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messicani-americani accrebbero la grandezza sempre più importante di questo gruppo etnico.

Dunque fermare l’immigrazione non servirebbe a fermare la messicanizzazione degli Stati Uniti.

Ancora oggi gli USA non possono fare a meno della manodopera immigrata. I messicani sono

ormai divenuti la colonna portante di interi settori lavorativi. Nonostante ciò la battaglia per il

mantenimento della purezza angloamericana e per la chiusura della frontiera resta aperta.

Recentemente la legge 187 ha l’obiettivo di liberarsi degli immigrati illegali. Essa è stata fortemente

sostenuta in diversi stati americani ma è un simbolo di sentimenti xenofobi e razzisti. Anche alcuni

immigrati hanno votato a suo favore, e ciò è dovuto probabilmente al fatto che la 187 sembra

riguardare soltanto la parte illegale dell’immigrazione.

Per quanto riguarda l’aspetto politico, mentre fino agli anni Sessanta i messicani-americani non

venivano affatto incoraggiati a votare e prendere parte alla vita politica statunitense, da quella data

il Movimento Chicano segnò l’inizio di un cambiamento. L’ideologia del chicanismo ha portato una

profonda critica non solo al potere dominante “bianco” ma allo stesso gruppo dei messicani-

americani, a coloro che avevano accettato quel potere senza ribellarsi.

Dagli anni Settanta a oggi, i messicani-americani sono riusciti comunque a guadagnare a piccoli

passi maggiore rappresentanza politica. Tradizionalmente, essi votano per il partito democratico,

mente coloro che votano per i repubblicani generalmente appartengono alla classe media;

attualmente è sempre più evidente un’attenzione al potenziale elettorale dei chicanos. La

progressiva messicanizzazione degli USA ha portato i partiti a pensare che sia meglio dare spazio

a una moderata politica dell’inclusione.

L’influenza latina si riflette fortemente anche nel famoso dibattito sul bilinguismo nelle scuole, tant’è

che in alcuni casi l’uso dello spagnolo in classe poteva significare che il ragazzo rischiava anche

pene corporali. Le istituzioni statunitensi, ma anche il partito repubblicano, hanno per lo più

ostacolato il diritto al bilinguismo, con la conseguente perdita della lingua spagnola appresa in

famiglia. All’aumento demografico dei latinos è corrisposto l’aumento delle proposte di legge a

favore dell’ufficializzazione della sola lingua inglese, come l’English only, che però a tutt’oggi non è

ancora stata approvata. Ovviamente, l’imposizione dell’inglese ai bambini immigrati va contro la

volontà della maggior parte dei latinos.

La lingua negli USA è stata una delle basi della discriminazione etnica perché essa è uno dei

principali simboli dell’etnicità: l’affermazione dell’inglese coincide con l’affermazione dell’etnia

dominante angloamericana.

2. Nominare è creare: la classificazione etnica

Ci sono due modi per definire l’etnicità: quello che si richiama a criteri “oggettivi” e quello che si

richiama a criteri “soggettivi”: fino al 1970 si utilizzò il primo aspetto, ovvero la definizione di etnia

attraverso la lingua, il paese di nascita, le origini del cognome ecc.; successivamente il termine

etnia non poté prescindere da quei criteri che si legano alla categorizzazione effettuata dal

soggetto interessato.

Con la guerra del 1848, la classificazione dell’”altro” da un punto di vista angloamericano si

complicò, tant’è che fu meno complesso pensare al messicano del Messico piuttosto che al

messicano-americano, che vive, studiando o lavorando, proprio negli Stati Uniti.

La variabilità nell’uso dei nomi è enorme: ad esempio una persona di lingua inglese si

autodetermina come mexican-american, mentre si definisce con un familiare chicano o mexican.

Al principio del secolo, il termine chicano nel Sudovest degli Stati Uniti aveva un significato

peggiorativo: con esso si identificava lo statunitense di origine messicana di bassa estrazione

sociale, operaio e da poco arrivato negli USA. Il chicano veniva percepito come una persona

appartenente a una classe inferiore rispetto al pocho perché non si era stabilito definitivamente

nella nuova terra dato che cambiava continuamente luogo di lavoro. Dal punto di vista messicano,

quando si affermò l’autodefinizione di chicano da parte del movimento, si affermò anche la rottura

con le generazioni passate che da esso preferivano distinguersi, ovvero i pochos. Emerge

chiaramente quindi la distinzione tra chicanos e ponchos.

