Psicologia sociale dei gruppi
La realtà dei gruppi
Per Lewin, alla base dell’esistenza dei gruppi c’è l’esperienza di un destino comune (interdipendenza). Per Sherif, l’elemento chiave è l’esistenza di una struttura sociale organizzata (ruoli e status) composta da norme e valori comuni, mentre secondo Bales è l’interazione faccia-a-faccia. Un’altra definizione si basa sulla teoria dell’identità sociale (Tajfel) e sulla teoria dell’autocategorizzazione (Turner), secondo la quale «un gruppo esiste quando due o più individui definiscono se stessi come membri, e quando la sua esistenza è riconosciuta da almeno un’altra persona».
L'entità percepita di un gruppo è la percezione che un insieme di individui sia un’unità coerente. Campbell divise tre fattori che discriminano tra gruppi reali e gruppi composti da singoli individui:
- Prossimità (natura fisica): l’essere fisicamente vicini
- Somiglianza (natura socio-culturale): il condividere caratteristiche comuni (linguaggio, vestiario)
- Destino comune (natura psicologica): il fare qualcosa insieme o avere esperienze simili
Relazione tra individuo e gruppo
Secondo la prospettiva individualistica di Allport, i fenomeni di gruppo sono riconducibili a processi psicologici individuali. Di contro, LeBon ipotizza l’esistenza di una “mente di gruppo” (prospettiva collettivistica), che induce i singoli a compiere azioni considerate impensabili dai singoli membri presi individualmente (folle). Quindi, è la relazione tra i membri a caratterizzare un gruppo sociale: il gruppo emerge dalla percezione che le persone hanno di sé come membri di una entità sociale e dalle relazioni che intercorrono all’interno di tale entità.
Asch, infine, considera le forze di gruppo come risultanti dalle azioni dei singoli individui: è la combinazione degli elementi che determina il suo stato finale (metafora dell’acqua).
Continuum “interpersonale-gruppo”
Per Turner, il concetto di sé è formato da identità personale (caratteristiche individuali) e identità sociale (appartenenze a categorie). Le persone agiscono in base alla salienza della propria identità sociale, ovvero se, in una situazione, interagiscono come “membri di un gruppo” o come “individui”. Tuttavia, la definizione di “gruppo sociale” è possibile solo perché altri gruppi sono presenti nell’ambiente: l’identità sociale può essere definita solo mediante gli effetti della categorizzazione sociale, che divide l’ambiente di un individuo nel gruppo di cui fa parte e in altri gruppi.
Tajfel colloca il comportamento sociale lungo un continuum definito dai poli: intergruppo (interazione determinata dall’appartenenza ai gruppi e dalle relazioni intergruppi) e interpersonale (interazione data da caratteristiche personali e relazioni interpersonali). Più una situazione sociale si avvicina all’estremità intergruppi del continuum, maggiore uniformità sarà mostrata dai singoli membri del gruppo, e maggiore sarà la tendenza a trattare i membri dell’outgroup come elementi “indifferenziati” di un’unica categoria sociale.
Vi sono tre criteri per distinguere il comportamento interpersonale dal comportamento di gruppo:
- Presenza/assenza di almeno due categorie sociali identificabili in modo non ambiguo
- Grado di variabilità negli atteggiamenti/comportamenti dei membri di un gruppo (uniforme nei comportamenti intergruppi; gestito dalle differenze individuali nei comportamenti interpersonali)
- Grado di variabilità nel comportamento di un individuo verso i membri di altri gruppi
Pertanto, ciò che più distingue il comportamento interpersonale dal comportamento di gruppo non è il numero di persone coinvolte, ma l’uniformità delle azioni degli individui. Nel definirsi come “membri di un gruppo”, gli individui stabiliscono un’associazione tra se stessi e le norme comuni del gruppo: così, non solo gli individui vedono i membri di altri gruppi in modo stereotipato, ma vedono anche se stessi come relativamente interscambiabili con gli altri nel proprio gruppo.
Inoltre, dato che l’identità sociale è parte del concetto di sé, è meglio avere una visione dell’ingroup positiva. Infatti, il confronto intergruppi attiva negli appartenenti un bisogno di specificità positiva dell’ingroup, attraverso la quale il gruppo fornisce ai suoi membri un’identità sociale positiva.
