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Psicologia sociale dei gruppi – Rupert Brown

Capitolo 1. La realtà dei gruppi

Sin dall’inizio del secolo si è animatamente discusso non soltanto sull’essenza dei gruppi, ma anche sull’eventualità stessa che i gruppi esistano. In questo capitolo si inizierà a definire il “gruppo” per poi discutere del problema della relazione tra l’individuo e il gruppo: quest’ultimo elemento è riconducibile al primo o possono entrambi essere considerati entità reali in relazione reciproca?

Secondo Brown bisogna dare importanza alla distinzione tra comportamento in situazioni interpersonali e comportamento in situazioni di gruppo, e mettere in risalto alcuni processi psicosociali sottostanti a questa suddivisione. Un concetto chiave è quello di identità sociale, ossia la concezione che un individuo ha di sé. Infine, Brown esamina il comportamento sociale nel più rudimentale di tutti i gruppi: la folla.

1. Il concetto di gruppo

Vi è un’ampia diversità nei significati associati al termine “gruppo”. Per alcuni teorici, il fattore critico è l’esperienza di un destino comune: gli ebrei nell’Europa nazista costituivano un gruppo per via del loro destino comune e tragico di stigmatizzazione, imprigionamento e sterminio.

Per alcuni pensatori, l’elemento chiave è l’esistenza di una struttura sociale formale o implicita, solitamente sotto forma di relazioni di status e di ruolo (Sherif). La famiglia ne è un esempio: è un gruppo perché i suoi membri hanno fra loro delle relazioni ben definite e queste relazioni sono di solito accompagnate da precise differenze di potere e di status.

Tuttavia, un’altra scuola di pensiero, suggerisce che tali relazioni strutturali hanno luogo per via di una caratteristica dei gruppi ancor più elementare: sono composti da individui in interazione faccia a faccia (Bales; Homans).

Il secondo e terzo tipo di definizioni sembrano applicabili solo ai piccoli gruppi (es. non più di 20 membri) e sembrerebbero escludere categorie sociali su larga scala come i gruppi etnici (es. ebrei citati sopra), la classe sociale o la nazionalità. Sicuramente, l’essere parte di queste categorie può influenzare il comportamento delle persone come accade nel gruppo faccia a faccia più coesivo.

Questo problema ha fatto sì che alcuni autori proponessero una definizione di gruppo più soggettiva in termine di autocategorizzazione (self-categorization - Tajfel) delle persone. In base a tale assunto, un gruppo esiste quando due o più individui percepiscono se stessi come membri della stessa categoria sociale (Turner). Quindi, gli ebrei costituiscono un gruppo perché un numero significativo di individui dice di se stessi “Io sono ebreo”.

La definizione di Turner è forse troppo soggettiva: non sembra catturare una caratteristica importante dei gruppi, e cioè il fatto che la loro esistenza è normalmente nota alle altre persone (Merton). Un tema centrale del libro è il bisogno di considerare i gruppi non solo come sistemi a se stanti, ma in relazione ad altri gruppi.

Pertanto, Brown vuole estendere la definizione di Turner (1982) e di suggerire che un gruppo esiste quando 2 o più individui definiscono se stessi come membri e quando la sua esistenza è riconosciuta da almeno un’altra persona.

Questa “altra persona” può essere un singolo individuo o un gruppo di persone che non si definiscono membri di quel gruppo. (es. lo sperimentatore in una ricerca di laboratorio).

2. La relazione tra l’individuo e il gruppo

C’è qualcosa nei gruppi di più della somma degli individui che li compongono? Allport parlerebbe di “problema dei problemi” della psicologia sociale (la natura della relazione dell’individuo col gruppo).

Allport in uno dei suoi primi testi di psicologia sociale scriveva che non esiste una psicologia dei gruppi che non sia fondamentalmente ed interamente una psicologia degli individui: questa affermazione era riferita ai suoi contemporanei che sostenevano che i gruppi possiedono alcune proprietà mentali che sono al di sopra della consapevolezza dei loro membri.

Sia Le Bon che McDougall parlarono di una folla dotata di una mente di gruppo che la induce a compiere azioni che sarebbero considerate impensabili dai singoli membri presi individualmente.

