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La realtà dei gruppi

Il concetto di gruppo

I gruppi sono una parte inevitabile dell’esistenza umana; gli esseri umani sono esseri di gruppo. Etimologia: gruppo = matassa arrotolata, nodo, tondo in cui tutto si tiene insieme.

Tipi di gruppo

  • Durata nel tempo→ temporaneo VS duraturo
  • Grado di strutturazione→ labile VS stabile
  • Tipo di strutturazione→ informale VS formale
  • Modificabilità della struttura→ elastica VS rigida
  • Intercambiabilità dei membri→ molta mobilità VS scarsa mobilità
  • Numero di membri→ piccolo gruppo (3-5) gruppo (6-15) gruppo mediano (16-30) gruppo allargato (31-70) collettivo, folla, massa (oltre 70)

Componenti del gruppo e relazioni→ formula ½ n(n-1) dove n è la numerosità del gruppo. (ES: n3 ci sono 3 relazioni, n4 ci sono 6 relazioni)

Diverse definizioni di gruppo

Gli elementi associati al termine gruppo sono diversi, a seconda degli studiosi, i quali hanno idee diverse:

  1. Per Lewin, Campbell, Rabbie e Horwitz il fattore critico è l’esperienza del destino comune (ES: gli ebrei dell’Europa nazista erano un gruppo per via del loro destino comune). Solo per piccoli gruppi.
  2. Per Sherif e Sherif l’elemento chiave è l’esistenza di una struttura sociale con relazioni di status e ruolo (ES: la famiglia è un gruppo perché i suoi membri hanno fra loro delle relazioni ben definite, le quali sono accompagnate da precise differenze di potere e di status). Solo per piccoli gruppi.
  3. Per Bales e Homans il gruppo ha luogo per via interazioni faccia-a-faccia.
  4. Secondo Turner nei termini di autocategorizzazione, un gruppo esiste quando due o più persone si percepiscono come membri della medesima categoria sociale. Questa definizione è troppo soggettiva, non sembra catturare una caratteristica importante dei gruppi, cioè il fatto che la loro esistenza è normalmente nota alle altre persone.
  5. Brown propone di estendere la definizione di Turner: un gruppo esiste quando due o più persone definiscono sé stessi come membri e quando la sua esistenza è riconosciuta da almeno un’altra persona. L’altra persona può essere un singolo individuo o un gruppo di persone che non si definiscono membri di quel gruppo.

La relazione tra l’individuo e il gruppo

Tajfel: l’elemento cruciale del gruppo è il senso di appartenenza, ovvero il fatto che le persone che lo compongono si sentono parte di esso. Esso è composto da 3 componenti:

  1. Sociocognitiva: conoscere di appartenere a un gruppo, componente accompagnata dall’aspetto sociale, cioè dal consenso sociale: non è sufficiente che io sia consapevole di far parte di un gruppo, ma a livello sociale questo gruppo deve essere riconosciuto come gruppo.
  2. Valutativa: il gruppo e il fatto di appartenervi può essere connotato positivamente o negativamente, sia dall’individuo che appartiene al gruppo sia dal sociale (entrambe le dimensioni risultano importanti).
  3. Emozionale: aspetti cognitivi e valutativi sono accompagnati da emozioni e sentimenti (orgoglio/vergogna amore/odio; piacere/dispiacere) tipici del soggetto appartenente al gruppo.

Egli ha formulato la teoria dell’identità sociale: i comportamenti sociali sono posti su un continuum teorico (non c’è presenza o assenza, ma ci sono diverse sfumature). Da un lato il comportamento interpersonale è basato sulle caratteristiche individuali degli attori in interazione (es. rapporto tra innamorati), dall’altro il comportamento intergruppi è basato sulle appartenenze a gruppi o categorie sociali degli attori in interazione (es. scontro fra combattenti di due eserciti opposti). I due comportamenti si distinguono per l’uniformità (comportamento intergruppo) o meno (comportamento interpersonale) nelle azioni degli individui, non per il numero di persone coinvolte.

Distinzione tra comportamento interpersonale e in gruppo

La distinzione tra comportamento interpersonale e comportamento in situazioni di gruppo prevede 3 criteri:

  1. Presenza/assenza di almeno due categorie sociali ben riconoscibili.
  2. Il grado di variabilità, alta o bassa, negli atteggiamenti o nel comportamento degli individui che si trovano in un gruppo. Il comportamento intergruppi è normalmente omogeneo e uniforme, mentre il comportamento interpersonale è caratterizzato da differenze individuali importanti.
  3. Grado di variabilità negli atteggiamenti e nel comportamento di un individuo verso i membri degli altri gruppi.

