Capitolo primo: Non abbiamo attraversato la frontiera, è la frontiera che ci ha attraversati
La storia messicano-americana
Il Texas e poi successivamente la California, la Florida, il New Mexico e il Nevada vengono assorbiti nel 1848 dagli Stati Uniti d’America. Questo espansionismo americano verso il Nordovest messicano non incontrò grandi resistenze poiché il Messico era piegato da un governo debole e da conflitti a livello culturale, sociale ed economico. Questa guerra viene interpretata da molti storici americani come il risultato dell’applicazione della dottrina Monroe, ovvero la convinzione statunitense di rappresentare la potenza garante dell’equilibrio di tutto il continente, ma anche del cosiddetto “destino manifesto”.
Questa seconda teoria nasceva da una ulteriore teoria americana che si riteneva il popolo “eletto” da Dio nel Nuovo Mondo per diffondere la sua missione civilizzatrice. Entrambi questi principi rappresentano le punte massime dell’ideologia interventista statunitense nei territori vicini, riconducibile soprattutto all’esigenza di assicurarsi terreni ricchi di materie prime e manodopera a basso costo. Infatti gli USA iniziarono subito con l’espropriazione delle terre, obbligando la popolazione conquistata a una sottomissione sociale, politica, culturale ed economica, imponendo tassazioni esagerate e vietando l’assistenza legale.
Comunque, il trattato di Guadalupe Hidalgo del 1848 con il quale si concludeva la guerra prevedeva che i messicani rimasti dal lato statunitense avessero un anno di tempo per decidere se continuare a vivere nel medesimo luogo oppure se trasferirsi nella parte rimasta al governo messicano. In 2.000 se ne andarono, 100.000 rimasero, a testimonianza che la relazione tra i messicani e il loro ormai ex governo non fosse così idilliaca.
Il problema di questa frontiera era la sua delimitazione irrazionale, il suo lasciare parte del Messico settentrionale senza un porto, il suo spezzare in due città intere come Laredo e Nuevo Laredo. Seppure i messicani che decisero di restare nei territori appena conquistati dagli USA dovevano essere considerati come tutti gli altri cittadini statunitensi, essi continuarono sempre a sentirsi messicani, per due motivi: la prossimità della frontiera e le modalità di funzionamento delle nuove istituzioni angloamericane che non favorirono l’integrazione messicana.
L’immigrazione messicana negli Stati Uniti farà crescere in modo rilevante nel corso del ‘900 quello che lo storico Acuna chiama la “nazione chicana”: questa migrazione è tra le più imponenti nella storia dell’umanità giacché ha comportato il trasferimento di un ottavo dell’intera popolazione messicana. La prima particolarità di questa emigrazione è in primo luogo data dal fatto che una terra che era originariamente di un popolo da esso viene “re-invasa” attraverso un’immigrazione prolungata nel tempo; la seconda è che nessun’altra minoranza ha subito tante espulsioni dagli Stati Uniti come i messicani.
Soprattutto dal 1910, gli Stati Uniti cominciano ad accogliere l’immigrazione messicana, grazie soprattutto allo sviluppo delle ferrovie. Ma, nel momento in cui ci si rende conto che la maggior parte di questi immigrati tende a non tornare in Messico, anche questo gruppo etnico si farà pericoloso agli occhi di coloro che credono di dover mantenere una “purezza etnica”.
La motivazione principale per l’esodo messicano verso gli USA risiede nella difficile condizione economica presente in Messico, nella forte dipendenza di questo paese dagli Stati Uniti e nella prossimità geografica tra i due paesi. Recenti studi affermano come a seconda delle necessità delle fabbriche, gli statunitensi permisero lo svilupparsi dell’immigrazione illegale, sottolineando come non sempre gli immigrati provenissero dai settori più poveri dell’economia messicana.
Nel frattempo le città messicane di frontiera crebbero in modo rilevante. Nonostante le ondate di immigrati messicani suscitano timori tra i “nativisti”, gli interessi economici di industriali e proprietari agricoli rimasero più forti, tutelando le entrate dei lavoratori a basso costo. Con la crisi del 1929, le cifre degli immigrati messicani calarono notevolmente perché la disoccupazione e l’accusa di antinordamericanismo spinsero i restrizionisti a fare sentire sempre più la loro voce nel Congresso.