Il punto fondamentale di Allport è che un termine come mente di gruppo non potrebbe essere sottoposto a una verifica indipendente; non è possibile toccare o osservare questa entità, che si suppone dotata di consapevolezza, separatamente dagli individui che la compongono.

Allport nel respingere l’idea di una mente di gruppo, intendeva andare oltre il concetto del gruppo nella sua globalità. Anche se nei successivi scritti sembrava aver modificato la sua posizione, Allport in fondo rimaneva un individualista, che credeva che i fenomeni di gruppo potessero essere ricondotti a processi psicologici individuali. Conseguenza di ciò: i successori, tenendo conto della sua teoria, cercarono di dimostrare che fenomeni come pregiudizio e conflitto sono poco più che comportamento interpersonale su larga scala.

Altri hanno affermato che rifiutare l’errore logico della mente di gruppo non significa per forza abbandonare lo studio sui processi di gruppo come tali. Mead, Sherif, Asch e Lewin hanno posto in rilievo il carattere reale dei gruppi sociali, ritenendoli dotati di proprietà uniche che emergono dalla rete di relazioni tra i singoli membri.

Idea espressa da Asch con analgia tratta dalla chimica: una sostanza come l’acqua risulta dalla combinazione di elementi come l’idrogeno e l’ossigeno, e possiede, tuttavia, proprietà diverse da quelle di entrambi gli elementi che la compongono. Inoltre, quando questi elementi molecolari sono organizzati o strutturati in modi diverso, producono sostanze dotate di caratteristiche differenti (es. ghiaccio, acqua, vapore). Il composto H2O è determinato dalla combinazione degli elementi.

Sia per Asch che per Sherif, la realtà dei gruppi emerge dalle percezioni comuni che le persone hanno in qualità dei membri della stessa unità sociale e nelle varie relazioni reciproche all’interno di se stessi di tale unità.

Pertanto possiamo essere in disaccordo con la sua conclusione secondo cui il concetto di gruppo non ha posto in una psicologia sociale rigorosa. Confermiamo l’idea di Sherif: non si rende giustizia alle cose passando dal comportamento, dai sentimenti e dagli atteggiamenti espressi da una persona isolata alla sua condotta in qualità di membro di un gruppo. L’essere membro di un gruppo e comportarsi come tale ha conseguenze psicologiche che sussistono anche quando gli altri membri non sono immediatamente presenti.

3. Il continuum “interpersonale-gruppo”

Cosa vuol dire che una persona si comporta come membro di un gruppo? Tajfel, teorico dei processi di gruppo, sottolinea anche l’esigenza di distinguere il comportamento interpersonale da quello in situazioni di gruppo.

Ha suggerito, pertanto, 3 criteri che ci aiutano a porre questa distinzione:

  • È la presenza o assenza di almeno due categorie sociali identificabili (es. nero o bianco, uomo o donna, lavoratore e datore di lavoro);
  • È il grado di variabilità, basso o alto, negli atteggiamenti o nel comportamento delle persone che si trovano in un gruppo. Il comportamento intergruppi è solitamente omogeneo ed uniforme, mentre il comportamento interpersonale è caratterizzato dalla gamma normale di differenze individuali;
  • È il grado di variabilità negli atteggiamenti e nel comportamento di un individuo nei confronti dei membri degli altri gruppi.

La stessa persona si comporta in modo simile nei confronti di numerose altre persone differenti, oppure mostra una risposta differenziata?

Tajfel colloca il comportamento sociale lungo un continuum definito dalle polarità “intergruppi” e “interpersonale”: nel primo caso, l’interazione è determinata dall’appartenenza ai vari gruppi e dalle relazioni tra loro; nel secondo, dipende in misura superiore dagli individui, dalle caratteristiche personali e dalle relazioni interpersonali.

(questa distinzione è rappresentata nel film di Ken Loach sulla guerra civile spagnola, “Terra e Libertà”).

Secondo Turner, il concetto di sé è formato da due elementi: identità personale e identità sociale. L’identità personale si riferisce ad autodescrizioni sulla base di caratteristiche individuali o idiosincratiche (es. “sono un tipo di persona amichevole”, o “sono un amante di blues”). L’identità sociale, invece, denota descrizioni in termini di appartenenze a categorie (es. “Sono una donna” o “sono un tifoso del Liverpool”).

