altre unità elementari dell’analisi sociologica: la relazione e l’interazione sociale.
- Due o più individui che orientano reciprocamente le loro azioni stabiliscono una relazione sociale. Le relazioni sociali possono essere stabili e profonde (genitori e figli), transitorie e superficiali (stesso bar, cenno di saluto). Le relazioni sono spesso cooperative, orientate a raggiungere fini comuni o compatibili, ma anche di conflitto, volto ad affermare la propria volontà contro quella altrui.
- L’interazione sociale è il processo secondo il quale due o più persone in relazione tra loro agiscono reagendo alle azioni degli altri. Con l’interazione si realizza, si riproduce e si cambia nel tempo il contenuto di una relazione. La relazione è la base o il supporto dell’interazione, ma si può avere un’interazione anche nel caso di due persone che si incontrano casualmente per strada senza conoscersi e che non si vedranno mai più.
I gruppi sociali e le loro proprietà
Un gruppo sociale è un insieme di persone fra loro in interazione con continuità secondo schemi relativamente stabili, le quali si definiscono membri del gruppo e sono definite come tali da altri. Questa definizione non è esplicita su un punto: lo schema di interazione deve svolgersi su base di relazioni cooperative. Una categoria sociale non è un gruppo e neppure una classe sociale, può essere la base per la formazione di gruppi.
Proprietà relative alla dimensione
I caratteri dei gruppi cambiano con la loro dimensione. L’interazione può essere diretta (famiglia), o in parte diretta e in parte indiretta (azienda). La ragione per cui la differenza fra interazione diretta e indiretta è sociologicamente rilevante sembra collegata al modo in cui nei due casi gli attori comunicano fra loro. Con la crescita del gruppo aumenta la comunicazione indiretta, come ordini scritti. Questa è più precisa, ma anche più lenta, più fredda e più rigida. Il telefono consente l’interazione diretta a distanza, ma è per così dire a metà strada. Si possono trovare proprietà di gruppi di dimensioni determinate: le diadi e le triadi studiate da Simmel.
Un gruppo di due persone, una diade, ha una caratteristica che nessun altro gruppo ha: se un membro decide di uscire dalla relazione il gruppo scompare. Non si forma una collettività impersonale. La fragilità strutturale di cui si è detto e la forte personalizzazione giocano in direzione di un forte coinvolgimento psicologico e affettivo nella relazione e di norme culturali rigide che in una società proteggono tipici rapporti a due come l’amore o l’amicizia.
Le triadi producono le seguenti forme tipiche di interazione:
- La configurazione detta del mediatore si ha quando un terzo non direttamente coinvolto in una disputa, dialogando separatamente in condizioni meno cariche di emotività, è in grado di convincere gli altri a un accordo.
- Nello schema del tertius gaudens, il terzo approfitta per i propri scopi di una divergenza fra gli altri, secondo due schemi principali: due in conflitto cercano l’alleanza del terzo, o due cercano di ottenere il favore del terzo entrando in competizione fra loro.
- La massima politica dell’impero romano, divide et impera, è una variante della precedente. Quando un terzo fa sorgere o alimenta intenzionalmente una discordia a proprio vantaggio.
Lo studio dei piccoli gruppi di dimensioni superiori a tre ha messo in luce altre proprietà. A parità di altre condizioni, i gruppi con numero pari di componenti mostrano maggiori tassi di disaccordo e antagonismo rispetto ai gruppi con componenti dispari. Nei gruppi di cinque persone si registra il massimo di soddisfazione dei membri.
Proprietà relative ai confini
I gruppi formali prevedono regole precise sui requisiti, sulle procedure per l’ammissione e sui comportamenti da tenere per continuare a far parte del gruppo. Questi criteri sono invece taciti nei gruppi informali. Una singolare proprietà dei gruppi informali è che i confini non ben definiti sono spesso una condizione importante della loro stabilità. Un carattere importante del gruppo è il suo grado di completezza. Si riferisce al rapporto tra membri che fanno effettivamente parte del gruppo e persone che hanno i requisiti richiesti per l’appartenenza.
La definizione di un gruppo definisce anche categorie diverse di non appartenenti. Merton ha proposto una tipologia di non membri, costituita in riferimento al possesso o meno dei requisiti di appartenenza e a diversi atteggiamenti nei confronti dell’appartenenza al gruppo. Categorie residue sono concetti che sono espressi semplicemente per differenza; i concetti per essere analiticamente utili e per non nascondere aspetti della realtà, vanno sempre costruiti in positivo.
