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Riassunto esame Psicologia, prof. Giannini, libro consigliato Storia della psicologia, Legrenzi

Riassunto per l'esame di Psicologia dei Processi Cognitivi e della prof. Giannini (facoltà di Psicologia), basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia della psicologia, Legrenzi.
Gli argomenti trattati sono i seguenti:
- Dal pensiero greco al 1800
- Strutturalismo
- Funzionalismo
- Riflessologia
- Scuola storico-culturale
-... Vedi di più

Esame di Psicologia dei processi cognitivi: teorie e metodi dal corso del docente Prof. A. Giannini

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ESTRATTO DOCUMENTO

se lo aspettasse. Questa reazione dell’animale in assenza del relativo stimolo venne denominata

riflesso condizionato. Il comportamento è l’insieme dei processi riflessi che regolano l’interazione

individuo-ambiente, e il riflesso condizionato ne costituisce parte integrante e fondamentale.

In un primo stadio, i processi solo elementari, sono riflessi incondizionati, risposte innate agli

stimoli: gli istinti. In un secondo stadio, proprio dell’uomo e di animali superiori, i processi sono

più complessi, sono riflessi condizionati, risposte acquisite. Sono proprio i riflessi condizionati

che consentono all’animale di reagire in modo più plastico e adattativo all’ambiente: l’animale

non compie solo le azioni riflesse in presenza diretta degli stimoli, ma può apprendere a reagire,

in modo anticipato, ad altri stimoli che segnalano gli stimoli a cui l’animale dovrebbe

successivamente reagire. Così facendo, la reazione si produce subito dopo lo stimolo

condizionato e prima dello stimolo incondizionato.

Secondo la teoria pavloviana, i processi fondamentali dell’acquisizione di riflessi condizionati

sono comuni agli animali e all’uomo, ma una caratteristica peculiare dell’attività nervosa

superiore dell’uomo era la capacità di utilizzare come stimoli condizionati gli stimoli verbali.

Negli anni ’50, l’adozione di tecniche neurofisiologiche per lo studio dei processi cerebrali che

intervengono nella formazione dei riflessi condizionati causa l’abbandono dell’impostazione

concettualistica di Pavlov, la quale era più basata su deduzioni che su osservazioni dirette.

4.2 - LA SCUOLA STORICO-CULTURALE

La prima formulazione dei concetti e metodi della teoria storico-culturale viene data negli Studi

sulla storia del comportamento, scritto nel 1930 da Vygotskij e Aleksandr Lurija. Il tema principale

affrontato è il rapporto tra il comportamento degli animali (primati) e quello dell’uomo, e lo

1

sviluppo delle funzioni psichiche dal bambino all’uomo .

I processi fisiologici e comportamentali (come i riflessi condizionati) possono essere comuni agli

animali e all’uomo, ma mentre per gli animali costituiscono l’unità fondamentale di

comportamento, per l’uomo sono solo i processi più elementari e meno tipici. L’uomo, in

particolare, si avvale in modo caratteristico di strumenti, che includono sia gli utensili che i

simboli (il linguaggio).

Nei primi anni di vita il bambino usa i simboli. Intorno ai 2 anni circa, il pensiero e il linguaggio,

che hanno due radici genetiche differenti, cominciano ad interagire. Una distinzione importante

circa il linguaggio è quella tra linguaggio come strumento di comunicazione, e linguaggio come

strumento di regolazione del comportamento. L’interiorizzazione è un processo graduale che non

si compie prima dei 7 anni (fase del linguaggio egocentrico): il linguaggio è espresso a voce alta

quando si comunica con altre persone, successivamente viene usato interiormente come

strumento di regolazione delle proprie azioni.

In sostanza, per Vygotskij il linguaggio è una funzione psichica che si sviluppa nel bambino

nell’interazione con l’ambiente sociale, e una funzione interpsichica che mette in rapporto una

persona con l’altra. In seguito, diviene una funzione intrapsichica, che permette cioè di regolare

2

dall’interno i propri processi cognitivi e il proprio comportamento .

Per la teoria storico-culturale, lo sviluppo di funzioni complesse come il linguaggio ha come

condizione necessaria l’interazione dell’individuo con l’ambiente sociale. La struttura del

linguaggio è sì innata, ma la concreta prestazione linguistica è determinata dall’ambiente sociale

e culturale in cui l’individuo nasce e cresce.

La prospettiva vygoskijana è quindi una prospettiva evolutiva sia in senso filogenetico che ontogenetico

1 Per Piaget il discorso è opposto: da funzione interna del bambino, il linguaggio diviene una funzione socializzata

2

Nel primo dopoguerra vi fu un rallentamento dovuto all’egemonizzazione della scuola pavloviana,

ma nella metà degli anni ’50 i lavori della scuola storico-culturale ripresero.

Aleksandr Lurija (1902-1977) si interessò con Vygotskij dello sviluppo del linguaggio e dei

processi cognitivi, per poi concentrarsi successivamente sui disturbi dei processi psichici

conseguenti a lesioni cerebrali.

Il pensiero di Lurija è altamente discostante dall’impostazione psicologica sovietica, fondata in

gran parte sulla teoria pavloviana. Le funzioni cerebrali che mediano funzioni psichiche

complesse non sono traducibili in riflessi condizionati, ma sono sistemi funzionali: sistemi di

interazione cerebrale molto più complessi, la cui organizzazione, si sviluppa in stretta relazione

con l’ambiente, in accordo con la teoria storico-culturale.

