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riassunto esame Storia della psicologia, Docente: Sava Gabriella, Libro consigliato: Storia della psicologia di Paolo Legrenzi

Riassunto per l'esame di storia della psicologia e della prof. Sava, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Storia della psicologia di Paolo Legrenzi, dell'università degli Studi del Salento - Unisalento. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia della psicologia docente Prof. G. Sava

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Procedendo per stereotipi: da una parte la Gestalt, che privilegia l'organizzazione e la globalità dei

fenomeni, che utilizza un metodo fenomenologico, che non disdegna approfondire discussioni teoriche, che

si interessa di pensiero e percezione; dall'altra il comportamentismo, che bandisce ogni mezzo di indagine

che non sia oggettivo, intendendo per oggettivo solo il misurabile.

Esiste tuttavia un campo di ricerca in cui la psicologia americana, fin dagli inizi, ha accettato temi e metodi

della Gestalt: la psicologia sociale.

I motivi che hanno permesso ciò sono 2: il paradigma comportamentista risultava meno efficace nei

confronti della psicologia sociale in cui la complicazione dei fenomeni e la complessità delle variabili in

gioco rendono quasi proibitiva un'analisi di tipo strettamente quantitativo, il secondo deriva dal fatto che i

temi di cui si occupa la psicologia sociale sono molto più concreti, più pratici e quindi di gran lunga più vicini

allo spirito americano di quanto non fossero le teoriche affermazioni generali dei gestaltisti.

A presentare un'impostazione gestaltista è Lewin, che può essere considerato come un esponente della

Gestalt meno diretto. In effetti, l'opera di Lewin tocca temi quali la personalità, le influenza ambientali, la

motivazione, la struttura della mente.

A partire più o meno dagli inizi degli anni '60, la riscoperta dei temi gestaltisti si è fatta più consistente

soprattutto con l'affacciarsi di una nuova corrente: il cognitivismo. La psicologia cognitivista nasce infatti

con lo scopo di spiegare tutti quei fenomeni psichici che sfuggivano al metodo analitico-riduttivo del

comportamentismo.

IL COMPORTAMENTISMO

Il comportamentismo rappresenta il capovolgimento più radicale nell'assunzione dell'oggetto di studio della

psicologia, dal momento che non solo ritiene che sia di pertinenza di quest'ultima anche il comportamento

osservabile, ma giunge anche a rifiutare che debba occuparsi della coscienza.

Si potrebbe dire che il comportamentista propone una nuova disciplina con un differente oggetto di studio

(potremmo chiamarla comportamentologia). L'oggetto psiche viene esplicitato nei contenuti psichici

(emozione, abitudine, apprendimento, personalità ecc) che devono essere studiati attraverso la loro

manifestazione osservabile nei termini di comportamenti emotivi, d'apprendimento ecc..

uno dei motivi di questa opzione radicale del comportamentismo è l'ispirazione a dare una fondazione

scientifica alla psicologia in maniera da collocarla tra le scienze biologiche.

Fra gli psicologi più rilevanti per una storia del comportamentismo dobbiamo ricordare WATSON, TOLMAN,

SKINNER, HARLOW, BANDURA, HULL ecc

Il comportamentismo fu un movimento tipicamente nordamericano e solo negli anno 50 cominciò ad

essere conosciuto fuori dagli Stati Uniti e in particolare in Europa.

Il comportamentismo nasce ufficialmente nel 1913, anno in cui Watson pubblica un articolo dal titolo La

psicologia così come la vede un comportamentista. Watson era stato il primo dottore in psicologia

dell'università di Chicago, esso influì ampiamente sul comportamentismo, sia accogliendo la biologia

darwiniana sia spostando l'attenzione ai processi adattivi, sia per l'idea che l'uomo è un animale che

reagisce all'ambiente.

Anche fare ricerca con gli animali offriva una serie di incomparabili vantaggi dovuiti alla possibilità di

studiare taluni eventi in organismi meno complessi, all'opportunità di controllare variabili concomitanti(tipo

di alimentazione, ore di riposo ecc) e di mabipolabilità dell'organismo (danneggiamento delle funzioni

sensoriali, operazioni chirurgiche).

Fra fine 800 e inizi 900 molti studiosi si erano occupati di psicologia animale, Watson affermava che la vera

psicologia degli animali doveva semplicemente considerare il loro comportamento, poiché l'oggetto di tutta

la psicologia si identificava col comportamento stesso. L'animale cominciava ad essere considerato cavia da

laboratorio, ideale per conoscenza psicologica dell'uomo.

Morgan e Thorndike avevano dato un impulso decisivo alla preparazione di apparati di laboratorio adatti

alla sperimentazione animale, la richiesta tipica rivolta all'animale chiuso in gabbia era quella di imparare

che per uscirne e poter trovare del cibo bisognava abbassare una maniglia, osservando i gatti impegnati in

questa operazione, Thorndike concluse che il loro apprendimento si verificava gradualmente, attraverso

una serie di tentativi ed errori, che portavano al consolidamento delle reazioni dell'organismo che erano

state ricompensate (legge dell'effetto).

La legge dell'effetto di Thorndike: l'atto si verifica tanto più spesso quanto più ad esso è fatta seguire una

ricompensa. La legge empirica dell'effetto ci dice all'incirca che un'azione accompagnata o seguita da uno

stato di soddisfazione tenderà a ripresentarsi più spesso, mentre un'azione seguita da uno stato di

insoddisfazione tenderà a ripresentarsi meno spesso.

La legge dell'effetto sottolineava in primo luogo il carattere adattivo dell'azione umana, il cui manifestarsi

appariva semplicemente legato alla possibilità di venire ricompensati; in secondo luogo, l'analisi dei tempi

richiesti al fatto per pervenire alla pressione della maniglia suggeriva che l'apprendimento fosse graduale,

osservando che col passare delle prove, il tempo necessario ad un gatto per uscire da una gabbia

decresceva regolarmente e gradualmente, e ciò fece concludere che l'animale non afferrasse la soluzione,

ma piuttosto procedesse a piccoli passi successivi imprimendosi le risposte giuste e cancellando quelle

sbagliate.

Contrariamente la Gestalt avrebbe sostenuto che l'apprendimento avrebbe dovuto verificarsi per una

comprensione abbastanza repentina della maniera in cui era possibile uscire dalla gabbia. Il

comportamentismo metodologico non nega che questo si sia verificato, ma si limita ad affermare che ciò

non è dimostrato e che quindi è inutile dirlo,mentre la filosofia radicale comportamentista nega che ciò si

sia verificato, credendo anche che la coscienza non abbia importanza.

È indubbio che la scuola russa (Secenov, Pavlov, Bechterev) esercitasse una grande influenza sul

comportamentismo. Tutta l'opera di Watson è percorsa da una polemica radicale: il primo bersaglio era il

metodo introspettivo, egli lo riteneva non scientifico per due motivi fondamentali:

-per il fatto che l'osservatore si identificava con l'osservato.

-per il fatto che l'osservazione introspettiva era compiuta da una persona che parlava di cose che gli altri

non potevano vedere direttamente.

Aldilà dei dubbi sul metodo introspettivo, i comportamentisti aspiravano ad una fondazione scientifica della

psicologia che ne garantisse la capacità di progresso e la costante popolarità di cui godevano le scienze

naturali.

La prima guerra mondiale ebbe un ruolo centrale nello sviluppo della psicologia negli Stati Uniti , se

consideriamo i rapporto intercorsi precedentemente fra industria e psicologia, essi fino al 1915 erano stati

piuttosto fievoli, ma durante la guerra si assistette ad un boom della psicologia. La vera bomba fu

rappresentata dal compito affidato agli psicologi di sottoporre l'esercito a test in maniera da selezionare i

migliori soldati ed evitare grossi costi per reclute con basse prestazioni intellettive.

Nel 1920 quando a causa di un piccolo scandalo sfociato nel divorzio dovette abbandonare la Johns Hopkins

University. Watson passò a collaborare direttamente con l'industria e interessandosi sempre meno di

psicologia. (relazione con una studentessa).

IL COMPORTAMENTISMO WATSONIANO

Il comportamentismo watsoniano si sviluppa fra il 1913 e il 1930. Per Watson l'unitàà di osservazione

psicologica è il comportamento nel senso di azione complessa manifestata dall'organismo nella sua

interezza.

Nella sua sperimentazione si interessa di variabili dipendenti complesse, Il suo “molecolarismo”e

“riduzionismo” si specificano nell’idea che quei comportamenti non sono altro che la combinazione di

reazioni più semplici, di molecole costituite da singoli movimenti fisici che in quanto tali sono studiati dalla

fisiologia e dalla medicina.

I principi a cui Watson fa principale riferimento sono la frequenza, la recenza e il condizionamento.

I principi della frequenza e delle decenza ci dicono che tanto più spesso o più recentemente

un’associazione si è verificata, con maggiore probabilità si verificherà.

Il condizionamento comincia ad occupare un posto centrale nella teoria compotramentista,verso il 1916.

Watson appare influenzato non solo da Pavlov, ma anche dai riflessuologi russi, che già verso il 1960

avevano affermato che gli atti della vita cosciente ed inconscia non sono altro che riflessi.

Il principio del condizionamento parte dalla constatazione che nell’organismo esistono risposte

incondizionate a determinate situazioni. (Ad esempio un organismo affamato che riceve del cibo

sicuramente reagirà salivando.) Vi sono stimoli incondizionati (eventi che si producono nell'ambiente) che

provocano risposte incondizionate, ma altri stimoli associati agli stimoli incondizionati provocheranno

anch'essi la risposta incondizionata. Questo principio aiutava il comportamentismo a spiegare la genesi

delle risposte complesse. Si poteva infatti ipotizzare che i comportamenti complessi esibiti dall'uomo

potessero essere il risultato di una lunga storia di condizionamenti. Per questo motivo, per Watson assunse

particolare importanza lo studio dell’apprendimento a cominciare dalle prime acquisizioni infantili.

Nell’analizzare le emozioni, Watson esprimeva l’idea che la paura, la rabbia, e l’amore siano le emozioni

elementari e si definiscano sulla base delle stimoli ambientali che le provocano. A partire da quelle

emozioni si costruirebbero le altre emozioni. Un famoso caso di apprendimento di emozioni è quello del

piccolo Albert (associazione topo-rumore forte). Per Watson, le stesse leggi che regolano l’apprendimento

emotivo erano alla base delle altre acquisizioni e in particolare delle cosiddette abitudini. Il problema si

poneva quando si trattava di spiegare complessi processi psicologici ed in particolare il pensiero e i suoi

rapporti con il linguaggio. La proposta era quella di negare reale esistenza al pensiero e assimilarlo

direttamente al linguaggio.

