Il sistema politico italiano
Prima della Repubblica
Il processo di unificazione italiano fu molto rapido. In poco meno di due anni dal 1859 al 1861 quasi tutta l'Italia era unita a parte Venezia e Roma, aggiunte in pochi anni, e Trento e Trieste che verranno annesse solo con la Prima Guerra Mondiale. I meriti dell'unificazione furono da attribuire alla forte classe dirigente con a capo Camillo di Cavour e, dal punto di vista internazionale, si vedeva la Francia alleata con il Piemonte e la Gran Bretagna favorevole alla creazione di uno Stato italiano. Rispetto agli altri paesi dell'Europa, l'unificazione italiana avvenne tardi e in modo non consensuale, in quanto fu data da violenza: la guerra contro l'Austria, la spedizione dei Mille nel Sud, l'intervento dell'esercito piemontese.
Il fatto che sia avvenuta rapidamente ha determinato una serie di conseguenze. La principale è che l'Italia si trovò di fronte a una serie di manovre da compiere come: costruire uno Stato forte decisionalmente, garantire una sicurezza interna ed esterna, sviluppare un'identità comune e ridistribuire in modo equo le risorse. Opposti a questa unificazione erano: il re di Napoli, l'Austria e la Chiesa cattolica, la cui opposizione diventa radicale a partire dal 1870 con il non expedit, l'enciclica del papa che vietava ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche. Subito dopo l'unità il suffragio è concesso ad una piccola parte di possidenti. Alla fine dell'Ottocento emerge poi il conflitto di classe: si formano le prime organizzazioni anarchiche e socialiste e nel 1892 viene fondato il Partito socialista italiano e si moltiplicano le agitazioni.
Le istituzioni del sistema politico italiano sono regolate dallo Statuto albertino, emanato nel 1848 da Carlo Alberto, re di Sardegna, ed esteso poi a tutta Italia. Lo Statuto è una costituzione di norme giuridiche che regolano il potere politico ed è flessibile nel senso che può essere modificato attraverso una legge ordinaria. Quindi, da una parte si può adattare meglio alle condizioni politiche e dall'altra risulta meno garantista. Essa dice che il potere esecutivo appartiene solo al re e che lui governa tramite i suoi ministri che nomina e revoca. Infatti, il governo non esiste nello Statuto. Il parlamento dell'Italia liberale è bicamerale come oggi con un Senato e una Camera dei deputati. Il Senato non è eletto, ma formato da personaggi illustri nominati dal Re. Il Senato gioca un ruolo minore rispetto alla Camera. Quest'ultima svolge un ruolo centrale nel sistema istituzionale poiché elettiva. Nel 1861 poteva votare solo il 2%, poi vennero aggiunti anche coloro che sapevano leggere e scrivere, poi gli analfabeti ed infine tutti i maggiorenni fino alle donne solo nel 1946.
Nei primi anni era presente una dinamica bipartitica con due grandi raggruppamenti: la destra e la sinistra storiche. Essi non rappresentano due partiti, ma due raggruppamenti di parlamentari, di federazioni di gruppo a base prevalentemente regionale. La principale divisione riguarda l'atteggiamento nei confronti del processo di unificazione. I politici della destra erano sostenitori decisi della monarchia costituzionale e dei diritti di proprietà, mentre la sinistra composta da ex repubblicani era favorevole alla repubblica. Questa distinzione tra sinistra e destra storica perde lentamente forza a partire dall'annessione di Roma nel 1870. A partire dal 1882 viene meno la distinzione tra maggioranza e opposizione secondo quello che viene chiamato trasformismo, che vede l'unione tra i gruppi di sinistra che si alleano con quelli di destra. Conseguenza di questo fu la brevità dei vari governi che si alternarono ad eccezione di quelle di Giolitti. Il trasformismo con le sue ampie maggioranze parlamentari emerge come una sorta di risposta alla debolezza del governo che doveva convivere con due istituzioni forti come il sovrano e il parlamento.
Il nuovo stato nasce con una legittimità debole e l'ostilità della Chiesa pesa per tutto il periodo liberale in quanto i cattolici e quindi il settore dei conservatori si opponevano allo Stato. Alla fine del 19esimo secolo si vedono irrompere nella scena sociale e politica le classi inferiori: contadini e operai. Il malcontento si manifestò al Sud con fenomeni di brigantaggio e al Nord con l'organizzazione in sindacati. Si crea anche un proletariato urbano e lo sviluppo industriale arriva abbastanza in ritardo e questo a causa di un movimento sindacale debole.