5. LA PSICOLOGIA DELLA GESTALT

«Il tutto non è più la somma delle parti»

La psicologia della Gestalt, o psicologia della forma, può essere considerata la risposta tedesca

alla psicologia di Wundt. Come si è visto, per rendere scientifica la nascente psicologia, il metodo

di Wundt consisteva nello scomporre ogni fenomeni nei suoi aspetti elementari per ottenere unità

semplici non ulteriormente riducibili (elementismo). I gestaltisti rifiutano questa impostazione e

assumono un radicale elementismo.

La Gestalt subisce l’influenza di Kant e del concetto di sintesi a priori: un processo nella quale la

mente non è passiva, né deriva la propria attività da idee innate o da altri principi che esulano

dall’esperienza. L’atto di “conoscere” è un’attività unitaria in cui la materia fornita dai sensi viene

organizzata secondo forme proprie della mente.

Un’altra influenza importante è di Bentrano e del suo punto di vista antielementistico. Bentrano

sottolinea come l’aspetto specifico dei fenomeni psichici è la loro intenzionalità, e ne consegue

che l’oggetto della psicologia non deve essere il materiale fornito ai nostri sensi, ma l’atto di

vedere, udire, ricordare. Questa tesi evidenzia il ruolo assunto dal soggetto e non attribuisce al

dato sensoriale semplice l’importanza che esso aveva con Wundt.

Un ultimo accento và posto sull’influenza di Von Ehrenfels, che nel 190 pubblica uno scritto in cui

venivano definite le qualità-gestalt (o qualità Ehrenfels), cioè le “qualità proprie del tutto”, non

date quindi dagli elementi, ma dalle relazioni che intercorrono tra essi, dalla loro struttura.

Una stessa parte ha caratteristiche diverse se presa singolarmente o inserita del tutto: ne

consegue che una stessa parte inserita in due diverse totalità può assumere caratteristiche

diverse. Vengono praticamente rovesciati i punti di vista precedenti. Il modo di rapportarsi

all’esperienza non parte dal basso, dall’analisi che frammenta, ma si propone di considerare

entità globali aventi una loro intrinseca organizzazione: il termine Gestalt stesso vuole proprio

indicare questo concetto di unità avente una sua propria forma.

5.1 - PRIMI LAVORI E CRITICA ALL’ EMPIRISMO

La nascita della Gestalt può essere fatta risalire al 1912, anno in cui Wertheimer descrive il

fenomeno fi. Se due raggi di luce illuminano alternativamente due oggetti diversi, il risultato

percettivo è quello di vedere un unico oggetto che si sposta velocemente da sinistra a destra, e

viceversa. Questo dimostra che ciò che avviene nell’esperienza non può essere spiegato da ciò

che succede agli oggetti fisici.

L’osservazione di questa discrepanza ha causato il progressivo abbandono del modello basato

sulla corrispondenza tra stimolo e sensazione. I gestaltisti in primis hanno sempre sottolineato

l’inadeguatezza di tutti i modelli in cui il risultato percettivi è dato dalla giustapposizione di parti

generate da sensazioni tra loro svincolate e non interagenti (teoria del mosaico).

La realizzazione di un modello non atomistico, che colga unità significanti e non elementi

giustapposti, non ha esentato i gestaltisti dalla critica all’empirismo. Il problema principale sta nel

peso da attribuire all’esperienza passata nella formazione di risultati percettivi e fenomeni

psicologici in generale.

Per gli empiristi, gli oggetti che si presentano alla nostra esperienza sono quelli che sono per il

fatto che siamo abituati a vederli in tal modo. Per i gestaltisti, invece, l’esperienza passata non è

necessariamente l’unico fattore in grado di determinare i risultati dell’organizzazione percettiva.

5.2 - ATTEGGIAMENTO FENOMENOLOGICO, TEORIA DI

CAMPO E ISOMORFISMO

Secondo l’atteggiamento fenomenologico dei gestaltisti, ciò che deve essere preso in

considerazione sono i fatti così come ci vengono forniti dai nostri organi di senso. È questo un

atteggiamento chiaramente agli antipodi dell’introspezionismo: un gestaltista osserva il reale e

accetta l’esperienza in maniera diretta, mentre un introspezionista cerca di scoprire sensazioni

elementari attraverso un’impostazione che per necessità distrugge l’oggetto come entità

organizzata.

Come si è visto, per la Gestalt il risultato fenomenico non dipende da un modello a mosaico, di

tipo meccanico. Essendo l’ordine stesso nelle cose di tipo dinamico, ogni fenomeno dovrebbe

essere descritto con estrema attenzione agli aspetti dinamici. Costruire una teoria di campo

significa individuare le precise regole di interazione tra le parti: i gestaltisti hanno definito come

principi di unificazione formale quelle regole che descrivono il comportamento delle parti presenti

nel campo (fattore vicinanza, somiglianza, buona continuazione, chiusura).

Il postulato dell’isomorfismo si prefigge di dimostrare che processi astratti come pensiero,

memoria e apprendimento, sono originati da fatti che prevedono movimenti di atomi e molecole.

In altre parole, qualsiasi manifestazione del livello fenomenico, dalla semplice percezione di un

oggetto alla più complessa forma di pensiero, trova un corrispettivo in processi che, a livello

cerebrale, presentano caratteristiche funzionalmente identiche.

