La politica del sacro
A lungo i termini secolarizzazione e laicità sono stati usati come sinonimi per indicare due processi convergenti verso un fine unico: la progressiva esclusione del sacro e dell’influenza religiosa dalla società, dalla vita degli individui, dalla politica e dallo Stato. La moderna sociologia della religione ha proposto e adottato un’utile distinzione tra i due concetti.
Distinzione tra secolarizzazione e laicità
Secondo Dobbelaere, il concetto di secolarizzazione si può riferire a tre dimensioni indipendenti:
- Ai sistemi societari con riferimento alle istituzioni (la laicità) (livello istituzionale);
- Alle organizzazioni religiose (livello organizzativo)
- Dell’individuo (livello personale); alla sfera del coinvolgimento religioso.
I due concetti esprimono la natura di due processi sociali sostanzialmente contigui ma non omologhi:
- La secolarizzazione riguarda l’ambito socio-culturale e concerne soprattutto la sfera dei valori e dei comportamenti individuali e collettivi;
- La laicità riguarda il livello politico e istituzionale di una società e opera attraverso il mutamento delle norme e delle leggi.
L'origine dei termini
Il termine secolarizzazione venne utilizzato per la prima volta da Max Weber e Troeltsch e stava a designare, nel mondo cristiano, tutto ciò che andava sfuggendo al controllo della Chiesa. Per i padri della sociologia moderna, la secolarizzazione aveva a che vedere con il ruolo della religione nella formazione dei valori e dei comportamenti individuali e collettivi. La secolarizzazione era concepita come connessa ad altri processi tipici della modernità come la razionalizzazione e l’individualizzazione.
Il concetto di laicità indica essenzialmente una dottrina di rigida separazione tra lo Stato e la Chiesa. Tale dottrina riguardava ambiti come quello politico, ma anche altri come quello educativo, in cui era tesa alla creazione e all’affermazione di una morale civica completamente svincolata da quella religiosa. Buisson descriveva la parola laicità come un neologismo necessario per spiegare quanto stava accadendo nella riforma della scuola primaria in Francia.
Teoria tradizionale della secolarizzazione
La formulazione della teoria tradizionale della secolarizzazione si deve a:
- Max Weber: per il quale il declino della religione era da mettere in relazione con l’avanzare di una visione razionale del mondo. Il razionalismo, con i suoi corollari della prova empirica, avrebbe progressivamente reso implausibili gli insegnamenti religiosi ed eroso la fede nel trascendente. Il processo di razionalizzazione avrebbe progressivamente toccato tutte le sfere della società dando vita a una nuova cultura al cui interno non vi era alcuno spazio per il metafisico;
- Emile Durkheim: associò la scomparsa del sacro al processo di differenziazione funzionale delle società moderne. Secondo Durkheim, la religione non era semplicemente un sistema di credenze e valori, ma anche un sistema d’azione sociale. Riteneva che cerimonie religiose svolgessero alcune funzioni essenziali: rafforzano la solidarietà e la coesione del gruppo, contribuiscono al mantenimento dell’ordine e della stabilità. Tuttavia, nelle moderne società industriali, nascono nuove figure e organizzazioni che progressivamente assumono il controllo di funzioni che una volta erano demandate alle istituzioni religiose: educazione, sanità, controllo sociale. L’ampliamento delle funzioni dello Stato moderno nella sfera del welfare ha provocato la crescente marginalizzazione delle istituzioni religiose nella società. A questo punto la religione sarebbe sopravvissuta solo come dispensatrice di riti e cerimonie formali che avrebbero sempre più perso di rilevanza.
Risacralizzazione e pluralismo religioso
A partire dagli anni Cinquanta, anche l’idea di secolarizzazione è andata incontro a un processo di risacralizzazione. È progressivamente divenuta più una dottrina, un’ideologia. Negli anni Settanta molte ideologie secolari (socialismo, comunismo, ecc.) iniziavano a mostrare segni di crisi. L’idea weberiana del disincanto non significava solo che le persone non credevano più nei vecchi dogmi della religione, ma anche che tutta la sfera del mistero e del magico avrebbe perso influenza. Eppure, in gran parte dell’Occidente, la gente continuava a interrogare astrologhi e oroscopi.