Per Watson, il linguaggio veniva acquisito per condizionamento e l’attività di pensiero era il risultato degli

apprendimenti comunicativi.

IL RUOLO DELL'ESPERIENZA E LE GRANDI TEORIE DELL'APPRENDIMENTO

Nel 2° e 3° decennio del secolo scorso, le teorie psicologiche più popolari negli Stati uniti furono quella di

McDougall e quella di Freud, entrambe, ma in particolare la prima, si caratterizzavano per l'importanza

attribuita agli istinti ereditari dell'uomo. Watson in un primo momento accolse questa idea,

successivamente optò per una posizione che da un lato non riconosceva l'utilità e la validità psicologica del

concetto di istinto, e dall'altra negava che l'uomo fosse al momento della nascita dotato di un bagaglio

psicologico personale. Nel 1925, nel suo libro “Behaviorism”, Watson giunse ad affermare che il neonato ha

un repertorio di reazioni estremamente limitato,quali riflessi ,reazioni potutali, motorie e muscolari,ma tali

reazioni interessano il corpo e non sono tratti mentali; il bambino nasce senza istinto, intelligenza o altre

doti innate e sarà solo l’esperienza successiva a caratterizzare la sua formazione psicologica.

Watson in questo modo assumeva una posizione egualitaristica (gli uomini nascono tutti uguali) e fiduciosa

di poter influenzare lo sviluppo del soggetto controllando le esperienze cui viene sottoposto.

Secondo questa posizione l’uomo era dunque totalmente il prodotto delle sue esperienze.

Conseguentemente, assumeva importanza centrale lo studio dell’apprendimento, cioè della maniera in cui

l’uomo acquisisce, attraverso l’esperienza, un repertorio di comportamenti motori, verbali, sociali ecc. che

verranno poi ad essere gli elementi costitutivi della sua personalità complessiva.

Gran parte delle teorie dell'apprendimento elaborate fra il 1920 e il 1960 è riconducibile al

comportamentismo, tra i più illustri esponenti troviamo Tolman, Hull e Skinner.

L'opera di Tolman venne via via differenziandosi dal comportamentismo watsoniano e ad accogliere idee

cognitiviste o anche psicoanalitiche. Per Tolman, se caratterizzassimo il comportamento, ad esempio di un

topo che tira una cordicella per avvicinarsi al cibo, nelle sue componenti motorie (contrae la zampa, alza il

capo ecc) avremo dato una descrizione fisiologica. Per pervenire ad una descrizione psicologica dovremmo

tener conto dei predicati emergenti del comportamento di quel topo e cioè del fatto che esso rivela

“cognizioni” e “intenzionalità” (è cioè orientato verso lo scopo).

Col Tolman si è parlato di comportamentismo intenzionale: ogni comportamento molare (globale) è

caratterizzato da intenzionalità, si costruisce a livello cognitivo del soggetto (abilità, conoscenza,

aspettative, condizioni) e muove verso uno scopo; ciò mette in risalto la relazione tra comportamento e

obiettivi ma valorizzando anche- rispetto al comportamentismo classico- il peso della componente

psicologica.

Tolman inoltre, supera il concetto della semplice connessione stimolo-risposta, aggiungendo che esistono

delle variabili intervenienti, cioè tutti quegli eventi la cui presenza o assenza non determinano una

risposta, ma ne modificano l'intensità, la velocità o la durata. Ad esempio l'apprendimento di un soggetto

può variare in ragione del suo affaticamento o in virtù di una gratificazione o frustrazione ricevuta. Questi

eventi o stati psichici intervengono e si frappongono fra lo stimolo e la risposta e pur non essendo

direttamente osservabili meritano la stessa considerazione scientifica del comportamento osservabile

poiché concorrono a determinarlo.

Hull accolse da Watson il comportamentismo molecolare (approccio che prende in considerazione solo le

connessioni stimolo risposta) e fondandosi sil condizionamento classico, Hull costruì una teoria ipotetico-

deduttiva che tentava per la psicologia la stessa sistematizzazione logica e matematica presente nelle

scienze fisiche. Il sistema di Hull consente di fare previsioni non solo sulla direzione, ma anche sugli aspetti

quantitativi del comportamento: il suo tentativo era quello di pervenire, mediante sofisticate equazioni,

alla caratterizzazione quantitativa del comportamento (quanto tempo ci metterà Giovanni per arrivare al

telefono?), ma la sua analisi poté limitarsi a poche situazioni sperimentali, concernenti il tempo dei topi.

Skinner si interessò all'osservazione del comportamento e della sua relazione con le contingenze di

rinforzo, cioè delle occasioni in cui ad una determinata risposta ha fatto seguito una ricompensa.

Egli estrapolò le sue analisi di carattere generale dallo studio del comportamento di ratti e piccioni immessi

in una gabbia (skinner-box), fra le varie risposte che l'animale può dare ne viene scelta una (ad esempio la

pressione di una leva) in modo che ad essa faccia seguito uno stimolo rinforzante (un granello di cibo). Si

osservò che la risposta seguita da rinforzo tenderà a presentarsi con sempre maggiore frequenza. Questo

paradigma si chiama condizionamento operante e si differenzia da quello di Pavlov per il fatto che la

risposta precede piuttosto che seguire lo stimolo.

Di conseguenza, Skinner, si impegnò ad analizzare le principali risposte umane, alla ricerca degli eventi

rinforzanti che ne provocano il mantenimento o il consolidamento, mettendo alla luce la manipolabilità del

comportamento umano, denunciando il ruolo giocato su di esso da grandi agenzie di controllo, come la

famiglia, lo stato e la chiesa.

APPRENDIMENTO SOCIALE E FORMAZIONE DELLA PERSONALITÀ

Uno degli elementi caratteristici del comportamentismo è rappresentato dalla sua insistenza sui processi di

apprendimento, poiché gran parte della personalità sociale dell'uomo sia il prodotto di apprendimenti, il

comportamentismo avrebbe dovuto offrire un contributo fondamentale per la comprensione dei fenomeni

psicologici sociali. Ma ciò non è per lungo tempo avvenuto, a causa dell'insistenza dei teorici

comportamentisti a favore dei pochi principi basilari della teoria dell'apprendimento sviluppati dall'analisi

di apprendimenti semplici di ratti e piccioni, impedendo di tener conto della complessità di diverse realtà

psicologiche (il linguaggio, le interazioni sociali ecc). A partire dai contenuti di Miller e Dollard (1941)

osserviamo un nuovo impulso a studiare questi nuovi fenomeni dall'interno, avvalendosi anche da spunti

provenienti da altri matrici teoriche, fra cui la psicoanalisi. Un principio di apprendimento, che loro

ritengono fondamentale, è l'imitazione sociale, che gioca un ruolo centrale nelle acquisizioni sociali e

contritribuiscve a mantenere la conformità sociale e la disciplina.

Per Miller e Dollard il bambino acquisisce una tendenza ad imitare poiché è stato rinforzato nelle prime

risposte di carattere imitativo. Progressivamente, tale tendenza viene ad assumere un peso sempre

maggiore: il comportamento dei modelli potenziali costituisce il suggerimento per l'emissione di

comportamenti simili.

Anche Bandura si è occupato dell'acquisizione dei comportamenti mediante osservazione, interessandosi in

particolar modo di comportamenti aggressivi, mostrando come, pur con livelli bassi di frustrazione, si possa

avere un bambino molto aggressivo qualora gli si facciano osservare modelli aggressivi. Coerentemente con

le osservazioni di Skinner sul rinforzo, si è potuto vedere come i rinforzi ad intermittenza siano quelli

maggiormente in grado di mantenere comportamenti aggressivi. Per Bandura il rinforzo agisce piuttosto

che nella fase di acquisizione delle risposte, nella fase del loro mantenimento e nell'incrementare gli indici

che ne descrivono la forza.

Nella teoria comportamentista dell'apprendimento sociale viene sottolineato come modelli e rinforzi

possano agire non solo ad incentivare certe risposte, ma anche ad inibirle, sempre che queste fossero state

precedentemente apprese.

Le analisi della personalità proposte da Bandura, Staats e Mischel, riprendono l'affermazione watsoniana

per cui la personalità non è altro che una costellazione di comportamenti. La condotta individuale

costituisce il punto focale della personalità. L'apparente stabilità di alcuni tratti di personalità viene

spiegata in base alla generalizzabilità e difficoltà di estinzione di risposte che sono state superapprese,

d'altro lato, in base alla stabilità che può avere l'ambiente complessivo che interagisce con l'individuo.

Anche quando l'ambiente sembra diverso, il soggeto continua a riscontrare rispetto a sé e agli altri

aspettative simili che garantiscono una certa stabilità dell'ambiente. Ma se questo cambia radicalmente, è

facile ritrovare improvvisi ed imprevisti mutamenti della condotta del soggetto, con l'emergenza di risposte

differenti, probabilmente apprese originariamente in contesti diversi e da tempo scarsamente utilizzate

(risposte regressive).

Un altro autore con interessi simili è Sears, un esponente del movimento di psicologi ancorati alle corrette

metodologie empiriche ma al contempo interessati a verificare e supportare la teoria psicoanalitica rispetto

al quale gli vede continuità, piuttosto che contrapposizione, con la teoria comportamentista. Sears mette in

luce come per la psicoanalisi la personalità sia il prodotto di particolari esperienze passate, di come

l'individuo sia stato modificato da esse, traendone un particolare tipo di apprendimento condizionante le

esperienze successive. O ancora, il parlare di pulsioni nella teoria psicoanalitica, può essere visto come un

parlare di uno stimolo che determina un comportamento.

INFINE: la conoscenza del movimento comportamentista è cruciale per una comprensione di quella che è la

psicologia scientifica oggi. Le prescrizioni metodologiche del comportamentismo sono diventate parte del

patrimonio di chiunque voglia studiare sperimentalmente la condotta umana. Lo stesso cognitivismo è

l'erede del comportamentismo.

