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L'islam immaginato

La teoria del clash di civiltà si fonda sulla tesi che nel "nuovo ordine mondiale" i modelli di conflitto o di cooperazione siano basati su distinzioni ed identificazioni di tipo culturale. Questo si trasforma secondo Huntington in una riproposizione di pregiudizi indimostrati sull’islam e sul mondo musulmano. Non sono di certo i caratteri religiosi e culturali dell’islam a costituire una minaccia, ma semmai il rinforzarsi nel mondo di sentimenti anti-occidentali.

Il ruolo dell'11 settembre

È interessante notare il ruolo dell'11 settembre come punto "focale" nel rapporto comunicazione e islam. L’11 settembre non è solo un picco di attenzione ma uno snodo che pone il mondo islamico al centro della "geografia della notiziabilità". Il lavoro qui presentato si configura come un insieme di ricerche che ha nella dimensione del contenuto il suo principale campo d’indagine.

Le varie esperienze di ricerca verranno utilizzate per isolare quelle che possono essere definite forme stereotipe della rappresentazione dell’altro musulmano. In particolare sarà oggetto d’indagine la rappresentazione televisiva e della carta stampata italiana. Esiste un generale consenso sul fatto che l’immagine "pubblica" e mediatica dell’islam sia viziata da criticità, distorsioni, in alcuni casi da autentiche mistificazioni, effetti di un approccio generalmente superficiale nei confronti di un universo culturale che ha nella complessità la principale delle sue chiavi di lettura.

Criticità nella rappresentazione dell'Islam

Si cercherà di specificare le criticità più profonde ed evidenti, relative a tre dimensioni:

  • Monolitismo dell’islam: distorsione che manca nel riconoscimento dell’eterogeneità delle esperienze culturali, storiche, politiche, sociali e religiose all’interno di un complesso sistema di popoli definibili come islam;
  • Eccezionalismo dell’islam inteso come "natura tutta particolare", come un’esperienza diversa dalle altre esperienze religiose e culturali;
  • Homo islamicus: individuo definito esclusivamente a partire dalla sua appartenenza religiosa che non ha altre identità se non quella di "seguace della religione".

Oltre a queste distorsioni, ve ne sono altre legate alla rappresentazione fornita dai mezzi di comunicazione di massa. Si tratta di forme che si snodano intorno a due dimensioni:

  • La rappresentazione dell’islam come oggetto conflittuale e "ansiogeno";
  • Il permanere di uno sguardo orientalista sul mondo islamico.

Il prevalere dell’una o dell’altra rappresentazione sarebbe collegabile ai periodi di maggiore o minore "turbolenza": nei momenti straordinari prevarrebbe un’immagine dell’islam orientato in maniera "naturale" al fanatismo e alla minaccia contro l’occidente, mentre in periodi di routine riaffiorerebbe quell’immaginario esotico e orientalista.

Diversamente è più probabile che queste due forme agiscano oggi contemporaneamente, fornendo l’una (sguardo orientalista) il "fondale" davanti al quale sono "agite" e "messe in scena" le microstorie che compongono gli eventi e situate e tematizzate le questioni in gioco nel confronto con l’Altro islamico, e l’altra (islam minaccia) come frame interpretativo degli eventi che si svolgono sulla scena internazionale.

Integrazione e globalizzazione

Discutere di "integrazione" significa discutere delle modalità con cui le differenze che abitano uno stesso spazio sociale possono abitarlo arricchendolo e arricchendo sé stesse. Lo stesso concetto di "cultura" si rivela poco malleabile laddove si stabilisca che il rapporto che questi intrattiene con un altro termine problematico quale la "globalizzazione" sia meramente di tipo "omogenizzante", come spesso si sostiene.

La "globalizzazione" come esplosione delle possibilità di interconnessione e scambio tra categorie spazio-temporali accompagna il progressivo deterioramento di una concezione più classica della cultura, ovvero il suo essere fermamente radicata ad un luogo (Tomlison e Appadurai, 2001).

