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La formazione del sistema politico italiano

Il carattere principale della formazione del sistema politico italiano è la rapidità con cui si è costituito. In meno di due anni, tra l'aprile del 1859 e marzo del 1861, l'Italia è quasi fatta, restano fuori Venezia e Roma, Trento e Trieste. L'esito favorevole dell'unificazione è da attribuire alle capacità politiche di Camillo Benso conte di Cavour, dirigente del regno di Sardegna. L'unificazione italiana avviene relativamente tardi ed in modo non consensuale. È un nuovo stato che si costituisce con la violenza: la guerra contro l'Austria, la spedizione dei Mille e l'intervento dell'esercito piemontese al centro.

Problemi post-unificazione

L'unificazione repentina ottenuta con l'uso della violenza pregiudica, in Italia, lo sviluppo politico successivo. L'Italia si trova ad affrontare problemi come:

  • Essere in grado di applicare decisioni e garantire sicurezza, interna ed esterna;
  • Sviluppare un'identità comune;
  • Creare una legittimità diffusa del nuovo sistema politico;
  • Allargare la partecipazione dei cittadini nelle decisioni politiche;
  • Distribuire le risorse in modo equo;

Disordini nel Mezzogiorno

Subito dopo l'unificazione nel 1861, si verificano dei disordini nel Mezzogiorno che richiedono interventi straordinari tra cui l'intervento dell'esercito, lo stato di assedio e le leggi eccezionali. La classe politica opta per un assetto amministrativo fortemente accentrato ispirato al modello francese. La destra storica abbandona l'originaria propensione al decentramento su modello inglese con forti autonomie locali, proprio per evitare che l'unificazione sia un fallimento.

Del resto, il nuovo stato ha ancora problemi di identificazione; l'80% della popolazione è analfabeta e solo il 10% parla italiano correttamente. Ad ostacolare il processo ci sono poi i vecchi sovrani, come il re di Napoli che si rifugia nella Roma papalina, e soprattutto la Chiesa cattolica la cui opposizione è radicale, motivo questo del non-expedit, ossia il divieto alla vita politica ai cattolici.

Allargamento del suffragio

Rimane il problema dell'allargamento elettorale che subito dopo l'unità viene concesso solo ai possidenti. Alla fine dell'800 emerge il conflitto di classe, si formano le prime organizzazioni anarchiche socialiste e nel 1892 si forma il PSI, aumentano le agitazioni, e contadini e operai premono per migliorare le loro condizioni di vita; aumentano così i conflitti sociali.

Il sistema politico unitario

Nel quadro che si è creato, le istituzioni del sistema politico unitario sono ancora regolate dallo statuto Albertino emanato nel 1848 da Carlo Alberto, re di Sardegna. Si tratta di un insieme di regole concesse dal sovrano che possono essere modificate attraverso una legge ordinaria. È una Costituzione da una parte flessibile ai mutamenti ma dall'altra poco garantista di cui il Re detiene i privilegi. Per tutto il periodo liberale, fino al 1922, il governo sarà sempre un governo debole, stretto tra il potere del re e quello del parlamento.

Elezioni e sistema bicamerale

Il parlamento dell'Italia liberale è bicamerale, come ancora oggi, composto da un Senato e una Camera dei deputati. Il Senato non è eletto direttamente, e i senatori sono nominati direttamente dal re. Proprio per come è eletto, esercita un potere minore rispetto alla camera e non può influenzare i contenuti della legislazione. La Camera dei deputati svolge un ruolo centrale nel sistema istituzionale poiché elettiva; i deputati sono eletti in collegi uninominali di due turni, ossia con eventuale ballottaggio.

Il periodo del trasformismo

Nel primo periodo storico lo Stato è caratterizzato da un sistema bipartitico. Ciò che separa le due fazioni, dette storiche, è l'atteggiamento nei confronti dell'unificazione:

  • Destra: troviamo i sostenitori della monarchia, difensori dei diritti della proprietà e di una politica di bilancio in pareggio, attenti a quelli che sono i vincoli imposti dal sistema internazionale;
  • Sinistra: troviamo gli ex repubblicani e chi non ha disdegnato l'insurrezione per arrivare all'unità.

