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Sociologia della marginalità

Nel libro viene preso in esame l’evoluzione che ha subito nel corso degli anni il concetto di “marginalità” e vengono presentate le teorie da cui ha avuto origine poi la teoria della marginalità elaborata da Gino Germani. In questi ultimi anni le società del primo mondo stanno vivendo un periodo di crisi con un diffuso processo di impoverimento che porta vasti settori della popolazione (dai ceti medi alla classe operaia) a sperimentare il fenomeno della “marginalità” a causa della crisi del sistema economico fordista e del welfare state. Ciò non riguarda solo le zone periferiche ma anche le città, le zone centrali. Quindi in sostanza è il mutamento sociale (trasformazione culturale, economica e sociale) che ha portato a situazioni di marginalità.

La marginalità si presenta come un fenomeno complesso che a volte può risultare sommerso e sfumato e che consiste in una non integrazione sociale, in un disagio sociale (impossibilità di soddisfare taluni bisogni fondamentali come la casa, la salute, l’occupazione, l’istruzione, ecc. (es. immigrati ma non solo).

Teorie delle origini

Il fenomeno della marginalità non è presente nella sociologia delle origini (almeno nell’accezione che ha assunto a partire dagli anni ’20 del secolo scorso) e perciò questo ha privato per lungo tempo la marginalità di uno status scientifico e culturale. Tuttavia, il concetto di marginalità è stato in parte intuito nelle differenti teorizzazioni di autori come Durkheim, Weber, Marx e Simmel:

  • Durkheim: per lui proprietà specifica del mutamento è l’anomia ovvero l’indebolimento dei legami sociali, soprattutto per il sopraggiungere di un vuoto normativo dovuto allo sgretolamento del consenso sociale creatosi per effetto dei cambiamenti strutturali.
  • Weber: (metà 1800-primi del ‘900) per lui la marginalità nasce da un processo di “razionalizzazione” (che investe tutti gli ordinamenti sociali) che consiste nelle strutture lavorative in un ordinamento gerarchico degli uffici e nell’adozione di regole (burocratizzazione). Sono i vantaggi pratici (come la calcolabilità dei risultati) a giustificare l’esclusione dall’organizzazione del lavoro di qualsiasi fattore irrazionale, individuale, del sentimento. Ciò porta per W. alla spersonalizzazione della società, rendendo il mutamento “una gabbia d’acciaio”. La razionalizzazione di W. somiglia all’alienazione di Marx.
  • Marx: per lui la marginalità è il frutto del conflitto fra capitale e lavoro. L’aumento del capitale porta a un peggioramento della situazione dell’operaio (e anche una crescita proporzionale della miseria). Infatti, all’accumulazione della ricchezza da una parte corrisponde sempre un aumento della miseria, della povertà dall’altra e un peggioramento della situazione dell’operaio (alienazione: che per M. è quel processo che estranea un essere umano da ciò che fa fino al punto di non riconoscersi più in sé stesso). La massa degli operai, la massa di questi sfruttati è necessaria per M. perché è alla base dell’accumulazione capitalistica.
  • Simmel: nella tradizione classica egli è colui che ha chiarito meglio il concetto della marginalità e il suo ruolo rispetto al mutamento. Egli individua il concetto di marginalità nella figura sociale dello straniero (a cui viene assegnata solo una porzione di riconoscimenti, egli infatti vive in una condizione di parziale integrazione rispetto alla società che lo ospita), dando però così solo una definizione relativa del concetto. Inoltre, per lui è la marginalità che porta al mutamento sociale, perché proprio perché gli individui e i gruppi marginali sono esclusi da norme legali e morali possono svolgere azioni innovative e creative, sperimentare nuove forme di economie, scambi e commerci. Inoltre, per lui il mutamento, la modernità e più specificatamente l’economia monetaria ha modificato le relazioni fra i soggetti. In particolare, nelle città (che sono il prodotto della modernità) il continuo mutamento e la eccessiva sovraesposizione di stimoli ha reso l’individuo freddo e indifferente (una soggettività fortemente personale) chiamato “comportamento blasé”: l’individuo è indifferente verso tutto, non sente le differenze tra i valori, tutte le cose sono in una tonalità opaca e grigia e indegne di suscitare qualsiasi tipo di reazione (un aumento della libertà e un incremento della solitudine che si traduce in un comportamento blasé).