- Un gruppo di riferimento: ne condividono i fini, sentono di poter facilmente accettare le sue regole, hanno criteri di valutazione e di preferenza simili a quelli dei membri.
- L’uomo marginale: figure che si sono staccate da un loro gruppo di appartenenza, del quale non condividono più obiettivi e regole, senza che esistano le condizioni per poter essere ammessi nel nuovo;
- I membri potenziali: coloro ai quali il gruppo deve rivolgere la sua attenzione e la sua propaganda;
- I non membri neutrali: l’insieme di chi è semplicemente sullo sfondo sociale del gruppo;
- I non membri autonomi: sono pericolosi per il gruppo; contrariamente ai non membri antagonisti essi, pur potendolo, rifiutano di partecipare al gruppo.
- I non membri antagonisti: il rifiuto motivato del gruppo è l’espressione di norme e valori contrari.
La non appartenenza può anche essere vista in una prospettiva temporale, in tal caso si distinguono gli ex membri e i non membri che sono sempre stati tali. Si tratta di una differenza sociologica di non poca importanza. La rottura dei legami preesistenti comporta per i primi, e a parità di altre condizioni per i secondi, il rifiuto psicologico che l’indifferenza rispetto al gruppo.
Proprietà strutturali
Il ruolo è usato per indicare l’insieme dei comportamenti che in un gruppo tipicamente ci si aspetta da una persona che del gruppo fa parte. Il contenuto di questi ruoli cambia da cultura a cultura, da un’epoca all’altra. I ruoli sono comportamenti attesi, esistono norme di comportamento che valgono per i membri del gruppo e che regolano i loro rapporti. Le norme che valgono in un gruppo devono essere viste in rapporto all’insieme più generale di norme che orientano e regolano il comportamento nella società.
In un gruppo sociale i ruoli possono essere più o meno differenziati. Spesso un gruppo grande è anche a elevata differenziazione dei ruoli, ma non necessariamente, perché la differenziazione dipende anche dalla densità sociale: concentrazione spaziale delle persone e dal volume delle loro interazioni: quanto più aumentano le dimensioni e la densità sociale tanto più è probabile riscontrare una differenziazione dei ruoli. Durkheim, nell’ambito della sua concettualizzazione del cambiamento sociale, ha utilizzato questo punto di vista per lo studio delle società nel loro complesso, distinguendo fra società segmentali, nelle quali gli individui hanno ruoli simili e società a divisione del lavoro, quali le moderne società industriali.
I ruoli all’interno di un gruppo hanno evidentemente contenuti molto vari, ma se ne distinguono due tipi formali importanti:
- Ruolo specifico, che riguarda un insieme di comportamenti limitato e precisato (operaio in catena di montaggio);
- Ruolo diffuso, in cui i comportamenti attesi sono un insieme più ampio e meno definito (madre).
Un individuo ha diversi ruoli:
- Gruppi totalitari: impegnano il comportamento di tutti o quasi i ruoli di un individuo;
- Gruppi segmentali: che riguardino alcuni o anche solo uno dei loro ruoli.
Con riferimento ai ruoli, comportamenti attesi, si possono definire diversi caratteri tipici delle relazioni interne a un gruppo. Una distinzione che si fa al riguardo è quella fra gruppi primari e gruppi secondari:
- I gruppi primari: sono di piccole dimensioni, a ruoli diffusi, con contenuti affettivi e molto personalizzati (famiglia).
- I gruppi secondari: sono tendenzialmente opposti, più grandi dimensioni, ruoli specifici, relazioni più fredde e spersonalizzate.
Un’altra tipologia dei gruppi si sovrappone in parte alla precedente, ma è in realtà distinta perché si riferisce all’alternativa se il gruppo sia basato su uno statuto o regolamento esplicito in vista di certi scopi, oppure se si sia formato in modo spontaneo e senza che siano state fissate regole precise. Nel primo caso si parla di gruppi formali, nel secondo di gruppi informali. I ruoli sono schemi per l’interazione, ma il contenuto di un’interazione non può mai essere completamente compreso nella definizione dei ruoli.
