Estratto del documento

Capitolo primo: L'antropologo e la sua ombra

Il ruolo dell'informatore nella costruzione della rappresentazione etnografica

La rappresentazione etnografica

Spesso vi è la tendenza a considerare il testo antropologico come il frutto di un rapporto senza scambio tra qualcuno che osserva e registra in modo passivo un oggetto di studio. In realtà la raccolta di informazioni non avviene come un flusso comunicativo neutro, poiché è il risultato dell’esperienza condivisa tra antropologo e informatore. Il risultato che ne esce è frutto di una costruzione, negoziazione e contestualizzazione di diversi punti di vista.

Nonostante ciò gli antropologi tendono per lo più a chiamarsi fuori dall’incontro etnografico e a rimuovere così le dinamiche dei rapporti che si instaurano sul campo. Così facendo l’effettiva presenza dell’indigeno sul campo si trasforma nella sua assenza dal testo antropologico, con la conseguenza che questi informatori siano trasformati in semplici trasmettitori di notizie.

La pretesa dell’etnografo di poter descrivere una realtà culturale e di fissarne l’autenticità sulla base della propria esperienza di campo viene spessa messa in discussione dato che la rappresentazione data dall’autore altro non è che il frutto di uno scontro tra stili di vita differenti. Ciò ha portato a porre un maggiore accento sul procedimento di ricerca stesso, nonché a ripensare sull’importanza dei rapporti stabiliti tra antropologo e informatori indigeni e a dare un maggior peso al campo, visto come ambiente nel quale agisce la realtà locale.

La rappresentazione etnografica non ha il compito di fornire una copia più o meno perfetta di un determinato oggetto: la cultura va analizzata come il risultato di un accordo tra soggetti comunicanti, in modo tale che si possa raccontare gli altri in modo da spiegarli e renderli plausibili. Ovviamente, con la partecipazione degli stessi indigeni, l’antropologo si lascia influenzare in modo più o meno marcato. Così, i reali protagonisti del discorso antropologico non sono dunque né l’antropologo né l’indigeno presi singolarmente, bensì la relazione che ne scaturisce tra loro.

Le culture non possono che configurarsi come delle invenzioni, ovvero come il risultato di una costruzione compiuta da uno degli individui che partecipano ad una conversazione. Infatti, gli eventi vengono strutturati e definiti attraverso il domandare e il rispondere reciproco di antropologo e informatore.

Dalle interazioni tra il ricercatore e l’indigeno, deriva il testo negoziato, ovvero il risultato finale della ricerca antropologica che spesso non è tanto ordinata ed armonica come appare al lettore. Il testo è però condizionato anche dalle caratteristiche dei soggetti di studio, che vengono considerati dal ricercatore come interpreti originali della propria cultura. Pare ovvio che differenti modelli di interazione tra ricercatore e informatore determinano anche modi diversi in cui una cultura viene rappresentata e presentata dall’antropologo stesso.

Franz Boas e George Hunt: la costruzione di un testo

Con Franz Boas ci troviamo di fronte un testo non ancora autorevole, dato che in molte sue opere è incluso parecchio materiale scritto dagli informatori stessi. Le sue ricerche etnografiche sono caratterizzate da un metodo particolare, basato prevalentemente sulla raccolta e, in misura minore, dall’analisi di testi in lingua nativa. Il risultato di tale lavoro è perciò enorme, con pagine di testi redatti direttamente da Boas ma spesso anche da un suo collaboratore indiano, George Hunt, al quale Boas insegnò a leggere e scrivere. Trasformatosi in un vero etnografo, Hunt raccolse i due terzi dei testi che confluirono nelle pubblicazioni di Boas riguardo la cultura dei Kwakiutl.

Questo tipo di ricerca possedeva due scopi fondamentali: non solo indagare sulle differenze e somiglianze per quanto riguarda il linguaggio, i caratteri e le abitudini dei gruppi indiani, ma anche presentare la cultura indiana come appare all’indiano stesso. Ed è soprattutto su questo secondo punto che Boas pose una particolare enfasi durante il suo lavoro.

Per questo motivo i testi sono presentati con pochi passaggi esplicativi o sintetizzati e nel complesso tutto il materiale appare disorganizzato, soprattutto se questi testi erano redatti dall’indigeno. Inoltre, dato che i testi vengono composti in privato tra indigeni, l’indigeno subisce una minore pressione ed influenza da parte di Hunt.