5.3 - PSICOLOGIA DEL PENSIERO E PSICOLOGIA SOCIALE

Nonostante la gran quantità di studi sulla percezione, i gestaltisti hanno saputo dire la loro anche

nel campo dei processi di pensiero, soprattutto riguardanti il problem solving.

Osservando il comportamento delle scimmie, Köhler introdusse il concetto di insight: molti

psicologi ritenevano che i processi di apprendimento e di pensiero si attuassero secondo un

insieme di “prove ed errori” (Thorndike). Köhler tende invece ad attribuire “intelligenza” al

soggetto che apprende, dove con intelligenza indica non solo la capacità derivata dalla

sedimentazione di processi ripetitivi, ma soprattutto quella derivata da processi creativi. Secondo

i suoi studi, le azioni dell’animale tendevano ad una soluzione del problema in seguito ad una

strategia non casuale.

Wertheimer ampliò questo concetto, volendo dimostrare come si possa giungere a soluzioni e ad

apprendimenti più radicati quando si adotta un’impostazione che osservi la situazione come una

totalità e non come un insieme di parti. Questo è definito pensiero produttivo, ed è ben diverso

dai procedimenti puramente mnemonici, i quali prevedono atti dettati dall’applicazione passiva di

regole già apprese.

Poco studiati dai gestaltisti sono alcuni processi come l’emozione, la personalità, la relazione con

l’ambiente circostante, poiché lo studio di processi così complessi si fonderebbe sulla non

ripetibilità della situazione da esaminare, cosa che renderebbe l’indagine non scientifica.

Tuttavia, Lewin (1931) mostra come si possa costruire un sapere scientifico basato su analisi

sperimentale anche in caso di eventi non ripetibili. In un’impostazione aristotelica, descrittiva e

classificatoria, oggetto di conoscenza sono solo eventi ripetibili perché in essi è possibile

individuare elementi comuni. Dall’altro lato, nell’impostazione galileiana, l’attenzione non è

focalizzata sugli attributi comuni, ma sulle caratteristiche funzionali, sulle condizioni che

costituiscono l’evento esaminato. Secondo Lewin, la psicologia è rimasta a lungo sotto l’influsso

di un modo di pensare aristotelico, perché una tecnica utilizzatile per una concreta

rappresentazione non può essere elaborata senza l’aiuto della topologia.

Diverse situazioni psicologiche possono essere situate in diverse “regioni” psicologiche: la

persona, intesa come insieme di regioni interdipendenti con l’ambiente, è il luogo in cui nascono

tensioni in grado di mutare l’equilibrio. Ad originare tensioni nella persona possono essere sia

elementi esterni che interni alla persona stessa. La persona è quindi una sorta di gerarchia di

regioni, alcune fortemente connesse, altre meno, altre non collegate affatto: regioni simili per

complessità, difficoltà, tipo di attività richiesta, sono più funzionalmente interdipendenti. Questa

struttura mutua nel tempo a seconda dello sviluppo della persona.

A seguito dell’avvento del nazismo in Germania, gli esponenti della Gestalt emigrarono negli

Stati Uniti, dove si dovettero scontrare con la corrente comportamentista, egemonizzante nella

psicologia ufficiale nordamericana e totalmente agli antipodi rispetto alla corrente gestaltista.

L’unico campo di ricerca in cui la psicologia americana ha accettato temi e metodi della teoria

della Gestalt è la psicologia sociale. I motivi sono essenzialmente due: il comportamentismo

risulta meno efficace nei confronti della psicologia sociale, in cui la complicazione dei fenomeni e

la complessità delle variabili rende quasi proibitiva un’analisi quantitativa. Il secondo motivo

deriva dal fatto che i temi della psicologia sociale sono molto più concreti, pratici, e quindi più

vicini allo spirito americano di quanto non fossero le tematiche generali dei gestaltisti.

Agli inizi degli anni ’60, la riscoperta dei temi gestaltisti si è fatta molto più consistente soprattutto

con l’affacciarsi della nuova e florida corrente del cognitivismo.

6. IL COMPORTAMENTISMO

Per molti anni la psicologia è stata intesa come lo studio dell’anima. Il comportamentismo

rovescia questo assunto, dal momento che non solo ritiene che sia di pertinenza della psicologia

anche il comportamento osservabile, ma giunge anche a rifiutare che la psicologia debba

occuparsi della coscienza. Uno dei motivi fondamentali di questa concezione radicale del

comportamento è l’aspirazione a dare una fondazione scientifica alla psicologia in maniera da

collocarla all’interno delle scienze biologiche.

C’è anche da notare che in quegli anni due movimenti ebbero un peso rilevante sulla psicologia,

in particolare sulla corrente comportamentista: neopositivismo e operazionismo. Dal

neopositivismo molti psicologi trassero i criteri per costruire teorie e modelli fondati e validati su

dati empirici. Dall’operazionismo il concetto secondo il quale lo scienziato può eseguire solo

determinate “operazioni”: quelle buone che sono ripetibili ed eseguibili. Molti comportamentisti,

tuttavia, non compresero che i criteri della scientificità erano relativi: fra le altre cose, ad

esempio, nessuna operazione è perfettamente ripetibile.

Movimento prettamente nordamericano, il comportamentismo nasce nel 1913, anno in cui

Watson pubblica un articolo dal titolo “La psicologia così come la vede il comportamentista”.