Potere e conflitto
Non esiste un accordo generale sul concetto di potere, ma la più nota definizione è quella di Weber, secondo la quale “potere” è “la possibilità di trovare obbedienza ad un comando che abbia un determinato contenuto”. Per quanto possa suonare paradossale, a ogni rapporto di potere corrisponde anche un interesse all’obbedienza da parte del soggetto più debole, non fosse altro perché comportarsi in modo diverso sarebbe troppo costoso. Assumere questo punto di vista è importante perché ci obbliga a tener conto anche delle reazioni e delle strategie del soggetto più debole. Inteso nei termini specifici della definizione precedente, il potere si distingue da una più generale possibilità di condizionare il comportamento di altri, anche senza azioni dirette o comandi. Forme diverse di energia sociale, che comprendono i condizionamenti di chi, controllando una risorsa utile e rara, di fatto ne limita l’uso ad altri. Weber usava il termine Macht, tradotto in italiano con potenza, ma nel linguaggio sociologico, si usa anche a questo proposito il termine potere, in un senso dunque un po’ diverso dal precedente: si dice ad esempio che chi detiene i mezzi di produzione ha potere nei confronti dei lavoratori.
Un tipo di potere particolare è quello che Weber chiama “autorità”. Riguarda relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e doveri di ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori. Relazioni di autorità sono formalmente previste in tutti i gruppi secondari e in gruppi primari. Se ogni regola di autorità lascia margini di incertezza, se non è obiettivamente chiaro se e come l’autorità di un padre possa esercitarsi sul figlio in una determinata situazione, se il regolamento organizzativo non può fissare più di tanto il compito di un impiegato in situazioni mutevoli e non prevedibili in astratto, si apre un campo di conflitti, adattamenti e contrattazioni fra i soggetti, che sono parte normale dell’interazione all’interno di ogni gruppo. Questa proprietà è stata studiata soprattutto in relazione alle organizzazioni.
Il conflitto riguarda azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro la volontà e la resistenza di altri. A seconda delle circostanze e dei suoi modi, il conflitto può distruggere una relazione sociale o un gruppo. È stato Simmel a sviluppare maggiormente questi aspetti dell’interazione sociale successivamente ripreso dal sociologo americano Coser. Alcune delle proprietà formali del conflitto:
- Il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini del gruppo. Attraverso il conflitto i soggetti di un gruppo acquistano o conservano facilmente la consapevolezza della loro identità e particolarità. Il concetto introdotto da Sumner di in-group, ovvero gruppo di appartenenza, caratterizzato da coesione interna e ostilità nei confronti di specifici altri gruppi, definiti out-groups.
- I gruppi che richiedono un impegno totale della personalità sono capaci di limitare i conflitti, ma se questi esplodono, tendono a essere di particolare intensità e anche distruttivi delle relazioni di gruppo. Relazioni intense del genere indicato si trovano tipicamente nelle diadi e in generale in gruppi primari come la famiglia. Il forte investimento affettivo è caratteristico di queste relazioni, ed è tale forza a controllare le possibilità di conflitto. Se però questo si innesca, mette in gioco i forti investimenti della personalità e tocca una pluralità di contenuti. Bisogna precisare, distinguendo tra conflitti che mettono in qualche modo in questione il patto fondamentale che è alla base del rapporto e conflitti che non riguardano tali aspetti.
- Il conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna. Il nemico alle porte fa dimenticare i dissidi interni e il richiamo alla lotta induce lo spirito di collaborazione e anche di sacrificio in nome del gruppo. La proprietà esaminata vale anche nella circostanza particolare in cui, per ottenere coesione, il nemico sia inventato. È il caso del capro espiatorio, che si può ritrovare in un gruppo di amici come nelle organizzazioni. Capro espiatorio è un membro del gruppo al quale si dà sempre la colpa se qualcosa non funziona, magari solo scherzando e contando sulla sua condiscendenza, per fare in modo che altri non litighino seriamente.
- Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione fra gli antagonisti. Spesso un conflitto è il modo in cui due gruppi o persone entrano in contatto, conoscendosi e mettendosi alla prova. Le restrizioni che via via essi si pongono nell’interazione, per controllare gli esiti più dirompenti del conflitto, possono essere una prima base per lo sviluppo di regole e di rapporti più cooperativi. Per quanto si debba fare attenzione a trasferire ai gruppi in generale i risultati che riguardano alcuni di essi molto particolari, vale.
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