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Tra una cultura e l'altra: la crisi dei modelli di integrazione nel mondo globalizzato

L’armonizzazione tra le diverse culture presenti sul territorio è uno degli obiettivi primari dell’UE. Secondo la Commissione Europea integrazione = processo bidirezionale basato su diritti e obblighi reciproci. Patto di reciprocità:

  • Paesi ospitanti → garantire ai migranti modalità di partecipazione alla vita economica, sociale, culturale e civile del paese.
  • Migranti → rispettare norme e valori della cultura ospitante, senza rinunciare alla propria identità.

Modelli di integrazione

I modelli sono differenti soluzioni che le società contemporanee hanno adottato per risolvere i problemi di relazione tra culture diverse. Sono elaborati sulla base di politiche sociali attivate in differenti aree geografiche e politico-culturali. Verso la fine degli anni ’80, studi e ricerche hanno iniziato a segnalarne il fallimento e i governi nazionali hanno iniziato a cambiare rotta, introducendo modifiche.

Ogni modello è sostenuto da uno sfondo filosofico-culturale (visioni del mondo), per cui l’immigrato è visto come:

  • Lavoratore ospite, che transita provvisoriamente sul territorio nazionale.
  • Nuovo membro della società che deve essere messo in grado di fruire appieno del sistema sociale ospitante, in un regime di pari opportunità con gli altri cittadini.

Perno antropologico

Il perno antropologico attorno al quale si costruisce una cultura: la società ospitante mette l’accento su:

  • Appartenenza a una storia condivisa, comunanza di tradizioni (fattore etnico). Es. ius sanguinis.
  • Considera cittadino chiunque desideri essere socializzato alle norme e ai valori diffusi. Es. ius soli.

Pratiche e politiche che hanno avuto successo in altri periodi storici hanno risolto alcuni problemi di integrazione ma ne hanno aggravati altri. Le due tipologie di modelli più richiamate da studiosi sono:

Assimilazionismo

Prevalentemente derivato dalle politiche attivate dalla Francia (coloniale, post-coloniale). Prevede una strategia di integrazione diretta, rivolta agli individui. Ci si attende che il migrante si adatti completamente alla cultura della società ospitante, assimilando le priorità e gli stili di vita, accettando la destrutturazione della cultura originaria e l’apprendimento della nuova cultura a partire dal linguaggio (acculturazione). Obiettivo prioritario: realizzare l’uguaglianza giuridica e politica dei soggetti, in un contesto caratterizzato dal ruolo forte dello Stato, neutrale e laico, che attribuisce diritti (libertà culturale e religiosa) all’individuo, non al gruppo, purché non invadano la sfera pubblica e restino un fatto privato.

Lo Stato, indifferente o equidistante dalle varie culture presenti sul territorio, proclama l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Es. divieto francese nei luoghi pubblici del velo alle musulmane, ma anche crocifisso ai cristiani. Proprio in Francia recentemente atteggiamenti e proposte politiche xenofobe e razziste. La promessa di pari opportunità è stata disattesa: le seconde e terze generazioni degli immigrati hanno conosciuto disuguaglianze nel mondo della scuola e del lavoro, pessima qualità della vita, che hanno scatenato rivolte nelle banlieues parigine. Sul piano culturale tali disagi si esprimono tramite estremismi ideologici politico-religiosi es. radicalismo islamico (tipico prodotto della modernità e non della tradizione come si vorrebbe far credere).

All’interno di un modello possono esserci varie sfumature. La Zincone distingue tra assimilazionismo:

  • Statalista della Francia → ruolo di garanzia dello Stato.
  • Societario degli USA → ruolo di garanzia al mercato e alla società civile: ci si attende che il migrante assimili gradualmente la cultura ospitante grazie all’interazione con queste due realtà, in un contesto rigidamente gestito da norme e valori della società ospitante. Il melting pot di marca USA richiama una gestione della diversità basata sull’idea dell’insalata ricca, con frammenti di colori differenti, ma che nell’insieme creano un piatto soddisfacente, plurale e unitario insieme. È una forma di multiculturalismo di individui (non di gruppi come nel classico modello inglese) sostenuto da uno sfondo assimilazionista. La cultura americana è comunque dell’opinione che l’immigrazione costituisca una modalità di incremento della popolazione e, di conseguenza, crescita del mercato. Spesso dà vita a una società solo apparentemente omogenea e spesso non dialogante.
  • Multiculturalismo esclusivo della Germania, contrapposto a “inclusivo” inglese e olandese. Mira a non creare competizione sul mercato del lavoro tra lavoratori nazionali e immigrati, tramite politiche di parità contrattuale e salariale.