Come il funzionalismo, il comportamentismo accolse la biologia darwiniana, spostando

l’attenzione dalla natura della coscienza ai processi adattivi che essa esibisce. Anche la

sperimentazione sugli animali ebbe un ruolo di primo piano: l’evoluzionismo darwiniano aveva

chiarito che fra l’uomo e le altre specie animali non vi era una differenza radicale, per cui fare

ricerca psicologica anche con gli animali offriva una serie di vantaggi. L’animale cominciava così

ad essere considerato cavia di laboratorio, ideale per la conoscenza psicologica dell’uomo.

È indubitabile che anche la scuola russa (Sečenov, Bechterev, Pavlov) esercitò una grande

influenza sul comportamentismo.

Proprio osservando il comportamento animale, Thorndike concluse che il loro apprendimento si

verificava gradualmente, attraverso una serie di “tentativi ed errori” che portava al

consolidamento delle reazioni dell’organismo che erano state ricompensate (legge dell’effetto).

La legge dell’effetto ci dice che un’azione seguita da uno stato di soddisfazione tenderà a

ripresentarsi più spesso, mentre un’azione seguita da uno stato di insoddisfazione tenderà a

ripresentarsi meno spesso. La legge dell’effetto sottolinea in primo luogo il carattere adattivo e

utilitaristico dell’azione umana.

Il primo bersaglio contro cui si scagliarono i comportamentisti fu il metodo introspettivo. Watson

riteneva l’introspezione non scientifica per due motivi fondamentali: per il fatto che l’osservatore

si identificava con l’osservato, e per il fatto che l’osservazione introspettiva era compiuta da una

persona che parlava di cose che gli altri non potevano vedere direttamente. In sostanza, i dati

introspettivi sono privati, in contrapposizione ai dati pubblici delle scienze naturali.

Il desiderio di emancipazione degli psicologi americani dall’influenza e dalla leadership della

psicologia europea, e l’entrata in guerra che accrebbe il sentimento antitedesco, contribuirono

allo sviluppo della corrente comportamentista. Non è da sottovalutare come causa di questo

improvviso boom, l’importanza, in periodo di guerra, dei test a cui furono sottoposti gli eserciti per

selezionare i migliori soldati ed evitare alti costi di addestramento: gli psicologi, dapprima ostili a

questo tipo di applicazioni, cominciarono ad occuparsi di diversi campi, incluse proprio le forze

armate, ma anche l’industria e la pubblicità.

6.1 - IL COMPORTAMENTISMO WATSONIANO

L’oggetto della psicologia, il comportamento, è stato da Watson definito nel senso di azione

complessa manifestata dall’organismo nella sua interezza: «qualsiasi cosa esso compia come

voltarsi verso una luce o in direzione opposta». Comportamenti che non si identificano nelle

singole reazioni psicologiche manifestate dell’organismo (contrazione di un muscolo) sono

invece oggetto di studio della fisiologia. I singoli movimenti fisici, tuttavia, sono reazioni semplici

che, combinate, danno luogo a comportamenti più complessi.

Il condizionamento occupa un posto centrale nella teoria comportamentista. L’assunto del

principio di condizionamento è che nell’organismo esistano risposte incondizionate a determinate

situazioni. Gli stimoli incondizionati sono eventi che si producono nell’ambiente e che provocano

incondizionatamente una determinata risposta nell’organismo (il cibo è lo stimolo incondizionato

che provoca una risposta di salivazione). Altri stimoli che siano stati associati agli stimoli

incondizionati provocheranno anch’essi la reazione incondizionata, pur non avendo per se stessi

alcuna relazione con essa (stimoli condizionati). Secondo Watson i comportamenti complessi

esibiti dall’uomo erano il risultato di una lunga storia di condizionamenti, e per questo motivo si

concentrò sullo studio dell’apprendimento.

Le stesse leggi che regolano l’apprendimento emotivo (paura, rabbia, amore) erano alla base

delle altre acquisizioni. Anche il linguaggio, secondo Watson, viene acquisito per

condizionamento: la sua proposta, da buon comportamentista, era quella di negare la reale

esistenza al pensiero (che comprensibilmente è complicato spiegare osservando il

comportamento), ed assimilarlo direttamente al linguaggio. Ne consegue che l’attività di pensiero

altro non è che un risultato degli apprendimenti comunicativi, senza avere ulteriore rilevanza.

6.2 - ESPERIENZA E APPRENDIMENTO

Nel 1925, contrariamente al pensiero di Freud, che si caratterizzava per l’importanza attribuita

agli istinti ereditari nell’uomo, Watson giunse ad affermare che il bambino nasce senza istinto,

intelligenza o altre doti innate, e sarà soltanto l’esperienza successiva a caratterizzare la sua

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formazione psicologica. È una posizione egualitaristica , secondo la quale l’uomo è totalmente il

prodotto delle sue esperienze.