Lo sfruttamento e le condizioni economiche e politiche degli immigrati furono sempre più dure e la tendenza fu quella di togliere il lavoro agli immigrati per darlo agli statunitensi. Infatti, per tutti gli anni Trenta, molti messicani senza documenti vennero rinviati in patria. Negli anni Quaranta, la popolazione messicana non smise di trovarsi al livello più basso della scala sociale statunitense. A questa condizione, la reazione si evidenziò attraverso scioperi e vennero realizzate una serie di associazioni e organismi che ebbero come fine la tutela soprattutto dei messicani-americani in diversi settori: economico, sociale, politico e culturale.
Durante la II guerra mondiale, quando si ripropose la necessità di forza lavoro per la partenza di molti uomini per il fronte, le frontiere tra USA e Messico si riaprirono. Nel 1942 venne firmato il Bracero Program, un patto bilaterale bel quale il Messico assicurò l’invio di un certo numero di lavoratori a tempo determinato e gli Stati Uniti assicurarono l’assunzione di questi ultimi con un salario minimo e una certa tutela dei loro diritti, proibendo la discriminazione contro questi lavoratori e garantendo un’assicurazione sanitaria. Queste assunzioni però vennero disattese da entrambi le parti, ma nonostante ciò più di 5 milioni di messicani arrivarono negli USA.
Finita la guerra, gli immigrati messicani si insediarono non solo nelle campagne ma anche nel settore urbano. Essi iniziarono allora ad autopercepirsi come statunitensi. Già negli anni Cinquanta, il numero degli immigrati riprese ad aumentare, soprattutto di quelli illegali. Contro i wetbacks, ovvero i messicani che attraversarono il Rio Grande per giungere negli Stati Uniti, venne compiuta un’ulteriore operazione di rimpatrio.
Negli anni Sessanta, poiché tutta l’opinione pubblica americana era spaventata dall’ondata di immigrazione, i restrizionisti limitarono l’accesso al paese a 300.000 stranieri l’anno, grazie ad una legge datata 1968. Nel frattempo però, l’immigrazione illegale crebbe, poiché per i datori di lavoro statunitensi la condizione di illegalità dei lavoratori è molto conveniente in termini economici. Nel 1965 venne firmato da entrambi i governi un programma d’industrializzazione che prevedeva la possibilità per le industrie statunitensi situate vicino il confine con il Messico di impiegare circa 100.000 messicani negli impianti di assemblaggio.
In questa situazione si svilupparono le multinazionali che incrementarono la disoccupazione negli USA e che causarono uno stallo circa la condizione salariale degli operai messicani. Con gli anni Sessanta iniziò una nuova epoca per i messicani: quella della disillusione definitiva e delle reazione a tale disillusione: è questo il contesto nel quale nacque il Movimento Chicano.
Analizzando alcuni dati, tra il 1960 e il 1975 più di 700.000 messicani entrarono negli Stati Uniti legalmente, 6 milioni in maniera illegale. I messicani-americani nonostante si sentano per lo più americani, con i bianchi angloamericani non condividono gli agi. I chicanos fecero crescere la loro voce, partecipando alla battaglia per i diritti civili e chiedendo miglioramenti in vari settori, abitativo, lavorativo e sanitario su tutti.
Anche se alcuni importanti obiettivi chicanos furono raggiunti, il movimento non riesce a ottenere eguaglianza economica, sociale e politica. Questo accadde per diversi motivi: l’opposizione antirazziale americana, il mancato coinvolgimento delle classi più agiate dei messicani-americani e le divisioni interne del Movimento Chicano.
Nel 1986 fu approvato l’IRCA, un piano che prevedeva sanzioni per i reclutatori di manodopera, rinforzava le pattuglie della frontiera messico-americana e proponeva programmi di lavoro temporaneo, concedendo la possibilità agli immigrati illegali di regolare la loro posizione. Questa legge fece emergere una serie di timori latenti presenti tra gli angloamericani: la minaccia alla purezza della razza, la potenziale violenza degli immigrati, la disoccupazione, le malattie ecc..