Un’altra distinzione nella definizione etnica è quella che in modo ancora più chiaro differenzia i

messicani per classi. Le classi agiate messicane da subito cercarono in maggioranza di stabilire

alleanze utili con i nuovi dominatori e, per mantenere netta la distinzione tra classi, vennero proibiti

i matrimoni tra le classi “alte” e “basse”.

La parola chicano da un punto di vista filologico sembra avere origine da una distorsione fonetica

per cui la “x” di mexicano diventa “ch”, che con il tempo perde la sillaba iniziale “me”. Oltre alla

difficoltà infantile di pronunciare certe parole, va tenuto conto del fatto che nel mondo di lingua

spagnola la trasformazione di cui si è parlato è messa in atto nel caso di alcune parole, come

zapatos che diventa nel linguaggio affettivo chapatos. Un’altra spiegazione linguistica è quella che

si orienta maggiormente verso l’influenza indigena che nella pronuncia trasforma il suono “s” in “c”.

E’ stata fatta anche l’ipotesi che chicano derivasse da “chico”, ossia “boy” in inglese che può

assumere una valenza negativa da parte dello statunitense. Quella chicana è una comunità

eterogenea biculturale e bilingue di cui il movimento degli anni Settanta si è fatto portavoce nel

corso di una lotta iniziata dal nome. La parola chicano è esattamente il risultato della presa di

coscienza di quella cultura plurale nella quale si è immersi, costituita dalla cultura messicana

indigena e da quella americana acquisita.

Analizzando tutte le definizioni date dagli statunitensi ai messicani iniziarono a variare a seconda

delle circostanze storiche, politiche, sociali e culturali. Importante è anche affermare che le

denominazioni cambiano non solo rispetto al contesto, ma anche a seconda di chi le interpreta.

Limon afferma che gli anglos si riferiscono ai messicani americani come mexicans quando sono in

una conversazione educata e meskins quando la conversazione lo è meno. Curiosa è anche la

classifica fatta nel 1983 circa i nomi etnici con i quali i messicani vogliono essere nominati, in primo

luogo vi è la definizione di messicani-americani, poi latinos e infine ispanici. Questi due ultimi

termini sono i due nomi etnici che nel corso del tempo hanno acquisito via via più importanza, dato

che si riferiscono non solo ai messicani ma anche a tutti i sudamericani.

Il termine hispanic iniziò ad essere diffuso negli anni Settanta a opera di agenzie governative

statunitensi, con l’intento di usare un termine comune a messicani, portoricani, colombiani, cubani

ecc.. Il problema è che il tentativo di unificare tutti questi popoli apparse sin da subito ambiguo.

Differenze non solo di etnicità, di scelte politiche, ma anche di classe, di genere resero impossibile

un’omogeneizzazione. Dagli anni Settanta, grazie al Movimento chicano, i messicani iniziarono ad

affermare il loro diritto a vedersi riconosciuti nella loro specifica identità e venne per la prima volta

enfatizzata l’ascendenza indigena del movimento.

Ispanici è una classificazione che non tiene minimamente conto dell’autopercezione di coloro che

in essa si sentono arbitrariamente incasellati. Il senso di discriminazione implicito nel termine

emerge spesso in interviste compiute da studiosi angloamericani. Sono soprattutto le persone

appartenenti alla working class che non si identificano nella definizione di hispanic, ribadendo che

tutti sono americani perché il continente è uno e non appartiene solamente agli statunitensi.

Se le prime generazioni di immigrati respinsero più facilmente l’identità di ispanici perché potevano

ricorrere alla loro nazionalità di provenienza per identificarsi, ciò risultò più difficile ai ragazzi

immigrati di seconda, terza o quarta generazione. Questi si ritrovarono esposti a due influenze:

quella dei genitori, dei nonni, che raccontavano e affermavano la loro discendenza messicana o

peruviana o colombiana ecc.; e quella delle istituzioni, della pubblicità che li catalogano come

ispanici in territorio USA.

Il termine latino è quello più diffuso tra i settori delle classi basse. Esso viene utilizzato in primo

luogo nelle aree urbane e ha il merito, insieme al termine chicano, di essere stato scelto da coloro

che con esso vengono identificati. Questa autodeterminazione è nata per contrapporre

un’omogeneità latina a un’omogeneità indifferenziata, ispanica. Oggi chiamarsi latino significa

creare un’identità sapendo che è il frutto di una relazione oppositiva, di una voglia precisa di

prendere le distanze dalle etichette dominanti.