Tolman si distacca leggermente dalla posizione “molecolaristica” di Watson, che rischiava di

identificare il comportamento con le contrazioni muscolari, studiate dalla fisiologia. Si concentra

in particolare sul comportamentismo intenzionale, ossia sull’intenzionalità, sullo scopo del

comportamento osservato. Secondo Tolman, lo scopo è presente quando è presente almeno

una delle seguenti condizioni in rapporto all’oggetto-meta, ossia allo scopo dell’azione:

1) La costanza dell’oggetto-meta a dispetto dell’adattamento agli ostacoli intervenienti

2) La variazione nella direzione finale corrispondente alle posizioni differenti dell’oggetto-meta

3) La cessazione dell’attività quando un determinato oggetto-meta è tolto

Skinner si interessa prevalentemente all’osservazione del comportamento e della sua relazione

con le contingenze di rinforzo, cioè delle occasioni in cui ad una determinata risposta ha fatto

seguito una ricompensa. La sua idea è che questo tipo di analisi possa essere sufficiente a

spiegare ogni forma dia apprendimento, incluso quello linguistico. Ha osservato che la risposta

seguita da rinforzo tende a presentarsi con sempre maggior frequenza: questo paradigma è

detto condizionamento operante, che si differenzia dal condizionamento classico di Pavlov per il

fatto che la risposta precede piuttosto che seguire lo stimolo critico. Nel caso del cane di Pavlov,

lo stimolo incondizionato (cibo) o condizionato (suono associato al cibo), provoca

necessariamente la risposta incondizionata. Nel caso del ratto di Skinner, l’organismo emette

sempre più spesso quella risposta cui ha fatto seguito un rinforzo.

Il rinforzo può essere pertanto inteso come qualsiasi evento in grado di soddisfare le esigenze

motivazionali del soggetto: il rinforzo diventa “condizione di apprendimento”, dal momento che

senza motivazione non c’è azione!

Dato che il condizionamento operante si applica a qualsiasi tipo di risposta, Skinner ha

analizzato le principali risposte umane, ricercando gli eventi rinforzanti che ne provocano il

consolidamento e mettendo in luce la “manipolabilità” del comportamento umano (denunciando

anche il ruolo giocato da grandi agenzie di controllo quali la famiglia, lo stato e la chiesa).

Gli uomini nascono tutti uguali

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6.3 - APPRENDIMENTO SOCIALE E PERSONALITA’

Il comportamentismo, essendo indubbio che gran parte della personalità sociale dell’uomo sia il

prodotto di apprendimenti, avrebbe dovuto fornire un contributo importante alla comprensione dei

fenomeni psicologici sociali. Ciò non è avvenuto fino al 1940, vista la tendenza ad applicare

meccanicamente i risultati dell’analisi di apprendimenti semplici di ratti e piccioni sul linguaggio e

sulle interazioni sociali.

Nel 1941 Miller e Dollard si concentrarono sul fenomeno dell’imitazione sociale, un principio di

apprendimento che gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento linguistico e nelle

acquisizioni sociali in generale. Riprendendo le osservazioni di Skinner sui programmi di rinforzo,

nella teoria comportamentista dell’apprendimento sociale, i rinforzi possono agire non solo ad

incentivare certe risposte, ma anche ad inibirle.

Nella teoria del comportamento sociale di Staats (1975) viene attribuita particolare importanza

agli stimoli emozionali che sono collegati a risposte di carattere emozionale. In questo modo

Staats allarga la sua analisi a fenomeni riguardanti le differenze individuali (attrazione,

pregiudizio, persuasione, conformismo, leadership).

Le analisi della personalità riprendono l’affermazione watsoniana per cui la personalità non è

altro che una costellazione di comportamenti. L’apparente stabilità di alcuni tratti di personalità

viene spiegata in base alla difficoltà di estinzione di risposte che sono state superapprese, ed in

parte anche in base alla stabilità che può avere l’ambiente che interagisce con l’individuo.

L’atteggiamento comportamentista nei confronti della psicoanalisi è contraddittorio: da una parte

ne critica la debolezza metodologica (riferendosi alla presunta efficacia delle terapie analitiche),

dall’altra ne abbraccia alcuni fenomeni di chiara radice psicoanalitica (transfert, fattori inconsci).

Sears è stato uno dei pochi ad abbracciare contemporaneamente la teoria comportamentista e

gli approcci psicoanalitici.

7. FREUD E LA PSICOANALISI

Il termine psicoanalisi designa un insieme di accorgimenti osservativi e terapeutici rivolti alla

conoscenza e al trattamento di determinati disturbi psichici. Pertanto, la psicoanalisi può essere

intesa come:

a) Un metodo rivolto all’indagine delle modalità in cui si svolgono e si manifestano i processi

psichici, e basato sull’assunto che la nostra vita psichica sia caratterizzata da processi

inconsci

b) Una tecnica terapeutica, che intende analizzare il tipo di difese e le resistenze che il soggetto

instaura nei confronti dei propri desideri, pensieri e tendenze inconsci che sono alla base dei

suoi disturbi

c) Un’impostazione teorica in cui confluiscono i risultati delle osservazioni sistematiche

compiute in sede psicoterapeutica e quelli derivati dall’impiego del metodo psicoanalitico in

altri capi (arte, religione, antropologia, linguistica)

Essendo l’aspetto teorico strettamente connesso con l’osservazione empirica, non è possibile

disgiungere i due momenti intendendoli come indipendenti l’uno dall’altro.

Secondo la psicoanalisi, l’accadere psichico è soggetto alle leggi dell’inconscio, e quest’ultimo va

considerato un mondo dotato di senso, che si manifesta secondo una determinata logica e che

traspare mediante un insieme di fenomeni che esprimono un codice, e che richiedono quindi una

chiave interpretativa.

L’inconscio è costituito da quell’insieme di significati, di vissuti e di pensieri che il soggetto porta

dentro di sé e che viene a condizionare la sua condotta. Detto in termini freudiani, l’inconscio è

un campo di significazione che, pur ponendosi come rappresentante del mondo dell’istintualità,

evidenzia una propria natura simbolica e va affrontato mediante un modello teorico autonomo

alle scienze naturali.

