Capitolo terzo
Parole e immagini: letterale e simbolico nell'illustrazione del testo
Gran parte dell'arte figurativa europea dall'antichità al Settecento rappresenta scene tratte da testi scritti: pittori e scultori dovevano tradurre le parole in immagini, che a volte erano molto vaghe come nel caso di vecchie Bibbie in cui un'immagine veniva impiegata per ogni avvenimento che aveva lo stesso significato (nascite, battaglie). Spesso l'immagine sembra essere solo un titolo figurativo, un simbolo del testo, molto più ricco. Qualcosa che richiami nello spettatore l'evento e il suo senso metaforico simbolico. Come nel caso dei dipinti nelle catacombe romane che mostrano Noè e l'arca, Susanna accanto ai vecchioni e Daniele tra i leoni. Tutti questi episodi fanno capo all'idea di salvezza divina. Ognuno di questi passi si presta a molteplici interpretazioni come quella di Ippolito di Roma riguardo Susanna (la chiesa perseguitata), suo marito Gioacchino (Cristo), il giardino (la comunione dei santi), Babilonia (il mondo in cui vivono i cristiani), i vecchioni (Ebrei e pagani). Di solito nella raffigurazione dell'episodio si vedono solo Susanna e i vecchioni, in un esempio Susanna è sostituita da una pecora e i vecchioni da lupi, simbolo eretico.
Tuttavia, vi sono immagini più precise del testo a volte. Ad esempio l'uccisione di Abele da parte di Caino. Nel libro della Genesi, non viene detto come, vi è un generico “lo uccise”. Così gli illustratori hanno dato a Caino le più svariate armi: una pietra, immaginando che non esistessero armi in bronzo e ferro o una falce/zappa visto che Caino era un agricoltore.
Addentrandoci nel mondo delle differenze tra testo e immagine bisogna tenere conto dei cambiamenti di significato del testo per gli illustratori e dei cambiamenti di stile della rappresentazione che influenza la scelta dei particolari da illustrare, della posizione, dell'atteggiamento, del gesto, dell'abito. A volte i resoconti scritti della storia sono influenzati da immagini (il caso dei Magi o del bue e l'asinello).
Nell'arte medievale c'era la tendenza a raffigurare letteralmente le metafore. Ad esempio nel Salterio di Utrecht, il Salmo 44 “svegliati, perché dormi, o Signore?” viene reso con Dio dormiente in un letto, risvegliato da angeli e non nel suo senso allegorico di resurrezione. (In questo libro il passaggio da letterale a simbolico non è evidente, viene usato sempre lo stesso stile grafico e compositivo). In certe opere appare da un lato la raffigurazione del significato letterale, dall'altro quello allegorico-simbolico. Un esempio è la Bibbia moralizzata del XIII secolo (l'episodio di Abramo e Isacco, che richiama la Crocifissione che viene perciò rappresentata anche se la si potrebbe richiamare più sottilmente).
Temi statici e temi dinamici (1)
Prendiamo come esempio un unico testo: Esodo XVII, la storia di Mosè che alla battaglia contro gli Amaleciti solleva le mani per assicurare la vittoria. Per i primi cristiani quest'episodio fu un anticipo importante della salvezza grazie alla crocifissione, Mosè assume la posizione di Cristo in croce per vincere gli Amaleciti. Inoltre il generale del suo esercito si chiamava Giosuè che in ebraico è lo stesso nome di Gesù (= vittoria). Per i primi apologeti questo è uno dei principali esempi di come l'Antico Testamento si prefigurazione del Nuovo.
Gli ebrei avevano interpretato diversamente l'episodio: vinciamo quando guardiamo in alto verso Dio, ma siamo perduti se guardiamo in basso.
La raffigurazione più antica di Mosè alla battaglia contro gli Amaleciti è un mosaico del V secolo che si trova a Roma, Santa Maria Maggiore: qui Mosè è in piedi sulla collina, accanto a lui Aronne ed Ur che ancora non reggono le sue braccia alzate. La posa di Mosè è simile a molte figure di dipinti catacombali detti “oranti”. Anche se le braccia alte e aperte possono ricordare un gesto di preghiera, non c'è dubbio che per i primi cristiani richiamassero la croce. Qui l'artista ha scelto il momento in cui le braccia di Mosè non sono ancora stanche, anche se non c'è il bastone di cui si parla nel testo. Varie traduzioni del testo, parlano di mano al singolare, forse alludendo a quella che impugnava il bastone, simbolo di potere e di volontà divina. L'episodio divenne un classico durante i periodi di guerra, in cui re e imperatori chiedevano alla chiesa questo, di tenere alte le mani in preghiera mentre muovevano le loro truppe (la prima crociata, Carlo Magno).