In realtà, secondo Tedlock, cancellando le tracce della presenza dell’antropologo dal resoconto etnografico viene data l’illusione di poter offrire dati oggettivi, come avvenne quando Boas impiegò Hunt nella raccolta di testi. La questione che viene tenuta in ombra è che quando Boas alfabetizzò Hunt lo istruì anche nei modi di pensiero occidentale e questo provocò probabilmente dei mutamenti sul modo di pensare dell’indigeno, lasciando quindi dei segni sui dati.

Per Brumble, le pagine di Hunt offrono una finzione della cultura Kwakiutl, illudendo che gli indiani ci parlino direttamente, mentre in realtà ci troviamo di fronte a documenti biculturali, nei quali confluiscono le idee sia dell’indigeno che dell’antropologo. Il testo nativo può pertanto difficilmente essere considerato un documento obiettivo. Esso infatti, oltre a non essere obiettivo per i motivi spiegati da Brumble, subisce un vero e proprio processo di traduzione durante l’atto semplice della trascrizione. Lo stesso passaggio dall’oralità alla scrittura si fonda su una sorta di traduzione.

Alfred Louis Kroeber e Ishi: osservazione e museizzazione della cultura

La caratteristica che deve avere un testo antropologico è quella di avere una predominanza della verità, dove i fatti vengono considerati delle cose osservate. Solo nelle riflessioni antropologiche più recenti è stata posta l’attenzione su una pratica culturale nella quale il discorso espressivo si affianca all’occhio osservatore.

Ishi era l’ultimo sopravvissuto della tribù degli Yahi della California e trascorse gli ultimi anni della sua vita in un museo, svolgendo la funzione di informatore non solo per gli studiosi della sua tribù ma anche per un vasto pubblico non specializzato, ovvero i visitatori del museo, compiendo dimostrazioni pratiche riguardanti la propria cultura lontano dallo spazio dove era vissuto.

Ciò che emerge da questa situazione è una rappresentazione della cultura come un insieme di pratiche riproducibili ed osservabili. La cultura viene quindi pensata come un qualcosa di immutabile.

La vicenda di Ishi solleva innumerevoli questioni riguardanti il rapporto tra vita, cultura e musei. Ci si chiedeva fino a che punto le dimostrazioni date dall’indiano fossero veritiere, dato che erano completamente avulse dal contesto storico, sociale e geografico a cui erano originariamente appartenute. Ishi, nella pretesa inconsapevole di presentare una cultura ancora viva appartenente ad un luogo ed un tempo lontani, poteva offrire al proprio pubblico solo una parvenza di vita, l’ombra di una cultura che non raggiungeva neppure il rango di finzione. La rappresentazione di Ishi è solo una simbolizzazione, una metaforizzazione della sua cultura e non bisogna pretendere che essa sia qualcosa più di questo. Inoltre bisogna tenere conto che la cultura Yahi sia venuta meno già dall’aver ricreato un habitat lontano da quello originale e che l’unico ruolo svolto da Ishi è quello di permettere che la gente si incuriosisca alla sua cultura.

Ciò che viene adombrato è il fatto che Ishi e la sua vita hanno trovato una propria ragione di essere perché c’era qualcuno che li andava a guardare e dava loro un senso attraverso la pratica dell’osservazione stessa. Gesti semplici avevano una funzione pratica quando l’indiano viveva ancora nella sua terra e tra la sua gente. La loro riproduzione nel museo acquistava valore poiché negli spettatori si creava l’illusione di essere di fronte alla rappresentazione adeguata della cultura Yahi.

Il caso di Ishi è singolare perché non è l’antropologo di professione che svolge il compito di riportare frammenti di un’altra cultura, ma che questo compito venga fatto proprio da un indigeno.

Marcel Griaule e Ogotemmeli: la conoscenza antropologica come dialogo e iniziazione

Nell’opera di Marcel Griaule “Dio d’acqua”, l’informatore non viene occultato, ma è un protagonista attivo nel processo etnografico ed un interprete originale della propria cultura. Il merito di Griaule è quello di rendere il lato indigeno della storia. Il suo informatore, Ogotemmeli fa emergere una particolare rappresentazione della cultura, intesa come un complesso sistema di conoscenze che possono venir svelate e comunicate attraverso la parola.

