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sequenze e combinazioni di frequenze diverse, che sono riconosciute grazie alle competenze cognitive del

cervello; per elaborare questa informazione complessa occorre che i neuroni delle aree uditive e di altre

quindi le analisi che ciascun neurone ha

regioni della corteccia cerebrale interagiscano tra loro, integrino

risulta che vi è una forte dominanza di un emisfero

compiuto in modo specifico; se per il linguaggio verbale

sembra necessaria l’integrazione tra le funzioni dei 2 emisferi seppure con

sull’altro (sinistro), per la musica

una tendenza alla dominanza funzionale dell’emisfero destro

III. La percezione visiva.

l’identificazione di un oggetto visivo implica 2 processi (descrizione e confronto) che sono i 2 principali stadi

di elaborazione dell’informazione visiva:

sono implicati i processi visivi che descrivono lo stimolo, indipendentemente dal

nello stadio primario

nei primi decenni del 900)

significato dell’oggetto (studiati per la prima volta dalla Gestalt

vengono implicati processi più complessi: attraverso il

nello stadio secondario (di elaborazione cognitiva)

una configurazione-stimolo viene

confronto con le tracce depositate in memoria (tracce mnestiche),

identificata come un oggetto noto

vi sono 2 tipi di elaborazione:

dal basso verso l’alto: si fonda su un’analisi delle parti che sono presenti nello stimolo ed è guidata dai

dati sensoriali; l’identificazione avviene dopo che sono state colte e analizzate le informazioni contenute nello

stimolo si fonda sulle tracce contenute in memoria dall’osservatore; si utilizzano le

dall’alto verso il basso:

conoscenze acquisite in precedenza e, sulla base di queste, l’osservatore formula un’ipotesi in relazione a

quali oggetti hanno maggiore probabilità di essere presenti in quel momento

qualsiasi percezione richiede un’interazione tra l’informazione sensoriale e le conoscenze possedute relative

dal grado di conoscenza che si ha

allo stimolo; la misura in cui intervengono questi 2 processi dipende

dell’oggetto in esame e dal contesto in cui esso è inserito più importante di altri

per l’identificazione di uno stimolo visivo la forma sembra una proprietà essenziale,

attributi come il colore, la grandezza o l’orientamento; la descrizione delle caratteristiche salienti di un

oggetto è depositata in memoria; tuttavia, per identificare un oggetto occorre anche che vi sia una quantità

le proprietà fondamentali di uno stimolo visivo analizzate dai neuroni

minima di informazione nell’ambiente;

delle aree corticali visive sono:

*

frequenza spaziale

lunghezza d’onda

#

orientamento

movimento

* il sistema visivo umano è sensibile ad una ristretta gamma di frequenze spaziali (frequenze spaziali basse =

= suoi dettagli); attraverso una sequenza di

informazione sulla configurazione globale dello stimolo, alte

(frequenze spaziali basse alte) si passa gradualmente dalla

fotografie sottoposte a filtraggio spaziale

percezione di una configurazione-stimolo poco riconoscibile ad una che viene riconosciuta in tutti i suoi

dettagli

# per alcuni studiosi l’identificazione di un oggetto è indipendente dall’orientamento con cui si presenta;

teoria indipendente dal punto di vista, cioè indipendente dai modi in cui l’osservatore ha visto lo stesso

oggetto nel corso della sua esperienza

secondo altri ricercatori, invece, la rappresentazione dell’oggetto è depositata in memoria con uno

specifico orientamento, detto anche orientamento canonico; l’identificazione di un oggetto rovesciato

dell’immagine fino alla

avverrebbe perché nella mente dell’osservatore sarebbe stata operata una rotazione

sua coincidenza con la traccia mestica la

un’altra teoria sostiene che in memoria è depositato più di un orientamento dello stesso oggetto;

proprietà dell’orientamento assume un peso diverso a seconda del tipo di stimoli, animali o veicoli, vegetali o

utensili; l’analisi dell’orientamento è quindi legata alla classe, o categoria, cui appartiene l’oggetto

le teorie che sono state proposte dagli anni 50 fino agli ultimi decenni sulle componenti fondamentali di una

configurazione-stimolo (pattern) depositate in memoria ai fini della sua identificazione, hanno avuto come

una concezione a suo tempo abbastanza diffusa, nota come teoria del

punto di partenza il superamento di

confronto di sagoma: il pattern sarebbe identificato confrontandolo sistematicamente con le varie sagome

disponibili fino a trovare la sagoma che gli corrisponde meglio il limite evidente è che non spiega come si