L’etichetta etnica latino rimanda a una identità fortemente situazionale, nata da persone assai

diverse coinvolte però nella comune esperienza dell’accoglienza ricevuta dagli Stati Uniti. I latinos

si possono percepire latinos, o messicani, peruviani, cubani a seconda delle circostanze: i vari

gruppi che si riconoscono nella classificazione di latino sanno che non bisogna prescindere da tre

fattori: la specifica esperienza di tutti in relazione agli USA; l’implicazione del fattore geopolitico; la

congiuntura storica nella quale ciascun gruppo si è trovato nella relazione con gli Stati Uniti. Anche

il termine latino è stato sottoposto a critica: nel sud della Florida assunse un’accezione negativa

perché devolarizzava la radice indigena a favore di quella europea. Anche se a volte usato come

un sinonimo di hispanic, il termine latino è più legato a un’autonoma scelta politica autoattributiva.

Oggi, la grande diversità interna al mondo latinoamericano negli Stati Uniti sta andando sempre

più verso la ricerca di una variegata identità collettiva.

3. Lo spazio latinizzato

Dagli anni Quaranta, i chicanos sono presenti in netta maggioranza nelle zone urbane piuttosto

che in quelle agricole. Il fatto che tradizionalmente si è associata l’immigrazione messicana con il

lavoro nell’agricoltura ha reso poco evidente una realtà ormai ben diversa: quella della presenza

consistente dei messicani nelle metropoli.

L’insediamento dei chicanos nelle città statunitensi è stato molto diverso a seconda dei luoghi:

emblematico è soprattutto il caso di Los Angeles. Dagli anni Settanta, il quartiere a est della città

non fu più l’unico luogo di concentrazione chicana. Infatti la distribuzione spaziale di questo gruppo

iniziò ad assumere una configurazione senza precedenti. Con la crescita della popolazione latina

si creò una vera e propria città nella città, dove, in alcuni quartieri, la popolazione latina è

preponderante sulle altre etnie.

I latinos, nel giro di una generazione, hanno totalmente sostituito la vecchia working class

angloamericana nella parte industriale manifatturiera, delle costruzioni e nei servizi. Il capitale

asiatico non ha tardato ad intervenire nel mondo latino sia nell’utilizzazione dei lavoratori che nel

settore del loro stesso consumo.

Le divisioni etniche portano attualmente i bianchi a concentrarsi nel settore dello spettacolo e in

quello manageriale.

L’esempio di Los Angeles suggerisce che i chicanos stanno consolidando i loro spazi nell’assetto

urbano modificandolo in tutti i sensi, a livello economico, culturale, sociale e politico. Questi nuovi

abitanti delle metropoli stanno riutilizzando luoghi ormai in gran parte abbandonati dai vecchi

abitanti: le piazze, le biblioteche, vecchi edifici e vecchi bungalow che vengono ristrutturati e

riverniciati, cercando di tropicalizzare i freddi spazi cittadini.

Se agli inizi del ciclo migratorio a trasferirsi furono per lo più giovani uomini soli, in seguito

l’emigrazione iniziò a riguardare famiglie intere, mentre dagli anni Ottanta, durante la crisi

economica messicana, si determinò il trasferimento di intere comunità e villaggi che si sdoppiarono

negli USA. Le occasioni per rinsaldare i legami tra parti di comunità messicane trasferitesi negli

Stati Uniti sono il più delle volte date da una festa.

Capitolo secondo: Remember Alamo

1. Alamo: la rappresentazione angloamericana dell’Altro

Il film Alamo, del 1960 interpretato da John Wayne racconta la storica battaglia di Alamo dal punto

di vista di uno dei protagonisti principali del cinema americano, politicamente noto per la sua

posizione reazionaria. Ad Alamo, 185 uomini straordinari fecero un patto: avrebbero resistito contro

un esercito di 7.000 soldati per difendere la libertà del loro paese. Girato in Texas, vicino al luogo

reale della battaglia il film ha gettato le basi della futura relazione tra chicanos e angloamericani.

Tutto è cominciato dal forte di Alamo perché dopo questo episodio si è concretizzata la conquista

di gran parte del territorio messicano da parte dei bianchi americani. Per gli americani, la sconfitta

di Alamo non è stata interpretata come una effettiva sconfitta, ma venne interpetrata come una

grande vittoria morale che nel tempo si è trasformata in leggenda.

La frase “Remember Alamo”, secondi i chicanos, è la premessa dell’atteggiamento razzista

adottato nei loro confronti dagli anglos. Alamo è divenuta il simbolo di una relazione basata sul

senso di superiorità da parte angloamericana: la resistenza di pochi uomini di fronti a tanti “cani”

messicani guidati dal presidente messicano Santa Anna.