FREUD E LA PSICOANALISI

Definizione e campo della psicoanalisi

Il termine psicoanalisi compare per la prima volta nel 1896 in uno scritto di Freud (L'ereditarietà e

l'eziologia delle nevrosi) e si sostituisce a una serie di termini come analisi psichica, analisi ipnotica

Sulla base dell'osservazione dedicata ai fenomeni psicopatologici(isteria, nevrosi, fosie) la

psicoanalisi freudiana andò progressivamente saldando, nel tentativo di ricostruire un modello

teorico-esplicativo, i fenomeni relativi ai quadri psicopatologici con quelli riconducibili ai processi

psichci normali.

Alla luce di queste considerazioni la psicoanalisi può essere intesa come:

• un metodo rivolto all'indagine delle modalità in cui si svolgono e si manifestano i processi

psichici e basato sull'assunto che la nostra vita psichica sia caratterizzata da processi

inconsci.

• Una tecnica terapeutica che intende analizzare il tipo di difese e le resistenze che il

soggetto instaura nei confronti dei propri desideri, pensieri e tendenze inconsci che sono alla

base dei loro disturbi;

• un'impostazione teorica in cui confluiscono i risultati delle osservazioni sistematiche

compiute in sede psicoterapeutica e quelli derivati dall'impiego del metodo psicoanalitico in

altri campi (religione, antropologia ecc)

Secondo la psicoanalisi l'accadere psichico è soggetto alle leggi dell'inconscio e quest'ultimo non

va più considerato come una forza biologica e istintuale, bensì come un mondo dotato di senso, che

si manifesta secondo una determinata logica e che traspare mediante un insieme di fenomeni che si

esprimono in un codice e che richiedono una chiave interpretativa.

S.Freud ha individuato l'importanza che riveste anche nella vita adulta il mondo fantasmatico e

simbolico che si anima dalla primissima infanzia: la teoria della sessualità e la teoria delle

relazioni oggettuali vengono collegati al processo di rimozione, meccanismo difensivo inconscio

che allontana dalla coscienza pensieri, fantasie, desideri ritenuti spiacevoli e pericolosi.

Nel processo psicoanalitico , il terapeuta non può dare nulla di suo; è il soggetto in analisi che,

gradualmente, nel rapporto che ha instaurato con l'analista, si riappropria delle parti e degli elementi

dimenticati e che tuttavia sono attivi e agiscono in lui.

Inoltre, nella situazione analitica, il paziente tende a trasferire sull'analista tutti quegli stati emotivi,

affetti, che ha vissuto nella propria infanzia e che condizionano l'età adulta e il rapporto con gli altri.

Questo è il cosiddetto Transfert, e proprio attraverso l'analisi della situazione transferale che non

solo si può recuperare ciò che è stato rimosso, ma si può procedere alla liquidazione dei sintomi che

avevano la funzione di sostituire e rappresentare altri elementi non accettabili della coscienza e

quindi rimossi.

E sono, come dice Freud, i frammenti di ricordi, le idee che emergono nel soggetto senza un legame

apparentemente logico, i sogni, azioni involontarie, lapsus. Che costituiscono altrettante vie da

esplorare e che fanno trapelare i significati e i conflitti ad essi sottesi.

La psicoanalisi tuttavia, sia sul piano teorico sia su quello operativo, pone l'accento sulla

dialettica, sullo scontro-incontro che regola il rapporto tra inconscio e coscienza, non

eliminando quest'ultima dalla propria osservazione, ma interpretandola nel rapporto che essa

intrattiene con la sfera inconscia.

LE ORIGINI E IL SENSO DELLA PSICOANALISI

La vicenda si può far risalire a quando nel 1873 Freud si iscrive alla facoltà di medicina a Vienna.

In quel tempo, era il pensiero evoluzionistico di Darwin a fornire una spiegazione dell'origine e

dell'evoluzione degli esseri viventi basata fondamentalmente sulla possibilità adattiva della specie e

sugli esiti della lotta per la sopravvivenza, il metodo darwiniano sembrava offrire agli studiosi un

rigore scientifico al passo con le esigenze dei tempi.

Freud appena entrato all'università, seguì volontariamente due corsi non previsti dal suo corso di

studi: quello di Claus zoologo e studioso di anatomia e quello di Bruk fisiologo.

Bruk rappresentava a Vienna uno dei riferimenti più solidi del pensiero scientifico di quei tempo: la

Scuola fisica di Berlino, composta da studiosi di fisica e fisiologia, si proponeva di abolire ogni

residuo di pensiero non scientifico e di richiamarsi ad una disciplina base: la fisica.

Il linguaggio della fisica veniva perciò posto come linguaggio base per la spiegazione di tutti i

fenomeni, compresi quelli biologici, fisiologici e anche psichici.

Consideravano l'uomo come una macchina, funzionante secondo processi governati da forze

fisiche che si contrappongono, si uniscono e si bilanciano, gli stessi fenomeni psichici dovevano

essere spiegati secondo questo modello teorico.

Il termine energia si andò sostituendo a quello di forza, poiché esso si adattava maggiormente

alle esigenze della mentalità sperimentale: controllo, ripetibilità del fenomeno misurazione ecc.

le prospettive avanzate dalla Scuola di Berlino facevano riferimento ad un'impostazione

razionalistica, basata sulla ricerca empirica e sull'osservazione sistematica.

Freud percorsi il suo itinerario di studente facendo riferimento a questo tipo di impostazioni, gli si

prospettava un futuro da fisiologo e neurologo, ma le cose non andarono così.

Egli rinunciò all'impostazione naturalistica e meccanicistica dei suoi maestri e negli anni

immediatamente successivi alla laurea, si andò convincendo che la pura fisiologia non bastasse per

spiegare una serie di fenomeni psicologici.

Nel suo percorso di studi, oltre ad aver seguito Bruk, seguì MEYNERT, che pur aderendo ai

dettami della fisiologia fisica, inseriva nel proprio modello teorico, relativo alla spiegazione di

fenomeni psicofisiologici, le idee del filosofo HERBART.

Nella psicologia Herbertiana riveste una grande importanza il concetto di inconscio, e più

precisamente di idee inconsce. La nostra vita psichica secondo Harbert, è costituita in minima parte

da idee coscienti; al di sotto della soglia della coscienza rimangono attive innumerevoli altre idee,

pronte a precipitarsi nella sfera della coscienza, ogniqualvolta particolari circostanze facilitino

questo processo.

Vi sono due elementi traibili dalle idee di Herbart e contrapponibili alla Scuola di Berlino:

• la preminenza della psicologia sulla fisiologia

• l'importanza dei meccanismi inconsci nella determinazione dei processi psichici.

Alla fine dell'800, ls crisi delle scienze naturali diede l'avvio a un generale ripensamento

relativamente a quelli che erano ritenuti i punti saldi sino ad allora stabiliti. I modelli naturalistici

non erano più ritenuti sufficienti, pa fisiologia e la neurofisiologia incominciavano ad apparire

insufficienti anche a spiegare i fenomeni psichici.

Freud, fu uno di quelli che cominciò a dubitare di ciò, in particolare lo studio dei processi

psicopatologici, soprattutto dell'isteria, cominciò ad indirizzare l'attenzione dello stesso Freud verso

la possibilità di formulare un modello di spiegazione diverso da quello dei suoi maestri della

tradizione berlinese.

Così, l'insieme dei processi psicopatologici (isteria, fobie, psicosi ecc) divenne un terreno strategico

sia sul piano della riflessione teorica sia della pratica clinica- per comprendere la fondamentale

continuità esistente tra gli stessi fenomeni patologici e il cosiddetto comportamento normale.

L'OPERA DI FREUD E IL SUO SVILUPPO

La costante osservazione di alcuni disturbi, come l'isteria, andò convincendo Freud che alla base di

determinare alterazioni funzionali, non era riscontrabile un'alterazione organica e quindi si affacciò

in lui l'ipotesi di un'origine ideogena, vale a dire un processo causale di origine psichica, mentale e

non somatica. Questa convinzione venne rinforzata dalle teorie di Charcot, medico francese che a

Parigi conduceva ricerche sul campo dell'ipnosi e , in particolare, dell'ipnosi applicata alla cura

dell'isteria, Freud nel 1885 frequentò le sue lezioni.

Tornato a Vienna nel 1886, mise in pratica ciò che aveva appresolla scuola di Charcot.

Quest'ultimo riteneva che l'isteria fosse originata da traumi psichici che si tradurrebbero

successivamente in manifestazioni sintomatiche a livello organico. L'ipnosi, una particolare tecnica

suggestiva che pone il soggetto ipnotizzato in uno stato simile al sonno, permetteva di far

scomparire i sintomi isterici.

Freud intraprese quindi l'uso dell'ipnosi per curare i soggetti afflitti da questi particolari disturbi, ma

ben presto si rese conto che un tale metodo incideva semplicemente sul sintomo, senza interessare

minimamente le probabili cause del sintomo stesso.

Negli anni tra il 1886 e il 1894, Freud insieme a Breuer adattò una variante del metodo ipnotico,

consistente sempre nel mettere in stato ipnotico il soggetto, ma invitandolo contemporaneamente a

ricordare quelle particolari esperienze dolorose che venivano ipotizzate a causa dei sintomi

nevrotici, Questo metodo, detto catartico, costituì il primo passo verso la futura tecnica

psicoanalitica e portò a risultati molto importanti , anzitutto alla rilevazione che i sintomi isterici

sono i sostituti dei processi psichici normali.

Ma col metodo catartico, i sintomi scomparivano per un certo periodo di tempo, per fare poi la

ricomparsa una volta che la cura veniva sospesa, e inoltre si verificava una forte dipendenza da

parte dei pazienti nei confronti dell'analista. Sul piano teorico, i due autori si ritrovarono sempre

più in disaccordo, Brauer riteneva che alla base dei disturbi psichici vi fosse una predisposizione

organica, mentre Freud affermava che essi si verificassero a causa di una contrapposizione di

contenuti e significati inconsci alla coscienza, così da indurre il soggetto a difendersi.

Freud, inoltre, accertò che l'incompatibilità di determinati pensieri, idee, desideri con la vita

cosciente dipendevano dal fatto che essi erano fortemente associati a significati della vita sessuale

e in particolare con vissuti, ricordi e affetti riconducibili a esperienze originatesi nell'infanzia e

ancora presenti nella vita dell'adulto. Breuer rifiutò sia l'impostazione del metodo di Freud. Sia il

riferimento alla sessualità infantile e alla teoria della libido, concettualizzata da Freud come

un'energia psichica che presiede sia alle vicende autoerotiche sia ad ogni tipo di relazione

oggettuale che il soggetto imposta e intrattiene, a partire dal suo iniziale rapporto con la figura

materna e i suoi sostituti.