In tutti questi autori si può ritrovare l’embrione dei successivi orientamenti sociologici sul tema della marginalità.

La scuola di Chicago

Negli anni ’20 in America si verifica un veloce processo di industrializzazione e urbanizzazione, che porta con sé da una parte a una esaltazione della soggettività ed all’altra a forme di esclusione sociale e a fenomeni di disagio psichico e sociale, perciò gli studiosi iniziano ad interessarsi all’analisi del rapporto uomo-spazio urbano ovvero al comportamento dell’uomo all’interno dell’ambiente in cui vive e nasce così il primo Dipartimento di sociologia diretto da Small e cui si uniscono altri studiosi quali Mead, Thomas, Znaniecki e Park, che iniziano i loro studi proprio nella città di Chicago che diventa appunto un vero laboratorio sociale (viene scelta Chicago perché qui avviene una crescita molto rapida sotto tutti i punti di vista sociali, economici, ecc). Con la sociologia americana il concetto di marginalità acquista uno status scientifico. Per lo studio vengono usati sia metodi qualitativi (come storie di vita, uso di documenti, osservazione partecipante) sia metodi quantitativi e successivamente anche statistici. Nello stesso periodo in Europa vengono formulate teorie, si discutono concetti relativi allo stesso argomento ed è così che la scuola americana inizia un rapporto di collaborazione con molti paesi europei e in particolare con la Germania.

All’interno della scuola di Chicago possiamo individuare due orientamenti, quello individualista o psicoculturale (che studia la dimensione individuale della marginalità, ovvero come l’individuo vive il disagio determinato dalla modernizzazione) e quello ecologico o strutturale (che studia invece la marginalità collocandola all’interno dei processi di formazione e differenziazione spaziale, è incentrato quindi sul rapporto tra spazio e società e vede la marginalità come il prodotto di processi di distribuzione e adattamento spaziale degli individui nelle città cioè della disorganizzazione dell’ambiente urbano):

Orientamento "individualista" (o psicoculturale)

  • Qui troviamo due importanti studiosi quali Park e Thomas. Per quanto riguarda Park, egli elabora il concetto di “Uomo Marginale” (Marginal Man) come metafora dell’uomo moderno rielaborando i concetti di “Self” di Mead che vede il soggetto come attivo costruttore della realtà e i concetti del pensiero di Simmel. Per Park l’uomo marginale è colui che si colloca a metà strada fra la cultura tribale primitiva e quella più sofisticata della vita moderna urbana e che vive per questo uno stato di crisi. In particolare, l’uomo marginale riflette l’esperienza di quelle persone che con l’immigrazione hanno abbandonato i vecchi valori ma contemporaneamente non hanno ancora del tutto adeguatamente acquisito le norme e i valori esistenti nel paese in cui si sono stabiliti.
  • Possiamo notare come Park abbia fatto riferimento nell’elaborazione delle sue teorie a molto del lavoro dello studioso Thomas, in particolare il concetto di “disorganizzazione sociale” che per Park deriva dal non adattamento del soggetto alla vita in città. Thomas in particolare introduce un altro concetto molto importante e cioè quello di “definizione della situazione” cioè per Thomas l’uomo marginale non è necessariamente il povero, il disoccupato o l’immigrato ma quello che definisce la sua situazione come tale, cioè l’uomo marginale è colui che si definisce come tale (anche se non vi è una corrispondenza oggettiva).
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maxedeb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Giardiello Mauro.
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