Per questo motivo, riveste molta importanza nella vita adulta il mondo fantasmatico,

rappresentativo e simbolico che si anima sin dalla primissima infanzia: la teoria della sessualità

infantile e il modo in cui le prime relazioni oggettuali si innestano sui bisogni, le richieste e i

desideri dell’individuo vengono così collegati ai processi di rimozione, meccanismi difensivi

inconsci che allontanano dalla coscienza (o rendono inaccessibili alla stessa) pensieri, fantasie,

desideri ritenuti spiacevoli e/o pericolosi.

In questo metodo, il terapeuta nulla può dare di suo: è il soggetto in analisi che, gradualmente, si

riappropria delle parti e degli elementi dimenticati, che tuttavia sono attivi e agiscono in lui.

L’analista ha la funzione di aiutare il soggetto in analisi a disvelare la natura dei processi e degli

elementi che sono in lui presenti, utilizzando il materiale fornito dallo stesso analizzando.

Durante questo delicato processo di ricostruzione, il paziente tende a trasferire sull’analista tutti

quegli stati emotivi, quegli affetti (positivi e negativi) che ha vissuto nella propria infanzia e che

ancora sono attivi nella vita adulta. Questo fenomeno è il cosiddetto transfert o translazione, e

consiste appunto nel ripetersi e nel riattivarsi di antiche situazioni affettive ed emotive infantili,

che trovano nella relazione analitica il terreno ideale per esprimersi. È appunto attraverso l’analisi

della situazione transferale che si può non solo recuperare ciò che è stato dimenticato

dall’interessato, ma anche procedere alla liquidazione di quei sintomi che avevano la funzione di

rappresentare, di sostituire altri elementi non accettabili dalla coscienza, e quindi rimossi.

Tuttavia, esiste una indistruttibilità di ciò che appartiene alla sfera inconscia, soprattutto se

determinati elementi non hanno mai avuto la possibilità di entrare nella sfera della coscienza e di

venire così modificati, attenuati o liquidati. Gli stessi elementi in questione possono infiltrarsi in

qualsiasi momento nel mondo della coscienza senza che questa se ne accorga, influenzandola

nelle più svariate maniere.

La psicoanalisi si presenta così come una “psicologia del profondo”, e si contrappone ad ogni

altro tipo di psicologia che tenda a mantenere l’ equivalenza psiche-coscienza .

7.1 - LE ORIGINI DELLA PSICOANALISI

Freud nutrì subito grande interesse per la dottrina evoluzionistica di Darwin e, inizialmente, per le

teoria della Scuola fisica di Berlino (Brücke, Helmholtz). Questa si proponeva di abolire ogni

residuo non scientifico e di richiamarsi a una disciplina base che potesse garantire un rigore sul

piano dell’osservazione sperimentale e dell’elaborazione teorica: la fisica. Questa impostazione

razionalistica, basata sulla ricerca empirica e sull’osservazione sistematica, non tardò a sfociare

in posizioni radicali di tipo naturalistico e meccanicistico.

Freud si andò convincendo che la pure fisiologia non era in grado di spiegare una serie di

fenomeni psicologici che sembravano sfuggire all’osservazione impostata secondo i metodi della

Scuola fisica di Berlino. Cominciò così ad avvicinarsi agli insegnamenti di Meynert, il quale

inseriva nel proprio modello teorico le idee del filosofo Herbart. Al contrario della Scuola di

Berlino, Herbart sosteneva la preminenza della psicologia sulla fisiologia, sottolineando il ruolo

dell’inconscio e, più in particolare, delle idee inconsce. Secondo Herbart, la nostra vita psichica è

costituita in minima parte da idee coscienti; al di sotto della soglia della coscienza rimangono

attive innumerevoli altre idee, pronte a precipitarsi nella sfera della coscienza ogniqualvolta

particolari circostanze facilitino questo processo.

In questo clima di revisione, la fisiologia e la neurofisiologia apparivano insufficienti a spiegare i

fenomeni psichici. Freud stesso, inizialmente aderente al pensiero fisicalistico, cominciò a

dubitare delle certezze fondate sulla riduzione della spiegazione di tutti i fenomeni al discorso

fisico.

Da queste correnti Freud trasse il rigore nell’osservazione e nei modelli di spiegazione,

trasponendolo nello studio dei fenomeni psichici. L’insieme dei processi psicopatologici (isteria,

nevrosi, fobie, psicosi) divenne così un terreno strategico sia sul piano della riflessione teorica

che della pratica clinica, per comprendere la fondamentale continuità esistente tra gli stessi

fenomeni patologici e il cosiddetto “comportamento normale”.

Il pensiero scientifico prefreudiano ha sempre prestato grande attenzione ai fenomeni osservabili

della fisica e della biologia, e richiamandosi all’esigenza di rigore tendeva ad ignorare la

possibilità di studiare in modo sistematico i processi psichici, relegando questi fenomeni

nell’ambito delle stranezze, delle cose di poco conto ascrivibili al mondo della casualità.

7.2 - L’OPERA DI FREUD E I SUOI SVILUPPI

La costante osservazione di alcuni disturbi, su tutti i fenomeni isterici, andò convincendo Freud

che, alla base di alcune alterazioni funzionali non era riscontrabile un’alterazione organica. Si

affacciò quindi in Freud l’ipotesi di un’origine endogena dell’isteria, vale a dire un processo

causale di origine psichica, mentale e non somatica.

