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Costruisce il concetto in opposizione alla concezione tradizionale che immagina le culture come entità singole

(versione classica di Herder: una cultura plasma la mente dei suoi membri secondo un modello identitario

omologato, fondato su 3 prerequisiti: omogeneità socio-economica, etnica, territorio. Oggi è insostenibile anche

perché può alimentare razzismo). Le culture contemporanee sono eterogenee e non possono essere gestite in

modo soddisfacente né dall’assimilazionismo né multiculturalismo. Mentre x il multiculturalismo la parola chiave

è “autonomia”, per l’INTERCULTURALISMO è “comunicazione” (attraversamento, interconnessione, rete).

Ispirandosi a Wittgenstein (teoria dei giochi linguistici) e Nietzsche (crisi dell’individuo, idea di soggetto come

attraversamento di confini e sua identificazione con la moltitudine) sostiene che l’atteggiamento verso le culture

deve trasformarsi focalizzandosi non sulle differenze ma sulle somiglianze. La globalizzazione non è solo

facilitatrice di progetti transculturali che mettono in dialogo le culture, ci sono anche distorsioni, criticità sociali e

culturali: contraddizione tra spinte omologanti e revival localistici denuncia la presenza di disagi sociali, paura e

chiusura alla minaccia e imposizione dell’uniformità culturale. I significati che attribuisce Welsch alla

transculturalità trascendono l’antitesi tra globale e locale.

• TRANSCULTURALISMO che definisce nuove visioni e politiche dell’interazione culturale, prodotta dalla

migrazione e dai processi collegati di ibridazione cross-culturale. L’approccio transculturale viene intesocome

strumento analitico, idealtipico (transculturalismo) ma anche come obiettivo da raggiungere, modello ideale in

grado di orientare l’agire sociale, a livello macro e micro delle interazioni quotidiane (transculturalità).

ARJUN APPADURAI: flussi globali e modernità diffusa.

Le società complesse sono sistemi interattivi inediti che devono la loro originalità a un nuovo ordine mediatico-

culturale e economico-sociale, i cui pilastri sono lo sradicamento e la distanza tra individui e gruppi, ma anche la

vicinanze elettronica e informatica. Il sistema è un immenso contenitore di flussi di soggetti sociali e merci, oggetti

simbolici e culturali. 2 spinte opposte confliggono costantemente:

global: tendenza all’omologazione culturale, pensiero unico (nei confronti di altre culture si traduce in politiche

assimilazioniste). Tentativo di UNIFORMARE gli “altri” ai valori e credenze Usa (americanizzazione), mercificazione

diffusa.

Local: tendenza alla particolarizzazione, diversificazione delle reazioni agli stimoli dell’ambiente, accentua le

differenze culturali.

Multiculturalismo e assimilazionismo sono il risultato di queste spinte opposte che si scontrano sul terreno delle

relazioni sociali e culturali. Appadurai mette in luce quanto questo modello sia obsoleto, proponendo un analisi

puntuale dei flussi generati dalla globalizzazione e caratterizzati dalla MODERNITA’ DIFFUSA (aumentano velocità

e potenza di connettività e circolazione dei contenuti culturali) e individua 5 orizzonti (rappresentazioni culturali)

frutto dell’immaginazione di individui e gruppi, sono forme tipiche di costruzione delle identità individuali e collettive:

1. 

ETHNOSCAPES prodotte dal flusso delle migrazioni, che definisce “diaspore”, sono visioni etniche ma di

un’etnia costruita mediante immagini contaminate sia globali sia locali (es. revival delle culture degli indiani delle

riserve Usa)

2. 

MEDIASCAPES flusso di simboli e contenuti mediati dalla comunicazioni di massa (es. attraverso filmografia)

3. 

TECHNOSCAPES flussi di saperi tecnologici (social network costruiscono comunità glocali)

4. 

FINANSCAPES flussi di denaro ridefiniscono reti e confini tra locale e globale

5. 

IDEOSCAPES flussi di idee, credenze, rendono conto di esperienze della realtà, vissuti soggettivi e collettivi.

Nel mondo contemporaneo l’opposizione netta tra globale e locale sfuma in un’immagine + complessa che risulta

da 2 spinte opposte:

• indigenizzazione di contenuti globali

• globalizzazione di contenuti locali

Migranti e non appaiono de-territorializzati.