Il partito socialista mostra sin da subito delle divisioni. All'interno presentava moderata, i riformisti che volevano entrare nelle istituzioni per trasformarle e borghesi per ottenere vantaggi concreti ed immediati ed un'ala radicale, i massimalisti, fiduciosa nell'esaurimento della classe borghese. Dopo i moti di Sicilia e di Milano, la classe liberale si spacca in due. Chi voleva reagire con forza come Sidney Sonnino il cui intento era integrare direttamente le masse nello Stato reprimendo le riforme sociali (riforma agraria). Il pensiero di Sonnino fu messo in atto da Luigi Pelloux, ma la sua politica determinò ancora più malcontento finendo il secolo con l'assassinio di Umberto I. E chi come Giolitti cercava l'integrazione ma in modo più moderato, tenendo nel parlamento una forte maggioranza liberale e sfruttando la crescente competizione tra socialisti e cattolici. Il gradualismo giolittiano nonostante abbia determinato un basso livello di competizione conosce comunque i suoi successi: le forze anti-sistema si offrono a favore del governo.
La grande guerra e la crisi del regime liberale: la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale ha delle conseguenze:
- Conseguenze istituzionali: come approcciarsi alla guerra per cui Giolitti favoriva un approccio neutrale, mentre la decisione di intervenire è presa dal governo Salandra e da forti manifestazioni in piazza.
- Fortissimo processo di mobilitazione delle classi inferiori: la maggior parte di coloro che stavano al fronte erano contadini che diedero molto credito all'esercito e gli operai rafforzarono la loro posizione grazie all'industrializzazione che la guerra favorisce.
- Nascita del fascismo: in una situazione di malcontento e che si basava sul concetto di 'vittoria mutilata' attecchisce il movimento appoggiato anche dai proprietari terrieri.
Nel 1918 nasce il Partito popolare italiano e l'anno successivo viene abolito il non expedit. Il Ppi nonostante sia di orientamento moderato fatica a collaborare con i liberali e inoltre è di origine extraparlamentare in quanto il suo capo, don Luigi Sturzo, non risiedeva al parlamento. Dopo le elezioni del 1919 i liberali non dispongono più di una maggioranza e in questo momento di fragilità Benito Mussolini arriva al potere il 28 ottobre 1922: è la fine del regime liberale.
Il regime fascista
Questo regime si instaura con l'uso della violenza ed è la prima volta nel nostro sistema politico accade. Dopo la riforma elettorale maggioritaria del 1924 il regime fascista assume rapidamente i tratti di un regime autoritario quindi un regime non libero ove non c'è competizione ma è caratterizzato da un relativo pluralismo, una partecipazione politica limitata, un'ideologia non molto articolata. In una prima fase il regime si differenzia da quelli di destra e sinistra per il pluralismo sociale e istituzionale, ma poi l'atteggiamento cambia e si inizia a puntare di più sulla mobilitazione e il partito diventa di massa. Questo era un partito illiberale e la prima socializzazione di massa della storia italiana avviene con questo partito e in un regime non democratico.
La repubblica proporzionale
Il fascismo cade il 25 luglio 1943 e le iniziative che portarono alla sua caduta nacquero dall'interno ad esso si aggiunge anche il colpo di stato monarchico guidato dal maresciallo Badoglio che aveva un esercito composto da: burocrazia civile e militare. Questa fase di transizione è dovuta in buona parte dal ruolo della Corona ed agli apparati che a questa fanno capo ma anche dalla presenza degli Alleati in Italia.
La costituzione del 1948
Dal 1944 al 1947 il governo sarà formato da esponenti di quasi tutti i partiti fascisti di orientamento repubblicano. Un primo netto segno di discontinuità fu dato il 2 giugno 1946 dove il risultato del referendum proclamò la repubblica. Seguì poi da parte di un'Assemblea Costituente la creazione di una Costituzione entrata in vigore nel 1948. I tre quarti dei voti sono presi dai tre partiti di massa: la Democrazia cristiana, il Psi e i Pci. La Costituzione era simile a quella di Weimar e quella della Quarta Repubblica francese. È una costituzione lunga con una prima parte dove vengono esposti i diritti civili politici e sociali. Nella seconda parte disegna una Repubblica parlamentare cioè un governo espressione della maggioranza parlamentare. La costituzione è fortemente retrospettiva quindi vengono fatte leggi per tutelare il governo da minacce come il liberalismo e il fascismo. Un ruolo fondamentale è quello del Presidente della Repubblica che formula il governo e elegge il Presidente del Consiglio; può sciogliere anticipatamente le Camere e convocare le elezioni in anticipo. Anche l'introduzione del controllo giudiziario di costituzionalità delle leggi è stata una novità. La creazione di una Corte Costituzionale, composta da giudici nominati in eguali proporzioni dal presidente, parlamento ed altre magistrature, iniziò a funzionare solo nel 1956. La volontà dei costituenti di circoscrivere i poteri dell'esecutivo emerge dal Csm, l'organo cui la Costituzione affida tutte le decisioni riguardanti lo status dei magistrati sia pubblici ministeri sia giudici. Presieduto dal capo dello Stato è formato per due terzi da magistrati eletti dai propri colleghi e per un terzo da giuristi eletti dal parlamento. Così il Csm iniziò a ridurre drasticamente i poteri del governo sull'amministrazione della giustizia.