In generale, con gli anni Ottanta, riemerge l’obiettivo di un integrazionismo più che di un’opposizione radicale come era avvenuto negli anni Settanta. Le ondate migratorie e il forte tasso di natalità tra i messicani-americani accrebbero la grandezza sempre più importante di questo gruppo etnico. Dunque fermare l’immigrazione non servirebbe a fermare la messicanizzazione degli Stati Uniti. Ancora oggi gli USA non possono fare a meno della manodopera immigrata. I messicani sono ormai divenuti la colonna portante di interi settori lavorativi. Nonostante ciò la battaglia per il mantenimento della purezza angloamericana e per la chiusura della frontiera resta aperta.
Recentemente la legge 187 ha l’obiettivo di liberarsi degli immigrati illegali. Essa è stata fortemente sostenuta in diversi stati americani ma è un simbolo di sentimenti xenofobi e razzisti. Anche alcuni immigrati hanno votato a suo favore, e ciò è dovuto probabilmente al fatto che la 187 sembra riguardare soltanto la parte illegale dell’immigrazione. Per quanto riguarda l’aspetto politico, mentre fino agli anni Sessanta i messicani-americani non venivano affatto incoraggiati a votare e prendere parte alla vita politica statunitense, da quella data il Movimento Chicano segnò l’inizio di un cambiamento.
L’ideologia del chicanismo ha portato una profonda critica non solo al potere dominante “bianco” ma allo stesso gruppo dei messicani-americani, a coloro che avevano accettato quel potere senza ribellarsi. Dagli anni Settanta a oggi, i messicani-americani sono riusciti comunque a guadagnare a piccoli passi maggiore rappresentanza politica. Tradizionalmente, essi votano per il partito democratico, mentre coloro che votano per i repubblicani generalmente appartengono alla classe media; attualmente è sempre più evidente un’attenzione al potenziale elettorale dei chicanos. La progressiva messicanizzazione degli USA ha portato i partiti a pensare che sia meglio dare spazio a una moderata politica dell’inclusione.
L’influenza latina si riflette fortemente anche nel famoso dibattito sul bilinguismo nelle scuole, tant’è che in alcuni casi l’uso dello spagnolo in classe poteva significare che il ragazzo rischiava anche pene corporali. Le istituzioni statunitensi, ma anche il partito repubblicano, hanno per lo più ostacolato il diritto al bilinguismo, con la conseguente perdita della lingua spagnola appresa in famiglia.
All’aumento demografico dei latinos è corrisposto l’aumento delle proposte di legge a favore dell’ufficializzazione della sola lingua inglese, come l’English only, che però a tutt’oggi non è ancora stata approvata. Ovviamente, l’imposizione dell’inglese ai bambini immigrati va contro la volontà della maggior parte dei latinos. La lingua negli USA è stata una delle basi della discriminazione etnica perché essa è uno dei principali simboli dell’etnicità: l’affermazione dell’inglese coincide con l’affermazione dell’etnia dominante angloamericana.
Nominare è creare: la classificazione etnica
Ci sono due modi per definire l’etnicità: quello che si richiama a criteri “oggettivi” e quello che si richiama a criteri “soggettivi”: fino al 1970 si utilizzò il primo aspetto, ovvero la definizione di etnia attraverso la lingua, il paese di nascita, le origini del cognome ecc.; successivamente il termine etnia non poté prescindere da quei criteri che si legano alla categorizzazione effettuata dal soggetto interessato.
Con la guerra del 1848, la classificazione dell’”altro” da un punto di vista angloamericano si complicò, tant’è che fu meno complesso pensare al messicano del Messico piuttosto che al messicano-americano, che vive, studiando o lavorando, proprio negli Stati Uniti. La variabilità nell’uso dei nomi è enorme: ad esempio una persona di lingua inglese si autodetermina come mexican-american, mentre si definisce con un familiare chicano o mexican.
Al principio del secolo, il termine chicano nel Sudovest degli Stati Uniti aveva un significato peggiorativo: con esso si identificava lo statunitense di origine messicana di bassa estrazione sociale, operaio e da poco arrivato negli USA. Il chicano veniva percepito come una persona appartenente a una classe inferiore rispetto al pocho perché non si era stabilito definitivamente nella nuova terra dato che cambiava continuamente luogo di lavoro.