La figura dell’etnografo viene paragonata da Griaule a quella del detective o del magistrato. Un ruolo fondamentale è giocato dal modo stesso di presentarsi e di interagire dell’informatore e dell’etnografo. La loro relazione è un esibire certe verità e coprirne altre. Inoltre, Griaule considera le resistenze, le omissioni e le dimenticanze non come ostacoli alla ricerca, ma come segni di una più sincera verità dei fatti. È necessario pertanto tenere sempre presente che ogni testimonianza è solo un miraggio della realtà che descrive, deformato e pervaso dalla personalità dell’informatore e dell’indagatore e da fattori sociali e culturali.

Grazie all’approfondimento dei Dogon, Griaule riuscì a farsi rivelare un’interpretazione della loro stessa cultura da parte di un gruppo di vecchi Dogon, tra i quali spicca la figura di Ogotemmeli. Nelle prime pagine di “Dio d’acqua” Griaule narra che nel 1946 Ogotemmeli, un anziano cacciatore cieco dotato di un’intelligenza eccezionale lo mandò a chiamare e per 33 giorni si svolsero i colloqui che svelarono l’ossatura del pensiero dogon.

L’approccio iniziatico non deve però portare il ricercatore a trasformarsi in un indigeno: inteso in questo senso si riduce infatti ad essere un turista che è alla ricerca di un po’ di colore locale. Da parte dell’etnografo è invece più onesto e proficuo rimanere se stesso, continuando ad esercitare il proprio ruolo, come lo stesso Griaule fece. In fondo non ci si può avvicinare ad una cultura diversa se non manteniamo le lenti della nostra cultura.

È corretto definire l’iniziazione come una finzione che permette di pensare l’incontro tra Griaule, Ogotemmeli e i Dogon. Assoggettandosi alle procedure dei nativi, Griaule non si trasformò nel più saggio dei Dogon, ma ebbe i mezzi per approfondire la conoscenza della cultura studiata, analizzandola non dall’esterno ma sperimentandola come un esperienza personale. L’iniziazione rivela l’ampiezza del controllo dogon sulle informazioni accessibili all’etnografo e riconosce esplicitamente l’autorità dell’informatore. Grazie alle parole del vecchio, viene così raggiunto un elevato livello di rappresentazione del punto di vista indigeno.

Il dialogo appare come il modo più efficace di presentare una cultura in cui un ruolo centrale è giocato dalla dimensione della parola, usata da Ogotemmeli per far rivivere a Griaule il mito delle origini. La cultura dogon viene quindi rappresentata come una cultura il cui accesso è rigorosamente limitato. Il detective si fa qui allievo ed il fatto non viene più estorto attraverso operazioni strategiche, bensì liberamente comunicato.

L’etnografo non si pone però, neppure in questo caso, in una posizione di inferiorità. La ricerca sul campo non è mai qualcosa di unilaterale, in quanto subisce l’influenza sia dell’antropologo che dell’informatore. Il testo di Griaule non è tanto una testimonianza dogon, quanto un documento umano, dato che le parole di Ogotemmeli riflettono il frutto di un interazione culturale.

Conclusione

Attraverso questi testi, è possibile far emergere che tutti gli informatori, lungi dall’essere neutri trasmettitori di informazioni, abbiano influito in modo determinante anche sulla modalità di scrittura e di costruzione delle rappresentazioni etnografiche. Ogni rappresentazione è il frutto di una differente interazione tra antropologo e informatore, nonché di una diversa intenzionalità etnografica.

Gli eventi vengono costruiti dall’antropologo e dall’informatore mediante fare domande e ricevere risposte. La conoscenza etnografica non rinvia mai a quadri riconosciuti, né conduce ad una descrizione definitiva ed oggettiva della cultura in questione ma porta ad una rappresentazione mutevole e provvisoria. La rappresentazione etnografica non può coincidere con una semplice descrizione. L’etnografo non si limita a registrare fatti, bensì a negoziare la realtà con l’informatore.

Il processo etnografico viene pertanto complicato da soggettività molteplici, nonché da condizionamenti politici, sociali e personali posti fuori dal controllo dello scrittore stesso.