JAN NEDERVEEN PIETERSE: multicultura globale e medio evo prossimo venturo.

È particolarmente interessato alle ricadute culturali dei processi globalizzanti. Sostiene sia necessario connettere

fenomeni strutturali e sovrastrutturali, focalizzando la ricerca sulle trasformazioni dell’economia globale e le

implicazioni epocali che hanno avuto sui processi culturali. Elabora una teoria che ripercorre i processi di

internazionalizzazione partendo da lontano, recuperando concetti come “impero”, “egemonia”, focalizzando

l’attenzione sulla DISUGUAGLIANZA SOCIALE e sui movimenti + recenti che si oppongono alle conseguenze

discriminatorie e antidemocratiche della globalizzazione. La sua critica alle politiche dominanti si basa su un

approccio che deve molto ai movimenti x la decrescita e x uno sviluppo alternativo, che garantisca + uguaglianza e

rispetto delle minoranze.

Collega il termine IBRIDISMO al contesto di nascita del vocabolo (prevalentemente agricolo) e al profondo legame

con i Cultural Studies di Stuart Hall. Il concetti di ibridismo gli serve come strumento ermeneutico x interpretare le

dimensioni culturali della globalizzazione. Colloca il fenomeno in contesti antropologici + ampi, il cui studio rivela

come il traffico interculturale rappresenti lo sfondo dinamico dello sviluppo in tutte le sue fasi, anche pre-moderne.

Globalizzazione non deve essere confusa con occidentalizzazione. Dalle nostre comuni origini africane, l’umanità si

è evoluta secondo uno schema dominato dall’ibridismo culturale. La globalizzazione produce nuove dialettiche delle

frontiere, antiche separazioni sfumano ma affiorano nuove delimitazioni.

Punto di vista sulla ricerca sociale: gli studi dovrebbero essere interdisciplinari, multi-livello. Bisognerebbe evitare la

frammentazione e favorire la connessione dei saperi. Antropologia, sociologia, geografia dovrebbero fondersi. Es. il

concetto di capitalismo andrebbe decostruito per individuarne le tipologie e ampliare le conoscenze relative ai

diversi capitalismi (liberale di stampo inglese, coordinato in stile tedesco, statalizzato tipico francese).

Riflessioni di IBN KHALDUN sulla categoria del “nomadismo” riprese in Italia da Toni Negri, relativizza il ruolo degli

Stati nazionali e si rivela utile nello studio dei flussi transfrontalieri e delle culture globali/locali nelle società

complesse. Molti processi socio-culturali della post-modernità possono essere interpretati grazie a questa

categoria.

Oltre al nomadismo si sta affermando un processo che già da fine anni ’70 era stato definito come “neo-

medievalismo” alludendo a un sistema di autorità che si sovrappongono e intrecciano a forme di lealtà tipiche delle

società feudali. Questo miscuglio di nomadismo e medievalismo, cioè una forma sociale decisamente ibrida viene

definito da Pieterse MULTICULTURALISMO GLOBALE (processi reticolari+acuirsi multiculturalità).

Parte infatti da una concezione singolare della cultura che implica una visione dell’apprendimento come un

processo mai completo, sempre in divenire, non necessariamente legato ad un luogo particolare. Le culture sono

forme di apprendimento emotivo e cognitivo legate a contesti circoscritti, interagiscono, si scontrano o armonizzano,

ma è un errore definirle come ciò che distingue persone o popoli, sono ciò che le persone CONDIVIDONO.

“Multicultura globale” spiega l’equilibrio tra le culture e le trasformazioni che attivano la mobilità globale. Concetto di

STRATIFICAZIONE esprime la sua visione, che schematizza i rapporti tra le culture:

1. 

culture situate strato + superficiale (immediatamente visibile), appare rigido ma in realtà è mutevole. Sono

civiltà, religioni, nazioni, etnie, subculture, località e città.

2. 

culture transnazionali si sta consolidando questo livello + ampio, transnazionale, conseguenza delle

trasformazioni indotte dalla globalizzazione socio-economica. Mutevole, ma molto + ampio del primo perché

coinvolge molti popoli.

3. 

culture profonde livello molto profondo, sopravvivono schemi culturali antichi che Pieterse collega a un

software universale invisibile posseduto da tutta l’umanità. Sembra piuttosto un hardware (meccanismo di

funzionamento della mente, modalità specificamente umana di interagire con l’ambiente).