La folla come gruppo
LeBon spiegò il comportamento della folla come una regressione a condotte primitive e istintive. Se il contesto garantisce anonimato e possibilità di essere contagiati e suggestionati, provoca una perdita di razionalità e di identità nei singoli (de-identificazione), creando una “mente di gruppo”:
- Anonimato: la folla assicura impunità e mancanza di controllo sociale
- Contagio: le persone diventano uguali attraverso l’annullamento della personalità cosciente e l’emergere dell’inconscio
- Suggestibilità: nella folla, le persone accettano acriticamente gli ordini
Il formarsi di una “mente di gruppo” fa sì che gli individui che compongono la folla acquistino un’anima collettiva per il fatto di appartenere alla folla. In sostanza, l’individuo si “perde” nella folla.
Secondo Zimbardo e la sua teoria della deindividuazione, essere parte di un gruppo ampio fornisce agli individui un velo di anonimato e diffonde la responsabilità personale per le conseguenze delle proprie azioni (responsabilità diffusa). Questo provoca perdita di identità e minore preoccupazione per la valutazione sociale: quindi, in contesti di folla i comportamenti dei singoli subiscono un processo degenerativo, divenendo impulsivi e irrazionali.
In un esperimento sull’apprendimento, alcuni partecipanti dovevano sottoporre alcuni “allievi” a delle leggere scosse elettriche. I partecipanti in condizioni di “deindividuazione” (anonimato) fornivano scosse di durata doppia rispetto alla condizione nella quale i partecipanti erano “identificati”. Diener, Johson e Downing hanno invece provato come in condizioni di deindividuazione possa verificarsi un aumento del comportamento prosociale. Ripetendo l’esperimento di Zimbardo, osservarono che l’utilizzo di un camice da infermiere, piuttosto che una divisa del Ku Klux Klan, diminuiva la somministrazione delle scariche elettriche. Pertanto, in condizione di anonimato, il comportamento dipende dalle norme rilevanti in ogni situazione.
Secondo Diener, il fattore chiave nel comportamento della folla è la perdita di autoconsapevolezza. I fattori presenti in alcune situazioni di folla (anonimato, attivazione, coesione) portano le persone a dirigere la propria attenzione verso l’esterno: di conseguenza, il loro comportamento nella folla è meno regolato internamente da valori o abitudini ed è più influenzato dal contesto. Zimbardo e Diener concordano sul fatto che nelle situazioni di folla si ha una perdita di identità.
Reicher sostiene invece che le persone in situazioni di folla perdono parte dell’identità personale, ma acquisiscono una nuova identità in quanto membri del gruppo, l’identità sociale. Quindi, il comportamento delle folle implica un cambiamento d’identità, da cui conseguono modifiche agli standard di comportamento, che sono ora determinati dal gruppo anziché da fattori privati.
Processi elementari nei gruppi
Il processo attraverso il quale si diventa membro di un gruppo è descritto da Levine e Moreland. Una caratteristica del loro modello temporale della socializzazione al gruppo è la reciprocità tra l’individuo e il gruppo: non è solo l’individuo che subisce dei cambiamenti entrando a far parte del gruppo, ma anche il gruppo stesso deve adattarsi ai nuovi membri. Dunque, la socializzazione è un processo bidirezionale di negoziazione tra bisogni e aspettative dell’individuo e bisogni e aspettative del gruppo, nel quale si distinguono:
- Assimilazione: il gruppo cerca di cambiare il neofita ai fini del raggiungimento degli scopi
- Accomodamento: i nuovi membri cercano di produrre cambiamenti nel gruppo ai fini del soddisfacimento dei bisogni personali, utilizzando strategie di accomodamento come la proattività (ricerca attiva di informazioni circa i compiti, il ruolo e l’integrazione nel gruppo)
Diventare membro di un gruppo
Il processo di ricognizione concerne il compito di esplorare e scegliere, tra vari gruppi, in quale si potrebbe entrare a far parte. Per Levine e Moreland, la scelta del gruppo avviene secondo un criterio di massimizzazione dei profitti e di minimizzazione dei costi (teoria dello scambio sociale). Il criterio è, quindi, che cosa può fare il gruppo e che cosa il gruppo si aspetta in cambio.
