Storia della psicologia del Novecento
Capitolo 1: Due stili di psicologia all'inizio del secolo: Wundt e Brentano
1.1 Wundt e Brentano
Dopo la fondazione del primo laboratorio di psicologia a Lipsia nel 1879, erano emerse due correnti distinte (psicologia empirica di Brentano e la psicologia sperimentale di Wundt), due orientamenti che comunque rimanevano all’interno di una psicologia empirica in senso lato, che si era differenziata dalla passata psicologia razionale di tipo filosofico fondata su assunzioni metafisiche.
- Brentano rifiutava senz’altro la psicologia razionale, ritenendo che la psicologia dovesse basarsi su dati empirici (in questo senso era una “psicologia empirica”), ma affermava che il dato empirico era ottenibile con metodologie diverse, dall’osservazione alla sperimentazione, ma non esclusivamente con quest’ultima.
- Per Wundt il metodo sperimentale era essenziale per definire la psicologia come scientifica: essa era scientifica in quanto sperimentale.
Alla fine dell’Ottocento, Wundt e Brentano avevano quindi proposto due modi diversi di concepire la ricerca psicologica. Dal contrasto tra Wundt e Brentano (“Non c’è via di mezzo tra Brentano e Wundt” diceva Titchener) si può partire per definire alcuni aspetti principali della “nuova” psicologia agli inizi del Novecento (“The new psychology” si intititolava un libro scritto da Edward W. Scripture nel 1897). Solo durante gli anni ’10 di questo secolo la “nuova” psicologia si sarebbe definitivamente articolata in correnti e scuole differenti.
Si tratta di una caratterizzazione estrema di queste due grandi personalità della psicologia tra Ottocento e Novecento, che ci permette di comprendere come queste venivano “percepite” e differenziate nei primi decenni del secolo. Oggi Wundt e Brentano appaiono come psicologi molto più complessi e articolati sul piano teorico.
1.2 Il metodo sperimentale
Nel suo “Compendio di psicologia” (1896), Wundt aveva affermato che il metodo sperimentale e l’osservazione erano i due metodi fondamentali della psicologia.
- Il metodo sperimentale si basava sull’intervento “volontario” dell’osservatore che manipolava e controllava i processi psichici in esame.
- L’osservazione era invece adeguata per lo studio dei “prodotti dello spirito” (lingua, costumi) che non possono essere manipolati a volontà dal ricercatore.
Questi “prodotti” rientravano nella “psicologia sociale”, mentre i processi psichici affrontabili col metodo sperimentale (come la sensazione, percezione, memoria) facevano parte della psicologia individuale.
Nella sfera individuale non era possibile applicare il metodo dell’osservazione perché “l’intenzione stessa dell’osservare altera sostanzialmente il principio e il decorso del processo psichico” (Wundt). Il metodo sperimentale avrebbe invece conferito alla psicologia l’oggettività propria delle scienze naturali.
Nell’ambito della tradizione sperimentalista, il metodo sperimentale fu strettamente legato al problema dell’impiego dell’introspezione. Solo nel secondo decennio l’introspezione fu abbandonata e il riferimento ai dati soggettivi fu duramente respinto. Il problema dell’introspezione era stato trattato da Wundt nel saggio “Introspezione e percezione interna”.
Wundt aveva ben chiari i limiti dell’introspezione, intesa come personale e libera auto-osservazione. Gli stati psichici interni potevano essere analizzati solo se erano manipolati nel quadro di un esperimento psicologico dove si potessero riprodurre le stesse condizioni e si potessero controllare rigorosamente le variabili studiate.
Negli esperimenti di psicofisica di Fechner si variava l’intensità dello stimolo e si registravano le sensazioni del soggetto quali erano riferite verbalmente dal soggetto stesso in base al suo processo di introspezione. Così per Wundt l’analisi era limitata a fenomeni psichici, sensazioni e percezioni, che erano replicabili. I resoconti dei soggetti erano limitati alla percezione, riguardavano le caratteristiche fisiche degli stimoli (durata, intensità, grandezza…) ed erano sostanzialmente dei resoconti quantitativi; inoltre il soggetto doveva essere addestrato a compiere un lavoro introspettivo sistematico rigoroso e a riferire i dati introspettivi con una precisa terminologia.