Ma quando la gente inizia a circolare e si sposta con la propria rete e bagaglio di significati, il territorio non può più essere inteso come un mero "recipiente di culture". La "globalizzazione" rende visibili le "mescolanze", la produzione di immagini e rappresentazioni relative all’altro e il problema dell’altro diventano temi fluidi, immersi e riflessi dal fenomeno empirico che i media veicolano negli altrove. Questi sono i "confini", i luoghi in cui il locale si confonde con il globale (G-Locale), dove avviene il passaggio e lo scambio tra i due nonluoghi, astratti ma sempre più reali.

Il fatto che l’integrazione e la compresenza siano temi quanto mai sfuggenti, è dato dalla visione di cultura del "multiculturalismo ingenuo", ovvero la visione dei singoli individui intesi come portatori di singoli e statiche culture più o meno assimilabili tra di loro.

Le "concezioni rigide di cultura" (gli uomini sono necessariamente portatori di cultura, le culture sono tra loro distinte, ecc) costituiscono una parte di quello che Stolcke definisce "fondamentalismo culturale", espressione tipica di molte forme di "reazione" alla globalizzazione.

Relativismo culturale

Tale sguardo può anche sfociare in quello che è il relativismo culturale, volto all’analisi comparativa delle culture finalizzata all’individuazione di principi comuni. Bisogna però riconoscere delle differenze:

  • La cultura non è data. Porta in sé la transitorietà, adeguamento a fenomeni storico-sociali.
  • La perfetta corrispondenza fra tratti culturali di una popolazione e tratti culturali dei singoli appartenenti ad essa è una approssimazione.
  • Non esistono culture nate senza l’intervento di un complesso e stratificato insieme di scambi con culture "altre da sé".
  • Le modalità di scambio e trasmissione non sono unidirezionali, ma a volte ricchi di scivolamenti all’indietro.

Negli ultimi anni si è accentuata la tendenza a bersagliare il "relativismo culturale":

  • È stato accusato di fungere da "quinta colonna" delle istanze fondamentaliste esterne che mirerebbero a ribaltare l’egemonia dell’occidente (sul piano economico e dei valori).
  • È accusato di non essere in grado di rispondere alle sfide dei neo-comunitarismi, identificati nelle risposte messe in campo di fronte assimilazionisti (caso: Francia -> ex colonia);
  • Lo si attacca per difendere le "conquiste occidentali" in termini di uguaglianza, rispetto e società civile, a differenza invece dell’"altro islamico" che continua ad essere rappresentato in maniera sommaria, con poca considerazione riguardo le ragioni sociali, politiche storiche basandosi per esempio sulla posizione della donna nelle realtà musulmane.

Va detto, però, che troppo spesso si parla di fallimenti per i modelli che hanno guidato il modo di porsi della civiltà occidentale di fronte a quella musulmana. Gli esempi di mancata integrazione passano in primo piano rispetto a quelli, seppur difficoltosi, che invece riescono o sono riusciti. Si tende spesso ad essenzializzare i modelli e ad etichettare come defunti quelli che magari hanno accompagnato decenni di immigrazione.

Alcune critiche al relativismo possono rivelarsi valide, ma la maggior parte delle accuse al concetto ha il grande limite di non ricordare il contesto intellettuale in cui è nato e il ruolo che ha avuto nel minare le basi dell’universalismo egemonico. Lo stesso universalismo dei diritti dell’uomo nel dopoguerra, che non immaginava differenti culture ordinate in maniera gerarchica. Una delle più grandi conquiste è stata sicuramente quella di aver compreso che le culture sono frutto di ibridazioni, sono eterogenee; così interrelate e interdipendenti da mettere in crisi qualsiasi ragionamento unitario o semplicista.

Comprensione dell'uomo e categorizzazione

Si può considerare l’uomo come un elaboratore di informazioni che necessita di comprendere quanto più possibile il mondo per poterlo prevedere e controllare ma è ostacolato da due grandi problemi:

  • È sommerso da una grande quantità di informazioni per le sue capacità mentali;
  • Rispetto ad un singolo caso spesso si dispone di un numero ristretto di informazioni.

Per ovviare a questi due problemi, vengono messe in atto specifiche azioni cognitive per semplificare la realtà: la categorizzazione. La categorizzazione consiste nel raggruppare eventi, persone ed oggetti che vengono considerati equivalenti da un certo punto di vista. Lo scopo è di costruire raggruppamenti di oggetti sociali al fine di indirizzare le azioni e le risposte rispetto al mondo esterno, attraverso l’esperienza individuale. La formazione di giudizi aprioristici che dipendono dal "contatto" tra l’oggetto e l’individuo; inoltre porta a costruire modelli stabili solo nelle intenzioni dei soggetti che la mettono in atto. Tuttavia questi modelli sono soggetti a variazioni offerti dall’esperienza.