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possano identificare configurazioni-stimolo diverse per grandezza, orientamento, forma, .. paradossalmente,

occorrerebbe aver memorizzato un numero elevatissimo di sagome relative a tutte le variazioni possibili dei

di riconoscere nuove versioni di uno stimolo delle quali non si posseggono

pattern; inoltre non consentirebbe

sagome in memoria, oppure versioni di cui non si ha mai avuto esperienza prima

sviluppati nuovi modelli esplicativi:

teoria dell’analisi delle caratteristiche: si basò sull’assunto che lo stimolo visivo è costituito da un

insieme di caratteristiche, proprietà e attributi essenziali che lo distinguono rispetto ad un altro; la

descrizione strutturale basata sull’analisi delle caratteristiche avrebbe dovuto consentire di superare il

problema della variazione di alcuni parametri dello stimolo Selfridge ideò un programma per computer

perché ipotizzava che alcuni demoni-neuroni sarebbero

per l’identificazione di pattern: Pandemonium,

specializzati per riconoscere caratteristiche specifiche; il modello prevedeva una sequenza di stadi in cui

gruppi di demoni specializzati svolgono una serie di operazioni: registrazione dell’immagine, rilevazione delle

linee, elaborazione cognitiva, decisione finale che porta all’identificazione Gibson elaborò un sistema di

identificazione delle lettere dell’alfabeto: il riconoscimento di una lettera avverrebbe confrontando le

caratteristiche contenute nella lettera-stimolo con quelle proprie delle varie lettere dell’alfabeto (proprietà

depositate nella memoria); quanto più 2 lettere condividono le stesse caratteristiche, tanto più sarebbe

possibile confonderle le teorie basate sull’analisi delle caratteristiche ebbero una notevole diffusione

perché concordavano con le scoperte neurofisiologiche sull’esistenza di neuroni della corteccia visiva

specializzati nell’analisi di caratteristiche specifiche dello stimolo

si diffuse anche l’ipotesi che esistessero neuroni (unità cognitive), o gruppi di neuroni,

negli anni 70

molto in alto nella gerarchia degli stadi di elaborazione cognitiva, dedicati al riconoscimento di stimoli

complessi: animali, vegetali, utensili, facce per quanto l’ipotesi di sistemi neuronali specializzati per

l’elaborazione di specifiche classi di oggetti visivi sia stata riproposta dopo i risultati delle ricerche con le

tecniche di neuroimmagine, resta ancora da chiarire quali siano le proprietà dello stimolo che vengono

analizzate ai fini della sua identificazione

secondo gli orientamenti più recenti non verrebbe effettuata una scomposizione e/o ricomposizione delle

caratteristiche dello stimolo (teorie dell’analisi delle caratteristiche); l’elaborazione cognitiva che produce

l’identificazione si fonderebbe piuttosto sull’interazione e integrazione tra le varie componenti fisiche dello

stimolo, sulle loro relazioni strutturali secondo la teoria dell’integrazione delle caratteristiche di

Treisman, la percezione di un oggetto:

richiede in primo luogo la registrazione di alcune caratteristiche salienti dello stimolo; il primo stadio,

definito individuazione delle qualità primarie, è automatico e implica un’elaborazione parallela (rilevazione

simultanea di tutte le qualità primarie relative a tutti gli stimoli presenti nel nostro campo visivo)

solo quando si realizza successivamente l’integrazione di queste qualità in componenti di ordine

superiore si ha la percezione dell’oggetto; il secondo stadio, definito integrazione delle qualità primarie,

implica un processo controllato dall’attenzione e coinvolge un’elaborazione seriale

un’altra teoria è stata proposta da Biederman: contrariamente ad altre teorie (Treisman) che si

focalizzano sulle fasi iniziali del processo percettivo, la teoria del riconoscimento per componenti

privilegia uno stadio più avanzato lungo la direttrice dal basso verso l’alto; il processo percettivo iniziato con

l’individuazione e l’integrazione delle qualità primarie deve necessariamente prevedere un’ulteriore

integrazione di ordine superiore che conduca all’individuazione delle parti o componenti di un oggetto;

il

assume che un oggetto consista di un insieme di componenti o semplici volumi chiamati geoni;

riconoscimento di un oggetto dipende dall’identificazione dei geoni che lo compongono e dalle relative

relazioni spaziali che vi intercorrono

IL SISTEMA VISIVO uno strato di recettori

l’informazione visiva è costituita dalla luce riflessa dagli oggetti che cade sulla retina,

si attivano maggiormente durante la visione diurna e

localizzato sulla superficie interna dell’occhio; i coni si attivano in condizioni di basso livello di luminosità

sono specializzati per la forma e il colore; i bastoncelli

(visione crepuscolare)