In tutte le sue accezioni (francese, USA, tedesca) l’assimilazionismo è un modello tendenzialmente inclusivo, nonostante le conflittualità evidenziate dalla cronaca. Dipende anche dallo stadio di sviluppo del paese ospitante: assimilazionismo considerato più antico, multiculturalismo risposta delle società occidentali in contesti di modernizzazione.

Multiculturalismo

Scelto dall’Inghilterra (coloniale, post-coloniale con l’incremento delle migrazioni), si basa sul riconoscimento dei diritti dei gruppi e delle comunità, affermatosi negli anni ’70 fino a metà ’90. Dell’idea che una vera accettazione della diversità dovrebbe sfociare in un sistema di diritti paralleli. Una realtà di sistemi giuridici distinti e affiancati è quasi impossibile infatti le forme contemporanee si distaccano molto dal tipo ideale. Il multiculturalismo si basa sull’accettazione della diversità entro certi limiti. Lo Stato garantisce trattamenti giuridici e servizi differenziati a favore delle minoranze: legittima la sua specifica tradizione ed etnicità, a cui viene garantita la coesistenza con la cultura maggioritaria ma anche con la pluralità delle altre etnie. Credenze e stili di vita diversi sono ammessi e persino incoraggiati, purché non introducano elementi rischiosi.

Es. corti islamiche in Inghilterra: tribunali etnici locali, con una giurisdizione limitata (ma sufficiente ad es. a tenere le donne sotto sudditanza di mariti e famiglia, come avveniva nel paese d’origine o in modo più rigido). La soluzione multiculturalista non sembra essere pienamente vincente, visto che proprio in Inghilterra sono maturate minacce di stampo terroristico, che ne denunciano il fallimento. Es. modello delle 3 S: sari, samosa, steeldrums (rendere familiari ai cittadini le culture dei gruppi etnici per favorire dialogo, ma rimane superficiale e folclorico. Kymlicka la definisce disneyficazione (banalizzazione delle differenze culturali). Produce rafforzamento di pregiudizi e stereotipi. Aumenta la disparità di potere e le rigidità culturali all’interno delle minoranze (gerarchie di tipo tradizionale). La leadership dei maschi anziani è l’unica legittimata a decidere quali tradizioni siano “autentiche”. Le élite tradizionali acquistano poteri, che forse non avevano neppure nelle comunità originarie, creando rigidità e ingiustizie all’interno del gruppo di immigrati.

Anche il multiculturalismo conosce sfumature diverse:

  • Olanda più statalista: da fine anni ’60 è stato attivo il sostegno dello Stato ai gruppi etnici e religiosi, replicando le metodologie dei secoli passati.
  • Regno Unito più societario: il sostegno statale ai gruppi etnici è sempre stato più debole di quello olandese. I valori di fondo sono tolleranza e interazioni pacifiche all’interno del territorio nazionale, anche se l’attuazione è sempre più difficile.

L’insieme delle osservazioni critiche al modello multiculturale viene definito oggi post-multiculturalismo, la cui proposta di fondo mira al superamento di teorie e pratiche considerate da più parti fallimentari.

Will Kymlicka

Noto per le sue ricerche e proposte sul modello multiculturale, filosofo e politologo, consigliere governativo in Canada, regione che ha maturato grande esperienza in fatto di integrazione culturale. Distingue due tipi di minoranze culturali:

  1. Nazionali o storiche, presenti in una società dall’inizio della sua formazione (es. Québec) → sono titolari di diritti collettivi in ragione della loro presenza sul territorio e del ruolo avuto nella formazione della nazione.
  2. Etniche, derivano da diverse ondate di immigrazione successive. → hanno gli stessi diritti, ma il loro status è diverso poiché hanno fatto una scelta eleggendo a patria un’altra nazione, di cui devono rispettare i costumi, norme, valori.