Questa ipotesi veniva corroborata dalle teorie di Charcot, che al tempo conduceva ricerche a

Parigi nel campo dell’ipnosi applicata alla cura dell’isteria. Charcot riteneva che l’isteria si

originasse in seguito a determinati traumi psichici che si tradurrebbero in manifestazioni

sintomatiche a livello organico, e sosteneva che l’ipnosi fosse in grado di far scomparire i sintomi

isterici. Freud intraprese l’uso dell’ipnosi, ma ben presto si rese conto come questo metodo

influiva semplicemente sul sintomo, non sulle sue cause.

Dal 1886 al 1894 insieme a Breuer adottò una variante del metodo ipnotico, consistente sempre

nel porre il paziente in stato ipnotico, ma contemporaneamente invitandolo a ricordare quelle

particolari esperienze dolorose che venivano ipotizzate come la causa dei sintomi nevrotici.

Questo metodo fu detto catartico, e portò a 2 risultati molto importanti. Anzitutto, la rilevazione

che i sintomi isterici sono i sostituti di processi psichici normali: il sintomi isterico si origina

allorché di fronte ad una situazione traumatica non si verifica una reazione affettive ed emotiva

adeguata, e quindi gli effetti psichici di tale trauma, non venendo liquidati nel momento

opportuno, rimangono “incapsulati” all’interno dell’apparato psichico. Il secondo fu l’emergere di

un collegamento simbolico e dinamico fra i sintomi e i ricordi traumatici rimossi i quali,

riattivandosi nella coscienza, consentivano la scomparsa o l’attenuazione dei sintomi stessi.

Tuttavia anche il metodo catartico presento i suoi limiti: i sintomi scomparivano per un certo

periodo, per poi ricomparire una volta che la cura veniva sospesa, e ciò generava una forte

dipendenza da parte dei pazienti nei confronti del terapeuta.

A partire dal 1895 cominciò ad acuirsi il distacco da Breuer. Freud era sempre più convinto, al

contrario del suo socio, che gli elementi psichici all’origine dei disturbi fossero patogeni in quanto

il loro significato e i loro contenuti si contrapponevano alle tendenze dominanti della vita psichica,

alla coscienza, così da indurre una difesa da parte del soggetto.

Il punto di rottura fu però un altro. Freud accertò che l’incompatibilità di certi pensieri, tendenze e

desideri con la vita cosciente dipendeva dal fatto che essi erano fortemente associati a significati

della vita sessuale, e in particolare con vissuti, ricordi a affetti riconducibili a esperienze

originatesi nell’infanzia e ancora presenti nella vita adulta.

Il distacco da Breuer separò Freud dall’ambiente scientifico ufficiale, ma non gli impedì di

sviluppare ulteriormente la sua spiegazione dei processi psichici. Il mondo psichico sconosciuto

alla dimensione cosciente prova la sua esistenza non sono attraverso i sintomi delle nevrosi, ma

anche nella condotta psichica normale, attraverso i sogni, i lapsus, gli atti mancati, le azioni

casuali e i motti di spirito. Questi ultimi fenomeni sono l’effetto di un compromesso tra tendenze

perturbanti, non accettabili dalla coscienza del soggetto, e le forze rimoventi dell’Io, che ne vuole

negare l’esistenza.

È nel 1899 che Freud formula la sua concezione dell’attività onirica: il sogno è l’apparato

allucinatorio di un desiderio infantile. L’analisi dei sogni, con il metodo delle associazioni libere,

diventò il cardine dell’interpretazione psicoanalitica. Nello stesso anno, ne L’interpretazione dei

sogni, Freud imposta il primo modello della psicoanalisi, presentata come la «tecnica

interpretativa tendente ad aggirare l’ostacolo presentato dalle resistenze del soggetto ad

accettare, a ricordare ciò che opera in esso inconsciamente». La rinuncia ad ogni atteggiamento

critico da parte del soggetto è alla base del metodo delle associazioni libere, e consente

l’individuazione di quelle complesse serie di nessi la cui graduale scoperta è indispensabile alla

comprensione della vita psichica.

La forza motrice che presiede alla formazione della scena onirica è costituita da un’aspirazione

inconscia, che combina desideri e tendenze rimosse durante la veglia con i resti diurni (residui di

pensieri, propositi), ponendo le condizioni per l’appagamento dei desideri inconsci. Il lavoro

onirico presiede alla manipolazione dei pensieri onirici latenti, che vengono trasformati in una

diversa modalità espressiva (susseguirsi di immagini e scene spesso incomprensibili). A questo

processo di trasformazione concorre la censura, un’istanza critica che continua l’opera di

arginamento delle aspirazioni inconsce (opera che nello stato di veglia è svolta dalla rimozione).

Inoltre, il materiale onirico subisce una elaborazione secondaria, la quale ha lo scopo di rendere

il sogno più coerente e comprensivo (opera decisamente, ad esempio, quando si racconta il

sogno).

