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Le origini della psicologia

Le diverse scuole e correnti psicologiche hanno sempre oscillato tra due poli opposti: coloro che considerano l'uomo come una macchina e coloro che lo considerano come una persona capace di scopi, aspettative e intenzioni. Questi due poli portano a scelte tendenzialmente opposte quando si tratta di decidere quali strumenti di raccolta dati vadano privilegiati al fine di costruire o di controllare le teorie. I meccanicistici tendono a privilegiare le classiche tecniche sperimentali, da usarsi in laboratorio. Coloro che concepiscono il comportamento umano come guidato da scopi privilegiano l'osservazione delle situazioni in contesti non artificiali e anche l'impiego di tecniche molto lontane dai canoni delle scienze naturali.

La prospettiva storiografica classica sostiene più o meno apertamente che la disciplina è nata come scienza autonoma quando si è cominciato a portare i fenomeni in laboratorio così da poterli analizzare con le consuete procedure sperimentali. È appunto in base a questo criterio che si riconosce a Wundt il merito di aver fondato la psicologia: egli infatti è il creatore del primo laboratorio di psicologia. In realtà la storia della psicologia dovrebbe frammentarsi nelle vicende particolari di settori di ricerca nati in momenti diversi; si dovrà dunque parlare non di nascita della psicologia bensì di un certo settore di ricerca.

Coloro che pensano che l'introduzione di un metodo costituisca di per sé la garanzia di scientificità di una disciplina, non accettano nemmeno la prospettiva storiografica e non escludono dalla storia della scienza interi campi di indagine come la psicologia clinica. L'istituzione di laboratori in cui condurre esperimenti viene considerata da molti storici della psicologia come lo spartiacque tra due millenni di psicologia filosofica e 130 anni di psicologia scientifica. Si può discutere se sia proprio il 1879 l'effettiva data di nascita della disciplina, poiché in realtà, abbiamo avuto dei laboratori prima che venissero fondati dei centri diretti da psicologi e dedicati a questo tipo di studi.

Quando e come può nascere la psicologia

Il termine psicologia (scienza dell'anima, etimologia greca) è di invenzione relativamente recente, e ancor più recente è il significato che a questo termine viene oggi attribuito. Certo è che il termine, nato negli anni a cavallo tra il 16esimo e 17esimo secolo, ebbe vita stentata sino al 700, quando fu ripreso dal filosofo razionalista Wolff. Egli distingueva una psicologia empirica da una psicologia razionale, dove la prima si doveva occupare di fatti psichici fondati sull'esperienza e la seconda dell'essenza dell'anima e delle sue facoltà. Solo nella seconda metà dell'800 il termine psicologia sarà utilizzato per indicare una disciplina scientifica autonoma dalla filosofia.

È comunque interessante notare che il termine psicologia veniva usato raramente, poiché si preferiva parlare di “scienza morale” o “scienza dell'uomo”, se non addirittura “antropologia”. Siamo di solito indotti a credere che la scienza si sia evoluta aumentando continuamente e linearmente le proprie conoscenze, ma sostanzialmente, i veri cambiamenti non sono derivati dal sapere di più intorno ad un argomento ma dall'interpretare in modo diverso cose già note. Una volta operate queste “rotture epistemologiche” o “cambiamenti di paradigmi”, si è potuto riprendere ad accumulare sapere in termini quantitativi, ciò è vero in particolar modo per la psicologia.

La storia di una disciplina scientifica è una storia discontinua di cambiamenti, è particolarmente vero quando si parla delle origini della disciplina, per due motivi soprattutto:

  • Una storia delle origini abbraccia un arco di tempo e una molteplicità di problemi e di apporti ben superiori alla storia di una singola corrente o di un singolo autore;
  • È la storia di un qualcosa che prima non esisteva, e ad un tratto ha iniziato a esistere, anche se questo “ad un tratto” non deve essere preso alla lettera, poiché l'istituzione di paradigmi non avviene mai di colpo.

Le condizioni

Perché possa esservi una scienza dell'uomo occorre, come prerequisito, che l'uomo possa essere oggetto di studio scientifico. Per molti secoli il pensiero umano occidentale ha escluso che l'uomo potesse essere oggetto di indagine scientifica, questa impossibilità è tipica del pensiero cristiano medioevale, ma non è sempre stato così ed in particolar modo non lo era nel pensiero greco.