Esiste un mondo psichico sconosciuto alla dimensione cosciente: esso non solo si manifesta in

maniera evidente nei sintomi della nevrosi, ma è individuabile nella condotta psichica normale

attraverso l'analisi dei sogni, del lapsus e del motto di spirito. Questi ultimi fenomeni risultano

essere l'effetto di un compromesso tra tendenze non accettabili dalla coscienza e le forze rimoventi

dell'Io, che ne vuole negare l'esistenza.

Negli anni immediatamente precedenti al 1900, Freud formulò la sua concezione di attività onirica:

il sogno è l'appagamento allucinatorio di un desiderio infantile.

L'analisi dei sogni, con il metodo delle associazioni libere diventò il cardine dell'interpretazione

psicoanalitica. Nel 1889 uscì L'interpretazione dei sogni, l'opera più celebre di Freud.

L'analisi dei sogni, consente al soggetto stesso di riappropriarsi dei significati, dei valori e delle

tendenze desideranti che gli appartengono, in questo modo il sogno è uno strumento prezioso per la

conoscenza della vita psichica inconscia.

La formazione della scena onirica è costituita da un'aspirazione inconscia, veicolante desideri e

tendenze rimossi, i quali, entrando in contatto con i resti diurni (residui di pensieri, propositi ecc)

pongono le condizioni per l'appagamento dei desideri inconsci.

I pensieri onirici latenti che agiscono al di sotto vengono trasformati in un susseguirsi di immagini e

di scene spesso strane e incomprensibili , dal lavoro onirico che presiede alla manipolazione dei

pensieri rimossi. A questo processo di trasformazione concorre la censura, che in forma attenuata,

continua l'opera di arginamento delle aspirazioni inconsce, opera svolta, allo stato di veglia dalla

rimozione.

Il materiale onirico, subisce sin dall'inizio un'elaborazione secondaria, la quale rende il sogno più

comprensibile e coerente, aumentando l'incidenza man mano che si avvicina al risveglio ed opera

decisamente quando si racconta il sogno.

Sono molteplici gli argomenti presentati nell'opera freudiana e in quella del movimento

psicoanalitico in generale: complesso edipico, teoria delle pulsioni libidiche e distruttive, tema del

narcisismo, le due topiche, confronto tra principio del piacere e principio di realtà.

• Dal 1910 la dottrina psicoanalitica cominciò a suscitare un forte interesse che si concretizzò

nel costruirsi di un primo gruppo di psicoanalisti che fondarono la Società Psicoanalitica di

Vienna.

• Nel 1908 si tenne a Salisburgo il primo Congresso Internazionale di Psicoanalisi.

• Nel 1910 venne fondata, al secondo Congresso Internazionale di Psicoanalisi di

Norimberga, l'Associazione Psicoanalitica Internazionale.

JUNG,ADLER, KLEIN, LACAN sono i nomi dei più importanti seguaci del movimento

psicoanalitico.

IL MESSAGGIO PSICOANALITICO

Freud individuò la possibilità di rifiutare la soluzione spiritualistica e nel contempo di superare

la crisi della ragione, mettendo in luce la connessione dialettica esistente tra ciò che

apparentemente non è logico e il mondo della coscienza e della ragione.

La psicoanalisi in questo modo trovò difficoltà di accoglimento sia da parte del pensiero razionale

di tipo tradizionale sia da parte delle tendenze irrazionalistiche.

Freud introduce il termine RICOSTRUZIONE, secondo tale concetto l'analista procede a una

ricostruzione di quanto è venuto emergendo e ripropone al soggetto stesso il messaggio che gli è

stato indirizzato e che l'analizzando ha proposto a se stesso. Col termine ricostruzione si va a

sostituire quello di interpretazione usato sino ad allora. Questa modifica concettuale e metodologica

poggiava fondamentalmente sulla considerazione che nel lavoro interpretativo si può verificare

maggiormente il pericolo che l'interprete possa confondere i propri problemi con quelli

dell'analizzando. È noto infatti il meccanismo inconscio di proiezione, cioè attribuire agli altri una

serie di tendenze, afferri, desideri e fantasie che ci appartengono.

Il passaggio dall'interpretazione alla ricostruzione non elimina l'aspetto interpretativo, il quale

rimane comunque uno dei fattori più significativi dell'indagine psicoanalitica, ma in tale prospettiva

il concetto di ricostruzione nasconde l'ambizione di un'obiettività, come meta da perseguire, intesa

come una sorta di IDEALE DELLA RAGIONE.

All'inizio della sua attività psicoanalitica, Freud aveva ipotizzato , alla base delle nevrosi, la

presenza di un trauma infantile specifico, connesso principalmente con un'aggressione sessuale

subita da parte degli adulti e in particolare dai genitori. Questa ipotesi (TEORIA DEL TRAUMA

SPECIFICO) si dimostrò erronea: nella maggior parte dei casi, i pazienti portavano delle fantasie

che non corrispondevano ad alcuna realtà se non a quella costituita da desideri e da vissuti infantili

inconsci.

La psicoanalisi quindi, per trovare il rapporto tra logica dell'inconscio e logica del pensiero

cosciente, deve stabilire i collegamenti tra questi due piani strettamente intrecciati e l'analista deva

mantenere nel rapporto con l'analizzando, un 'impostazione che gli consenta, da un lato, di

partecipare al mondo fantasmatico e delirante dell'inconscio e , dall'altro, di decodificarlo

continuamente, secondo le regole della comunicazione cosciente.

PIAGET E LA SCUOLA DI GINEVRA

Negli anni in cui in Europa si affermano scuole come la psicologia della Gestalt e la psicoanalisi e,

aldilà dell'oceano, il comportamentismo, un ricercatore svizzero inizia una tradizione di ricerca e di

approccio teorico allo studio dell'uomo. Jean Piaget nel 1918 dopo essersi laureato all'università di

Nauchatel in scienze naturali si reco alla Sorbona, a Parigi, dove incontrò Simon, che sulla scia di

Binet cercava di costruire test per misurare l'intelligenza dei bambini. Piaget non si accontentò di

rilevare le prestazioni fornite in occasione dei test, ma cominciò a domandare ai bambini i motivi

delle risposte corrette o scorrette. Partendo da questo problema, Piaget introdusse nuovi paradigmi

teorici e di ricerca.

I risultati delle sue ricerche vennero pubblicati in francese, dato che le psicologie ancor anon erano

internazionali, e questa separatezza dal mondo anglosassone fece sì che i suoi lavori venissero

diffusi e valorizzati soltanto con la traduzione delle sue opere, che avvenne in un periodo

precedente o concomitante con l'affermazione del movimento cognitivista.

IL METODO

Dopo il biennio trascorso a Parigi, Piaget tornò a Ginevra e divenne direttore dell'Istituto Rousseau

e dedicò il ventennio successivo allo studio dei bambini. Per le sue ricerche dovette inventarsi un

nuovo metodo, il cosiddetto colloquio clinico. Tutti i metodi allora disponibili non erano adatti a

scandagliare lo sviluppo dell'intelligenza: non poteva usare l'introspezione, perché inadatta ai

bambini; non poteva usare il colloquio psicoanalitico perchè era un resoconto dei contenuti mentali;

non poteva usare il metodo comportamentista, perché la semplice registrazione della modalità di

risposta non era sufficiente alla spiegazione dei processi di pensiero sottostanti.

Piaget voleva vedere l'intelligenza alle prese con uno specifico problema, inventò un sistema misto,

tra il colloquio e l'osservazione, che consisteva nel ricostruire le credenze del bambino e nel

sottoporgli domande mirate mentre risolveva un compito.

Altre volte il colloquio si accompagnava alla manipolazione di oggetti da parte dello sperimentatore

e del bambino. Ad esempio, Piaget travasava dell'acqua da un recipiente ad un altro differente nella

forma, chiedendo se la quantità dell'acqua fosse cambiata. Il colloquio clinico intrecciato al

tentativo di risolvere problemi non poteva venire però utilizzato con bambini troppo piccoli. In

questi casi Piaget si limitava ad osservarli e a descriverli. In particolare Piaget osservò con

attenzione e descrisse lo sviluppo intellettuale dei figli.

Vi erano anche dei limiti nel suo metodo, lui era molto attento a non influenzare con le sue

domande le risposte del bambino, ma tendeva particolarmente a interpretare risposte e azioni alla

luce dei suoi presupposti teorici. Inoltre, aveva sottovalutato 2 ordini di fattori:

il senso dei compiti che presentava: dalle ricerche successive si è scoperto che i bambini

1. avevano la capacità di pensiero superiore a quella supposta da Piaget a condizione che il

compito acquisisse senso ai loro occhi; a questo fine era sufficiente presentarlo sotto forma

di situazioni familiari dotate di scopi plausibili;

la comunicazione linguistica con il bambino: piccoli cambiamenti nel formulare la

2. domanda, che quindi chiariva meglio quello che lo sperimentatore si aspettava dal bambino,

producevano grandi differenze nella soluzione dei compiti.

Un tipico esempio di revisione delle condizioni sperimentali con cui Piaget giungeva a concludere

che il bambino è egocentrico è costituito dalle modificazioni apportate al problema delle montagne:

nell'esperimento classico Piaget mostra ai bambini un plastico rappresentante delle montagne e

mette una bambola in una posizione diversa dal proprio punto di vista, chiedendo cosa vede la

bambola? I bambini tendevano a rispondere scegliendo la raffigurazione corrispondente al loro

punto di vista → per Piaget= illusione egocentrica.

Nella revisione dell'esperimento la bambola era sostituita con un poliziotto che doveva scoprire la

posizione del bambino, in questo modo la richiesta acquisisce un senso per il bambino e non avrà

difficoltà a decentrare il proprio punto di vista.

LA TEORIA: L'EPISTEMOLOGIA GENETICA

Secondo Piaget l'epistemologia riguarda il problema della relazione tra il soggetto agente e

pensante e gli oggetti della sua esperienza.

Piaget chiamò il suo approccio epistemologia genetica, dove il termine genetica si riferisce a

genesi nel senso di sviluppo. La tesi di Piaget è che la conoscenza è un processo, una relazione tra

conoscente e conosciuto: un bambino conosce sempre meglio una bicicletta o un gioco attraverso le

azioni che compie, siano esse manipolazioni fisiche o mentali.