I confini tra destra e sinistra storica perdono rilievo dopo l'annessione di Roma del 1870 e la rivoluzione parlamentare del 1876 quando la sinistra sostituisce la destra al potere e il gruppo toscano si allea con la sinistra, mentre in precedenza era all'opposizione. Infine, dal 1882 in poi la distinzione tra i due poli diviene sempre meno chiara.

È il periodo del trasformismo caratterizzato da maggioranze parlamentari composite di gruppi di sinistra che si alleano a gruppi di destra. Manca a questo punto un legame forte tra elezioni e composizione del governo che è frutto di mutevoli alleanze tra i gruppi che prevalgono al parlamento. Questo porta all'instabilità dei governi che si alternano in una durata di poco più di 13 mesi, fatta eccezione per quello presieduto da Giolitti all'inizio del XX secolo.

Il movimento fascista

Fino alla metà della prima guerra mondiale il trasformismo con le maggioranze fluttuanti sarà la caratteristica centrale dell'età liberale. Il trasformismo emerge come una sorta di risposta alla debolezza dei governi. Il nuovo governo nasce con una legittimità debole, la chiesa con l'emanazione del non expedit marca la sua forte opposizione al nuovo governo e ne rimane fuori fino agli inizi del secolo, ma l'emergere di un forte movimento socialista spinge la chiesa a rivedere la propria posizione permettendo ai cattolici la partecipazione alle elezioni a determinate regole.

Alla fine del XIX secolo irrompono sulla scena politica le classi inferiori: contadini ed operai. In poco tempo nel triangolo industriale costituito tra Milano, Torino e Genova prende forma un proletariato urbano, che si organizza presto in sindacati di ispirazione socialista. Lo sviluppo industriale in Italia arriva relativamente tardi, con l'inizio del nuovo secolo, questo spiega la relativa debolezza del movimento sindacale, che si trova ancora in larga misura nelle campagne.

Il partito socialista

Il partito socialista appena costituito mostra subito una divisione interna:

  • Riformisti: è un'area moderata, la cui intenzione è di entrare nelle istituzioni per poi eventualmente modificarle e tessere alleanze con forze progressiste per ottenere vantaggi concreti e immediati per la classe dei lavoratori;
  • Massimalisti: puntati ad affrettare l'avvento della rivoluzione e convinti della fine della società borghese con avvento della società socialista.

Di fronte ai moti di Sicilia (1894) e Milano (nelle 5 giornate di Milano 1898) la classe politica liberale tende inizialmente a dividersi; una parte, quella composta dalle forze politiche antisistema e capeggiata da Sidney Sonnino, reagisce con la forza. L'intento è di integrare direttamente le masse nello Stato, sfidando le elite anti-sistema con una politica che accompagni alla repressione le riforme sociali, la principale è la riforma agraria che renda i contadini proprietari e quindi conservatori. L'idea di Sonnino era che solo un governo svincolato dal Parlamento era in grado di superare gli interessi particolari e attuare quindi riforme che consolidassero il sistema politico liberale.

È Pollux che alla guida del governo tra il 1898 e il 1900 cerca di attuare quella che era stata l'idea di Sonnino, egli cerca di limitare i diritti di libertà per ridurre così lo spazio politico delle organizzazioni socialiste, la sua politica non fa altro che acuire il conflitto sociale, creando malumore anche in parlamento dove alla fine la stessa maggioranza lo abbandona. Il secolo si chiude con l'assassinio del re Umberto I per mano di un anarchico, segno evidente della gravità della crisi. Il fallimento di forzare le istituzioni con un approccio autoritario apre la svolta ad una via liberare.

L'età giolittiana

Si affaccia il tempo dell'età Giolittiana, un periodo lungo 15 anni. Giolitti si trova di fronte allo stesso problema di Sonnino, ossia come integrare le masse nello stato unitario. Giolitti punta però ad integrare piuttosto le nuove elite che si erano formate cercando di mantenere in Parlamento una forte maggioranza liberale e di sfruttare la crescente competizione tra socialisti e cattolici, alleandosi ora con gli uni, ora con gli altri nella speranza che l'integrazione delle forze anti-sistema sia un processo naturale.