L’esposizione più accurata del metodo introspettivo, lo “schema dell’introspezione”, si trova negli articoli scritti nel 1912 da Titchener, che era stato allievo di Wundt a Lipsia. Lo schema dell’introspezione da una parte si estendeva allo studio qualitativo dei fenomeni psichici, esclusi dal metodo della percezione interna di Wundt, dall’altra introduceva nuove caratteristiche nell’indagine.
In primo luogo fu accettato l’uso della “retrospezione”, la memoria dei fatti esperiti retrospettivamente, che era stato rifiutato da Wundt a favore della percezione immediata e diretta. Inoltre i resoconti soggettivi divennero una caratteristica costante e infine essenziale delle ricerche di laboratorio, mentre prima erano considerati solo un’informazione aggiuntiva. I resoconti soggettivi, fondati su una introspezione “provocata” e “sistematica” guidata dalla “interrogazione” dello sperimentatore divennero fondamentali nelle ricerche condotte dalla scuola di Wurzburg sul pensiero e sulla volontà, temi scartati dalle indagini sperimentali di Wundt. In questo modo ci si orientava verso una raccolta qualitativa di dati (resoconti) soggettivi piuttosto che sulla misurazione di dati quantitativi; lo sperimentatore diveniva più attivo, partecipava con le sue domande al decorso dell’indagine introspettiva.
L’altro aspetto problematico della metodologia era rappresentato dai soggetti impegnati nell’indagine. I soggetti erano generalmente gli stessi psicologi che sperimentavano su loro stessi, oppure erano gli allievi di questi professori di fisiologia, psicologia o filosofia. L’introduzione del metodo sperimentale nella ricerca psicologica fu realizzata con la fondazione di specifici laboratori di psicologia in Europa e Nord-America tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
I progetti di ricerca richiedevano all’interno di una data area (sensazione, percezione, attenzione, ecc.) di indicare gli stimoli e i loro parametri manipolabili (intensità dello stimolo, numero sillabe da memorizzare...) per verificarne l’effetto sul processo indagato. Questo effetto poteva essere studiato ricorrendo a misure oggettive, come i tempi di reazione, o a resoconti soggettivi derivati dall’introspezione “controllata” dei soggetti. Il tempo di reazione era divenuto il metodo rappresentativo della psicologia sperimentale.
Il fisiologo olandese Donders aveva condotto una serie di esperimenti che consentivano di distinguere tra tempo di reazione “semplice” (tempo impiegato per rispondere ad un solo stimolo) e “composto” (tempo impiegato per rispondere ad uno stimolo tra più stimoli). La differenza tra il tempo di reazione semplice e quello composto (mediante una “procedura sottrattiva” o “metodo della sottrazione”) avrebbe indicato il tempo aggiuntivo necessario per compiere un’operazione psichica come una discriminazione tra due stimoli, un giudizio...
La “cronometria mentale”, elaborata da Donders, Wundt e altri, avrebbe consentito di determinare i tempi necessari per le varie operazioni psichiche nelle loro componenti sensoriali, in quelle propriamente psichiche e in quelle motorie. Le ricerche sui tempi di reazione, da una parte, avevano messo in risalto una proprietà fondamentale dei processi psichici, la loro dimensione temporale, ma dall’altra avevano favorito una concezione semplicistica dei processi psichici stessi, che potevano essere addizionati e sottratti come se fossero blocchi separati e distinti. Una critica del genere fu sollevata da vari psicologi della scuola di Wurzburg.
Altro grande centro della psicologia sperimentale in Germania fu l’università di Gottinga dove insegnò Georg Müller, che si dedicò in particolare allo studio della memoria (scrisse: “Sull'analisi dell'attività mnestica e il decorso della rappresentazione”). Le sue ricerche sono un altro esempio dell’applicazione del metodo sperimentale nella ricerca psicologica. Il materiale da memorizzare era presentato al soggetto con un apparecchio che consentiva di regolare la durata di esposizione e l’intervallo tra uno stimolo e l’altro.
Tra i metodi di presentazione degli stimoli vi era:
- Metodo degli stimoli azzeccati (Muller e Pilzecker): alla presentazione di una sillaba il soggetto deve richiamare dalla memoria un’altra sillaba che seguiva ad essa in un elenco appreso in precedenza.