Per Acuna, i conquistatori hanno imposto la loro versione della guerra creando leggende incredibili

sull’invasione del territorio messicano e la sua conquista, specie sul Texas; egli continua dicendo

che gli angloamericani della guerra di Alamo sono stati dipinti come individui amanti della giustizia

e della libertà, sottolineando come quest’episodio sia stato considerato dai bianchi come uno

scontro tra le forze del bene e quelle del male. Ancora secondo Acuna, la battaglia di Alamo fu

l’apogeo della difesa della libertà dall’abuso del potere centralizzato messicano.

Dall’analisi dei fatti però, ne viene un ritratto poco eroico: tra i combattenti americani c’erano

assassini, mercanti di schiavi e mercenari. Inoltre, rispetto ai messicani, questi uomini nonostante

fossero in numero inferiore rispetto ai messicani, potevano contare su armi migliori e conoscitori

esperti del luogo.

Quasi sempre l’egemonia passa anche e soprattutto attraverso la rappresentazione dei fatti storici

e che quella rappresentazione non sempre coincide con certe realtà.

Subito dopo la conquista americana in Messico, le parole più ricorrenti per descrivere il messicano

erano: pigro, codardo, crudele, analfabeta, razza stupida ecc..

Vi sono state anche stereotipizzazioni positive dei messicani, sia nel corso dell’Ottocento che del

Novecento: infatti coloro che abitavano in California venivano descritti come persone che

conducevano una vita ideale, piacevole e permeata di felicità.

Molto spesso però, nelle varie definizioni (positive o negative) sui messicani ci si è limitato a

includere nella razza solo il genere maschile: da alcuni le donne messicane sono escluse dagli

attributi dispregiativi per divenire portatrici di valori nettamente superiori a quelli dei loro uomini. La

causa di ciò è da ricondurre all’irresistibile fascino delle donne messicane, che spesso divennero

mogli di cittadini bianchi angloamericani.

Alcuni autori spiegano i pregiudizi anglosassoni sui messicani con il fatto che i primi coloni presero

contatto soprattutto con la parte più “arretrata” della popolazione messicana, anche se altri autori

affermavano che i messicani venivano disprezzati ovunque li si incontrasse.

Un'altra spiegazione per comprendere il pregiudizio messo in atto dagli angloamericani è quello

della “leggenda nera”. Secondo gli inglesi e gli americani, i spagnoli erano corrotti, pigri e autoritari.

Le origini della leggenda risalgono probabilmente alla cattiva nomea che i conquistadores spagnoli

si erano fatti nel Nuovo Mondo. Già portatori di una razza impura, gli spagnoli mescolandosi con gli

indigeni non hanno fatto che peggiorare nel tempo la loro condizione razziale.

Il fatto che da un certo momento in poi il messicano sia divenuto anch’egli uno statunitense ha

portato alla necessità di un’ulteriore autodefinizione per distinguersi da una identità matrice

angloamericana.

2. Il pachuco: rivendicando l’”Inautenticità”

L’interpretazione del poeta messicano Paz della storia dei pachucos degli anni Quaranta

impersonifica la visione che una parte consistente dei messicani ha avuto e continua ad avere dei

chicanos.

I pachucos sono giovani messicani-americani che hanno tra i 13 e i 17 anni e che si riuniscono in

gruppi di quartiere che spesso si scontrano con le bande rivali. Essi hanno un abbigliamento

anomalo, hanno tatuaggi, si vestono in modo appariscente e parlano un mix di spagnolo e inglese.

I pachucos sono cittadini statunitensi ma da questi vengono considerati ribelli. Vivono tra due

mondi e finiscono per non essere intesi da nessuno: essi sono il primo evidente prodotto di una

cultura ibrida.

Riprendendo Paz, il luogo di osservazione è Los Angeles, dove scoppiarono degli scontri in

seguito al ritrovamento di un cadavere di un pachuco appartenente alla banda dei Sleepy Lagoon.

La polizia arrestò una serie di pachucos appartenenti alla banda rivale, senza alcuna prova contro

di essi. I ragazzi vennero rilasciati e dal giugno del 1943 cominciarono violenti scontri tra pachucos

e marinai americani, poiché in questo periodo, i giornali iniziarono una campagna di diffamazione

contro i pachucos. Le tensioni arrivano anche a coinvolgere civili e polizia e spesso le riunioni dei

pachucos vengono interrotte dagli angloamericani mediante la violenza.