Le situazioni di gruppo hanno determinate caratteristiche: permettono di identificare due o più categorie sociali, l’uniformità nel comportamento dei membri del gruppo e il carattere stereotipico delle reazioni dei membri nei confronti dell’esterno.

Egli colloca il comportamento sociale lungo un continuum definito dalle polarità intergruppi e interpersonale. Nel primo l’interazione è considerata determinata dall’appartenenza ai vari gruppi e dalle relazioni tra di loro; nel secondo dipende in larga misura dagli individui, dalle caratteristiche personali ed alle relazioni interpersonali.

Turner e il concetto di sé

Turner ritiene che il concetto di sé è formato da due elementi:

  1. Identità personale: si riferisce ad autodescrizioni sulla base di caratteristiche individuali, concezioni relative a sé come essere unico e distinto dagli altri.
  2. Identità sociale: denota descrizioni in termini di appartenenze a categorie. Concezioni relative a sé come appartenente a categorie o gruppi sociali, quindi intercambiabile con altri che appartengono alle stesse categorie e distinto dai membri dell’outgroup.

In modo generale il gruppo ci sembra tutto uguale/uniforme, quando poi andiamo nel personale cogliamo le varie differenze. Noi abbiamo la necessità di sentirci unici (specificità), ma dall’altro lato abbiamo bisogno anche di sentirci simili e parte di un gruppo (omogeneizzazione).

La categorizzazione sociale è un processo cognitivo che divide il mondo sociale in categorie cui si appartiene e non si appartiene: noi accentuiamo la percezione di somiglianze con individui che fanno parte del nostro gruppo (somiglianze intracategoriali) e la percezione delle differenze con categorie diverse (differenze intercategoriali). Ciò dà luogo a differenziazioni valutative e comportamentali. Ingroup: gruppo in cui ci si colloca VS Outgroup: gruppo esterno, considerato contrapposto all’ingroup.

Nascita del comportamento collettivo: la folla come gruppo

Il termine folla è una forma elementare di gruppo, nato dalla rivolta di Bristol del 1980, la quale ebbe luogo in seguito ad una retata della polizia all’interno di un bar locale, appartenente per indagare su voci riguardanti il consumo illegale di alcolici e l’assunzione di droghe. La folla, ovvero l’insieme di persone, iniziò ad avere comportamenti violenti contro la polizia. Sono importanti 4 punti:

  1. La violenza non era diretta in modo incontrollato, ma sembrava avere bersagli molto specifici. Il principale erano i poliziotti e i loro veicoli; furono danneggiate anche alcune proprietà, ma la maggior parte dei negozi locali e delle case private non venne toccata.
  2. La folla era composta nella quasi totalità da individui che vivevano nelle immediate vicinanze e che si conoscevano.
  3. La violenza era contenuta geograficamente, non ci furono tentativi di diffonderla all’esterno della zona ben delimitata che costituiva il centro della comunità locale.
  4. I commenti spontanei prodotti dai membri della folla riflettevano l’esistenza di un forte orgoglio e di un’identificazione con la comunità, una sensazione di agire allo scopo di difendere sé stessi dagli estranei.

Le Bon (fine 800) ritiene che c’è un cambiamento del comportamento quando l’individuo si trova nel gruppo. Egli cercò di capire come mai le persone sono aggressive nelle folle e ritiene che le folle hanno in sé tre fattori endemici (anonimato, contagio e suggestionabilità) che provocano negli individui una perdita di razionalità e di identità, creando invece una mente di gruppo. Sotto questa mente collettiva gli individui sono liberi dalle costrizioni sociali e si scatenano i loro istinti distruttivi, che danno luogo ad una violenza sfrenata e ad un comportamento irrazionale; azioni che sarebbero considerate impensabili dai singoli membri presi individualmente.