Ogni contesto locale, secondo questo modello, è il frutto, in un dato momento, delle intersezioni tra questi strati

diversi di culture e solo un’indagine approfondita può tentare di ricostruire i processi e fenomeni osservabili nella

società.

Conclusioni

I modelli di integrazione che hanno orientato fin qui le policies sono in crisi, anche se hanno realizzato obiettivi parziali e qualche

successo. L’attuale criticità dipende soprattutto dalla loro incapacità di misurarsi con i mutamenti dello scenario mondiale. Lo sfondo

ideologico che li accomuna deriva da una concezione superata di cultura, il cui effetto sulle pratiche sociali è inefficace poiché

riproduce polarizzazioni, conflitti e rigidità e non è in grado di risolvere i problemi generati dai processi della globalizzazione e della

transnazionalizzazione.

1. L’ASSIMILAZIONISMO ingloba i diversi imponendo uniformità culturale.

2. Il MULTICULTURALISMO, pur con il merito di rifiutare etnocentrismo e discriminazioni, di fatto insiste sulle differenze, conferma la

distanza e l’incompatibilità tra le culture.

3. L’INTERCULTURALISMO pone l’enfasi sul dialogo e il confronto diretto tra le culture, ma non riesce ad abbattere le barriere

culturali, superare stereotipi, sconfiggere ghettizzazione dei diversi. Molto spesso nel tentativo di valorizzare le differenze le

politiche multi e inter culturali attivano processi di autoidealizzazione delle minoranze, credenze in miti fittizi e nostalgici

sull’autenticità e purezza delle origini che intensificano i conflitti invece di contenerli.

Le istituzioni internazionali cercano di individuare soluzioni concrete a specifici problemi nazionali in PERCORSI IBRIDI e SISTEMI

MISTI, come quello auspicato da WILL KYMLICKA. Altri autori ritengono che sarebbe + produttivo andare alla radice della crisi

mettendo in luce le cause strutturali e profonde: le analisi radicali di HENNERZ, WELSCH, APPADURAI E PIETERSE sono diverse ma

hanno elaborato TEORIE DI INTERFACCIA che pongono l’enfasi:

• sulla relazione tra le culture piuttosto che sulle differenze

• sullo snodo delle reti che le collegano, piuttosto che su eventi e processi interni.

Questo nuovo approccio discende da un mutamento di paradigma, che non considera + la cultura nella sua unità, ma sofferma

l’attenzione sulle interconnessioni, scambio simbolico e interazioni. Questa scelta è teorica e metodologica ha ricadute sulla ricerca e

sulla governance. Discende dalla presa d’atto che la transnazionalizzazione è osservabile, quindi misurabile, solo nelle relazioni,

processi e transiti. Nei passaggi da una condizione all’altra il sociologo può riconoscere la formazione dell’ibrido e della

contaminazione culturali, ricostruire le tipologie sociali (come quella del migrante o meglio transmigrante perché bisogna osservare il

suo transitare, coglierlo nel momento di passaggio da una cultura ad un’altra). Il sociologo potrà allora riconoscere la CULTURA DEL

PASSAGGIO, quella che si forma nel processo del migrare ed è diversa da quella di provenienza ma anche di approdo. Il

transmigrante è un nuovo soggetto sociale, nomade e cosmopolita, occorre posarvi uno sguardo interpretativo nuovo e una nuova

governance a livello delle politiche sociali.

CAP. 2 LA RICERCA TRA GLOBALE E LOCALE

Le metodologie utilizzate nella ricerca interculturale: QUALITATIVA, QUANTITATIVA, MISTA,

SPERIMENTALE.

RICERCA QUALITATIVA: molto sviluppata nelle ricerche etnografiche. L’ETNOGRAFIA come pratica di lavoro

sul campo e filosofia della ricerca rappresenta un punto di contatto importante tra discipline diverse. È la

descrizione del modo di vita di un aggregato umano che x essere descritto deve essere osservato. Nasce

dall’interesse x l’alterità e dalla ricerca dei termini e del linguaggio + appropriato x descrivere l’Altro.