Il sociologo Daniel Bell parlò del “ritorno del sacro”. Iniziò in quel periodo un ricco e intenso dibattito sulla sostenibilità dell’idea classica di secolarizzazione. Il dibattito fu in gran parte rivolto a scardinare l’ipotesi tradizionale che poneva in diretta relazione la secolarizzazione con il declino e/o la scomparsa della religione. Molte ricerche empiriche dimostravano che il culmine della secolarizzazione non sarebbe stato necessariamente una società senza religione. Tra tante furono tre le ipotesi più rilevanti:
- Deistituzionalizzazione: riteneva che il declino della dimensione istituzionale della religione, ovvero della presenza sociale e politica delle Chiese, non comportasse necessariamente una svalutazione dei valori morali e spirituali rappresentati in tali istituzioni;
- Decristianizzazione: i fautori di questo approccio hanno sostenuto che la tesi originaria della secolarizzazione è valida solo se ci si focalizza solo sulle società e culture cristiane. In questi contesti si è assistito effettivamente a un declino della religione. Ma il bilancio cambia se si tiene conto che in queste società importanti settori della popolazione hanno comunque cercato di rispondere ai propri bisogni spirituali orientandosi verso altre religioni non cristiane;
- Fine del monopolio e formazione di un mercato religioso: è in realtà una conseguenza della seconda ipotesi. Secondo i sostenitori di questa ipotesi, non esiste il monopolio di una singola Chiesa o religione ma un pluralismo in cui le diverse religioni entrano in competizione, dando vita a un vero e proprio mercato religioso che ha effetti positivi sulla partecipazione religiosa. Per contro, laddove esistono situazioni di monopolio o quasi, la partecipazione è destinata a diminuire. La principale critica di questa ipotesi è che funziona bene per gli Stati Uniti ma non sembra applicabile altrove.
Seconda formulazione della tesi della secolarizzazione
Questo dibattito ha prodotto una seconda formulazione della tesi della secolarizzazione intorno a due nodi:
- Privatizzazione della sfera religiosa: comporta il declino della capacità d’influenza negli affari pubblici della religione istituzionalizzata;
- Pluralismo religioso: ovvero l’adesione a una religione è esclusivamente personale.
Oggi ci troviamo di fronte a due realtà:
- Nei paesi avanzati e industrializzati, gran parte della popolazione ha assunto orientamenti sempre più secolari anche se ciò non ha necessariamente significato l’abbandono della religione;
- A livello globale, una parte sempre più consistente della popolazione manifesta la propria adesione nei confronti delle religioni tradizionali e non.
Le società postsecolari
Le società postsecolari sembrano muoversi su un doppio binario:
- Privato-individuale: si consolida la tendenza che Luckmann ha chiamato della religione “à la carte” o “fai da te”, ovvero quella degli individui o dei piccoli gruppi che mantengono in equilibrio precario tratti secolari (divorzio, aborto, fecondazione assistita) pur affermando la loro identità religiosa;
- Pubblico-istituzionale: le religioni tendono ad abbandonare i loro messaggi più dogmatici e confessionali per proporre un messaggio etico generale.
Interpenetrazione tra religione e politica
Il massimo grado di interpenetrazione tra religione e politica si ha quando un potere politico riconosce formalmente una Chiesa o una religione come “ufficiale”. In tali situazioni lo Stato può applicare misure per favorire la religione ufficiale, dal sostegno istituzionale-finanziario fino all’opposta persecuzione. All’opposto, si ritiene invece che la separazione tra Stato e Chiesa rappresenti la garanzia della reciproca autonomia tra secolare e sacro. Tale differenziazione è un portato della modernità e si realizza nella convergenza tra i processi di secolarizzazione di una società e di laicizzazione dello Stato.
La storia del cristianesimo
La storia del cristianesimo inizia dopo lunghe persecuzioni, con l’editto di Milano (Costantino e Licinio) che lo proclamò religio licita. Con il successivo editto di Tessalonica si cercò di porre la Chiesa alla diretta dipendenza dello Stato e degli interessi sovrani. Da quel momento il rapporto tra cristianesimo e potere politico ebbe una biforcazione: da un lato la Chiesa di Roma, dall’altro quella di Bisanzio. La prima scelse una via di relativa autonomia dai nuovi poteri politici. Va ricordato che in questo caso molte erano le forme tra Chiesa e Stato: la forma più estrema di erastianesimo si ebbe quando Enrico VIII fondò la Chiesa d’Inghilterra e fu posto il monarca alla sua guida. Nel mondo protestante si manifestò una tendenza teocratica, come quella calvinista, che vedeva lo Stato subordinato alla Chiesa.