Un orientamento regionale iniziale fu applicato solo alle regioni a statuto speciale: Valle d'Aosta, Sicilia, Sardegna e Trentino Alto-Adige. L'istituzione di regioni ordinarie venne bloccato dalla Dc poiché non voleva che le regioni venissero controllate da partiti comunisti. Solo nel 1970 furono istituite le regioni ordinarie. Ultimo ma non meno importante fu il referendum abrogativo che permette a minoranze qualificate di richiedere l'abrogazione totale o in parte della legge. Il carattere della democrazia repubblicana non è determinato solo dalle norme costituzionali, ma anche dalla legge elettorale che fu il frutto di un accordo tra i partiti. Questa legge è a favore di un sistema proporzionale a scrutinio di lista dove all'elettore spetta il compito di scegliere tra le liste di campo e di esprimere la preferenza per i singoli candidati. I seggi sono attribuiti in modo proporzionale tra le varie liste e sono eletti i candidati. È un meccanismo che premia principalmente i partiti di massa.
I partiti di sinistra e in particolar modo il Pci riescono ad esercitare un forte controllo sulla mobilitazione delle classi inferiori, mentre la Dc svolge un ruolo analogo con le classi medie. Il sistema politico italiano ormai si basava sui rapporti tra questi partiti ed un esempio furono le elezioni parlamentari del 18 aprile 1948. Queste elezioni videro l'opposizione tra due schieramenti: il Fronte democratico popolare, composto da Pci e Psi e la coalizione di governo dell'anno precedente, composta da Dc e piccoli partiti come Pli, Pri e Psdi. L'esito dà la maggioranza alla Dc il cui capo Alcide de Gasperi diviene presidente del consiglio fino al 1953. Alla costituzione viene data un'interpretazione maggioritaria che dava vantaggio alla maggioranza. A questo proposito si parla di congelamento della Costituzione che consiste nel non realizzamento degli istituti di garanzia. Viene aggiunta alla Costituzione il premio di maggioranza, che prevedeva che il 65% dei seggi della Camera fosse attribuito a quel partito o coalizione di partiti che avesse ottenuto la maggioranza assoluta (50+1) dei voti validi. Questo progetto decade nel 1953 con la caduta della maggioranza e l'indebolimento della Dc. Inizia la fase del disgelo della Costituzione quindi gli istituti di garanzia vengono eseguiti e l'assetto politico si sposta in direzione policentrica. Nel 1962 si passa ad una maggioranza di centro-sinistra, che perde il Pli, ma comprende il Psi che si stacca dal Pci. Tra il 1976 e il 1979 si sperimenta il governo di non-sfiducia, di unità per poi passare alla nuova formula del pentapartito che mette insieme centrismo e centro-sinistra.
Elettori e partiti di massa
Il comportamento della Prima Repubblica si divide in due fasi. La prima (1953-1976) è caratterizzata da una crescente concentrazione del voto sui due principali partiti, la Dc e il Pci. La stabilità dell'elettorato italiano è stata favorita dalla legge elettorale proporzionale, ma anche grazie alla natura dei partiti di massa, il quale presenta un'ideologia abbastanza radicata e tende a fare gli interessi di classi o gruppi sociali piuttosto ampi stringendo rapporti con sindacati e associazioni. I partiti di massa nel caso italiano sono tre: la Dc, il Pci e il Psi. Rappresentano due delle tradizionali fratture politiche presenti: quella confessionale, la Dc e quella di classe, il Pci e il Psi.
I sindacati come la Cgil si scissero nel 48-49 in Confederazione italiana dei sindacati liberi (Cisl) e nella socialdemocratica Unione italiana del lavoro (Uil). La posizione di predominio dei partiti di massa è la vera svolta della politica italiana del periodo repubblicano. I partiti di massa sono la vera espressione delle subculture politiche, vale a dire di settori della società caratterizzati dal fatto di condividere un insieme di valori e atteggiamenti politici comuni. Le due principali ideologie quella cattolica e quella socialista avevano delle radici forti in determinate aree territoriali. I cattolici erano presenti soprattutto nel Nord-Est, il Pci nella “zona rossa” che comprendeva l'Emilia-Romagna, la Toscana e l'Umbria. Qui si trova una forte rete che sostiene efficacemente il voto e si parla di voto di appartenenza, elettore che si indirizza verso un determinato partito in quanto si sente appartenente a determinati valori che il partito rappresenta.
Accanto al voto di appartenenza troviamo il voto dell'elettore razionale che sceglie in base ad un'accurata visione del programma del partito che è il voto d'opinione. È un voto fortemente influenzato dalla congiuntura politica e quindi dal comportamento dei partiti. Oppure il voto di scambio cioè di colui che scambia la propria preferenza con una promessa o un beneficio.
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