RICERCA QUANTITATIVA classicamente x studi demografici e statistici sulle migrazioni, importanza sempre +

rilevante nel contesto della globalizzazione poiché consente di misurare flussi transnazionali cruciali

(commerciali, finanziari). I dati numerici arricchiscono di significato osservazioni sul campo. Nascono così le

METODOLOGIE MISTE o INTEGRATE che, x rappresentare i fenomeni indagati nel modo + completo e

approfondito si avvalgono sia dell’approccio qualitativo sia quantitativo.

METODI QUALITATIVI

Etnografia e alterità

Lo sguardo occidentale sull’Altro si è trasformato dagli anni ’70: si sono sviluppati movimenti culturali che

hanno accusato le scritture etnografiche di etnocentrismo e imperialismo culturale, iniziando a sperimentare

nuovi modi x rappresentare le culture diverse. Le tecniche + rappresentative del post-modernismo anni ‘80/90

sono l’AUTOETHNOGRAPHY e la PERFORMANCE ETHNOGRAPHY. Il contributo forse + rilevante di quel

periodo di ricerca è la TECNICA AUTORIFLESSIVA che moltiplica i punti di vista presenti nel testo etnografico.

Le etnografie della globalizzazione rifiutano l’entusiasmo etnocentrico x l’aumento di connessioni e mobilità e,

spostando il focus dalla rappresentazione dell’Altro all’orizzonte di ricerca, studiano le criticità e gli effetti

perversi della globalizzazione sulle culture emarginate.

Descrivere lo straniero

Simmel sulla condizione dello straniero: l’identico rassicura, il diverso genera terrore. La comunità vive lo

straniero come minaccia, intorno ad esso la comunità costruisce immagini, ideologie, narrazioni, con

definizioni che lo etichettano come pericoloso, non gli riconosce il ruolo positivo che di fatto ha: rende coeso il

corpo sociale che si compatta contro la diversità, imprime movimento e mutamento sociale, ricopre suoli

rifiutati dalla comunità. La paura dell’Altro ha radici profonde nella psiche collettiva, ma nelle società

complesse si lega a un nuovo senso di smarrimento che deriva dalla liquidità sia della valutazione realistica

dei pericoli sia della disponibilità dei rimedi. Questo stato di costante incertezza crea dispositivi inconsapevoli

di rabbia e aggressività che una volta emersi vengono razionalizzati tramite retoriche ideologiche e socio-

politiche. I nazionalismi, i secessionismi, pulizie etniche si appellano sempre a fantasiose mitologie

archetipiche. La TEORIA DELL’ETICHETTAMENTO ha effetti anche a livello inconscio, modifica

l’autoimmagine dei soggetti colpiti, condiziona le definizioni delle situazioni che essi vivono. Etichettare l’Altro

è come raccontare una storia che lo vede perdente, ma attraverso l’individuo è la sua cultura che viene

giudicata e penalizzata. Le società rappresentano le culture straniere secondo modelli storicamente e

sociologicamente determinati. Quindi, il ruolo del linguaggio nelle scienze sociali è cruciale.

La scoperta dell’Altro

Foucault con l’analisi dei regimi di verità e Derrida col decostruzionismo hanno svelato i termini convenzionali

e le metafore non innocenti che possono inquinare la scrittura scientifica, diventando una modalità linguistica

di esercitare il POTERE. Con l’antropologia interpretativa di Geertz emerge la CRISI DELLA

RAPPRESENTAZIONE che mette in discussione anche ciò che avviene a monte della scrittura (fieldnotes),

nella relazione tra ETNOGRAFO e INFORMATORE. Geertz cerca di testualizzare il significato che scaturisce

dall’interazione con i nativi in una scrittura densa (thick description), articolata e dettagliata, il cui scopo è la

reciprocità nell’interpretazione. X Geertz la descrizione etnografica nasconde/rivela i rapporti di potere ed è

anche uno strumento x offrire al lettore una rappresentazione di sé e dell’Altro il + possibile aderente, non

tanto alla realtà oggettiva, quanto alla realtà vissuta dai 2 poli della relazione osservativa. Le parole x

descrivere l’Altro emergono dall’interazione sul campo.

Anni ’80: si diffonde la sensibilità post-moderna e il movimento di WRITING CULTURE promosso da Marcus e

Clifford mette al centro della critica la questione del potere. Persino Geertz che tra i primi lo aveva denunciato

viene visto come un manipolatore non diverso dagli etnografi tradizionali. Il metodo interpretativo da lui

proposto lascia invariato il potere e il controllo dell’autore etnografo sulla traduzione e sul linguaggio che

definisce l’Altro, perché di fatto è gestito dall’autore e il punto d’osservazione rimane etnocentrico.