Questa idea secondo cui l’appartenenza ad un gruppo è parte dell’identità delle persone costituisce un aspetto centrale nello studio dei processi di gruppo. Essa permette di dare un significato a diversi comportamenti degli individui nei confronti di altri gruppi, e inoltre ci aiuta a comprendere come mai i membri del gruppo mostrino di frequente una certa uniformità di atteggiamenti e di comportamenti. La motivazione sottostante a questa uniformità è che nel definirsi come membri di un gruppo gli individui stabiliscono un’associazione tra se stessi e i vari attributi e le norme comuni che sperimentano nel far parte di quel gruppo. In tal senso, gli individui vedono i membri di altri gruppi in modi stereotipati, ma vedono anche se stessi come esseri intercambiabili con gli altri nel proprio gruppo. Di conseguenza i loro atteggiamenti e le loro azioni assumono l’uniformità che è così caratteristica delle situazioni di gruppo.

A illustrazione di questa distinzione interpersonale-gruppo, si considerano i risultati di due esperimenti:

  • Studio condotto da Doise, Deshamps e Meyer (1978): ai bambini veniva chiesto di osservare delle fotografie di ragazzi prima, e di ragazze dopo (e viceversa); e di attribuire degli aggettivi ad ogni foto, scegliendo quelli che meglio si applicano all’immagine in questione. Il gruppo di controllo non era a conoscenza delle due serie di fotografie, infatti giungeva come un qualcosa di inatteso. Possiamo ipotizzare che la variabile genere fosse meno saliente per i soggetti nell’effettuare la prima serie di valutazioni. La seconda condizione di controllo potrebbe essere classificata come “interpersonale” della prima, sperimentale, maggiormente “gruppale”. Nella condizione sperimentale, si seguivano criteri di genere nel senso che le foto maschili e femminili venivano difficilmente qualificate in base agli stessi tratti; nella condizione di controllo, i bambini sembravano dare attenzione alle caratteristiche di ciascuna immagine (le differenze fra le foto maschili e femminili erano minori, come minore era la somiglianza percepita per ogni categoria).
  • Ricerca condotta da Deutsh e Gerard sul conformismo: lo studio è modellato sull’esperimento classico di Asch (1951) che dimostra che gli individui possono essere indotti a dare risposte sbagliate ad un quesito fisico elementare dalla presenza di una maggioranza che dà giudizi unanimi ma scorretti. I due ricercatori hanno dimostrato che è possibile incrementare in modo vistoso questo conformismo, definendo l’insieme dei soggetti che fanno parte dell’esperimento come un gruppo dotato di uno scopo definito.

Brown, l’autore del libro, fa 3 osservazioni:

  • Ciò che distingue il comportamento interpersonale dal comportamento di gruppo non è il numero di persona coinvolte, ma è l’uniformità nelle azioni degli individui, che lascia supporre che i partecipanti interagiscano in base alla loro appartenenza ad un gruppo piuttosto che delle loro caratteristiche personali particolari.
  • La distinzione interpersonale-gruppo è basata su una dimensione continua e non costituisce una dicotomia. La maggior parte delle situazioni sociali contiene elementi che sono parte di entrambi i comportamenti, interpersonale e di gruppo.
  • L’accettazione dell’esistenza di queste differenze rende necessarie delle teorie diverse per comprendere i processi di gruppo rispetto a quelle che usiamo per spiegare il comportamento interpersonale. Le teorie del comportamento interpersonale tendono a invocare congiuntamente o disgiuntamente due tipi di processo: il primo è l’azione di qualche fattore interno all’individuo (es. personalità, stile cognitivo); l’altro è la natura della relazione tra gli individui (es. somiglianza atteggiamenti). In breve, le variazioni nel comportamento individuale sono spiegate o in termini di differenze fra persone o in termini di differenza fra le relazioni. Quando si tratta di situazioni in merito al gruppo, tali spiegazioni sono meno utili, perché due delle caratteristiche di base del gruppo riguardano le uniformità tra gli individui, anziché le loro differenze.

L’applicazione diretta di teorie sul comportamento interpersonale a contesti di gruppo è in se stessa irta di difficoltà e per questo, è necessario utilizzare le teorie alternative che riguardano in specifico il comportamento di gruppo.