Dal punto di vista messicano, quando si affermò l’autodefinizione di chicano da parte del movimento, si affermò anche la rottura con le generazioni passate che da esso preferivano distinguersi, ovvero i pochos. Emerge chiaramente quindi la distinzione tra chicanos e ponchos. Un’altra distinzione nella definizione etnica è quella che in modo ancora più chiaro differenzia i messicani per classi. Le classi agiate messicane da subito cercarono in maggioranza di stabilire alleanze utili con i nuovi dominatori e, per mantenere netta la distinzione tra classi, vennero proibiti i matrimoni tra le classi “alte” e “basse”.
La parola chicano da un punto di vista filologico sembra avere origine da una distorsione fonetica per cui la “x” di mexicano diventa “ch”, che con il tempo perde la sillaba iniziale “me”. Oltre alla difficoltà infantile di pronunciare certe parole, va tenuto conto del fatto che nel mondo di lingua spagnola la trasformazione di cui si è parlato è messa in atto nel caso di alcune parole, come zapatos che diventa nel linguaggio affettivo chapatos. Un’altra spiegazione linguistica è quella che si orienta maggiormente verso l’influenza indigena che nella pronuncia trasforma il suono “s” in “c”.
È stata fatta anche l’ipotesi che chicano derivasse da “chico”, ossia “boy” in inglese che può assumere una valenza negativa da parte dello statunitense. Quella chicana è una comunità eterogenea biculturale e bilingue di cui il movimento degli anni Settanta si è fatto portavoce nel corso di una lotta iniziata dal nome. La parola chicano è esattamente il risultato della presa di coscienza di quella cultura plurale nella quale si è immersi, costituita dalla cultura messicana indigena e da quella americana acquisita.
Analizzando tutte le definizioni date dagli statunitensi ai messicani iniziarono a variare a seconda delle circostanze storiche, politiche, sociali e culturali. Importante è anche affermare che le denominazioni cambiano non solo rispetto al contesto, ma anche a seconda di chi le interpreta. Limon afferma che gli anglos si riferiscono ai messicani americani come mexicans quando sono in una conversazione educata e meskins quando la conversazione lo è meno.
Curiosa è anche la classifica fatta nel 1983 circa i nomi etnici con i quali i messicani vogliono essere nominati, in primo luogo vi è la definizione di messicani-americani, poi latinos e infine ispanici. Questi due ultimi termini sono i due nomi etnici che nel corso del tempo hanno acquisito via via più importanza, dato che si riferiscono non solo ai messicani ma anche a tutti i sudamericani. Il termine hispanic iniziò ad essere diffuso negli anni Settanta a opera di agenzie governative statunitensi, con l’intento di usare un termine comune a messicani, portoricani, colombiani, cubani ecc..
Il problema è che il tentativo di unificare tutti questi popoli apparse sin da subito ambiguo. Differenze non solo di etnicità, di scelte politiche, ma anche di classe, di genere resero impossibile un’omogeneizzazione. Dagli anni Settanta, grazie al Movimento chicano, i messicani iniziarono ad affermare il loro diritto a vedersi riconosciuti nella loro specifica identità e venne per la prima volta enfatizzata l’ascendenza indigena del movimento.
Ispanici è una classificazione che non tiene minimamente conto dell’autopercezione di coloro che in essa si sentono arbitrariamente incasellati. Il senso di discriminazione implicito nel termine emerge spesso in interviste compiute da studiosi angloamericani. Sono soprattutto le persone appartenenti alla working class che non si identificano nella definizione di hispanic, ribadendo che tutti sono americani perché il continente è uno e non appartiene solamente agli statunitensi.
Se le prime generazioni di immigrati respinsero più facilmente l’identità di ispanici perché potevano ricorrere alla loro nazionalità di provenienza per identificarsi, ciò risultò più difficile ai ragazzi immigrati di seconda, terza o quarta generazione. Questi si ritrovarono esposti a due influenze: quella dei genitori, dei nonni, che raccontavano e affermavano la loro discendenza messicana o peruviana o colombiana ecc.; e quella delle istituzioni, della pubblicità che li catalogano come ispanici in territorio USA.
Il termine latino è quello più diffuso tra i settori delle classi basse. Esso viene utilizzato in primo luogo nelle aree urbane e ha il merito, insieme al termine chicano, di essere stato scelto da coloro che con esso vengono identificati. Questa autodeterminazione è nata per contrapporre un’omogeneità latina a un’omogeneità indifferenziata, ispanica. Oggi chiamarsi latino significa creare un’identità sapendo che è
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