Critiche a Le Bon

  1. Allport fu contro questa tesi della mente di gruppo perché è un’entità che non è possibile osservare o toccare, che si suppone dotata di consapevolezza, separatamente dagli individui che la compongono. Egli rimase un individualista che credeva che i fenomeni di gruppo potessero essere ricondotti a processi psicologici individuali.
  2. Asch, Sherif e Lewin affermano che rifiutare l’errore logico della mente di gruppo non significa necessariamente abbandonare lo studio dei processi di gruppo come tali. Essi hanno posto in rilievo il carattere reale e distintivo dei gruppi sociali, ritenendoli dotati di proprietà uniche che emergono dalla rete di relazioni tra i singoli membri. Sia per Asch che per Sherif la realtà dei gruppi emerge dalle percezioni comuni che le persone hanno di sé stesse in qualità di membri della medesima unità sociale e nelle varie relazioni reciproche all’interno di tale unità. Sherif ritiene che l’essere membro di un gruppo e comportarsi come tale ha conseguenze psicologiche che sussistono anche quando gli altri membri non sono immediatamente presenti.

Nonostante l’ipotesi di Le Bon sia stata largamente rifiutata, le sue speculazioni sugli effetti dell’anonimato nella folla si sono dimostrate di un’influenza enorme per i tentativi successivi di spiegare il comportamento collettivo.

Zimbardo ha formalizzato molte idee di Le Bon in un modello, anche se non ritiene vera l’esistenza della mente di gruppo. Egli dà alla luce la teoria della deindividuazione prendendo come input tre variabili che intervengono sui cambiamenti psicologici degli individui: l’ampiezza del gruppo, l’anonimato e la responsabilità diffusa. Secondo lui essere parte di un gruppo ampio fornisce agli individui un velo di anonimato e diffonde la responsabilità personale per le conseguenze delle proprie azioni. Queste variabili comportano una perdita di identità e una minor preoccupazione rispetto alla valutazione sociale delle condotte che mettiamo in atto; si arriva ad uno stato psicologico di deindividuazione, il quale porta ad un comportamento impulsivo, irrazionale e regressivo, che non è soggetto all’abituale controllo sociale e personale.

Esperimenti di Zimbardo e altri

Esperimento Zimbardo (1969): le scariche elettriche→ sotto il pretesto di svolgere un esperimento sull’apprendimento, veniva fornita ai gruppi di partecipanti l’opportunità di somministrare scariche elettriche leggere, ma che a loro apparivano come reali al presunto allievo nell’esperimento. In alcune condizioni questi partecipanti venivano deindividuati (camice largo e privo di forma), in altre condizioni conservavano la loro identità, che veniva sottolineata da grandi cartelli con scritto il loro nome.

Esperimento 1 (utilizzava studenti): i RISULTATI confermarono che la durata media delle scariche somministrate fu di lunghezza quasi doppia nella condizione di deindividuazione di quanto avvenne nella condizione di individuazione.

Esperimento 2 (utilizzava soldati belgi): i RISULTATI mostrarono che coloro che erano inclusi nella condizione di anonimato somministrarono costantemente scariche di lunghezza più breve di coloro che erano identificabili. Questo fu spiegato dal fatto che i soldati, essendo in uniforme, erano già deindividuati prima dell’inizio dell’esperimento. L’effetto di indossare camici e i cappucci nelle condizioni di deindividuazione fu quello di reindividuarli.

Esperimento Jaffe e Yinon (1979): le scariche elettriche→ hanno ripreso l’esperimento di Zimbardo: nello studio sperimentale gli autori hanno posto a confronto l’intensità media delle scariche somministrate da singoli individui con quelle fornite da gruppi composti da tre persone. RISULTATI: coloro che parteciparono come membri di un gruppo somministrarono regolarmente scariche molto più forti di coloro che agivano da soli.

Critiche e prospettive intergruppi

Critiche a Zimbardo:

  1. Johnson e Downing criticano Zimbardo perché ha enfatizzato troppo le conseguenze negative dell’appartenenza al gruppo; essi, al contrario, trovarono che la deindividuazione può dar luogo anche ad un aumento del comportamento prosociale.

Esperimento Johnson e Downing (1979): modificano la procedura dell’esperimento di Zimbardo, modificano cioè le norme dell’esperimento. Mettono a confronto le condizioni di anonimato e quelle di individuazione. Tutti i soggetti indossavano abiti particolari: metà del gruppo indossava l’uniforme da infermiera e l’altra metà quella da Ku Klux Klan. Solo nella condizione di individuazione sugli abiti venivano applicati i nomi dei soggetti. Il comportamento delle persone dipendeva molto dalle norme rilevanti di ogni specifica situazione: il gruppo che indossava uniformi da infermiera dava meno scosse rispetto all’altro gruppo e anche di minor intensità, soprattutto nella condizione di deindividuazione. Quest’ultima non aumentò l’aggressività nemmeno per coloro che indossavano la divisa del Ku Klux Klan.