La psicologia nel pensiero greco

Occorre ribadire che in quasi tutte le antiche civiltà non è assolutamente chiaro il rapporto tra sistema nervoso e attività psichica, quasi sempre l'attività psichica è collocata nel cuore. Questo è vero per la scienza egizia, anche se già il papiro di Edwin Smith, scritto tra il 3000 e il 2500 a.C., conteneva delle informazioni sul rapporto tra danni cerebrali e disturbi periferici. È vero anche per la scienza cinese, che pone nel cuore lo spirito vitale. È vero per il pensiero ebraico, che fa derivare dal cuore pensiero e azione. Anche per il pensiero greco è soprattutto il cuore la fonte della vita psichica; è però frequente che accanto al cuore, anche al cervello venga assegnato un ruolo.

Pitagora distingueva tre facoltà psichiche: intelligenza, passione e ragione. Le prime due erano comuni a uomo e animali, la terza specifica dell'uomo. Intelligenza e ragione sono collocate nel cervello, la passione nel cuore. Tra i presocratici, l'unico che colloca le facoltà psichiche nel cervello è Alcmeone, uno dei pochi filosofi greci che, sfidando i tabù relativi, praticano la dissezione dei cadaveri.

A fianco del cuore, si affaccia la possibilità che il principio guida delle attività psichiche sia nel sangue che irrora tutto il corpo. Il rilievo più importante è di Ippocrate, medico e filosofo che fonda una vera e propria scienza dell'uomo in cui confluiscono osservazioni sociologiche, psicologiche e fisiologiche. Ad esempio, afferma che il medico debba studiare “costumi, il modo di vita, l'età di ognuno, i discorsi, i silenzi, i pensieri, il sonno, l'insonnia, i sogni, gesti involontari, strapparsi i capelli, grattarsi, piangere...”.

Ippocrate è per noi importante per la sua dottrina caratterologica: ritiene che vi siano quattro umori corrispondenti ai quattro elementi indicati da Empedocle (il sangue, corrispondente all'aria calda e umida- la bile nera, corrispondente alla terra fredda e secca- la bile gialla, corrispondente al fuoco caldo e secco- il flegma, corrispondente all'acqua, freddo e umido). A seconda del prevalere di uno di questi quattro umori sugli altri, la persona svilupperà un certo temperamento. Rispettivamente: sanguigno, melanconico, collerico e flemmatico. La caratterologia ippocratica si è mantenuta sino ad oggi per quanto riguarda la descrizione dei tipi di temperamento, ed è stata ripresa da Pavlov.

Inoltre, nel trattato delle ferite del capo afferma che il cervello è l'organo più potente del corpo, descrivendo anche l'apoplessia. Va peraltro detto che Ippocrate altrove afferma che la sede dell'intelligenza sia nel ventricolo sinistro del cuore.

Ippocrate pone in evidenza una concezione che troverà la sua espressione più elevata in Aristotele, cioè il fatto che l'uomo è parte della natura e può essere studiato con i metodi delle scienze naturali. Per Aristotele l'uomo è un animale, comparandolo continuamente ad essi, inoltre è importante per lui, costruire accanto alla psicologia dell'uomo anche quella animale e quella infantile. È con questo pensiero che si afferma la concezione dell'uomo come oggetto di studio naturale.

Dal medioevo al rinascimento

La filosofia greca aveva quindi posto tutte le premesse perché le scienze dell'uomo, e quindi la psicologia, potessero adeguatamente progredire. Il pensiero romano non sviluppò però questi temi. Plinio il Vecchio, ad esempio, si interessò all'uomo solo per segnalare casi meravigliosi o mostruosi, senza nessun interesse per una sistematizzazione.

Il pensiero medioevale è del tutto alieno allo studio dell'uomo, di cui ne nega addirittura la possibilità, il mondo è concepito secondo una struttura gerarchica, con alla testa Dio e immediatamente sotto l'uomo, che non viene però visto come facente parte della natura. Esiste tutto il mondo dell'alchimia e dei maghi, ma la ricerca è talmente impregnata di spirito magico, di soprannaturale da non assomigliare per nulla al concetto che abbiamo oggi di scienza. Per molti anni verranno vietati gli studi anatomici, e i contravventori verranno puniti con la scomunica, se non con il rogo.