Piaget applica il suo approccio evolutivo non solo per spiegare lo sviluppo delle capacità di

conoscenza dei singoli individui. Ma anche la conoscenza collettiva. Le fonti di questo studio solo

la storia della scienza e l'analisi dello sviluppo delle nozioni scientifiche. Ad esempio, i greci

consideravano i numeri come proprietà del mondo reale, poi il pensiero occidentale è progredito

introducendo nozioni come quella di numeri negativi o irrazionali, concependo i numeri come classi

di classi.

Nell'approccio di Piaget allo studio della conoscenza gioca un ruolo cruciale anche la biologia: la

nozione fondamentale di derivazione darwiniana, è quella di adattamento. L'intelligenza umana,

per Piaget, non è altro che una forma di adattamento all'ambiente.

L'INFLUENZA DELLE TEORIE DI PIAGET

Piaget sintetizza il lavoro di una vita nelle due nozioni chiave di genesi e struttura. Egli definisce la

struttura mentale come un sistema: un sistema di operazioni mentali descrivibile in termini di

strutture logiche. Per questo il suo approccio viene oggi classificato come una logica mentale. La

genesi è una trasformazione che parte da uno stato A e si conclude in uno stato B, puù stabile del

precedente. Per Piaget genesi e struttura sono inscindibili:

-ogni genesi parte da una struttura e si conclude in un'altra struttura

-ogni struttura ha una genesi.

Piaget descrive le strutture in termini di operazioni logiche. Questo si rivelerà il punto più debole

della sua teoria, come lui stasso ammetterà negli ultimi scritti. Sia le prestazioni di adulti (inferiori

alle previsioni di Piaget) sia quelle dei bambini (superiori alle previsioni) costituiscono

controesempi della logica mentale di Piaget. Nonostante ciò, dobbiamo riconoscere i meriti di

Piaget, Smith (1993) concludendo un bilancio critico di tutta l'opera piagetiana, dichiara che essa

resta un punto di riferimento fondamentale e che la storia della psicolgoia dopo Piaget è un continuo

tentativo di spiegare meglio di quanto egli non avesse già fatto i fenomeni da lui scoperti e ele sue

affascinanti intuizioni teoriche.

Inoltre, Piaget ha giocato un ruolo fondamentale in ambito pedagogico. Due principi sono divenuti

pratica dell'educazione:

-fare in modo che un bambino apprenda partecipando attivamente all'esperienza di apprendimento;

-affrontare i problemi in modo concreto e non astratto, aspettando che il bambino sia

cognitivamente pronto ad apprendere quelle specifiche nozioni o competenze.

Proprio perché la barriera linguistica e la forza del comportamentismo impedirono alla psicologia

anglosassone di conoscere i lavori di Piaget fino agli anni 60 il loro successivo diffondersi fu

esplosivo. L'interesse per la teoria di Piaget diventò così vivo che il 20% circa degli articoli di

“Developmental Psychology” dal 1969 al 1972, citava scritti di Piaget.

GLI SVILUPPI: TEORIE POSTPIAGETIANE E LA SCUOLA DI GINEVRA

Nel corso degli anni 80 e 90 il punto di vista piagetiano ha sempre costituito un punto di riferimento

per chi studiava lo sviluppo cognitivo. Si sono confrontate con esso le nuove teorie, ad esempio

quelle di Pinker e Macmara, basate sull'ipotesi della continuità, questa ipotesi sostiene che i

bambini e i giovani non si differenzino per alcun aspetto fondamentale dagli adulti; i bambini sanno

meno degli adulti in ogni dominio, ma questo squilibrio non è diverso da quello che differenzia

individui adulti tra di loro.

Gli stessi studi interculturali sembrano andare in questa direzione. Dasen ad esempio, aveva

rilevato nel bambini nomadi delle regioni artiche, come i concetti spaziali si sviluppassero a un'età

molto più precoce rispetto a bambini sedentari dell'Africa.

Queste ricerche misero in crisi l'approccio stadiale concepito in modo originario, ma non

l'impostazione piagetiana.

Nell'ultimo trentennio abbiamo avuto uno sviluppo originale del suo punto di vista proprio a

Ginevra, in particolare a opera di Doise ed i suoi allievi. Questa tradizione di ricerca propone una

definizione sociale di intelligenza e di sviluppo che va ad integrare quella di Piaget.

Vengono ripresi molti dei classici compiti piagetiani e si mostra che quando questi compiti vengono

affrontati da più bambini, che si coordinano tra loro, tali coordinamenti svolgono un ruolo causale

nello sviluppo cognitivo.

Una delle caratteristiche del pensiero pre-operatorio secondo Piaget, era quella di ignorare i punti di

vista altrui, dando luogo al pensiero egocentrico. Se però si fa emergere l'incoerenza derivante dal

prendere in considerazione la prospettiva dell'altro si crea quello che Mugny e Doise hanno

chiamato conflitto sociocognitivo. Tale conflitto rende esplicite le differenze dei punti di vista e

crea le condizioni per la soluzione corretta del compito.

Le situazioni studiate mostrano la necessità di una reciprocità, che permetta l'esplicitazione

paritetica dei punti di vista. Infatti la cooperazione non produce un benefico conflitto sociocognitivo

se il bambino è costretto ad accettare passivamente la superiorità del partner.

In conclusione, la tradizione di ricerca più recenti che si rifanno a Piaget hanno articolato le sue

tematiche ma non hanno abbandonato lo spirito originario. Basti ricordare che autori come Doise

sono in aperta polemica con la tradizione cognitivista dura, che nega il ruolo delle dinamiche sociali

nello sviluppo cognitivo. Doise contrappone a questi approcci biologistici quelli di altri psicologi

evolutivi contemporanei, come Bruner.

IL MOVIMENTO COGNITIVISTA

LO SCENARIO

Negli anni 50 un assoluto predominio sulla psicologia era esercitato dal comportamentismo, lo

strutturalismo si era andato via via esaurendo, dopo la morte di Wundt e Tichener. La scuola

europea più vitale, la psicolgoia della Gestalt, aveva subito un colpo durissimo con l'abvvento del

nazismo in Germania; l'unico gestaltista che riuscì a trovare effettivo spazio negli Stati uniti fu

Lewin, che dovette però cambiare campo di interessi, dedicandosi prevalentemente alla psicologia

sociale.

Ma questa situazione di apparente prosperità del comportamentismo celava una realtà più profonda.

Era infatti imminente quella che sarebbe stata chiamata la rivoluzione cognitivista, che avrebbe

portato a una sconfitta totale delle posizioni comportamentiste. Oggi la psicologia, prevalentemente

in campo sperimentale è saldamente in mano ai cognitivisti.

IL COGNITIVISMO COME FILIAZIONE DEL COMPORTAMENTISMO

Ma il cognitivismo è una diretta filiazione del comportamentismo, poiché, anche sugli argomenti di

rottura totale, il comportamentismo, sia pure per differenziarsene, rimane il punto di riferimento dei

cognitivisti; gli stessi cognitivisti, fino al 1967, anno dell’uscita del termine cognitivismo

nell’opera di Neisser, si ritenevano comportamentisti di una nuova fase, che Berlyne definiva per

la precisione cenocomportamentismo, iniziata con Hebb e vista come la continuazione della fase

skinneriana (detta fase neocomportamentista).

Hebb, attraverso la riconsiderazione del ruolo del sistema nervoso centrale in rapporto al

comportamento, si era posto il problema delle cosiddette “variabili intervenienti” di quei

processi, cioè interposti tra stimolo e risposta, che intercorrono all'interno dell'individuo e che erano

stati introdotti dai neocomportamentisti come “costrutti ipotetici” al fine di spiegare tutti quei

fenomeni che non potevano essere interpretati direttamente come semplice corrispondenza tra

stimolo e risposta .

Hebb era in particolare interessato ai processi di mediazione, a quei processi cioè che consentono

all'individuo di non rispondere immediatamente allo stimolo presentato, ma che, creando delle

strutture interne al sistema nervoso dell’individuo, fanno sì che questo possa comportarsi avendo a

disposizione degli stimoli e delle risposte interne.

Hebb concepiva queste strutture interne, indispensabili ai processi di mediazione, in termini di

modelli logici; egli immaginava infatti che i neuroni, le cellule componenti il sistema nervoso, si

organizzassero in assembramenti cellulari, strutture di neuroni formanti dei circuiti prefissati in

cui circolassero le informazioni all'interno del sistema nervoso. Alcuni assembramenti sono già

presenti alla nascita, altri si formano per apprendimento; la circolazione nei circuiti delle

informazioni consentiva di ritardare la risposta rispetto allo stimolo; la formazione di determinati

assembramenti costituiva di fatto il processo di memorizzazione; il poter impiegare più

assembramenti, corrispondenti ognuno ad un comportamento semplice, in “sequenze di fase”

differenti, consentiva di spiegare i comportamenti complessi sulla base dell’apprendimento dei

comportamenti semplici.

L'opera di Hebb segna così una decisiva rottura col neocomportamentismo e cominciava a porre

le condizioni perché si uscisse dai modelli semplici stimolo-risposta.

Con Hebb, per la prima volta, l'interesse si rivolge ai processi che si svolgono all'interno

dell'individuo, non più sul piano del puro costrutto ipotetico, ma sul piano del modello logico dello

svolgimento dei processi mentali, da qui l'introduzione di una nuova modalità di concettualizzare i

fenomeni e che consiste nella costruzione di modelli : la condizione è che questo modello sia

valido sul piano logico. Il modello viene accettato o respinto se il comportamento in studio può

essere simulato dal modello. In ogni caso, qualora la simulazione dia risultati positivi, non è

accettata una identificazione realistica degli elementi del modello con quelli del funzionamento del

sistema nervoso o di un elaboratore.

L'interesse del cognitivista è infatti rivolto ai processi mentali mentre il substrato fisico può essere

accantonato e sostituito con un altro modello; in sostanza l’interesse “realistico” è per i processi di

mediazione, mentre assembramenti cellulari e sequenze di fase lo interessano solo sul piano della

dimostrazione logica dei modelli.

Nonostante la frattura iniziata con Hebb i cognitivisti continuavano a definirsi in qualche modo

“comportamentisti”, come si definiva nel 70 Broadbent, mentre comportamentisti soggettivi si

definirono Miller, Galanter e Pribram. Ma nonostante questa definizione, Broadbent criticava il

comportamentismo di uno Skinner o le impostazioni innatiste in psico-linguista derivate da

Chomsky.