  1. Diener ritiene che l’elemento chiave nel comportamento della folla è la perdita di autoconsapevolezza. I fattori presenti in alcune situazioni di folla (l’anonimato, l’aumento di attivazione e la coesione) conducono a volgere all’esterno la propria attenzione e meno su di sé. Il comportamento quando ci si trova in situazioni di folla viene influenzato di più da quelli che sono gli indizi e le norme che sono presenti nell’ambiente ed è meno determinato dai valori personali e dalle abitudini preesistenti. Questa influenza di norme non per forza porta ad azioni violente, ma l’aumento della dimensione della folla può ridurre la capacità di prestare attenzione alla propria condotta.

Prospettiva intergruppi secondo Reicher solitamente le situazioni di folla coinvolgono più di un gruppo. Inoltre, il comportamento delle folle è un comportamento intergruppi, quindi in una folla gli individui non si trovano in una vera condizione di anonimato, ma essi assumono una nuova identità: in linea con la teoria di Turner, essi perdono parte del loro senso di identità personale e adottano una più forte identità sociale come membri di un determinato gruppo. Quindi il comportamento delle folle implica un cambiamento, anziché una perdita di identità. E accanto a questo si osservano modificazioni negli standard di comportamento che vengono ritenuti appropriati o normativi (ES: due gruppi, manifestanti e forze dell’ordine, sono esposti agli stessi stimoli ambientali, ma sono influenzati da regole di gruppo e obiettivi diversi).

Conclusioni

  1. Il pessimismo di Zimbardo a proposito delle folle non sembra giustificato: sulla base delle norme che sono rilevanti nella situazione particolare, sia comportamenti prosociali sia quelli antisociali possono divenire più probabili in situazioni di gruppo e, a volte, anche più estremi.
  2. Il comportamento degli individui nelle folle non è sempre soggetto ad un processo di degradazione. Sia Zimbardo che Diener sostengono che nelle situazioni di folla gli individui tendono a perdere la propria identità e l’autocontrollo; ma questa previsione non è esatta perché sembra che anche in queste situazioni il comportamento è controllato. Sembra che le folle si prefiggano spesso bersagli o scopi specifici quando agiscono in un modo determinato e che queste azioni siano spesso motivate dall’identificazione con particolari categorie sociali.
  3. Questi aspetti intenzionali del comportamento collettivo sono particolarmente evidenti se li si osserva secondo una prospettiva intergruppi. In ogni forma di comportamento collettivo è sempre possibile identificare un gruppo esterno (outgroup) che gioca un ruolo determinante in quanto accade.

Processi elementari nei gruppi

Diventare membro di un gruppo

Entrare nei gruppi è un processo di transizione che ognuno di noi sperimenta più volte nella propria vita. Moreland e Levin osservano che l’inserimento nel gruppo molto spesso è sottolineato da qualche cerimonia o rituale, soprattutto nei gruppi e nelle organizzazioni stabili e formali, anche se non tutte le entrate in un nuovo gruppo sono caratterizzate da meccanismi cerimoniali.

Queste cerimonie di iniziazione possono assumere forme diverse:

  • Un caldo benvenuto o un’espressione di accoglienza durante il quale il novizio riceve elogi e un trattamento favorevole. Gli esempi di questo tipo includono i benefici marginali e i privilegi che alcune organizzazioni concedono ai nuovi assunti.
  • Un’esperienza spiacevole nel corso della quale il nuovo venuto viene canzonato, messo in imbarazzo o perfino sottoposto ad aggressione fisica. Gli esempi di iniziazioni negative sono numerosi, spesso prevedono delle prove da superare, utili all’individuo per conquistare l’appartenenza e vincere la diffidenza dei membri più anziani (ES: arruolarsi nelle organizzazioni militari comporta spesso una serie di esperienze umilianti).

Funzioni delle cerimonie:

  • Funzione simbolica sia per il nuovo venuto sia per il gruppo stesso. A iniziazione conclusa l’individuo può sentirsi diverso da quel che era. Quando l’iniziazione comporta l’acquisizione di segni caratteristici contribuisce a sottolineare il carattere distintivo del gruppo rispetto agli altri.
  • Funzione di apprendistato per l’individuo, introducendolo agli standard normativi del gruppo e alle competenze rilevanti necessarie per adempiere in modo efficace alle sue responsabilità
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher IlariaRognoni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di psicologia dei gruppi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Gattino Silvia.
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