4. Nascita del comportamento collettivo: la folla come gruppo

Bristol (1980): in un quartiere operaio del centro, si verificò una rivolta, in seguito ad una retata della polizia all’interno di un bar locale, apparentemente per indagare sul consumo illegale di alcolici e l’assunzione di droghe. Nel giro di un’ora, gli astanti scagliarono pietre conto i poliziotti e i loro veicolo: 40 agenti di polizia contro una folla di una centinaia di persone, ma vinse la folla, che nella sera aveva incendiato le auto della polizia e altri veicoli, le vetrine dei negozi. Quel quartiere era diventato zona off-limits.

Lo psicologo sociale Reicher, che viveva a Bristol durante la retata, ha fornito un’analisi dell’episodio di violenza (vedremo avanti poi).

  • La violenza non era diretta in modo incontrollato o indiscriminato, poiché vi erano dei bersagli specifici, ossia i poliziotti e i loro veicoli;
  • La folla era composta quasi totalmente da individui che vivevano nelle vicinanze e che si conoscevano;
  • La violenza era contenuta geograficamente, nel senso che non c’erano stati tentativi di diffonderla all’esterno di una zona già delimitata.
  • I commenti spontanei prodotti dai membri della folla riflettevano l’esistenza di un forte orgoglio e di un’identificazione con la comunità, una sensazione di agire allo scopo di difendere se stessi dagli estranei. Per la stessa ragione, la polizia considerava i rivoltosi come un gruppo, sia pure un gruppo che si era fatto giustizia da sé.

Quest’ultimo punto ci rassicura che abbiamo davvero a che fare con un caso di comportamento di gruppo.

4.1. Deindividuazione e comportamento nei gruppi

Come considerare questi avvenimenti di Bristol? Perché le folle si comportano in questo modo? Per rispondere, dobbiamo ipotizzare che fosse il contesto della folla a far regredire le persone a modalità di condotta primitive e istintive: secondo Le Bon, l’anonimato, il contagio e la suggestionabilità, determinano nei singoli una perdita di razionalità e di identità, creando invece una mente di gruppo. Sotto l’influsso di tale mente e libera dalle normali costrizioni sociali, si scatenano gli istinti distruttivi degli individui, dando luogo ad una violenza sfrenata e ad un comportamento irrazionale. Per Le Bon, la rivolta di Bristol sarebbe un classico caso di declino nella barbarie.

L’ipotesi di Le Bon della mente di gruppo venne rifiutata, ma le sue speculazioni sugli effetti dell’anonimato nella folla sono state riprese, come nel caso di Zimbardo. Zimbardo ha preso spunto dalle idee di Le Bon formalizzandole nel modello contenente diverse variabili di entrata (input), alcuni cambiamenti psicologici interventi e il comportamento risultante. I 3 input più importanti sono l’anonimato, la responsabilità diffusa e l’ampiezza del gruppo. Secondo Zimbardo, essere parte di un ampio gruppo fornisce agli individui un velo di anonimato e diffonde la responsabilità personale per le conseguenze delle proprie azioni. Ciò conduce ad una perdita di identità e ad una minore preoccupazione per la valutazione sociale: è definito come stato psicologico di deindividuazione. Il comportamento in uscita (output) che ne deriva è impulsivo, irrazionale, regressivo, poiché non è soggetto all’abituale controllo sociale e personale.

Il punto principale di tale teoria è quello di suggerire che il comportamento degli individui subisce un processo degenerativo in situazioni di folla: ne è un esempio il comportamento violento della folla a Bristol, ancor più rafforzato dal fatto che la violenza è aumentata al calare dell’oscurità, che mantiene l’anonimato dei membri della folla. Per provare tale teoria, Zimbardo, durante degli esperimenti di laboratorio sull’apprendimento, permette ai gruppi partecipanti di somministrare scariche elettriche leggere al presunto allievo. I partecipanti a volte erano deindividuati, indossando camici larghi, privi di forma, con fori sui cappucci in corrispondenza di occhi e bocca. In un primo esperimento, la teoria è confermata: la durata delle scariche somministrate fu di lunghezza quasi doppia nella condizione di deindividuazione; in un secondo esperimento con soldati belgi, la teoria non fu confermata: il risultato fu all’opposto del precedente.

Altre ricerche confermano la teoria...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noemipedagogista di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Maricchiolo Fridanna.
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