Dal 1900 al 1910 la dottrina psicoanalitica uscì dall’isolamento e cominciò a suscitare forti

interessi. L’analisi dei sogni, la teoria dinamica della formazione del sogno e il metodo delle

associazioni libere sono divenuti i cardini della tecnica interpretativa psicoanalitica. Ad essi si

accompagnano altri temi centrali della dottrina freudiana, come la teoria della sessualità infantile,

la dinamica della translazione, il complesso edipico, la teoria delle pulsioni libidiche e distruttive,

il narcisismo, il confronto tra principio del piacere e principio della realtà, l’estensione

dell’indagine psicoanalitica alla creazione artistica, alla religione, alle scienze sociali, ecc.

7.3 - IL MESSAGGIO PSICOANALITICO

La psicoanalisi trovò difficoltà di accoglimenti sia da parte delle tendenze irrazionalistiche sia da

parte del pensiero razionale tradizionale. La costruzione di una teoria che mettesse in rilievo

l’incidenza di una dimensione inconscia ebbe infatti luogo nel momento in cui si riproponevano

due soluzioni contrapposte: la scienza ufficiale in crisi che abbracciava sempre più la concezione

riduttiva e naturalistica dell’uomo, e l’emergere di teorie metafisiche o spiritualistiche come

reazione ad un’opprimente insistenza di concezioni naturalistiche. Freud rifiutò la soluzione

spiritualistica e “superò la crisi della ragione”, mettendo in luce la connessione dialettica tra il

mondo illogico dell’inconscio e il mondo della coscienza e della ragione.

Veniva così meno il cogito cartesiano: la ragione, per essere tale, doveva cessare di negare

l’esistenza di fenomeni, tendenze e significati che fino ad allora non avevano avuto diritti di

esistere. L’inconscio si palesò come una dimensione dotata di senso, e di una logica tutta sua.

Come si è visto, Freud indicava con il termine ricostruzione quel lavoro di ricomposizione in cui il

linguaggio dell’inconscio, apparentemente sconnesso, si fa significativo. Questo concetto è

andato a sostituire il concetto di interpretazione fino ad allora utilizzato: nel lavoro interpretativo,

infatti, c’è maggior pericolo che l’interprete possa confondere i propri problemi con quelli

dell’analizzando. È noto il meccanismo inconscio della proiezione, secondo il quale si tende ad

espellere fuori di noi e ad attribuire agli altri una serie di tendenze, di affetti, di pensieri e di

fantasie che ci appartengono.

Inoltre, anche il passato storico del soggetto non sempre mantiene un’importanza decisiva per

comprendere ciò che si sta verificando nel soggetto stesso. All’inizio della sua attività

psicoanalitica, Freud aveva ipotizzato che alla base delle nevrosi ci fosse un trauma infantile

(aggressione sessuale da parte di adulti, in particolare i genitori). Questa ipotesi, detta teoria del

trauma specifico, si dimostrò presto erronea: nella maggior parte dei casi i pazienti portavano

delle fantasie, fornendo loro il carattere di un ricordo, che non corrispondevano ad alcuna realtà

se non a quella costituita da desideri e da vissuti infantili inconsci.

Tuttavia, il passaggio dall’interpretazione alla ricostruzione non elimina l’aspetto interpretativo,

che rimane comunque uno dei fattori più significativi dell’indagine psicoanalitica.

8. PIAGET E LA SCUOLA DI GINEVRA

Il pensiero di Piaget si sviluppo nel primo dopoguerra, negli anni in cui in Europa si affermavano

scuole come la psicoanalisi e la psicologia della Gestalt e, in America, il comportamentismo.

Piaget si dedicò allo studio dei bambini, ed in particolare allo sviluppo dell’intelligenza: Piaget

voleva vedere l’intelligenza alle prese con un problema specifico. Dato che tutti i metodi allora

disponibili non erano adatti a scandagliare il suo oggetto di ricerca, inventò un nuovo metodo: il

colloquio clinico. Era un sistema misto tra il colloquio e l’osservazione, che consisteva nel

ricostruire le credenze del bambino o nel sottoporgli domande mirate mentre risolveva un

compito. Nel caso di bambini molto piccoli, non essendo ovviamente possibile il colloquio, Piaget

si limitava ad osservare i comportamenti e a descriverli.

Il fascino, ed il limite, del metodo piagetiano consiste nell’intreccio tra osservazioni e

interpretazioni: Piaget era molto attento a non influenzare le risposte del bambino, ma tendeva

pericolosamente a interpretare risposte e azioni alla luce dei suoi presupposti teorici. Inoltre,

aveva sottovalutato 2 fattori:

1. Il senso dei compiti che presentava: da ricerche successive si è scoperto che i bambini

avevano una capacità di pensiero superiore a quella supposta da Piaget, a condizione che il

compito acquisisse senso ai loro occhi. Ciò dimostra che le nostre capacità di ragionamento

non sono descrivibili in termini logici, ma in funzione di come ci rappresentiamo i compiti che

ci vengono sottoposti

2. La comunicazione linguistica con il bambino: piccoli cambiamenti nel formulare la domanda

producevano grandi differenze nella soluzione dei compiti


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Psicologia dei Processi Cognitivi e della prof. Giannini (facoltà di Psicologia), basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia della psicologia, Legrenzi.
Gli argomenti trattati sono i seguenti:
- Dal pensiero greco al 1800
- Strutturalismo
- Funzionalismo
- Riflessologia
- Scuola storico-culturale
- Psicologia della Gestalt
- Comportamentismo
- Freud e la psicoanalisi
- Piaget e la Scuola di Ginevra
- Cognitivismo


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in psicologia e processi sociali
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davril86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dei processi cognitivi: teorie e metodi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Giannini Anna Maria.

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