Vocabolari della diversità: l’etnografia post-moderna

La nuova etnografia cerca nel post-modernismo lessico e strumenti x produrre testi in cui i soggetti sociali

esprimano la pluralità dei punti di vista presenti sul campo. Attenzione alla soggettività del ricercatore, dialogo

con i soggetti sociali, creatività nella comunicazione dei risultati della ricerca.

Soggettività e dialogo sono le componenti principali della RIFLESSIVITA’ che consiste nella capacità del

ricercatore di autosservarsi nella negoziazione con gli intervistati mettendo a fuoco le relazioni e gli scambi

emozionali, oltre che culturali, e senza tacere gli errori e gli incidenti di percorso personali o metodologici.

L’etnografo accetta di mostrarsi con la propria vulnerabilità e rinuncia alla posizione pretenziosa dell’autore

onnisciente, ponendosi sullo stesso piano degli altri attori sociali. La terza persona della prosa oggettiva viene

sostituita dall’IO NARRANTE che racconta se stesso in relazione con l’Altro.

L’AUTOETNOGRAFIA, precedente al post-modernismo ma da esso valorizzata, ha una grande varietà di

tecniche e definizioni che esprimono il bisogno della scoperta di sé, in un contesto in cui l’Altro fa da specchio.

Tentativo di immedesimarsi con l’Altro e autosservazione delle proprie reazioni. Ciò accade perché

l’autoetnografia in senso stretto riguarda un etnografo che non è andato su un campo x lui straniero ma che

conosce nei dettagli, è x lui + che familiare. Però è un contesto considerato eccezionale rispetto alla normalità

sociale. Es. autoetnografia etnica: un nativo divenuto etnografo descrive dall’interno la sua cultura d’origine. Il

discorso su se stesso e su l’Altro tendono a coincidere e la sua abilità principale è quella di praticare il

distacco da ciò che vive x poterla interpretare come fatto sociale. Ma le parole che sceglierà saranno le +

aderenti e condivise dagli altri.

Molti etnografi hanno incluso fisicamente intervistati e informatori nei loro resoconti praticando l’etnografia

performativa (PERFORMANCE ETHNOGRAPHY) che si serve dell’arte teatrale e figurativa, comunicando i

risultati delle ricerche in forma di spettacoli con installazioni multimediali e narrazioni visuali. Es. “Cercando

Osun” della Jones sulla cultura nigeriana. La performance scaturisce da una collaborazione tra etnografo e

comunità studiata in una forma che lascia emergere anche la soggettività dell’etnografo e invita il pubblico a

esprimere le sue opinioni.

Limiti dell’etnografia post-moderna

Ha suscitato dibattiti accesi e numerose critiche. Mette in discussione finalità, metodo e forma del discorso

scientifico, rivendicando un pluralismo metodologico che tende all’anarchismo e inventando forme inedite di

comunicazione. Coltiva l’illusione di poter andare oltre le convenzioni letterarie, le politiche dell’identità e i

generi. Lo spirito è fintamente includente: la negoziazione è condotta dall’etnografo, che gestisce la

trasposizione narrativa dei dialoghi realmente avvenuti sul campo. Sebbene applichi la riflessività e inserisca

se stesso nel testo, è facile che sia condizionato dalla propria esperienza personale creando una relazione

osservativa falsata. Tutte le forme di comunicazione individuate dagli etnografi post-moderni sono finzioni

retoriche:

• modello dialogico, imperniato sulla relazione duale con l’informatore privilegiato

• polifonico, con l’ambizione di cogliere la pluralità delle voci in una comunità

in entrambi l’autore può non essere nel testo, ma sarà nel paratesto, nella gestione editoriale e di marketing.

La critica all’EGEMONIA dell’AUTORITA’ ANTROPOLOGICA è apparente: l’etnografo che si eclissa x far posto

all’Altro e consegnargli l’autorità della parola è un falso. Se non si eclissa ma si racconta allora è dominato

dalla propria leggenda personale: una storia immaginaria di se stesso. X Gergen perfino nei nostri monologhi

+ solitari la verità appare irraggiungibile.