Per Paz questi ragazzi rappresentano un estremo. L’identità del pachuco è un identità che non può

conciliarsi né con il suo ambiente circostante statunitense né con la sua origine messicana. Il

chicano non smetterà mai di costruire una sfida contro l’angloamericano ma anche contro lo stesso

nazionalismo messicano, negando una qualsiasi appartenenza messicana o americana.

La parola pachuco non ha un significato preciso. Rifiutato dalla società in cui si trova, reagisce

sottolineando la sua estraneità. Il suo modo di vestire, il suo linguaggio e i suoi miti rappresentano

l’esempio più lampante di un ibridismo. L’ibridismo pachuco secondo Paz è qualcosa di sbagliato,

poiché bisogna appartenere o al mondo statunitense o a quello messicano.

Valdez da una visione diversa del chicano. Per lui l’ibridismo è positivo poiché con esso il pachuco

può contrapporsi all’imposizione di un monoculturalismo soffocante, messicano o americano che

sia. Egli inoltre dettagliatamente descrive il modo di vestire del pachuco, giustificando la sua

appariscenza al fine di emergere il proprio personale modo di vivere.

In Messico, soprattutto le classi agiate non sono contrarie all’”Altro Messico” perché esso sembra

essere composto da persone appartenenti alle classi contadine, quelle più povere poiché nella

terra natia rimangono solo i migliori. Dalla II guerra mondiale in poi, le cose cambiarono, tant’è che

nacque e si diffuse il termine pocho. Secondo un’accezione messicana, il pocho è l’emigrante

messicano che se ne va quando già è adulto. Il termine proviene da potzico, che sta a significare

l’azione del tagliare l’erba. Il pocho dunque è colui che è tagliato fuori dalla nazione. Questa parola

è stata spesso usata anche dai messicani della regione centrale per definire i messicani della

frontiera. Il pocho è colui che ha tentato in tutti i modi di entrare in una classe media che vive per il

comfort e l’ambizione economica. Egli viene così ridicolizzato da tutti i messicani.

A livello politico si può affermare che la relazione del chicano con il Messico si è articolata in 3

possibili modi: la politica della segregazione, nella quale tra la società messicana e quella chicana

viene innalzata una barriera etnica, culturale, politica e quindi totale; la politica dell’integrazione,

nella quale la cultura messicana si prefige di assimilare i chicanos; la politica neopaternalista che

accetta i chicanos per la loro differente cultura.

Il problema di un certo Messico nei confronti dei chicanos è simmetrico al problema di una certa

parte del mondo angloamericano: accettare la diversità del messicano-americano, la sua

irriconducibilità a una delle due radici. Resta il fatto che nel suo ibridismo, il chicano non può fare a

meno né della componente messicana né di quello statunitense, per cui egli non si concilierà mai

con nessuna delle due forme di nazionalismo.

3. Acculturazione o colonialismo interno?

Con la nascita del Movimento Chicano, la teoria del melting pot si va a scontrare con la forte critica

delle “minoranze etniche”. Tra le diverse teorie a partire dalle quali i messicani-americani sono stati

analizzati, quella “acculturativa-assimilazionista” di matrice angloamericana è la più rilevante

poiché è quella che maggiormente ha influito nella vita di questo gruppo etnico e poiché è quella a

cui maggiormente si è opposto il Movimento Chicano. Questa teoria è importante perché ha

segnato il rapporto tra angloamericani e resto della popolazione statunitense, in questo caso la

popolazione chicana. È grazie agli Stati Uniti, secondo i teorici dell’assimilazione, se il territorio

conquistato diventò sempre più produttivo e che, grazie all’apertura delle frontiere, gli USA hanno

permesso un avanzamento economico e sociale ai migranti, i quali si inserirono volontariamente

nell’american way of life.

Per Marguia, l’acculturazione finisce sostanzialmente a coincidere, negli Stati Uniti, con

l’assimilazione: il melting pot si è infatti scontrato con il modo di vivere statunitense che si è

imposto su esso.

Secondo la teoria dell’anglo-conformity, come un gruppo si stabilisce negli Stati Uniti, esso

assimila i comportamenti e i valori del gruppo angloamericano. Il primo elemento attraverso cui

avviene l’assimilazione è la lingua, successivamente l’acquisizione delle istituzioni e dei valori.

Il modello americano del melting pot presuppone che tutti debbano diventare statunitensi, con

l’obiettivo di veder nascere una cultura “nuova”, e non una cultura identica a quella del gruppo

egemone come realmente accade. Questa teoria verrà definitivamente contestata negli anni

Settanta, quando emergerà definitivamente il dominio della razza bianca protestate di origine

anglosassone rispetto a tutte le altre.