Capitolo secondo: L'informatore, la guida, il traduttore

Percorsi della comunicazione a Shiraz, Iran

Introduzione

L’intento del saggio è quello di mettere in discussione la figura e il ruolo dell’informatore a partire da alcuni eventi etnografici. Attraverso lo studio effettuato a Shiraz, Iran, nel 1996 è possibile mostrare come la comunicazione secondo il ricercatore sia inadeguata per descrivere le interazioni che prendono forma con gli interlocutori durante la ricerca.

Pratiche comunicative

Nello scambio di informazioni, ci si trova di fronte ad un polo trasmittente, un polo ricevente e un codice di comunicazione. Tale approccio alla comunicazione o si risolve in una analisi delle informazioni raccolte oppure si concentra sui codici della comunicazione tra ricercatore e interlocutore e fa di tale interazione il centro dell’analisi. Hanks ha avanzato numerose critiche sia alla concezione di lingua come sistema chiuso fatto di regole, sia alla relegazione sullo sfondo del mondo sociale in cui ha luogo la comunicazione. Secondo Hanks i significati sono sempre costruiti, smontati e trasformati in eventi comunicativi. Questo significa che durante la ricerca bisogna tenere in considerazione non solo i significati chiari derivanti dall’uso della parola ma anche tenere conto degli aspetti che prendono forma nel corso dell’azione. Infatti il modo in cui gli interlocutori si situano in rapporto tra loro e in rapporto al contesto ha conseguenze effettive per la comunicazione. Diventa quindi necessario indagare come gli interlocutori si posizionano tra loro e il contesto, quali strategie esse perseguano, dato che non è più possibile isolare gli interlocutori dalla situazione e considerarli individui con un loro sistema chiuso di categorie e riferimenti.

L'informatore

La parola informatore indica una persona che da informazioni, che l’etnografico raccoglie per mestiere. Se si accetta che i significati non sono fissi ma dipendono anche dal soggetto interpretante, le informazioni raccolte non possono essere considerate separatamente da chi le racconta, dal contesto in cui sono inserite e dal tipo di discorso in cui sono iscritte.

In Iran, una persona che abbia conoscenze in un dato campo si dice che ha “buone informazioni” o che “è una banca dati”. Quando viene interpellato qualcuno su una particolare questione costui invita a utilizzare libri e quando all’iraniano viene risposto di aver già letto tutti i titoli citati e di non aver trovato maggiori informazioni, egli invita a contattare altre persone sottraendosi al dialogo. In questo stato, la raccolta di informazioni è una modalità di controllo da parte dello Stato. Certificati di buona condotta sono necessari per essere assunti nel settore pubblico e l’ossessiva raccolta di informazioni praticata dalle istituzioni ha fatto coniare il termine “paradigma del sospetto”. In Iran esistono delle certezze a priori, che operano come griglie interpretative: vengono raccolti indizi che sono sovrapposti a schemi prestabiliti ed interpretarti in base ad un modello già fissato. I sospetti vengono ricondotti a situazioni già incriminate; il caso non esiste, si tracciano conclusioni già note.

All’autore del saggio, Sertag Manoukian, avevano rubato la macchina fotografica e la radio nella sua stanza sita nel dormitorio dell’università. Dopo la denuncia alla polizia, un suo vicino di stanza gli si avvicinò, prodigandosi come il custode dell’autodifesa e raccogliendo informazioni sull’accaduto e sulle frequentazioni dell’autore, dando prova del “paradigma del sospetto”. I funzionari dell’università si mostravano costernati soprattutto perché ne andava della reputazione dell’università e del paese, dato che il furto era già in sé una cosa grave, ma che fosse stato fatto ai danni di uno straniero era intollerabile. Lo studente sospettato contattò Manoukian dicendogli che lo stavano perseguitando mentre il suo vicino di stanza continuava a comunicare all’autore i suoi pensieri, accandendosi sullo studente sospettando e allo stesso tempo contro l’autore che rifiutava di pensarla come lui.

In realtà, lo studente sospettato confessò e restituì la macchina e la radio. Il paradigma del sospetto aveva funzionato, e nel momento in cui l’autore cercava di elaborare un analisi critica del controllo messo in atto dall’università, questo controllo gli rivelò la sua efficacia, distruggendogli l’interpretazione data al paradigma del sospetto.

La guida

Il tempo e il luogo delle conversazioni sono a pieno titolo due dimensioni...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davide0712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia delle relazioni interculturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Tedeschi Enrica.
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