IL “MENTALISMO” DEI COGNITIVISTI

Si è parlato a proposito del cognitivismo di psicologia mentalista. Il termine mentalismo per il

comportamentismo era visto come sinonimo di metafisicheria , e quindi in accezione negativa,

poiché, essendo le categorie mentali non osservabili direttamente, non potevano essere oggetto di

ricerca scientifica.

La riflessione epistemologica dei comportamentisti ebbe l’appoggio di due correnti filosofiche,

l’operazionismo e il neopositivismo.

Per i teorici operazionalisti i concetti non corrispondono ad altro che alle operazioni attraverso

cui vengono effettuate determinate misurazioni; va da se che, per i comportamentisti, la

definizione ad es. dell’apprendimento in termini di frequenza di determinate risposte in

corrispondenza di certe contingenze ambientali risponde perfettamente a certi criteri operazionalisti.

In sostanza lo psicologo comportamentista ha a disposizione delle precise operazioni di misura

attraverso cui può definire:

✓ La situazione ambientale

✓ Le risposte del soggetto

I concetti psicologici sono l’operazione attraverso queste due classi di operazioni di misurazione

sono poste in corrispondenza.

In questa prospettiva, le variabili intervenienti non sono che dei costrutti ipotetici che esistono

solo quando la correlazione tra variabili ambientali e variabili comportamentali non dà un risultato

univoco che possa essere interpretato senza ambiguità facendo ricorso unicamente a tali due classi

di eventi osservati = la variabile interveniente viene ipotizzata per risolvere l'ambiguità.

Es. Variabile interveniente introdotta da Hull → “forza dell’abitudine” = le risposte si associano

agli eventi di stimolazione con differente forza; tale forza dipende da un certo numero di variabili.

Tra di esse ha particolare rilevanza lo stato pulsionale dell’organismo che apprende le risposte, il

numero delle ripetizioni del compito etc…

Tolman è l'autore comportamentista che sviluppa più di altri concetti mentalistici (es. il

concetto di mappa cognitiva → sorta di rappresentazione mentale che l’organismo si costruisce

dell’ambiente che lo circonda), ma egli definisce ogni concetto mentalistico in termini

operazionali e ogni concetto è risolto in un insieme di correlazioni tra eventi di stimolazione e

risposte dell'organismo.

Tolman giungerà addirittura a utilizzare il metodo introspezionistico; tuttavia, l’introspezione, per

lui, potrà essere utilizzata solo in un tipo di ricerca che indaga su una qualsiasi variabile

interveniente soggiacente alla capacità o incapacità di parlare su ciò, ossia solo se il soggetto è in

grado di riferire su quelli che ritiene siano i suoi contenuti mentali.

Per questo Tolman è molto criticato dai cognitivisti principalmente per il fatto di aver lasciato nel

limbo delle variabili intervenienti i suoi concetti mentalistici e per non aver saputo gettare il ponte

indispensabile tra struttura mentale e azione.

Nell'altro filone epistemologico comportamentista, l'empirismo logico, l'interesse è rivolto alla

scienza considerata come linguaggio e ai rapporti tra linguaggio teorico e osservativo;

• nella prima fase che possiamo definire una versione ristretta dell'empirismo si riteneva

possibile dare di ogni oggetto teorico una definizione contestuale o esplicita in termini di

osservabili; (supporto epistemologico del comportamentismo radicale di Watson)

• a questa fase segue la prima liberalizzazione dell'empirismo, che rende necessaria

l'introduzione di altri procedimenti definitori (ad es. riduzione) per i termini disposizionali

(ossia quelli che si manifestano e quindi sono direttamente osservabili solo in determinate

circostanze → es elasticità di un laccio)

(supporto al neocomportamentismo di Tolman e Hull → i concetti di “fame” o “paura”,

riferibili in stati pulsionali, non possono infatti essere definiti se non per riduzione alle

condizioni in cui si manifestano).

Negli anni '50 emerge l'impossibilità della definizione di tutti i termini teorici in funzione di

osservabili, ma esistono dei termini primitivi nel sistema teorico che vanno introdotti

indipendentemente dall'osservazione → (questo conduce alla seconda liberalizzazione

dell'empirismo)

✓ in questa situazione di crisi emerge il cognitivismo.

Le incongruenze del comportamentismo radicale erano state superate dall’introduzione del

neocomportamentismo “logico” in cui premessa fondamentale era quella di introdurre i concetti

mentalistici come variabili intervenienti e definendoli per riduzione come termini disposizionali.

Nel momento in cui si dimostra che alcuni termini mentalistici devono essere introdotti come

primitivi, l’intero edificio del comportamentismo inizia a crollare e il rigorismo epistemologico dei

comportamentisti si svuota di contenuto.

Per capire questo concetto può essere utile il riferimento all’esempio di Romano sulla situazione del

tipo figura-sfondo.

In questa situazione, a determinate condizioni di stimolazione ambientale, alcune parti acquistano

valore diverso da quello delle altre parti, e questa situazione è reversibile, secondo le intenzioni del

soggetto, che di volta in volta stabilisce quali parti del campo considerare figure e quali sfondo.

È assolutamente evidente come la significanza di soggetti come quello di figura-sfondo non è data:

✓ né da predicati immediatamente osservativi

✓ né dalla possibilità di operare una riduzione a predicati osservativi

ciò che conta è l’operazione che svolge il soggetto, che determina modi del tutto diversi con cui

interpreta i dati ambientali.

I cognitivisti, differentemente dai comportamentisti, hanno sempre mostrato una certa noia e un

disinteresse per le basi epistemologiche della psicologia.

E infatti il mentalismo dei cognitivisti trova la sua forza proprio nella crisi epistemologica che

attraversa il comportamentismo, che non è più in grado di opporsi e di bollare come ascientifico

tutto ciò che non è direttamente osservabile.

La concezione cognitivista era inoltre facilitata dal suo ricorso ai modelli, ovvero a rappresentazioni

semplificate della realtà che pretende di essere realistico solo per ciò che riguarda le funzioni svolte

dalla mente (per questo il mentalismo cognitivista non è il mentalismo metafisico, poiché i modelli

non vogliono essere una copia fedele della realtà).

Il ricorso ai modelli si agganciava con il rifiuto delle grandi teorizzazioni, incapaci, secondo i

cognitivisti, di rendere giustizia alla complessità del comportamento.

L’interesse dei cognitivisti in sostanza è rivolto

✓ più all’individuazione di modelli, anche limitatissimi, che però fossero in grado di spiegare

perfettamente un singolo comportamento in ogni minimo dettaglio

✓ e non invece all’enunciazione di grandi principi generali, informatori del comportamento

globale di ogni individuo.

I modelli dei cognitivisti sono in origine derivati dai modelli cibernetici, in termini di flusso di

informazioni che vengono elaborate a vari stadi nel corso del loro passaggio all’interno

dell’organismo. Questo consente l’utilizzo di un altro criterio da parte dello psicologo cognitivista,

e cioè la simulazione mediante calcolatore elettronico.

L’uso dei modelli consente inoltre di superare l’ambiguità di situazioni di eventi non

univocamente definiti; infatti, grazie ad una rappresentazione ridotta e semplificata della

realtà, ogni elemento è definito con precisione. Con l'adozione esasperata di modelli, il

cognitivismo ha finito però spesso per allontanarsi dalla vita reale. Per fortuna ben presto di

questo limite i cognitivisti stessi hanno preso consapevolezza.

LO SVILUPPO STORICO DEL COGNITIVISMO

La storia del cognitivismo può essere fatta risalire alle ricerche, avvenute negli anni della seconda

guerra mondiale, dello psicologo Craick sul comportamento di tracking (compito in cui vi è un

bersaglio mobile che si sposta su uno schermo e al soggetto viene chiesto di tenere allineato un

segnale con il bersaglio)

Conclusione fondamentale di queste ricerche fu la concezione di uomo come servomeccanismo di

tipo cibernetico.

Il soggetto umano non sarebbe in grado di operare più di una correzione ogni 0,5 secondi,

Craick ipotizza la presenza di un meccanismo che necessita di 0,5 secondi per l'elaborazione delle

informazioni.

Altre conclusioni erano che:

a)uomo concepito come un elaboratore di informazioni, servomeccanismo ti tipo cibernetico.

b)l’uomo avesse un tipo di funzionamento discreto

c)che il meccanismo decisore era unico e quindi non potevano essere eseguite più cose alla

volta

Craick dà anche molta importanza al tempo impiegato per svolgere un'azione come indicatore dei

processi mentali sottostanti alle azioni stesse.

L’utilizzo del tempo era stato di enorme importanza per il nascere della psicologia scientifica,

ampiamente utilizzato da Wundt nel suo laboratorio, era poi andato a decadere con il decadere dello

strutturalismo; con Craick viene riportato in alto e il cognitivismo ne farà un importante strumento

di indagine.

La preoccupazione degli psicologi inglesi (di Cambridge) come Craick appunto, ma anche

Welford, Mackworth, Broadbent, Rabbit…)

Era quella di non condurre studi asettici di laboratorio ma piuttosto studi applicati sul

comportamento dell’uomo nelle più diverse condizioni di vita, realmente riscontrabili

nell’ambiente.

Di qui l’interesse per temi come

• il tracking → abilità presente e indispensabile in tutta una serie di compiti quotidiani (es. la

guida)

• l’interesse per la vigilanza → abilità esplicata in molteplici attività lavorative

Nel '56 Miller dimostrò un altro limite dei processi cognitivi umani, limite costituito dalla quantità

di informazioni che si possono elaborare alla volta: egli stabilisce infatti in 7 chunks ("pezzi") di

informazione alla volta (con un possibile scarto di 2 a seconda del compito svolto) il limite

mnemonico umano a breve termine. Pezzi dunque, non singoli elementi.

Il problema per Miller era quindi quello di individuare le strategie necessarie per poter introdurre,

nel sistema di elaborazione delle informazioni, pezzi sempre più grandi e ricchi di informazione in

modo da poter superare i limiti di elaborazione del sistema.

La memoria a breve termine è un altro dei temi principi di ricerca della psicologia cognitivista.