Concetti aprioristici:

  • Stereotipo: fornisce le caratteristiche di una categoria sociale;
  • Pregiudizio: si riferisce ad un particolare atteggiamento verso tutto un gruppo o una classe di persone. Il pregiudizio più diffuso è quello etnico. Per Harding si intende gruppo etnico "un insieme di persone che hanno in comune una o più delle seguenti caratteristiche: religione, origine razziale, origini nazionali, lingua e tradizioni culturali;
  • Atteggiamento: la definizione che raggruppa tutte le altre è quella di Allport secondo il quale l’atteggiamento è una propensione a valutare in maniera negativa o positiva i fenomeni e oggetti sociali, in base alla propria esperienza.

Gli atteggiamenti svolgono un ruolo fondamentale nella vita degli individui in quanto:

  • hanno una funzione conoscitiva, decodificano le informazioni e semplificano il mondo;
  • hanno una funzione difensiva con il quale le persone esprimono le loro paure attraverso il confronto con persone di diversa nazionalità o religione;
  • costituiscono una predisposizione a valutare uno stesso oggetto;
  • si apprendono e si diffondono nei processi di socializzazione;
  • influenzano il comportamento sociale.

Gli atteggiamenti sono modellati negli individui anche in relazione ai gruppi che li circondano (famiglia, colleghi, amici). Questi gruppi possono esercitare due tipi di conformismo: informativa, se il singolo riconosce l’autorità del gruppo come fonte di informazione, o normativa, se vengono accettate norme e valori per corrispondere alle attese del gruppo. Un ruolo fondamentale negli atteggiamenti è quello dei mass media che conferiscono rilevanza a temi, essendo così un punto di riferimento nella decodifica del mondo.

Psicologia sociale e pregiudizi

La psicologia sociale si è data due motivazioni sulla totale e persistente diffusione dei pregiudizi:

  • Spiegazione psico-dinamica: nella sua teoria "frustrazione-aggressività" Dollard afferma che in presenza di una frustrazione si manifesta in noi uno stato di tensione che ci predispone all’aggressione verso l’oggetto ritenuto causa della frustrazione. Se non si riesce a scaricare tale frustrazione, essa si accumula fino a scaricarsi su oggetti diversi da quelli alla sua origine. Un esempio è chi vive una vita disagiata che ha come valvola di sfogo l’altro (solitamente immigrato) accusato di essere una minaccia;
  • Strutture di personalità: secondo Adorno il pregiudizio non è un processo universale ma fa parte di una serie di caratteristiche di una personalità "disturbata". Adorno spiega come ci siano masse disponibili a sottomettersi e altre a non sottomettersi. In quella che Adorno chiama personalità autoritaria, confluiscono varie caratteristiche (autoritarismo, conservatorismo, ecc) tra queste anche il pregiudizio che è visto come uno schema mentale di riferimento, soprattutto quando rivolto verso minoranze;
  • Teoria della congruenza di credenze: secondo Rockeach, le persone privilegiano l’interazione con altre che condividono il loro sistema di credenze. Questo meccanismo si può espandere nella cosiddetta "mente chiusa" ovvero una personalità che non tollera incertezze e contraddizioni ed è portatrice di pregiudizio per alcuni individui e gruppi etnici con sistemi di credenze incompatibili con il loro.

Anche la costruzione dello stereotipo risponde ad un processo di categorizzazione della realtà sociale sui gruppi. Lipmann nel 1922 sostiene che la realtà sociale non può essere conosciuta nella sua totalità ma solo per mezzo di immagini e rappresentazioni che l’uomo si crea intorno a questa. Su questa si basano le semplificazioni, stereotipi e forme di organizzazione preventiva dei dati.

La prima ricerca sugli stereotipi fu di Katz e Braly. L’esperimento consisteva nel far associare ai candidati degli aggettivi a dei vari gruppi etnico-nazionali. Il risultato fu una serie di gruppi...

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Dariozzolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Gritti Roberto.
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