Nessun bianco pensava di potersi amalgamare con un messicano della frontiera per dar vita a una

cultura nuova e più avanzata: la maggior parte dei cittadini angloamericani pensava che gli

immigrati o andavano esclusi da subito o andavano assorbiti in toto.

Con la battaglia di Alamo, i pochi messicani residenti vennero assorbiti in una situazione di dominio

angloamericano. Già da prima della conquista, un governo messicano centrale poco presente,

facilmente lasciò pensare che questa provincia isolata non sentisse un grande attaccamento per la

madrepatria. L’integrazione messicana avvenne radicale durante la II guerra mondiale, quando

molti messicani-americani entrarono a far parte dell’esercito USA e con numerosi legami

matrimoniali interraziali. A livello lavorativo, i miglioramenti sono evidenti specie là dove i genitori

hanno favorito l’acculturazione delle nuove generazioni. Questa serie di esempi esplicita quanto i

messicani-americani siano diventati più american che mexican.

Lo storico messicano-americano Acuna è stato tra i principali promotori alla fine degli anni

Sessanta di una propria visione della storia da opporre a quella angloamericana, la teoria del

“colonialismo interno”. Le relazioni razziali negli Stati Uniti vengono interpretate in una prospettiva

colonialista. I messicani e i chicanos negli USA sono stati trattati come un popolo conquistato, un

popolo da sfruttare e subordinare agli occhi degli angloamericani: per Acuna non vi sono grandi

differenziazioni tra il colonialismo classico e il colonialismo interno del Novecento, poiché la

relazione servo-padrone rimane vigente, anche se camuffata. La tesi del colonialismo interno è

importante per l’enfasi posta da parte dei messicani-americani sul loro essere discriminati in un

paese che teoricamente li riconosce come propri cittadini.

I punti che meglio si prestano a sostenere la tesi di Acuna sulla corrispondenza dei colonialismi

sono: il territorio di un popolo viene invaso da un popolazione militarmente più potente; la

trasformazione dell’invasione in occupazione permanente; gli abitanti originari si trasformano man

mano in sudditi; una nuova cultura e un nuovo governo soppiantano quelli originali del popolo

conquistato; i conquistati vengono rilegati al livello più basso della scala sociale; il popolo viene

spogliato di ogni potere economico e politico; i vincitori parlano di “missione” e non di occupazione.

Queste caratteristiche sono tutte riscontrabili con la guerra del 1848. L’unica distinzione è che si

tratta di una occupazione “vicina”, dato che nelle situazioni coloniali i paesi invasi si trovano

generalmente lontani dalla madre patria.

Anche lo storico Cartosio concorda nell’affermazione che nelle ex terre messicane alla fine

dell’Ottocento si era ormai stabilito un “sistema coloniale di lavoro” che sarebbe rimasto inalterato

nel corso del Novecento.

La conquista e l’assoggettamento dei messicani da parte statunitense sono in relazione con la

forte espansione economica degli USA dalla seconda meta dell’Ottocento e dunque con la

necessità di stabilire un sistema coloniale interno per mantenere netto il vantaggio economico

senza troppe perdite.

La subordinazione è mantenuta principalmente attraverso la repressione lavorativa: sono sempre i

messicani a occupare i posti lavoratiti più svantaggiati, inoltre il sistema del doppio salario per cui

un chicano ha avuto diritto a un salario più basso.

Il sistema coloniale lavorativo degli USA si basa sulla discriminazione razziale messa in atto

attraverso la barriera che divide tutti gli altri dai bianchi. La subordinazione razziale negli USA si

intreccia instancabilmente a quella di classe: è così che, se anche un chicano fa parte di una

classe media, non sarà mai uguale.

In diversi scritti del Movimento Chicano si dice che gli anglos sono la causa della miseria a cui si è

stati ridotti, che sono loro che dal 1848 hanno causato la povertà dei messicani-americani

togliendo loro terre, averi, diritti politici ed economici. La possibilità chicana si dice inoltre preclusa,

perché negli Stati Uniti se non sei istruito non conquisti alcun posto di rilievo.

Il punto di vista assimilazionista interpreta la condizione socioeconomica messicana negli USA

come una mancanza che è venuta da questo gruppo etnico incapace di integrarsi davvero perché

ancora attaccato a una cultura di tipo tradizionale, mentre la cultura statunitense è una cultura

moderna e postindustriale, più egualitaria. Machismo, troppi figli, un tipo di società omogenea sono

tutti elementi che non aiuterebbero il messicano a inserirsi in un sistema molto più dinamico.