È solo alla fine del 14esimo secolo, soprattutto con il Rinascimento, che sarà possibile iniziare un nuovo rivolgimento del pensiero umano e cominceranno a ricostituirsi le condizioni che rendono possibile una scienza dell'uomo. Nel pensiero rinascimentale vi è un improvviso interesse per l'uomo in quanto tale e come membro della natura, ma siamo ancora lontani dalla possibilità di poterne fare un concreto oggetto di studio; ciò porta però, un brusco mutamento di atteggiamento da parte di maghi, astrologi e alchimisti. Alla magia, bianca o nera, succede la magia naturale. Lo sforzo non è più quello di cercare il soprannaturale per soggiogarlo e piegarlo ai propri voleri, perché il soprannaturale non esiste: è la natura che ha nel suo seno delle forze prodigiose e sono queste che vanno scoperte e dominate.

La concezione che si afferma è strettamente deterministica. Nel mondo, nella natura, agiscono delle forze prodigiose che determinano tutto quanto avviene. Da qui, l'enorme importanza dell'astrologia, i moti degli astri esercitano la loro influenza sugli eventi del mondo, perciò, l'astrologo può, attraverso lo studio degli astri, prevedere gli eventi terreni.

La rivoluzione scientifica e il dualismo cartesiano

La vera trasformazione avviene tra il 16esimo e il 17esimo secolo. Sono Galileo, Keplero e Bacone gli autori della svolta che porta dalla magia naturale alla scienza moderna, al legame, cioè, tra teoria ed esperienza empirica. Cartesio con gli empiristi inglesi, prosegue nell'opera di abbattimento delle barriere che il cristianesimo aveva posto nel Medioevo attorno allo studio dell'uomo. La soluzione dualistica di Cartesio, sarà apertamente osteggiata dalle gerarchie religiose e costringerà il filosofo a rifugiarsi in Olanda, dove non avrà vita facile.

Sono due gli aspetti del pensiero cartesiano che ci interessano:

  • La distinzione che egli opera tra res cogitans e res extensa, cioè tra anima pensante e corpo inteso come macchina.
  • La sua dottrina delle idee innate.

Dualismo: Cartesio distingue il corpo, la materia che è un'estensione, dallo spirito che pensa. La res cogitans è priva di estensione e interagisce con il corpo a livello della ghiandola perineale o epifisi (la curiosa scelta della ghiandola perineale è motivata dal fatto che si tratta di un organo posto all'interno della scatola cranica, unico, e di cui non si conosce alcuna funzione. Il corpo può essere considerato come un meccanismo perfetto, di fatto, se si esclude il pensiero, la res extensa è del tutto in grado di funzionare autonomamente. Queste considerazioni diedero un forte impulso alle ricerche anatomiche e fisiologiche.

Dottrina delle idee innate: le idee costituivano per Cartesio il contenuto della mente ed egli distingueva tre tipi di idee: idee derivanti dai sensi, dalla memoria o dall'immaginazione, costituenti un legame tra mente e oggetti reali. Non si vede con gli occhi, ma con la mente, e le idee non è detto che si conformino alla realtà. Ma l'originalità di Cartesio sta nell'aver postulato le idee innate: le idee innate possono essere quelle di Dio, di sé ecc.. tali idee non è detto che si presentino chiare e distinte alla coscienza dell'uomo, piuttosto egli le deve scoprire in se stesso. L'osservazione della natura ci consente di scoprire delle proprietà in essa, che in realtà possedevamo già a livello implicito.

Il punto fondamentale è che in tal modo Cartesio può postulare una totale indipendenza tra le due sostanze, corpo e mente. Alla mente non è più necessario il corpo per esplicare la sua azione, perché in essa sono compresi, innati, i principi che le consentono di funzionare. Troviamo inoltre, nel pensiero cartesiano la concezione secondo il quale il mondo in cui viviamo potrebbe essere un mondo di apparenze, costruito da un demone che ci voglia ingannare. Se è quindi indispensabile dubitare di tutto, è però indubbio che vi sono delle idee che per le loro caratteristiche di chiarezza e distinzione sono indubitabili, in quanto siamo consapevoli della loro esistenza. Esistono quindi delle evidenze indubitabili, la prima delle quale è formulata nel famoso cogito; se penso, non posso dubitare di esistere.