Per i comportamentisti, che avevano anch’essi fatto della memoria una tematica fondamentale,

(perché strettamente correlata a quella dell’apprendimento), distinguere tra diversi tipi di

memoria a seconda dei tempi di memorizzazione non aveva senso; il processo di ritenzione

infatti era, secondo loro, unico, indipendentemente dalla durata dell’immagazzinamento delle

informazioni.

Di fatto invece, in seguito ai suoi studi pionieristici, Brown fece emergere delle differenze

fondamentali tra memoria a lungo e breve termine; scoprì infatti che,

✓ mentre la memoria a lungo termine poteva subire interferenze sul piano semantico

(confondere significati di vocaboli)

✓ ciò non poteva accadere nella memoria a breve termine.

Un altro importante obiettivo fu raggiunto nel 1960 da Sperling con la scoperta di una nuova

memoria a tempi brevissimi di immagazzinamento (entro i 100 ms) --> registro sensoriale.

Miller, Galanter e Pribram cercarono anche di sostituire come unità di analisi il riflesso

comportamentista con l'unità di analisi TOTE (test-operate-test-exit) individuata nel “piano del

comportamento” → opera “Piani e struttura del comportamento” → pietra miliare nel campo della

scienza cognitiva.

Secondo questa nuova concezione, in pratica, ogni volta che un individuo deve compiere un’azione,

✓ in primo luogo verifica nell’ambiente se la situazione è congruente con gli obiettivi

dell’azione che deve svolgere

✓ se la verifica è insoddisfacente si dovrà operare di nuovo per correggere la situazione, finchè

il test non accerterà la congruenza tra obiettivi e stato dei fatti.

Per esempio, appendere un quadro al muro: per prima cosa (TEST) verificherà se il chiodo è già

presente nella posizione voluta. Se la risposta è affermativa passerà all'operazione successiva e cioè

appendere il quadro, se è negativa dovrà (operate) piantare il chiodo nella posizione voluta. Una

volta operato, verificherà nuovamente se il chiodo risponde ai requisiti posti (TEST). In caso

affermativo si avrà l'uscita (EXIT) dall'unità TOTE per passare all'unità successiva.

Nell’opera di questi tre autori vi è anche una larga parte dedicata ai “piani per parlare”

Con riferimenti alla linguistica generativo-trasformazionale chomskyiana → fino agli anni '50 la

considerazione del linguaggio era in mano agli strutturalisti (gli strutturalisti di linguistica scuola

originata da Saussure) e lo strutturalismo si era concentrato sul problema dell’analisi del messaggio

trascurando l'utente linguistico.

Chomsky sostiene invece che il linguaggio ha una base innata e distingue tra

✓ Competenza (sapere come parlare) e

✓ esecuzione concreta ( produzione reale determinata, oltre che dalla competenza, da altri

processi psicologici come percezione, attenzione….

Egli inizialmente pone la sua attenzione sui processi sintattici → la sua linguistica è definita

generativo – trasformazionale perché

✓ mira ad individuare le regole attraverso cui le frasi vengono generate

✓ e le regole attraverso cui sullo stesso nucleo di significato vengono operate delle

trasformazioni.

Ben presto però attribuisce una maggiore importanza al significato.

Negli anni '60 e '70 vi fu però anche la grande crisi cognitivista, dovuta alla costruzione di

modelli sempre più astratti e lontani dalla realtà.

LA PROSPETTIVA ECOLOGICA: MODULARISMO E CONNESSIONISMO

In questi anni si avverte sempre più l'esigenza di un ritorno alle "grandi teorie" e all'interno del

movimento si è aperta una riflessione critica, i cui sbocchi principali sono stati:

✓ il rifiuto dei micromodelli

✓ la perplessità sull'analogia uomo-calcolatore.

Il punto più importante di questa riflessione è stata la pubblicazione di Conoscenza e realtà di

Neisser (lo stesso che aveva segnato l’inizio ufficiale del cognitivismo e ad esso aveva dato il nome

con il testo “Psicologia Cognitiva”) nel 1976, tre furono le sue critiche alla psicologia cognitivista:

vi è stato un progressivo restringimento di campo, con un'attenzione focalizzata sempre

1. più sull'esperimento in laboratorio e sempre meno rivolta al mondo esterno della vita

quotidiana;

critica il valore delle ricerche sempre più sofisticate compiute negli ultimi tempi ma non

2. produttive (ripiegarsi della ricerca su se stessa esperimenti sempre più rivolti alla

situazione sperimentale stessa e sempre meno al comprendere il funzionamento dell’uomo);

inoltre egli critica il concetto di “elaborazione delle informazioni”, concetto chiave della

3. psicologia cognitivista. Esso soffre di un'ambiguità di fondo: muta significato nel momento

in cui le informazioni vengono definite in modo diverso dagli autori.

Per Neisser, le informazioni che l'individuo elabora vanno viste nell'ambiente perché è lì che si

trovano ed è l’ambiente che le offre e l'individuo possiede, nella sua struttura cognitiva, degli

schemi che gli consentono di coglierle → richiamo alla teoria ecologica di Gibson = le

informazioni sono già presenti nella stimolazione così come si presenta al soggetto e da esso

vengono colti flussi di informazioni. Ed hanno senso per l'organismo che le coglie direttamente

dalla stimolazione in quanto affordances(essere in grado) presentate dall'ambiente in relazione al

valore evolutivo che hanno per l’organismo, da qui la nascita di una nuova linea del cognitivismo,

IL COGNITIVISMO ECOLOGICO.

In contrapposizione alla teoria ecologica di Gibson si sviluppa la scienza cognitiva che domina il

quadro contemporaneo.

La scienza cognitiva nasce nel 1977, in concomitanza con la fondazione di una rivista sulle scienze

cognitive di Shank, Collind e Charniak. Il punto di partenza della scienza cognitiva è dato dalle

ricerche sulle reti semantiche.

L'anno successivo gli studiosi della scienza cognitiva fondano una società. Il cui primo congresso si

tiene a La Jolla nell'agosto del 79. E' un congresso di definizione di questa scienza cognitiva, che si

va configurando come una vera e propria disciplina autonoma con provenienze e apporti

multidisciplinari e sempre meno come uno sviluppo del cognitivismo interno alla psicologia.

Sia la scienza cognitiva che l'impostazione ecologica rifiutano i micromodelli, ma mentre gli

ecologici rifiutano l'analogia uomo-calcolatore, i sostenitori della scienza cognitiva accentuano

l'importanza dell'intelligenza artificiale e dell’utilizzo della simulazione.

I paradigmi della scienza cognitiva negli anni '80 sono stati il modularismo e il connessionismo;

MODULARISMO (di FODOR)

prevede un'architettura cognitiva distinta, (PER QUANTO RIGUARDA I SISTEMI DI ANALISI

DI IMPUT IN STRUTTURE VERTICALI) I moduli appunto,che trasformano computazionalmente

gli input in rappresentazioni che offrono alla parte centrale del sistema cognitivo.

Questi sistemi d'analisi input sono

• altamente specializzati (specifici per dominio),

• a funzionamento obbligato (quando sono in presenza del tipo di input che sono deputati ad

analizzare non possono non entrare in azione)

• presentano solo un accesso centrale limitato alle rappresentazioni a cui sono addetti

• sono dotati di grande velocità di funzionamento

• sono incapsulati informazionalmente = mentre operano non possono aver accesso alla

rappresentazione delle conoscenze dell'individuo né ad informazioni provenienti da altre

parti del sistema cognitivo dell’individuo.

S differenzia dalla corrente connessionista in quanto non condivide l’idea che la mente sia

organizzata in network neuronali. I modularisti ritengono invece che la mente sia strutturata in

moduli funzionali, non disposti in maniera seriale ma in strutture verticali, ognuno dei quali

deputato a svolgere un determinato processo cognitivo. Esisterebbe così un modulo percettivo che

riceve ed elabora le informazioni di tipo percettivo, un modulo di memoria che elabora,

immagazzina e recupera le informazioni, un modulo motorio, deputato a coordinare i movimenti e

così via.

Le informazioni che secondo questo approccio sarebbero state elaborate in maniera indipendente

dai diversi moduli funzionali verrebbero successivamente integrate in quelle che vengono chiamate

aree associative della corteccia. Esse garantirebbero l’armonia ed il funzionamento del sistema

cognitivo, riuscendo ad integrare ed organizzare le diverse informazioni provenienti dagli specifici

sistemi di elaborazione.

Il modello del modularismo ha riscosso grande successo in neuropsicologia.

CONNESSIONISMO (forte presenza nelle scienze cognitive odierne)

Per il connessionismo invece le operazioni non sono organizzate gerarchicamente ma

avvengono simultaneamente, in parallelo e le informazioni sono distribuite nell'intera rete di

interconnessioni tra gli elementi, non in una singola unità. , ritiene che la nostra mente abbia

un’organizzazione a reticolo, la cui unità base sarebbe costituita dalle cellule neuronali. Esse

sarebbero interconnesse a formare una fitta maglia di percorsi e snodi concettuali.

Questa organizzazione sarebbe il frutto dell’apprendimento e delle passate esperienze di ogni

individuo e sarebbe quindi tanto più fitta e ricca nel caso in cui questi abbia avuto la possibilità di

fare esperienze diverse e variegate.

Questi modelli connessionisti sono tra l'altro compatibili con alcune teorie classiche, come la

concezione di campo gestaltista.

In conclusione, il movimento cognitivista appare diversificato in

❖ psicologia ecologica

❖ scienza cognitiva.

Un dato comune di entrambe le posizioni è l’ampliamento del respiro teorico.

Se l’ecologismo presenta un maggiore interesse per i problemi più quotidiani dell’uomo

oggetto di studio, la scienza cognitiva ha operato di nuovo una saldatura tra il mondo

dell’intelligenza artificiale e la psicologia dei processi cognitivi, con notevoli risultati anche sul

piano applicativo.