Anche la prossimità geografica non aiuta a distaccarsi dal paese d’origine. In questo senso,

secondo gli assimilazionisti, per i messicani-americani la cosa migliore sarebbe che il governo

statunitense chiudesse il confine con il Messico.

Il punto di vista colonialista trae conclusione assai differenti. L’impossibilità di una vera

assimilazione viene ascritta alla segregazione imposta dagli angloamericani a scuola, a lavoro e

nella politica e non alla cultura di provenienza di cui invece si dovrebbe andare felici. I sostenitori di

questa teoria sottolineano l’ascendenza india, il loro sentirsi gente di colore discendente da una

raffinatissima civiltà. L’ignoranza e l’apatia attribuite ai chicanos sono il risultato di secoli di

dominazione da parte degli europei. Il potere coloniale ha come unico interesse lo sfruttamento

lavorativo del messicano-americano e per il resto non vuole migliorare le sue condizioni perché il

disagio del chicano è utile alla sua segregazione.

Ovviamente il modello assimilazionista è più diffuso tra gli angloamericani, mentre quello

colonialista è condiviso tra gli immigrati. Nel primo caso la responsabilità della mancata

realizzazione economica e sociale messicana-americana viene attribuita ai messicani-americani

stessi; nel secondo caso, questa responsabilità è da attribuire alla discriminazione

angloamericana.

Secondo molti chicanos, il superamento della situazione coloniale cominciò soprattutto negli anni

del Movimento Chicano, che danno l’avvio a un processo di decolonizzazione interna. La presa di

coscienza della discriminazione segnò un riaffioramento dell’orgoglio etnico che incitò gli stessi

immigrati a leggere la storia da un loro punto di vista.

4. Messicano e americano

Durante gli anni Settanta, negli Stati Uniti si diffuse la teoria del pluralismo culturale, la quale

sottolineò l’importanza delle radici e delle specificità culturali, enfatizzando i valori della lingua, dei

costumi e delle origini. La definizione di pluralismo culturale nacque nel 1924 grazie a Kallen, che

in un suo testo sottolineò l’importanza della società multietnica.

Negli anni Settanta esplosero una serie di revival etnici che si opposero a tutte le teorie

assimilazioniste precedenti. È in questo contesto, tra l’altro, che nacque la teoria del colonialismo

culturale, che però nel tempo mostrò tutte le sue debolezze: essa infatti trascurava le differenze di

classe e di genere per esaltare l’etnicità. La teoria del pluralismo ha finito per rendere gli individui

tutti conformi al gruppo etnico al quale appartengono. Così, la comunanza delle radici sembra non

permettere altre diversità.

Secondo Clifford, in un mondo sempre più interconnesso, non è detto che la globalizzazione

debba essere sinonimo di omologazione, anzi, dall’inevitabile e continuo incontro tra culture può

nascere qualcosa di nuovo, che dal suo ibridismo può trarre ricchezza. Inoltre, la modernità non

deve per forza rovinare essenze culturali autentiche.

Per Canclini, uno dei più noti sostenitori dell’ibridismo contemporaneo, la modernità è fatta di

incroci e mescolanze tra vecchio e nuovo. Questo autore spiega che la volontà di costruire popoli

autentici e portatori di purezza culturale da una parte e dall’altra popoli inglobati in una

massificazione urbana e industriale è naufragata. Le ibridazioni spezzano le rigide opposizioni

create dall’Occidente tra etnie, classi, generi culturali e discipline.

Metticciamenti e ibridazioni fanno comprendere come sia attualmente difficile pensare alla

definitiva scomparsa di una cultura in un’altra, dovuta all’assorbimento di quest’ultima a quella

dominante. I messicani-americani non potranno mai venire totalmente assimilati nel contesto

angloamericano perché troveranno sempre il modo di rielaborare nuove forme di “messicanità”.

Ma, se la cultura messicana-americana già nel suo stesso nome inscrive la pluralità. Neanche la

teoria del pluralismo culturale può funzionare. Sembra che per i chicanos non sia possibile trovare

un ambito di riconoscimento esaustivo né nella loro “americanità” né nella loro “messicanità”.

Capitolo terzo: Am I who they say I am?

Nel caso messicano-americano è il Movimento Chicano che affrontò per primo il tema

dell’autorappresentazione. Essa ha fatto storicamente parte di un momento determinante per la

critica dell’etnocentrismo occidentale, ma anch’essa è stata a sua volta sottoposta a critica: i suoi

limiti furono evidenziati proprio da alcuni messicani stessi. Il passaggio alla nuova

autorappresentazione fu delicato e comportò una complessificazione dell’identità

autorappresentata. Oggi non basta più essere chicano per rappresentare tutti i chicanos: le

differenze interne delle cultura reclamano un loro spazio di riconoscimento.