L'emergere della laicità
Esistono un’infinità di interpretazioni che fanno risalire la nascita e l’emergere della laicità a diversi contesti spazio-temporali molto diversi. A mio avviso, lo spazio storico entro cui emerge progressivamente questo concetto e si traduce al contempo in azione politica e in opera di creazione istituzionale è quello delimitato da tre grandi rivoluzioni: inglese (1648-1649), americana (1763-1787) e francese (1789-1799). I primi sintomi di una concezione laica dello Stato in Europa si ritrovano già nei trattati di Westfalia che riconobbero alcuni diritti alle religioni minoritarie. Gli altri due capisaldi della laicità nascente furono la Dichiarazione dei diritti americana e quella francese, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, in cui si espressero per intero gli ideali di tolleranza, libertà religiosa e di coscienza tipici dell’illuminismo.
Critiche illuministe e positiviste alla religione
Le critiche illuministe e positiviste alla religione si diffusero rapidamente e diedero vita a tre idee dominanti:
- La religione era qualcosa di irrazionale e primitivo e sarebbe stata cancellata dal progresso della scienza e della ragione;
- La religione era lo strumento utilizzato dalle élite politiche conservatrici e dalle gerarchie ecclesiastiche per mantenere i popoli in uno stato di oppressione e marginalità;
- Il persistere dell’idea di Dio era un esempio di auto-alienazione e impediva l’emancipazione umana.
Significati di laicità
In questa fase era evidente che esistessero due significati di laicità:
- Laicità come creazione di uno Stato non-confessionale che avrebbe dovuto garantire a tutti i cittadini libertà di coscienza e di espressione anche in ambito religioso;
- Laicità come lotta al clericalismo e alla presenza di qualsiasi elemento o segno religioso nella sfera sociale e istituzionale.
Tipologie di laicità
Per comprendere i diversi e non sempre lineari percorsi della laicità, abbiamo costruito una semplice tipologia basata su due variabili:
- L’intensità della laicità messa in atto, che può essere moderata o radicale;
- Il contesto istituzionale e il regime politico entro cui la laicità si è realizzata che può essere democratico o autoritario.
Laicità radicale-democratica
La Francia rappresenta il modello per eccellenza della laicità radicale e democratica che si basa su tre pilastri fondamentali:
- La netta separazione tra Stato e Chiesa;
- La neutralità dello Stato negli affari religiosi ritenuti di competenza della sfera privata;
- La rinuncia delle Chiese a esercitare, direttamente o no, un potere di tipo politico.
Le leggi che definirono in modo irreversibile la laicità francese furono essenzialmente due:
- La legge sulle associazioni che permise allo Stato di controllare le diverse congregazioni religiose, a molte delle quali fu vietato di esercitare funzioni di insegnamento;
- La legge della separazione tra Stato e Chiesa che escluse ogni riconoscimento o privilegio nei confronti di qualsiasi istituzione religiosa.
La laicità venne ribadita nella costituzione del 1946 in cui si affermava la laicità della Francia.
Laicità moderata-democratica
La gran parte dei paesi avanzati e post-industriali ricadono in questa categoria. Questa tipologia si caratterizza essenzialmente per un certo grado, variabile di separazione tra Stato e Chiesa e, al contempo, per un atteggiamento cooperativo tra il potere politico e le istituzioni religiose. La separazione implica la neutralità: dunque lo Stato non si identifica in nessuna religione. Si tratta di un assetto che garantisce il pluralismo religioso ma allo stesso tempo e senza che ciò provochi tensioni, tende a privilegiare il ruolo delle religioni maggioritarie, nazionali o tradizionali. Qui il punto critico è quello relativo al trattamento egualitario delle varie confessioni.
Si può definire l’Italia come un paese catto-laico, caratterizzato da un sistema di relazioni Stato-Chiese basato sul compromesso, tra un principio universale, quello della laicità, e un trattamento particolaristico, quello privilegiato riservato alla Chiesa cattolica. La Costituzione italiana designa per lo Stato un profilo sostanzialmente laico. Nella prassi politica poi, tutti i governi repubblicani, hanno riconosciuto alla Chiesa cattolica un ruolo speciale. L’Italia è così uno stato “concordato”, nel senso che i rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati da specifici accordi. Il sistema catto-laico è un modello liberale ma non egualitario: perché garantisce una effettiva libertà religiosa, ma non garantisce lo stesso trattamento alle religioni.