Es. Neri americani: non si trovano sul territorio USA di loro spontanea volontà, ma per un processo storico di cui sono stati vittime, la tratta degli schiavi. Per Kymlicka non è corretto limitare l’autonomia individuale in nome dei diritti collettivi, né possono essere consentiti oppressione e sfruttamento. È consapevole della complessità del problema: spesso i soggetti individuali sono percepiti dal loro gruppo di appartenenza come semplici portatori di un’identità collettiva e questo è intollerabile in un contesto liberale e democratico. Tenta di risolvere il problema distinguendo tra diritti buoni e cattivi: è inaccettabile e ingiusta la restrizione delle libertà individuali, ma è giusto tutelare le minoranze vulnerabili e minacciate nell’identità (istruzione, sanità, fiscalità).

In origine il multiculturalismo rappresentò una modalità di sistemazione giuridica e politica della diversità etnica. Emerso in Occidente come sostituzione di vecchie forme di gerarchia razziale e etnica (più affini all’assimilazionismo) e come invenzione di nuove relazioni di cittadinanza in contesti democratici. In una forma moderna il modello si afferma nelle democrazie occidentali degli anni ’70. È un fenomeno che per essere compreso deve essere messo in relazione alle grandi trasformazioni sociali del dopoguerra, in particolare la rivoluzione dei diritti umani e la rivendicazione delle diversità etnica e razziale. La sfida che i movimenti culturali hanno dovuto raccogliere è stata quella di non imporre a tutti un unico modello di cittadinanza ma, riconoscendo specificità e diversità, inquadrarle su diritti umani, libertà civili e responsabilità democratica.

Recente messa in discussione dei principi basilari del multiculturalismo, cerca di individuare le criticità che hanno reso difficile la sua applicazione nei contesti specifici. Soprattutto in Europa, il modello multiculturale è stato modificato, recuperando meccanismi di tipo assimilazionista o, come vengono in genere definiti, di integrazione civica. Tali trasformazioni non costituiscono un reale abbandono del modello multiculturalista, sono correttivi che contribuiscono ad adattarlo ai diversi contesti. Il fallimento sarebbe più una “narrazione” politica che una realtà concretamente osservabile. Gli interventi più rilevanti riguardano la questione linguistica e la formazione, delineano percorsi di apprendimento che consentono ai migranti di interagire con la società civile, familiarizzando con la lingua e con le conoscenze di base che favoriscono l’esperienza della cittadinanza. La lingua obbligatoria e la socializzazione alle norme e ai valori dominanti sono diventati i requisiti minimi che garantiscono l’accoglienza.

Kymlicka interpreta i mutamenti in atto come un rafforzamento del multiculturalismo tramite l’introduzione anche massiccia di provvedimenti di integrazione civica, cioè manovre assimilazioniste. La persistenza del modello multiculturale a fianco delle nuove politiche implica che i due approcci possano coesistere e, forse, rafforzarsi a vicenda, come in Canada e Australia, senza che il sostegno alle minoranze venga meno. Vanno nella stessa direzione: rafforzamento di diritti e poteri di autogoverno, riconoscimento leggi consuetudinarie, adozione della Dichiarazione Diritti Popoli Indigeni (2007) da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU. Per Kymlicka sono esempi di buone pratiche sia l’autonomia regionale della Catalogna, che avrebbe contribuito al consolidamento democratico della Spagna, sia il riconoscimento dei diritti indigeni, che promuoverebbero la cittadinanza democratica in America Latina.

I dati suggeriscono che non vi è incompatibilità tra multiculturalismo e integrazione civica. Alcune forme di integrazione però sono contrastanti. Due sono le principali forme di attrito:

  1. Il progressivo slittamento di una cultura dei diritti verso una cultura dei doveri: programmi obbligatori, la non osservanza delle regole comporta l’esclusione del migrante come persona non gradita. I paesi che adottano le forme più coercitive di integrazione (es. Danimarca), non hanno mai veramente abbracciato la strategia multiculturale, o hanno smantellato i programmi multiculturali precedenti (es. Paesi Bassi). Al contrario Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo hanno sviluppato politiche sempre più marcatamente multiculturali, introducendo forme liberali di integrazione civica.
  2. Mutamento nella definizione di identità nazionale: può avere un’impronta aperta o chiusa e totalizzante (comporta un taglio netto e irreversibile con l’identità originaria. Al migrante non viene proposto di aggiungere una nuova identità a quella di nascita, gli si chiede una completa destrutturazione per abbracciare un’identità nuova. Es. divieto doppia cittadinanza).

Kymlicka conclude il report proponendo un modello ibrido, fondato su un multiculturalismo (in buona parte ideale) corretto.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BarbaraM92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia delle relazioni interculturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Tedeschi Enrica.
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