Tra i fattori che influiscono sulla scelta e sulla percezione individuale dei costi/benefici vi sono:
- Esperienze personali precedenti con altri gruppi: se queste sono state favorevoli, si avrà la tendenza a cercare di appartenere a gruppi che possono fornire le stesse esperienze premianti
- Grado in cui le persone si percepiscono simili con il membro ideale del gruppo
Quando gli individui entrano a far parte di un gruppo, si verificano in loro dei cambiamenti del concetto di sé, che possono avere delle implicazioni sull’autostima. Se l’appartenenza al gruppo viene interiorizzata nel concetto di sé (identità sociale), ne deriva che il successo o il fallimento del gruppo hanno come conseguenza un innalzamento o un abbassamento dei livelli di autostima (se il gruppo è coeso). In sostanza, la positività del concetto che abbiamo di noi stessi può essere influenzata dalla valutazione sociale dei gruppi ai quali apparteniamo.
Studiando il processo di iniziazione del gruppo, si nota come l’inserimento nel gruppo sia spesso sottolineato da qualche cerimonia o rituale. Sono diverse le funzioni svolte da questi rituali:
- Le cerimonie hanno una funzione simbolica per il nuovo venuto e per il gruppo (favoriscono il processo di transizione dell’identità sociale del singolo e rafforzano i confini del gruppo)
- Introducono l’individuo agli standard normativi del gruppo e alle competenze necessarie
- Incrementano la lealtà e il senso di appartenenza del membro nuovo
- Scoraggiano gli aspiranti membri meno motivati
Queste cerimonie possono presentarsi sia come esperienze positive (trattamenti favorevoli, benefici) che come esperienze negative. Anche queste ultime svolgono le funzioni simboliche osservate: Aronson e Mills sostengono che l’iniziazione dolorosa dei nuovi membri è funzionale per evitare di indebolire la coesione del gruppo a seguito di esperienze sfavorevoli. Traendo spunto dalla teoria della dissonanza cognitiva, affermano che l’esperienza spiacevole di iniziazione è incompatibile con la successiva scoperta che alcuni aspetti del gruppo non sono come si era immaginato. Questa percezione di incoerenza è spiacevole, e le persone cercano di ridurla: una via per ridurla è quella di migliorare la valutazione del proprio gruppo («Se ho fatto tutto questo per diventare membro del gruppo, vuol dire che deve essere veramente importante per me»).
In conclusione, subire un’esperienza di iniziazione spiacevole rende il gruppo più attraente e può quindi essere usato dai gruppi come espediente per sostenere la lealtà e la coesione.
Interdipendenza e processi di gruppo
L’interdipendenza nasce quando un insieme di individui persegue obiettivi comuni e i risultati di ciascuno sono influenzati dalle azioni degli altri. Lewin distingue tra:
- Interdipendenza del destino: è la premessa per l’esistenza di un gruppo, che fa sì che gli individui di un gruppo percepiscano che il loro destino dipende dal destino del gruppo
- Interdipendenza del compito: si presenta se i risultati di ogni membro hanno implicazioni per i risultati dei compagni
Gli effetti dell’interdipendenza nel gruppo sono:
- In condizioni di interdipendenza positiva (l’apporto di un membro è fondamentale per gli altri) si crea maggiore coesione, cooperazione, soddisfazione e produttività, maggiore attrazione verso i membri dell’ingroup e una spinta verso il raggiungimento degli scopi
- In condizioni di interdipendenza negativa (il successo di un membro provoca l’insuccesso degli altri) si crea competizione, tendenza a considerare gli altri meno piacevoli e un indebolimento del gruppo nel raggiungimento dei suoi scopi
Coesione
La coesione è definita come la risultante del processo per cui un insieme di individui diventa un gruppo e si mantiene come tale. Altri la definiscono come la somma dei legami interpersonali tra i membri di un gruppo: il grado di coesione correla con il livello di attrazione reciproca tra i membri. Hogg, invece, definisce la coesione l’attrazione dei membri all’idea del gruppo, alla sua immagine prototipica condivisa e al modo in cui essa si riflette nelle caratteristiche e nella condotta del membro tipico: è coeso il gruppo in cui i membri si identificano nei suoi ideali. La coesione deriva dall’attrazione verso i membri del gruppo in quanto tali (attrazione sociale), piuttosto che dall’attrazione verso gli individui per le loro caratteristiche personali (attrazione interpersonale).
