Minisemantica
Cap 1 - Dimensioni della comunicazione
Il segnale, il senso, il processo semiotico
Ricevono e producono segnali macchine, apparecchi e congegni per avvertire gli esseri umani di qualcosa. Ma segnali producono e ricevono anche gli esseri umani: gesti, suoni, ammiccamenti, simboli grafici, segnali acustici e visivi trasmessi a distanza, impulsi elettrici, luminosi, una lussureggiante foresta di segnali. Consideriamo anche le parole umane dei segnali.
Ma che cos'è un segnale? Non c'è cosa, immagine, configurazione percepibile che non possa diventare un segnale. Non c'è organo sensoriale degli esseri viventi che non possa essere impegnato nel ricevere segnali. È un segnale quando qualche utente ne fa uso per collegarlo ad altro; viene chiamato senso ciò che viene indicato con un segnale. Il rapporto che si instaura tra senso e segnale è detto rapporto di semiosi. La serie di azioni che un utente compie per realizzare questo rapporto è detta "atto semiotico" o meglio "processo semiotico".
L'utente vuole rappresentare un senso e produce, dunque, un segnale; in questo caso chiameremo l'utente emittente o fonte e il processo viene detto produttivo. Un utente può anche ricevere un segnale prodotto da altri ed è dunque l'utente a ricavare il senso a partire dal segnale (processo inverso). L'utente è chiamato ricevente o destinatario e il processo semiotico è ricettivo. Comunicare: il convergere di una fonte e di un destinatario verso il medesimo rapporto semiotico.
Un simbolo racchiuso tra parentesi quadre sta ad indicare che funziona da segnale; se racchiuso tra doppie apici e scritto in minuscolo sta a indicare che esso funziona sa senso. I due punti indicano che tra un segnale e un senso vi è un rapporto semiotico.
L'arbitrarietà semiotica materiale
Un'entità può fungere tanto da segnale quanto da senso, può essere ciò con cui segnaliamo altro o ciò che vogliamo comunicare con un altro segnale. Ci troviamo, dunque, di fronte ad una prima forma di "arbitrarietà semiotica" detta materiale. Essa consiste nella libertà di scelta dei materiali cui viene di volta in volta assegnato il ruolo di segnale o senso. La libertà non è assoluta ma soggiace a delle condizioni. Per fare un esempio banale: se consideriamo il massiccio alpino del Monte Bianco e la grafia "Monte Bianco" è chiaro per tutti che il massiccio alpino è il senso e la grafia il segnale.
L'arbitrarietà semiotica formale
Perché un utente possa stabilire un rapporto semiotico tra due entità è necessario che questo le identifichi. Determinare l'identità di un'entità, sia esso senso o segnale, comporta determinare le caratteristiche che la rendono particolare, che la distinguono dalle altre. Queste vengono dette "caratteristiche pertinenti". Ed iamo "pertinentizzazione" la scelta di una o più caratteristiche pertinenti. L'operazione di pertinentizzazione è condizionata anzitutto dalle capacità di chi identifica. Se chi identifica è cieco, la variazione di luminosità di un'entità non può essere assunta come caratteristica pertinente. In secondo luogo, la pertinentizzazione è condizionata dai fini che si intendono raggiungere. Dunque la pertinentizzazione di una o più caratteristiche è arbitraria in quanto non è imposta dalle caratteristiche intrinseche dell'entità da identificare.
All'arbitrarietà della pertinentizzazione diamo il nome di "arbitrarietà semiotica formale". Ogni operazione di pertinentizzazione divide l'universo in almeno due classi: la classe delle entità che hanno tra le loro caratteristiche quella assunta a pertinente e la classe delle entità che non hanno tale caratteristica. Seguendo l'uso di Saussure e Hjelmslev diremo "forma" l'insieme delle caratteristiche pertinenti che con la loro presenza o assenza definiscono la classe di un sistema. Ogni entità è detta "replica" o realizzazione della forma.