Ne risulta un sistema politico con un basso livello di competizione. I liberisti intendono collaborare con cattolici e socialisti, ma solo da una posizione di forza. Il gradualismo giolittiano ottiene comunque dei risultati e per la prima volta le forze anti-sistema si esprimono ufficialmente a favore di provvedimenti del governo. I rischi del suffragio quasi universale del 1913 vengono abilmente neutralizzati con il "patto Gentiloni", un accordo elettorale che, facendo confluire buona parte dei voti cattolici su candidati liberali, permette a questi di mantenere una buona maggioranza in Parlamento, in pratica le maggioranze si formano in questo periodo grazie all'azione del leader.

La Grande Guerra e la crisi del regime liberale

La partecipazione alla guerra mondiale da parte dell'Italia porta a conseguenze importanti nello sviluppo del sistema politico del paese:

  • Conseguenze di tipo istituzionali, poiché l'entrata in guerra era avvenuta nonostante l'opposizione della maggioranza guidata da Giolitti che riteneva invece vantaggioso mantenere una posizione di neutralità. La decisione ad intervenire viene presa dal governo Salandra con l'appoggio del re che si avvale dello statuto per firmare l'alleanza con le potenze dell'intesa Francia, UK, Russia. A sostenere l'entrata in guerra partecipano per la prima volta, nel sistema politico italiano, delle manifestazioni in piazza, tutto ciò segna un declino del Parlamento;
  • Conseguenze nel sistema politico, i contadini sono la forza che dà vita all'esercito italiano e come tale sono i creditori più importanti alla fine della guerra e nel 1917 dopo l'importante sconfitta di Caporetto, il re stesso avalla la riforma agraria per ricompensarli; Da parte loro gli operai invece vedono rafforzare la loro posizione grazie all'industrializzazione che avanza proprio grazie alla guerra, inoltre lo scoppio della rivoluzione russa del 1917 li galvanizza ulteriormente: la creazione di un nuovo Stato socialista è ormai una realtà. Come risultato di tutto questo il partito socialista si radicalizza e i massimalisti diventano al suo interno la maggioranza e ne controllano la direzione.

Con la fine della guerra inizia la stagione delle agitazioni sociali (biennio rosso 1919-1920) un periodo caratterizzato da scioperi e occupazioni, la richiesta di una radicale distribuzione delle risorse è molto forte. La svolta avviene per mano delle classi medie che avevano contribuito molto allo sforzo bellico e per questo sono molto sensibili a causa della delusione dei vantaggi ottenuti dalla fine della guerra. È proprio in questa classe che il fascismo pesca i suoi aderenti, soprattutto coloro che andranno a formare le squadre di azione che ingaggiano una dura lotta contro le organizzazioni socialiste e contro quelle cattoliche.

Inoltre, il movimento fascista è sostenuto dai proprietari terrieri che vedono nelle squadre di azione uno strumento utile a rimettere al loro posto le organizzazioni sindacali. Il sistema politico si trova inadeguato a fronteggiare lo scenario post guerra e l'unico partito di massa ante-guerra il PSI ne esce fortemente radicalizzato e disinteressato a sviluppare collaborazioni con altri gruppi. Con la fine della guerra i cattolici si organizzano in modo autonomo, nel 1918 viene fondato il Partito Popolare Italiano (PPI) e l'anno successivo viene definitivamente radicato il non expedit. Il PPI è un nuovo partito di ordine antiparlamentare che fatica a collaborare con i liberali, infatti il suo capo riconosciuto don Luigi Sturzio non risiede in Parlamento. I liberali a loro volta si trovano in uno scenario politico mutato, lo stesso ruolo dei prefetti ne esce ridimensionato, è ora molto più difficile influire sulle elezioni, come si faceva in passato, se ne accorge anche Giolitti tornato al potere per un breve periodo nel 1920.