I primi studi vedono alla base della coesione la prossimità fisica: il trovarsi nelle vicinanze degli altri membri del gruppo. In tal modo, l’interazione aumenta, e pure il gradimento reciproco. Ciò ha portato a ritenere che il legame tra somiglianza di opinioni e attrazione fosse la base della coesione. Tuttavia, la coesione è anche determinata dalla natura delle relazioni in gioco con altri gruppi. Nel caso di gruppi posti in competizione, la solidarietà e la coesione tra i membri appartenenti allo stesso gruppo aumenta (Sherif e il campo estivo, gruppi militari). Ricerche mostrano che il successo genera coesione, mentre il fallimento abbassa il morale e mina la coesione. Questa correlazione è molto più marcata se i gruppi sono fortemente identificati con gli obiettivi (squadre sportive).
Vi sono però ricerche che mostrano alti livelli di coesione intragruppo anche in caso di fallimento. Secondo Turner questo fenomeno è riconducibile alla presenza di una forte identificazione con il proprio gruppo e di un’intensa partecipazione, favorita dalla scelta iniziale di appartenervi.
Una delle conseguenze della coesione è l’incremento del grado di adesione alle norme rilevanti del gruppo. Dunque, le norme del gruppo assumono una funzione moderatrice tra coesione e prestazione: se le norme favoriscono un aumento di produttività, allora aumenta la prestazione, altrimenti ciò non accade (può accadere anche il contrario, se le norme vanno contro la produttività).
Norme di gruppo
Ogni gruppo produce sistemi di norme, che costituiscono aspettative condivise rispetto al modo in cui dovrebbero comportarsi i membri del gruppo. Permettono cioè di definire le coordinate entro le quali sono accettate le differenze comportamentali tra i membri del gruppo.
La costruzione delle norme di gruppo assolve quattro funzioni a livello sociale:
- Avanzamento del gruppo: le norme sono necessarie affinché il gruppo raggiunga i suoi scopi
- Mantenimento del gruppo: le norme preservano il gruppo dall’estinzione (incontri regolari)
- Costruzione della realtà sociale: utile come riferimento, soprattutto nelle situazioni ambigue
- Definizione delle relazioni con l’ambiente sociale: consenso sulle relazioni con altri gruppi
Inoltre, le norme svolgono altre funzioni a livello individuale:
- Sono strutture di riferimento tramite le quali è possibile interpretare il mondo e capire come comportarsi in una situazione nuova o ambigua (esperimento di Sherif sull’effetto autocinetico)
- Contribuiscono a regolare l’esistenza sociale, aiutando a coordinare le attività dei membri
- Migliorano l’identità del gruppo (norme gergali o di abbigliamento)
Newcomb ha cercato di spiegare il modo in cui le norme vengono acquisite dai nuovi membri, analizzando le modificazioni degli atteggiamenti politici delle studentesse di un college a matrice progressista (Bennington College): le studentesse agli ultimi anni preferivano i candidati progressisti in misura significativamente maggiore rispetto alle studentesse dei primi anni. Siegel misurò gli atteggiamenti di alcuni studenti, parte dei quali alloggiavano in una casa gestita in maniera restrittiva, tradizionale, e parte in una casa gestita in maniera progressista.
Nell’arco di un anno si verificò una diminuzione significativa del grado di autoritarismo solo negli studenti inquilini dell’alloggio “progressista”, mentre gli altri restarono invariati. Secondo Sherif, ogni norma ha una sua “ampiezza di accettazione”: la gamma di comportamenti “accettabili” può essere più o meno ristretta, a seconda di:
- Importanza delle norme generali e su quelle riferite agli aspetti periferici del comportamento
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