Ogni messa in rapporto di due entità avviene attraverso la messa in rapporto delle due classi cui le due entità appartengono. Se le classi appartengono a sistemi diversi, ciò comporta la messa in rapporto di due sistemi. Diciamo "codice" ogni accoppiamento di due sistemi che serva a mettere in rapporto almeno due entità identificate ciascuna secondo uno dei due sistemi. Se e solo se tale messa in rapporto è un rapporto semiotico, il codice può dirsi "codice semiologico".
Ogni rapporto semiotico non è mai immediato ma implica sempre la mediazione della connessione di due forme e quindi di due sistemi di classi. Diciamo "significante" la classe cui appartiene un segnale, la forma di cui esso è replica, e diciamo "significato" la classe cui appartiene un senso, la forma di cui è replica. Tale rapporto tra classi è detto "segno".
Il segno e la sua descrizione
In molti tipi di codici il segno preesiste al rapporto semiotico particolare che lo realizza, si tratta di codici molto semplici di natura convenzionale come il codice del semaforo stradale. Vi sono invece dei codici più complessi, detti creativi, in cui è necessario un utente che stabilisca un rapporto semiotico.
Un codice è un insieme di segni, noti o no, prevedibili o no, in cui possiamo distinguere due piani: il piano dei significanti, detto da Hjelmslev, piano dell'espressione, e il piano dei significati detto piano del contenuto. Lo studio delle proprietà dei codici semiologico è ciò che si dice "semiotica". Con il termine "semiologia" indichiamo lo studio di un particolare codice semiologico.
Cap 2 - La classificazione semantica dei codici semiologici
Criteri di classificazione
Assumere come criterio di classificazione dei codici semiologici la qualità del materiale usato per realizzare i significanti presenta diversi inconvenienti. Siamo costretti ad appiattire in una stessa categoria codici e linguaggi di evidente eterogeneità. Un frase che udiamo, il fischio del capostazione, il cinguettio sarebbero tutti segnali acustici da considerare alla stessa stregua. Inoltre una stessa frase di una lingua andrebbe catalogata in categorie diverse a seconda che fosse prodotta dalla voce, o dalla scrittura o con l'alfabeto Braille su un canale tattile.
Una classificazione deve essere esclusiva o univoca, nel senso che un'entità collocata in una classe non deve appartenere ad altre classi e per il campo in cui si riferisce deve essere completa o esaustiva, per cui tutte le entità riconducibili a un campo devono potervi trovare una e una sola collocazione. Difficoltà analoghe incontrano le classificazioni fondate sul riferimento esclusivo alla fonte. Il codice aritmetico resta lo stesso sia se è immesso nella memoria d'un calcolatore sia se è immesso nella memoria di un essere umano.
Nella storia delle specie e degli esseri umani e nelle vicende tecnologiche che portano alla costruzione di codici artificiali e di congegni meccanici per la comunicazione, i codici, le segnaletiche e i segnali nascono quando sorge il problema di individuare un senso e trasmetterlo. Una teoria o classificazione, oltre ai requisiti o principi di esclusività o univocità e di completezza o esaustività, deve obbedire a un terzo requisito: quello della economicità.
Globalità o non-articolatezza del senso
Se un senso si decompone in parti ciascuna delle quali è portatrice di una parte del significato complessivo del segno, diciamo che il segno è "articolato" o anche analizzabile. Il valore "sette" è decomposto in parti nei segni "111" e "VII" delle numerazioni binaria e romana; non è decomposto, è individuato e trasmesso globalmente nel segno "7" della numerazione decimale. I valori numerici da "zero" a "nove" sono in essa individuati globalmente dai segni "1, 2, 3" ecc. I valori numerici interi superiori a 9 invece sono individuati in modo articolato: "sedici" individuato dal segno "16" è articolato in "una decina più sei".
Queste singole parti che concorrono a determinare il senso complessivo vengono dette "unità minime" o morfemi o monemi. Un codice essendo la giunzione di due sistemi di classi, poiché ciascun sistema deve prevedere almeno due classi, deve prevedere almeno due segni. Così per ogni codice e ogni segno è sempre possibile l'analisi.
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