Es. lettura critica di un testo famoso “Tuhami: Portrait of a Maroccan” (1980) di Vincent Crapanzano ad opera

di Toshiko Sakamoto, una studiosa giapponese che accusa l’autore di non aver raggiunto gli obiettivi scientifici

che si era dato. “Tuhami” è la tipica etnografia cui fanno riferimento i post-moderni quando vogliono portare un

esempio di auto-riflessività dell’autore, dialogo e polivocalità, interazione sul campo, corretta politica

dell’identità e scrittura priva dei meccanismi della retorica etnografica classica. Tuhami sostiene di essere

marito di una demone che lo possiede e gli impedisce di vivere la sua vita. L’etnografo pratica l’osservazione

partecipante rappresentando se stesso con i suoi ragionamenti razionali. La Sakamoto discute il metodo:

ambiguità e forzature nella rappresentazione dell’intervistato. Relazione: psicanalista e paziente (rapporto di

potere), il racconto di magia diventa “metafora”, tempo del campo distante dalla scrittura a tavolino, assenza

del traduttore che ha avuto un ruolo decisivo.

La voce dell’Altro in un mondo globalizzato

Si è passati dal focus sulla rappresentazione dell’Altro al focus sulle dimensioni dell’oggetto della ricerca. Si

tenta di individuare connessioni tra la situazione locale (disagio, esclusione dell’Altro) e le scelte del

capitalismo globale. La portata sociologica del termine globalizzazione è vaga, Giddens la chiama “second

modernity” e usa il concetto di strutturazione x spiegare che allo stesso tempo abilita e costringe, ma x il

marxista Burawoy non dice chi è costretto e chi abilitato. Propone di rifiutare il ritratto evoluzionistico del

capitalismo e studiare nelle realtà concrete e nei dettagli come i processi globali sono vissuti nel locale e che

effetti specifici hanno sulla vita quotidiana.

Lapegna riconosce nella varietà della nuova etnografia 2 distinte correnti di ricerca, 2 nuovi vocabolari x

raccontare l’Altro ai tempi della globalizzazione:

1. MULTI-SITE ETHNOGRAPHY di Marcus. Nasce dal literary/hermeneutic turn e osservazione partecipante.

Deve molto agli studi di Appadurai sull’economia culturale globale, in cui la visione multi-situata appare +

adeguata di quella tradizionale ormai obsoleta, che localizzava luoghi e culture. Mette in discussione la

pratica di delimitare il sito. X Marcus parola chiave: “follow the people”: l’etnografo non trova + il sito già

fatto, lo costruisce tramite i collegamenti creati dalla realtà globale. È concepito meno in termini di spazio,

+ in termini di interconnessioni. X Marcus l’etnografo non dovrebbe rappresentare il mondo dell’Altro con le

proprie categorie (capitalismo, nazione, world system) che rimandano all’etnocentrismo, ma queste

devono emergere dalla ricerca e dal campo come avviene col metodo GROUNDED THEORY. La teoria

scaturisce dalle relazioni logiche che l’etnografo stabilisce comparando siti e analizzando connessioni tra

siti. Riflessività = controllo delle relazioni di potere sul campo e descrizione dell’Altro nel testo.

2. GLOBAL ETHNOGRAPHY di Burawoy. Nasce dall’historical turn e pragmatismo realista. dedica spazio

allo studio storico di come i siti stessi si sono prodotti e hanno acquisito le loro caratteristiche. Il locale è

sempre connesso al globale attraverso l’etnostoria che è in grado di spiegare come determinate

connessioni producono e riproducono o destabilizzano gerarchie di potere. Si torna anche a studiare siti

già studiati x meglio coglierne le trasformazioni diacroniche come nell’EXTENDED CASE METHOD

(ritorno sul campo e verifica di teorie elaborate nel passato). Riflessività: autocontrollo teorico, evitare un

ritratto della globalizzazione funzionale alla posizione privilegiata dell’etnografo.

Globalizzazione e ridefinizione dei luoghi

I luoghi sono globali e locali allo stesso tempo. Massey critica l’identificazione tra luogo e comunità/società

poiché la relazione sociale può esistere oggi anche senza radicarsi in un luogo, il quale è diventato contenitore

di una pluralità di culture che è impossibile collegare all’idea classica di comunità o società.

Esempi di ricerche multi-situate: il contributo di Peggy Levitt


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BarbaraM92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia delle relazioni interculturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Tedeschi Enrica.

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