- Metodo delle coppie associate: devono essere memorizzati elementi tra loro accoppiati, senza alcuna relazione come un numero e una parola, e si studia l’effetto della ripetizione delle coppie, la posizione delle coppie nella lista...
Nel ventennio 1890-1910 si ebbe quindi una graduale trasformazione nell’ambito delle ricerche psicologiche basate sul metodo sperimentale. All’inizio le ricerche erano condotte in laboratori improvvisati, con strumenti prototipi, con psicologi che erano a turno i soggetti e gli sperimentatori. Successivamente si delineò l’ambiente tipico del laboratorio di psicologia (stanze, sonorizzazione, illuminazione...) con la disposizione degli strumenti e l’elenco delle procedure.
Negli esperimenti di psicofisica si era posto il problema della quantificazione delle variabili studiate. Tuttavia fu solo dopo il 1888 con un articolo dell’inglese Galton, che si diffuse in psicologia l’uso di analisi statistiche. Nella nuova psicologia sperimentale – statistica convergevano due tradizioni:
- Da una parte le ricerche di laboratorio dedicate allo studio dei processi psichici nella loro struttura e nel loro funzionamento comuni a tutti gli individui umani.
- Dall’altra le ricerche sulle differenze individuali nelle prestazioni mentali.
Le differenze individuali riscontrate nelle ricerche di laboratorio furono ricondotte all’interno di una concezione statistica che configurava tali differenze come “errori di misurazione”, dati che si disperdono rispetto ad un valore medio che misura la prestazione tipica della mente umana. Il metodo sperimentale e la statistica si integravano per delineare le proprietà fondamentali delle funzioni mentali. La “nuova psicologia”, al pari delle scienze naturali, avrebbe assunto la mente come un prodotto di laboratorio, generalizzabile nella sua struttura e nelle sue funzioni a tutti gli individui. Questa impostazione avrebbe incontrato più di una critica all’interno dello stesso ambiente sperimentalista nord-americano per cui si sarebbe gradualmente rivalutata la differenziazione individuale nel comportamento effettivo dei soggetti.
1.3 Il metodo fenomenologico
Il metodo usato nella tradizione brentaniana non fu concepito sempre come un capitolo a sé, introduttivo alla scienza psicologica. Si può partire da una famosa pagina del filosofo Edmund Husserl, allievo di Brentano, in cui si descrive il modo in cui la coscienza dell’uomo si apre alla realtà:
“Sono consapevole di un mondo che si estende infinitamente nello spazio, e che è ed è stato soggetto a un infinito divenire nel tempo. Esserne consapevole significa anzitutto che trovo il mondo immediatamente e visivamente dinnanzi a me. Grazie alle diverse modalità della percezione sensibile, al vedere, al toccare, all’udire, ecc… le cose corporee sono in una certa ripartizione spaziale qui per me, mi sono alla mano, in senso letterale e figurato, sia che io presti o non presti loro attenzione. Anche gli uomini sono qui per me; e, parlando con loro, comprendo quali siano le loro rappresentazioni, i pensieri, quali sentimenti si muovano in loro, che cosa desiderino e vogliano. Ma non è necessario che essi, e gli altri oggetti, si trovino nel mio campo di percezione. La realtà la trovo in quanto, in un’esperienza omogenea e mai interrotta, la trovo come esistente e la assumo esistente, così come essa mi si offre. Qualunque nostro dubbio sui dati del mondo naturale non modifica affatto la tesi generale dell’atteggiamento naturale.”
Questo passo di Husserl sull’”atteggiamento naturale” della coscienza esemplifica due aspetti importanti del metodo fenomenologico:
- Da una parte il riferimento al mondo quale appare alla mia coscienza, il mio mondo fenomenico;
- Dall’altra – il programma della fenomenologia husserliana – la necessità di descrivere questo mondo fenomenico, al di là dei pregiudizi e preconcetti delle scienze naturali.
Lo psicologo che impiegava il metodo fenomenologico usava uno stile di ricerca e di illustrazione delle proprie indagini lontano da quello degli psicologi di laboratorio: lo stile del fenomenologo era più personale. Il metodo fenomenologico si collocava in una prospettiva più generale di studio dei processi psichici, in cui si privilegiava la dimensione dell’esperienza psichica individuale. Bisogna riferirsi ad una letteratura filosofica: testi importanti per delineare tale impostazione sono i saggi del filosofo Dilthey, per cui “noi spieghiamo la natura, mentre comprendiamo la realtà psichica”.