Si possono riconoscere in Italia tre diversi livelli di cooperazione tra Stato e Chiesa:
- Livello minimo: garanzia per tutti della libertà religiosa come stabilito dalla legge;
- Livello intermedio: consiste nello stipulare le intese con i diversi gruppi religiosi che si possono accedere ad una serie di vantaggi come il diritto di insegnamento religioso, il riconoscimento delle festività;
- Livello elevato: riguarda solo la Chiesa cattolica e prevede un trattamento preferenziale.
Laicità radicale-autoritaria
Il modello originale di questo tipo di laicità si deve a Napoleone Bonaparte che con il concordato francese del 1801 fece un’imposizione da parte dello Stato sulla Chiesa. La laicità radicale-autoritaria del XX secolo si è però spinta oltre: non solo la separazione tra Stato e Chiesa è stata imposta con la forza, ma ciò è avvenuto in contesti politici che negavano diritti e libertà, sia individuali che pubbliche. Tutti i sistemi totalitari (nazismo, comunismo e in parte fascismo) si sono mostrati ostili e intolleranti verso le istanze religiose con la sola eccezione di quelle Chiese che in qualche modo accettavano di essere integrate nei loro regimi. Il totalitarismo nazista e fascista, tentò di subordinare le Chiese e porle al servizio della propria macchina propagandistica.
In realtà i sistemi che meglio hanno rappresentato l’idea della laicità radicale e autoritaria sono stati quelli comunisti: dapprima l’URSS, poi i paesi dell’Europa Orientale e poi ad oggi stati come la Cina, la Corea del Nord e Cuba. In generale tali regimi hanno vietato qualsiasi libertà religiosa e perseguitato apertamente il clero e i credenti. Il caso limite fu quello dell’Albania stalinista di Enver Hoxha che si proclamò primo stato esplicitamente ateo del mondo, proibendo qualsiasi forma di espressione religiosa.
Laicità moderata-autoritaria
In questa tipologia si ritrovano oggi in molte parti del Sud del mondo e in alcuni paesi post-comunisti dell’ex Unione Sovietica. Riguardo a questi ultimi, si tratta di stati in cui la transizione alla democrazia è bloccata o è stata del tutto formale e il vecchio assetto di potere continua a governare sotto altre forme. Diverso è il caso degli stati ex sovietici occidentali come Ucraina e Bielorussia. Qui il potere autoritario post-comunismo ha stretto un legame simbiotico con la Chiesa e la religione ortodossa, che di fatto è l’unica consentita ed è parte integrante dell’apparato statale.
Nella realtà la maggior parte dei sistemi di relazione Stato e Chiesa nel Sud del mondo sono dei regimi di transizione. E ciò è particolarmente vero per la gran parte dei paesi musulmani; in particolar modo per Turchia e Indonesia. Nel 1946 la Turchia divenne una democrazia parlamentare. Da allora e fino a tempi recenti, quella turca è stata una democrazia sotto tutela: a vigilare sul suo carattere laico e repubblicano sono state le forze armate. Dal 1950 i partiti che non appartenevano alla tradizione laica e kemalista hanno ottenuto sempre ampi consensi. Così negli ultimi anni la scena sociale del paese è stata dominata da una sorta di instabile compromesso tra quattro poli:
- Laico radicale: comprende le forze armate;
- Conservatore: comprende i partiti di centro-destra che pur rimanendo fedeli ai principi della laicità, hanno reintegrato nel loro profilo politico parte della tradizione islamica;
- Movimenti religiosi fondamentalisti: in particolare le potenti confraternite sufi ostili alla laicità;
- Movimento islamita: raccolto intorno a un grande partito religioso che ha dovuto cambiare più volte nome.
La presenza islamica è stata una delle questioni su cui si è andata misurando la lenta transizione turca da una democrazia sotto tutela militare a una democrazia più aperta e liberale. Nel 2002 si è arrivati al compromesso tra laicità e islam e ciò ha permesso di avviare una reale transizione verso la democrazia. Da un lato gli islamisti hanno finalmente abbandonato le richieste più radicali, dall’altro i tutori della laicità kemalista hanno compreso che questa non deve essere necessariamente anti-religiosa.
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