Dagli empiristi agli associazionisti

Il filone filosofico che prende origine da Cartesio è quello “razionalista”, basato sull'assunto che la ragione umana può in principio essere la fonte di ogni conoscenza; la ragione è intesa come il potere di giudicare distinguendo il vero dal falso. Ad esso si contrappone il movimento empirista i cui principali rappresentanti furono Locke, Berkeley e Hume. La distinzione fondamentale tra razionalisti ed empiristi è nell'avversione ad ogni forma di idee innate e nell'affermazione della derivazione di ogni conoscenza dall'esperienza.

La discussione sul problema delle idee innate era comunque viziata anche da una cattiva definizione di cosa dovesse intendersi per idea. Se queste comprendono anche le passioni, afferma Hume, amor proprio, risentimento e passioni sessuali siano anche per gli empiristi innati. Diverso il caso se per idee si intendono i pensieri, sempre secondo Hume, non esiste nessun pensiero che non possa esser fatto risalire a qualcosa di precedentemente sentito. In tal senso, l'intelletto umano è determinato unicamente da fattori ambientali; ciò che l'uomo può conoscere deriva unicamente da ciò che l'ambiente scriverà nella sua mente, in origine tabula rasa.

Locke per primo utilizzerà il termine intelletto umano, anziché mente o anima, riferendosi ad una facoltà e non più ad una sostanza; in tal modo si indicava la via per indagare empiricamente sui processi e sugli effetti dell'anima, indipendentemente da quale fosse la sua essenza. In altri termini, gli empiristi non negano l'esistenza dell'anima, semplicemente, si occupano di altro. Distinguevano, cioè, tra prodotti dell'anima, in termini di processi ed effetti, e sostanza che la compone. I primi potevano essere studiati scientificamente, la seconda solo attraverso la metafisica.

In questo modo si aprivano due vie di indagine: la prima era quella dei processi che si svolgono nell'intelletto in quanto tale, la seconda relativa allo studio dei rapporti tra mente e corpo.

Chi imboccò la prima via fu Hume, che individuò nelle associazioni i processi fondamentali che regolano l'intelletto. I principi dell'associazione non erano una novità nel pensiero occidentale, poiché risalivano addirittura ad Aristotele, che aveva distinto associazione per contiguità, somiglianza e contrasto. Secondo Hume, tra le idee si stabiliscono dei segreti legami, è in questo modo che avviene che quando si parla o si scrive, gli argomenti si susseguono gli uni agli altri, e le connessioni non solo vengono facilmente trovate da chi parla o scrive ma possono anche essere comprese da chi ascolta o legge. Con una lieve differenza rispetto ad Aristotele, Hume distingueva associazioni per somiglianza, contiguità e causazione. Il ritratto di un volto di una persona ci fa pensare per somiglianza alla persona ritratta, la chiesa di St.Denis ci fa pensare per contiguità a Parigi, un figlio ci fa pensare per causazione al padre.

Brown nel 1820, introdusse per primo il metodo dell'introspezione in psicologia, cioè l'auto-osservazione sistematica da parte di una persona di quanto avviene nella sua testa. Il compito però di affrontare i legami tra mente e corpo fu affrontato principalmente da un medico, Hartley, che aveva più volte affermato un'interazione tra corpo e intelletto. A fondamento della sua dottrina vi è la teoria della vibraziuncole, delle minime vibrazioni che gli oggetti esterni provocano attraverso gli organi di senso nel sistema nervoso. Il suo programma consiste nel dimostrare che a tali vibrazioni corrispondono le associazioni che si sono dimostrate la base delle operazioni dell'intelletto. Così, ad esempio, il ricordo di un'esperienza passata dovrà suscitare un insieme di vibrazioni corrispondenti a quella causata da tale esperienza nel sistema nervoso, quando fu percepita.

Le leggi dell'associazionismo lasciavano abbastanza irrisolto il problema del pensiero complesso; diventava difficile comprendere eventi di pensiero più complessi, nei quali il richiamo dell'evento sensoriale non fosse immediato. Il primo tentativo di risolvere questo problema fu di James Mill. Nel 1829, egli formulò il principio dell'associazione sincrona, secondo tale principio, un oggetto è per noi costruito da una somma di sensazioni diverse (forma, colore, durezza..). Tali sensazioni diverse vengono da noi associate simultaneamente, e costituiscono così un percetto, da cui deriva un'interpretazione più complessa.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lelesprint1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Sava Gabriella.
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