La realtà esterna può essere studiata con i metodi delle scienze naturali, ma la realtà interna non è riducibile a leggi generali e non è smembrabile in fenomeni distinti. Alla psicologia esplicativa ispirata alle scienze naturali si contrappone la scienza descrittiva basata sul comprendere. Attraverso il comprendere si coglie la dimensione interiore dell’individuo. Allo stesso tempo il comprendere me stesso permette di comprendere l’altro da me nella sua stessa individualità; l’altro non è un oggetto naturale ai fini di un’indagine deterministica, ma è al pari di me un altro io, è portatore di altre significative esperienze vissute che devono essere disvelate.
La comprensione è allo stesso tempo interpretazione. Occorre un’opera continua di tessitura e attribuzione di senso delle esperienze vissute; diviene allora centrale il metodo dell’interpretazione secondo Dilthey. Sul piano delle indagini strettamente psicologiche, il metodo fenomenologico permetterà di conseguire i risultati più significativi nello studio dei fenomeni percettivi. Infine, il metodo fenomenologico caratterizzerà la psichiatria fenomenologica.
1.4 La struttura dei processi psichici
È opportuno riassumere i due tipi fondamentali di struttura dei processi psichici, formulati da Wundt e Brentano.
- La psicologia di Wundt era una psicologia dei contenuti dell’esperienza quali sono esperiti dal soggetto. Le scienze naturali avrebbero invece studiato gli stessi contenuti prescindendo dal soggetto stesso. Wundt distingueva chiaramente la psicologia dalle scienze naturali: il punto di vista della scienza naturale può essere designato come quello dell’esperienza mediata, mentre il punto di vista psicologico, può essere detto dell’esperienza immediata.
- L’esperienza immediata è un complesso di fatti psichici, che attraverso l’indagine psicologica possono essere scomposti in “elementi psichici”, che sono da una parte gli elementi della sensazione o sensazioni (versante oggettivo. ad es. un suono), dall’altra gli elementi del sentimento o sentimenti (versante soggettivo). Gli elementi di sensazione e sentimento si compongono in formazioni psichiche dotate di proprietà diverse da quelle dei singoli elementi, di proprietà nuove.
Le formazioni psichiche sono di 2 tipi:
- Sul versante cognitivo vi è la rappresentazione data dai composti di elementi di sensazione,
- Su quello affettivo vi è il moto d’animo dato da elementi di sentimento.
Le formazioni psichiche si connettono infine tra loro dando origine alla vita psichica nel suo complesso. Compito della ricerca psicologica non è solo la scomposizione della vita psichica prima nelle formazioni e poi negli elementi costituenti, ma anche quello dello studio delle leggi di connessione tra gli elementi e le formazioni. La teoria di Wundt è stata denominata “elementismo” o “chimica mentale”, perché avrebbe ridotto la vita psichica a “composti” di elementi separati (come atomi di una molecola). Ma in effetti Wundt non parlava di “composto”; per Wundt l’analisi permetteva di trattare separatamente gli elementi e di sottoporli ad un’indagine sperimentale in cui si manipolavano le proprietà di tali elementi.
Il metodo sperimentale si confaceva allo studio analitico degli elementi psichici (sensazioni) ma non allo studio delle formazioni psichiche complesse quali nei processi superiori, come il linguaggio e la formazione dei concetti. Occorre senz’altro ridimensionare le critiche a Wundt di avere semplificato la vita psichica, riducendola a combinazione di elementi semplici. Tuttavia è indubbio che la dinamicità dei processi psichici era messa in maggior risalto nell’impostazione di ricerca opposta a Wundt: la teoria di Brentano.
Per Brentano la psicologia era la scienza dei processi mentali in quanto tali, nel loro agire e procedere. L’accento è posto sull’esperire stesso (sul sentire, sul provare sentimenti, sul pensare). Brentano affermò qual era l’oggetto della psicologia nel momento in cui delineava ciò che effettivamente avrebbe contraddistinto il fenomeno psichico rispetto a quello fisico. L’oggetto è sempre presente, è immanente nell’atto psichico, non è distaccato.
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