I liberali sono tra loro rivali e dopo le elezioni del 1920 non dispongono più della maggioranza parlamentare ma si trovano divisi addirittura in 5 gruppi. Il clima è caratterizzato da scioperi e occupazioni socialiste da un lato e violenza da parte delle squadre fasciste dall'altro. Il sistema politico è paralizzato, al suo interno si trovano governi deboli incapaci di prendere decisioni. È in questo clima che il movimento fascista, con a capo Mussolini, coglierà l'occasione per arrivare al potere il 28 ottobre 1922. Finisce così il sistema liberale.

Il regime fascista

Sebbene la marcia su Roma sia un fenomeno in parte di facciata, la minaccia dell'uso della violenza organizzata è una delle principali carte in mano a Mussolini, per la prima volta la violenza viene usata nel nostro sistema politico per ottenere l'incarico di guidare il governo. Dopo aver consolidato il potere, il regime fascista assume i tratti di un regime autoritario e di stampo moderno, ben diverso nella prima fase dai regimi totalitari:

  • All'interno un relativo pluralismo: è una costante del regime: il re mantiene il sostegno da parte della burocrazia e delle forze armate e anche la chiesa Cattolica dopo essersi riconciliata con lo stato italiano nel 1929 è l'unica che dispone della possibilità di sviluppare organizzazioni alternative: si pensi all'Azione cattolica che nel 1942 ha ben 2 milioni e mezzo di iscritti;
  • Una partecipazione politica limitata: in un primo momento l'unica preoccupazione è smobilitare gli avversari, le cui organizzazioni vengono smantellate e dichiarate fuori legge. Mentre a partire dagli anni 30 si aprono le iscrizioni al partito che diviene un partito di massa, rimane comunque un partito profondamente illiberale che cerca di superare le arretratezze dell'unificazione italiana. Gli italiani entrano così nel mondo politico;
  • Una ideologia non molto articolata;
  • Un esercizio del potere entro i limiti.

Il partito fascista penetra profondamente in tutti i settori della vita politica, amministrativa e sociale. Dagli anni 30 la tessera fascista è una condizione necessaria per lavorare nella pubblica amministrazione per farvi carriera. Altro lascito importante del regime fascista è la creazione di un vasto settore pubblico dell'economia, la grande manovra per salvare industrie e banche messa in atto negli anni 30 porta alla creazione nel 1936 dell'IRI, l'istituto per la costruzione industriale. Tutto ciò segna il superamento dei principi liberisti da sempre contrari all'intervento pubblico.

Fine del regime fascista

Diversi sono gli aspetti che peseranno sul regime repubblicano dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943, che avviene prima di tutto a causa della sconfitta militare e in secondo luogo per le iniziative nate al suo interno. La sfiducia a Mussolini è preparata da Dino Grandi, uno dei gerarchi più importanti, ed è approvata dal Gran Consiglio del fascismo. Alla dissidenza fascista si aggiunge inoltre il colpo di Stato monarchico. Il governo diretto dal maresciallo Badoglio è espressione di tutto questo, al suo interno non vi sono né i fascisti dissidenti né gli antifascisti. La relativa continuità dal fascismo alla democrazia, forte soprattutto a livello istituzionale, è dovuta in buona parte al ruolo che vi svolgono la Corona e gli apparati che le fanno capo. Va inoltre ricordato che lo sbarco degli alleati (8 settembre 1943) con la loro presenza militare influisce notevolmente su tutta la fase della transizione.

Le nuove regole del gioco: la Costituzione del 1948

Il nuovo regime che prende forma è caratterizzato da elementi di discontinuità. Dal 1944 in poi il governo è espressione delle forze politiche e fino al 1947 sarà formato da tutti i partiti antifascisti di orientamento repubblicano. Il primo segno netto di discontinuità è il referendum del 2 giugno 1946 in cui l'Italia si trasforma in una Repubblica. Segue poi l'elaborazione da parte dell'assemblea costituente, eletta contestualmente nel referendum, di una nuova Costituzione, che entra in vigore nel 1948. I risultati delle elezioni per la Costituente indicano già la profondità del mutamento politico in corso. Infatti, i tre quarti dei voti sono conquistati dai tre partiti di massa: la DC, il PSI e il PCI. Mentre partiti quali quelli liberali e repubblicani legati a ideali risorgimentali ottengono risultati molto modesti.

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Dariozzolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Gritti Roberto.
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