Solo dal IX secolo nelle raffigurazioni appaiono Aronne e Ur (l'esempio più antico di questo tipo è conservato da un manoscritto greco delle Omelie di Gregorio Nazianzeno datato 880 circa). Non siamo in grado di dire il momento esatto in cui venne introdotto il nuovo tipo, in Occidente lo troviamo in una Bibbia del 960 a Leon e in due disegni della Bibbia catalana di Farfa. Qui compare anche un sedile per il suo corpo stanco, che probabilmente veniva associato a un trono, simbolo di potere. Già prima dello stile romanico, della pienezza rappresentativa, in Occidente Mosè veniva rappresentato sorretto, fatto che può far pensare a un'influenza bizantina. Probabilmente durante il medioevo erano stati trascurati quei tratti perché avrebbero compromesso l'immagine di Mosè: l'eroe vittorioso era generalmente rappresentato isolato, autosufficiente.
(Enrico II viene rappresentato due volte a braccia levate sorrette da due santi autoctoni mentre riceve la corona da Cristo; il paragone tra il re e Mosè sembra un'emulazione del monarca bizantino, pretendente rivale della corona imperiale romana: fin dall'epoca di Costantino l'imperatore d'Oriente era stato chiamato “nuovo Mosè”). Anche in Occidente la somiglianza del sovrano Mosè era stata dichiarata nell'VIII secolo: il re dei Franchi, Pipino fu investito di autorità sacra, perché difendesse lo Stato Pontificio dall'avanzata longobarda. Spesso gli imperatori non vengono rappresentati con le braccia sorrette, non era forse possibile un segno così evidente di dipendenza. Anche se a bene vedere può esprimere non la dipendenza ma il suo potere di esigere sostegno.
Temi statici e temi dinamici (II)
Il fatto che nel Medioevo le braccia alzate di Mosè venissero ricondotte alla Crocifissione, è provato da una prova negativa: alcuni manoscritti ebraici che consideravano offensivo tutto ciò, rappresentavano Mosè con le mani strette sul petto, affiancato da Aronne e Ur. Alcuni temi biblici venivano reinterpretati dai rabbini per precludere l'interpretazione cristiana (esempio: Giacobbe e la benedizione dei figli Manasse e Efraim. I cristiani videro una prefigurazione della croce). Anche nell'arte cristiana si può trovare questo riflesso di un'interpretazione censoria volta ed evitare analogie sgradevoli: la croce, non veniva più usata come strumento di punizione, neanche quando era scritto esplicitamente. I pagani infatti avevano deriso il culto di un Dio crocifisso come un criminale qualsiasi.
In un Salterio di Luigi IX Mosè appare in ginocchio di profilo a mani giunte, una posizione lontana dal modello della croce. Questo cambiamento può essere in parte spiegato come una caratteristica dell'arte del tempo: l'accresciuto interesse per l'azione. Raffigurato nello stesso campo dei combattenti, Mosè sembra prendere parte alla battaglia. La braccia levate e la frontalità tornano nel Salterio nell'episodio in cui Giuseppe si rivela ai fratelli: è un'azione in senso teatrale, un atto di autorivelazione. A braccia levate, infatti, i fratelli avevano visto e tradito per la prima volta Giuseppe: il momento della scoperta è perciò reso con autoriferimento; il ricordo e l'azione fatale sono condensati in una singola posizione drammatica.
La Bibbia Moralizzata è un immenso libro illustrato in cui ogni scena dell'Antico Testamento è accompagnata da una seconda che ne svela in senso simbolico. Qui il testo scritto diviene breve didascalia dell'immagine. In questo volume, forse il senso dell'immagine di Mosè in battaglia è un po' cambiato e un nuovo significato viene espresso al meglio. Nella Bibbia Moralizzata, l'immagine di Mosè è seguita da una scena liturgica: un sacerdote in preghiera mentre Dio Padre e Cristo ne sostengono le braccia, con loro c'è una colomba che rappresenta lo Spirito Santo. Dietro al sacerdote laici con le braccia levate, calpestano demoni. Quindi Mosè che leva le mani sostenute da Aronne e Ur mentre prega che Dio conceda la vittoria, non è solo prefigurazione della croce, ma anche anticipazione della figura del sacerdote; un significato riconducibile a un evento contemporaneo di cui possiamo fare esperienza.
Nella Bibbia Moralizzata Mosè, Aronne e Ur sono rivolti verso lo spettatore in uno schema centralizzato.
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