1. La rappresentazione

Come dice Hall, qualsiasi linguaggio opera come sistema rappresentazionale. Nel suo studio su

esso, egli distingue tre teorie principali: riflessica, intenzionale e costruzionista. In quest’ultima,

sono presenti due aree, quella semiotica e quella discorsiva. Tale approccio riconosce il fatto che il

linguaggio ha un carattere pubblico, sociale. Siamo noi che costruiamo significati grazie a sistemi

rappresentazionali. Il mondo esiste, ma va “investito di un significato” per poter essere vissuto. Per

i costruzionisti, ogni significato è arbitrario e non ha nessuna relazione naturale con ciò che

rappresenta.

Per il costruzionista discorsivo Foucalt, è importante l’analisi della produzione del sapere

attraverso l’analisi del discorso. Concentrandosi sulle relazioni di potere, studiò come le varie

discipline della conoscenza hanno pensato di dare la verità a proposito del sapere. Egli studiò

quindi la storia come sistema di rappresentazione. Per lui il discorso è un linguaggio legato al fare,

che governa e influenza il modo in cui le idee vengono poste in pratica. Inoltre, il discorso risulta

essere un concetto fortemente storicizzato: le cose significano qualcosa solo in un determinato

periodo temporaneo.

Per Said, l’Occidente si sente l’enunciatore implicito del concetto di verità, affermando come la

propria condizione politica, economica e culturale sia migliore rispetto ad un’altra cultura. L’Oriente

è una mera costruzione occidentale, dato che l’Occidente nell’esigenza di definire il proprio sé ha

dovuto definire gli altri. La verità costruita da quest’ultimo è una verità assai parziale, spacciata

però per verità oggettiva: nel momento in cui gli autori occidentali hanno descritto l’altro oriente

essi non hanno sottolineato l’aspetto soggettivo della loro descrizione. Gli orientali, i chicanos, i

neri, le donne, ovvero gli altri hanno avuto in comune l’effettiva subordinazione all’Occidente. Said

conclude dicendo che la loro situazione è stata radicalizzata nella cultura bianca per motivi politici

e/o economici e/o di dominio.

2. La crisi della rappresentazione

Con Geertz, negli anni Settanta, si cominciò a mettere in luce come l’imparzialità di un etnografo di

fronte a una realtà diversa dalla sua sia qualcosa di artificiale e non naturale.

La crisi della rappresentazione va storicamente trovata già tra l’Ottocento e il Novecento, quando

si verificarono numerosi studi di antropologi occidentali che hanno rappresentato una realtà

diversa dalla loro. Alla fine degli anni Sessanta, il cambiamento dell’assetto coloniale alterò la

condizione d’osservazione dell’etnografo. Infatti, molte nazioni già dalla fine degli anni Quaranta

decisero di parlare per contro proprio e di ribellarsi alla madrepatria colonizzatrice.

L’uscita del diario di Malinowski ha portato alla crisi della rappresentazione dell’oggettività

antropologica. Questo libro è attraversato da un diffuso tono di frustrazione, senso di solitudine e

aggressività, ovvero di tutti quegli aspetti che rendono la personalità di un etnografo molto più

sensibile e coinvolta nella situazione in cui si trova.

Nel 1986 venne pubblicato Writing Culture, un testo risultato di un seminario tenutosi a Santa Fe al

quale parteciparono critici letterari, storici e antropologi. Il libro tratta principalmente di come

realizzare un testo etnografico, evidenziando il rapporto inevitabile tra scrittura e potere e tra

scrittura e contesto storico. In questo libro venne chiaramente affermato come qualsiasi testo

antropologico non è esente dalle influenze del suo periodo storico e da certe proprietà letterarie,

come già ampiamente dimostrato dal diario di Malinowski. Per il Writing Culture, il discorso crea la

realtà che descrive, non riportandola tale e quale senza nessun intervento soggettivo.

Nonostante l’Occidente abbia cercato da sempre di imporre la sua ideologia culturale come

egemone, ultimamente sta cercando di mettersi in discussione, ma spesso questa situazione resta

intrappolata in nuovi usi del potere di rappresentare.

3. L’autorappresentazione


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni Internazionali
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davide0712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia delle relazioni interculturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Tedeschi Enrica.

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