Sintesi

Il Cognitivismo viene spesso denominato “la scuola dell’integrazione” perché nasce

dalla confluenza di orientamenti differenti. Spesso viene considerato una naturale

prosecuzione della scuola comportamentista, ma ciò può essere considerato vero solo

in parte. Se da una parte difatti appare innegabile l’interesse verso l’assetto scientifico

che si manifesta nell’adozione delle stesse tecniche di indagine sperimentale e

nell’impostazione pragmatica della scuola stessa, dall’altra bisogna mettere in

evidenza la differenza fondamentale nell’oggetto di studio. Ciò che i

comportamentisti avevano chiuso in una scatola nera diviene il focus dell’interesse

scientifico per i cognitivisti: la mente umana ed i processi mentali che ivi hanno

luogo. I cognitivisti indagano proprio la mente umana e per spiegarne il

funzionamento adottano concetti mentalistici come “schema” e “strategie”. I modelli

proposti in seno alla scuola cognitivista hanno riscosso notevole successo e ancor

oggi rappresentano delle pietre miliari per spiegare il funzionamento della mente. Tra

i tanti modelli proposti bisogna citare quello di Atkinson e Shiffrin che presenta un

modello di funzionamento della memoria ancor oggi ampiamente riconosciuto, il

modello di sviluppo cognitivo proposto da Piaget che enorme influenza ha avuto in

campo pedagogico ed il modello di Chomsky sullo sviluppo linguistico. Oggi il

cognitivismo rappresenta ancora la scuola di pensiero più importante e si sta

ulteriormente sviluppando attraverso orientamenti che cercano di trovare il substrato

scientifico di quei concetti esplicativi alla base come la nozione di “schema”. In

quest’ottica ritroviamo la corrente connessionista, che considera la mente umana

sotto forma di una struttura a network, e la corrente modularista che parla di aree di

elaborazione specifiche e aree di associazione dove verrebbero in seguito integrate la

diverse informazioni elaborate.

IL QUADRO CONTEMPORANEO TRA SCIENZA COGNITIVA E BIOLOGIA

All'inizio del terzo millennio, lo scenario contemporaneo presente, anche in Italia, una disciplina

autonoma, con facoltà specifiche per l'insegnamento e con albi per le pratiche professionali.

Essa ormai non ha nulla a che fare con la filosofia, ma è altrettanto vero che essa continua, per un

solo aspetto, ad avere un rapporto più stretto con essa. Infatti, al suo interno, si è sviluppata una

sorta di epistemologia naturale, troviamo cioè molte risposte di natura scientifica a quelli che sono

stati sempre i quesiti della filosofia della conoscenza.

L'intreccio tra psicologia e filosofia, si è sciolto con la nascita della psicologia scientifica, ma

presentava anche altri aspetti di cui non si sono fatte carico tanto la tradizione sperimentale quanto

quella clinica. Ci riferiamo alle problematiche dell'etica e della filosofia pratica. Domande del

tipo: per quali motivi mi sono comportato in questo modo? Devo provare senso di colpa? Posso

desiderare certe cose? Il primo psicologia che ha cercato di affrontare queste domande è stato

Freud.

Sebbene molti settori tradizionali della psicologia facciano oggi parte di un sistema di conoscenza

più ampie (chiamato scienza cognitiva), non assistiamo a un'integrazione più stretta tra scienza

cognitiva e psicoanalisi. I metodi di ricerca dei dati restano diversi: da un lato il colloquio clinico,

dall'altro l'esperimento e la simulazione.

LA SCIENZA COGNITIVA

Con la nascita della scienza cognitiva assistiamo ad una progressiva ma radicale ridistribuzione

del sapere psicologico. Gli sviluppi di alcune problematiche classiche come:

-Lo studio dei processi cognitivi

-La neuropsicologia

-La psicologia del linguaggio

Si staccano dalla psicologia ed entrano a far parte dell’intreccio interdisciplinare che viene definito

“ scienza cognitiva”.

Principi della scienza cognitiva:

• il processo di raccolta ed elaborazione delle informazioni permette ad un organismo o ad un

sistema di produrre risposte appropriate in funzione delle condizioni ambientali , principio

che riprende l’ottica evoluzionistica =funzioni cognitive sono adattive in senso darwiniano

• le informazioni devono essere rappresentate così da essere computabili. Esse concernono un

mondo e hanno contenuti e intenzionalità, sono cioè dirette ad uno scopo

• occorre distinguere tra le operazioni di computo e il dominio rappresentato. Dopo aver

distinto il dominio della realtà su cui operiamo con un algoritmo e le proprietà

dell’algoritmo, possiamo descrivere formalmente le operazioni di cui si avvale

quell’algoritmo indipendentemente dai contenuti

• la scienza cognitiva è una scienza di base; gli scienziati cognitivi si muovono alla ricerca di

meccanismi generali di elaborazione delle informazioni nonostante le differenze culturali

e di comportamento tra i vari gruppi umani

• i processi di elaborazione delle informazioni possono venire analizzati a diversi livelli.

Uno dei capisaldi della scienza cognitiva è proprio il ricorso a più livelli di analisi.

Scienza cognitiva si compone di cinque discipline:

psicologia

1. linguistica

2. informatica

3. filosofia

4. neuroscienze

5.

ciascuna di queste discipline mantiene la sua identità e si sviluppa indipendentemente anche

all’esterno del campo degli studi interdisciplinari costituito dalla scienza cognitiva.

Di certo è plausibile supporre che la nascita della scienza cognitiva influenzerà la storia

prossima della psicologia; questo perché per la prima volta la psicologia non è condizionata da

altri saperi ma anzi concorre alla creazione di una disciplina nuova in cui le problematiche

interagiscono e si arricchiscono con gli apporti delle altre discipline.

La scienza cognitiva è differente rispetto a tutte le altre grandi scuole che hanno fatto la storia della

psicologi. Non è un punto di vista sull’uomo ma al contrario è l’interazione di alcune tematiche che

tradizionalmente appartengono a discipline diverse ma che, con il loro sviluppo, hanno trovato un

terreno comune.

La nascita della scienza cognitiva ha trasformato il panorama della storia della psicologia, A

differenza di un secolo fa, rigore metodologico non equivale a controllo sperimentale in laboratorio,

perché la psicologia ha fatto sua un'altra tecnica, cioè la simulazione e la modellistica: si tratta di

costruire un modello stilizzato di una serie di dati o meccanismi psicologici e di controllare quanto

questo modello sia in grado di rendere conto dei dati noti e di descrivere e prevedere fenomeni

analoghi. Ma ovviamente, questo progresso, non ha fermato lo sviluppo dei settori di ricerca che

non interagiscono con questo nuovo approccio.

L'IMPATTO DELLE NUOVE TECNOLOGIE

Nell'ultimo decennio l'impatto è stato travolgente ed è diventato luogo comune parlare degli

smartphone come di estensioni della mente umana.

Se noi consideriamo qualsiasi strumento intelligente esterno, qualsiasi protesi del nostro corpo

come una forma di mente estesa, il processo è iniziato non appena l'homo sapiens ha iniziato a

disegnare le proprie imprese sulle pareti delle caverne.

In senso più ristretto, l'esternalizzazione della mente non è altro che la creazione di tecnologie che

riescono a integrare non solo l'uso delle mani potenziando i nostri arti, ma anche le capacità

mentali. La memoria è la prima funzione della mente a ricevere un grande aiuto grazie

all'invenzione della scrittura, amplificata oggi dall'aiuto della rete e delle nuove forme di

comunicazione. Alcune operazione oggi sono delegate a sistemi artificiali a noi esterni, dagli

elettrodomestici, fino ai sistemi immateriali e non localizzabili nell'ambiente come internet.

Passato il promo decennio del nuovo secolo, la scienza cognitiva è caratterizzata da due spinte non

convergenti: una spinta verticale, verso il basso, in direzione del cervello e una spinta orizzaontale,

verso l'esterno.

La spinta verticale ha prodotto varie divulgazioni scientifiche colte a far credere che le nuove

tecniche permettano di fotografare il cervello mentre produce i processi mentali. Stando così le

cose, le spiegazioni che fanno capo alla localizzazione dei processi cerebrali potrebbero, in linea

teorica, soppiantare i modelli della psicologia basati sulle funzioni mentali.

Diverso è invece l'uso continuo di menti esterne, come uno smartphone collegato alla rete,

introduce nuove strategie nell'uso delle capacità del cervello. Consideriamo ad esempio la ricerca di

Sparrow, Liu e Wegner (2011), che ha concluso che l'uso sistematico di Google conduce a un

cambiamento nelle strategie di recupero dei ricordi e delle conoscenze, integrando la memoria

naturale con quella artificiale, sempre disponibile e sicura. Arriviamo a non immagazzinare in

memoria tutte quelle informazioni che sappiamo di poter ritrovare nella memoria artificiale esterna.

PSICOTERAPIE E NUOVE TECNOLOGIE

Uno dei campi in cui nell'ultimo decennio sono stati fatti più progressi è l'efficacia delle terapie

psicologiche. Questi progressi hanno tuttavia lasciato sullo sfondo il quadro globale, e cioè il peso

complessivo delle disfunzioni sociali dovute a malattie mentali, non riuscendo ad alleviare in modo

amssiccio le sofferenze delle popolazioni, né i costi per le società di tali disfunzioni. Ne consegue

che la maggioranza delle persone che soffrono di disturbi mentali non riesce a venire curata

adeguatamente, soprattutto in alcuni strati della società statunitense (i neri e gli ispanici sono molto

meno assistiti dei bianchi). Le persone che richiederebbero assistenza non possono venire raggiunte

per una serie di motivi: dalla distribuzione geografica dei centri che somministrano le cure alle

barriere culturali tra chi le offre e chi dovrebbe riceverle.

Si è così aperto un nuovo fronte grazie alle nuove tecnologie che cercano di sopperire alle difficoltà

di distribuzione delle cure. La diffusione di internet offre grandi potenzialità, sono state provate

terapie a distanza per ridurre il fumo e l'uso di altre droghe ottenendo risultati promettenti, e sono

state condotte intere sessioni di psicoterapia tramite sedute telefoniche. Una forma più evoluta

sfrutta lo smartphone del cliente per localizzarlo e intervenire nei momenti di crisi. Gli stessi

disordini alimentari possono venire curati con scambi di sms per-programmati.

Mentre nelle terapie tradizionali la delega al terapeuta è totale, queste nuove tecniche possono

evolversi in forme di auto-apprendimento e, poi, di auto-aiuto.

Gli studi per adattare le varie forme di assistenza e psicoterapia a queste nuove tecniche distributive

costituiscono la sfida dei prossimi decenni.

LA CONOSCENZA SITUATA

La psicologia in questo XXI secolo sembra collocarsi all'interno di due assi: la mente sta sopra il

cervello, e da un lato abbiamo una spinta verso il basso, volta a collegare i meccanismi psicologici

alle loro localizzazioni cerebrali, dall'altro, si aggiunge una spinta verso l'esterno, innescata dal fatto


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lelesprint1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Sava Gabriella.

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