LA PERCEZIONE DECONDO LA TEORIA DELLA GESTALT

le teorie psicologiche dominanti nel primo decennio del 900 sostenevano che la percezione di un oggetto era

il prodotto dell’associazione e della combinazione di elementi sensoriali distinti la teoria della forma, o

teoria della Gestalt, sviluppatasi dopo le ricerche di Wertheimer sulla percezione del movimento apparente,

sostenne invece che la percezione non dipende dagli elementi, ma dalla strutturazione di questi

elementi in un insieme organizzato (Gestalt = forma, struttura, pattern); l’organizzazione prevale sugli

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elementi, li struttura in un insieme per cui essi diventano una figura che si differenzia dal resto (lo sfondo)

in base alle quali

del campo di stimolazione; Wertheimer descrisse varie leggi dell’organizzazione percettiva,

ogni forma è una figura che si stacca dallo sfondo in base ad una particolare organizzazione degli elementi; il

(uno dei principali esponenti italiani della teoria della forma) è un esempio di figura dai

triangolo di Kanizsa

contorni illusori, non presenti nel campo di stimolazione, è la dimostrazione di come la mente percepisca una

forma anche se mancano alcuni elementi sensoriali il riconoscimento di queste figure illusorie e di quelle

incomplete è stato interpretato dagli psicologi cognitivisti secondo un’ipotesi costruzionista: la mente vede le

figure in base a schemi e tracce mnestiche che essa sovrappone sugli elementi o, in altri termini, la figura è

costruita dalla mente sulla base degli elementi sensoriali disponibili

BOX n. 4. TECNICHE DI RICERCA

i processi mentali possono essere studiati con metodi differenti, ma i risultati più importanti della psicologia

contemporanea sono stati conseguiti in ricerche nelle quali si potevano confrontare dati ottenuti con

metodiche e tecniche diverse: (registrazione del tempo che intercorre tra la presentazione dello stimolo

metodo del tempo di reazione

la misurazione dei tempi impiegati dalla mente per

e la risposta data dal soggetto) cronometria mentale:

compiere l’elaborazione dell’informazione relativo alle

ci si può chiedere se la differenza nel tempo di elaborazione riguarda lo stadio primario,

caratteristiche fisiche (i 2 tipi di stimoli potrebbero essere diversi per forma, grandezza, ..), oppure lo stadio

secondario, o cognitivo, necessario per decidere che lo stimolo presentato è un animale e non un veicolo o

viceversa si pongono degli elettrodi sulla testa del soggetto e si registrano le variazioni di potenziale

elettrico che si generano dopo la presentazione degli stimoli (queste risposte elettrofisiologiche sono

denominate potenziali correlati ad eventi o ERP); permette di indagare i processi interni alla mente, i

processi non manifesti, non visibili, inaccessibili all’indagine sperimentale (contrariamente alla tecnica del

tempo di reazione)

negli ultimi 2 decenni, è stato possibile localizzare quali parti del cervello sono coinvolte nei vari processi

su pazienti sia delle tecniche di

cognitivi attraverso l’impiego sia delle registrazioni intracraniche

neuroimmagine su soggetti normali oppure su pazienti a seconda della localizzazione della lesione, si

produce un disturbo specifico dei processi cognitivi

IV. Il riconoscimento di facce.

la faccia è probabilmente la configurazione-stimolo più importante per la specie umana; fin dai primi giorni di

vita il bambino entra in relazione con il mondo esterno attraverso la faccia della madre o di un adulto; la

faccia diverrà in seguito una fonte importante di comunicazione degli stati emotivi, il canale principale della

comunicazione non verbale; negli ultimi decenni condotte molte ricerche sui processi responsabili

dell’identificazione delle facce:

le ricerche condotte sulle scimmie hanno individuato alcune cellule della corteccia temporale inferiore

che sono specializzate per il riconoscimento della facce

altre ricerche hanno affrontato il problema di quali siano le caratteristiche fisiche rilevanti per

l’identificazione di una faccia; le frequenze spaziali sono indubbiamente la caratteristica fondamentale; un

neonato differenzia la faccia da altre configurazioni-stimolo molto presto, ma potrà discriminare una faccia

da un’altra soltanto qualche mese più tardi

ci sono molti dati sugli effetti delle lesioni cerebrali in persone adulte e sullo specifico disturbo della

percezione visiva denominato prosopoagnosia (mancato riconoscimento delle facce): questi pazienti

riconoscono che quello che vedono sono delle facce, ma non sanno di chi sono, neppure se si tratta di facce

a loro familiari

la specializzazione neuronale per il riconoscimento delle facce è considerata uno degli esempi tipici di

della corteccia cerebrale: ogni modulo è un insieme organizzato di neuroni che

organizzazione a moduli

hanno funzioni diverse, ma allo stesso tempo interagiscono tra loro ai fini dell’elaborazione di una particolare

ad una particolare regione

classe di stimoli: modulo per le facce, per il linguaggio verbale, ..; un danno

corticale può distruggere un modulo, e di conseguenza la capacità di elaborare l’informazione relativa,

mentre viene conservata la capacità di elaborare altri tipi di informazione mediante i moduli rimasti integri

V. La categorizzazione dell’informazione.

una delle aree di ricerca più importanti della psicologia cognitiva contemporanea riguarda la relazione tra i

processi di percezione e i processi di categorizzazione:

ci riferiamo in primo luogo al fenomeno per cui di fronte ad una variazione continua di una dimensione o

*

di una proprietà fisica dello stimolo, l’osservatore percepisce regioni discontinue o discrete 25

tuttavia attualmente questo problema riguarda anche la discriminazione tra oggetti relativamente simili

#

sul piano fisico, ma che vengono distinti in base a caratteristiche di tipo cognitivo

* l’esempio più chiaro riguarda la categorizzazione dei colori; il colore è una proprietà percettiva che dipende

il sistema visivo della specie umana ha

da una caratteristica fisica dello stimolo visivo, la lunghezza d’onda;

una ristretta finestra sensoriale per lo spettro elettromagnetico; il continuo della variazione in lunghezza

d’onda è percepito come composto da regioni cromatiche qualitativamente diverse, chiamate aree focali:

area del rosso, del blu, ..; in tutte le culture i colori vengono percepiti secondo categorie distinte in relazione

al livello di sviluppo della propria lingua: nelle culture più povere linguisticamente esistono solo 2 categorie

una cultura più avanzata avrà anche il nome per gli altri colori, secondo una progressione precisa

# il processo di categorizzazione avviene anche a livelli cognitivi più complessi, nei casi in cui non si tratta

tanto di segmentare il continuo di una qualità fisica (come il colore), ma di distinguere stimoli tra di loro

relativamente simili, di raggrupparli o differenziarli da altri stimoli; se vediamo un oggetto per strada e lo

identifichiamo come un cane, sono intervenuti vari processi che hanno portato alla sua identificazione

(analisi delle sue caratteristiche fisiche) e al suo confronto con una traccia depositata in memoria; questa

traccia ci permette di riconoscere che lo stimolo è un cane sia che vediamo un alano o un bassotto; il cane

di animali che sono appunto i cani; i tipi specifici di cane

rappresenta il tipo o prototipo della classe

del prototipo più astratto cane; ci sono almeno 2 problemi:

rappresentano gli esemplari concreti

1) relazione tra il prototipo e gli esemplari

2) relazione tra i vari prototipi

1) lo stimolo viene assegnato ad una categoria in base ad un numero limitato di caratteristiche

fondamentali descritte nel prototipo; queste caratteristiche descriverebbero il prototipo della categoria; molte

ricerche sono state dedicate ad individuare il processo di formazione del prototipo e quindi della scelta

progressiva delle caratteristiche rilevanti; vi sono 2 modelli principali:

per cui il prototipo di riferimento con cui confrontare

il primo si basa sul concetto statistico di moda,

l’informazione in entrata è dato dall’esemplare che si è presentato con maggiore frequenza all’osservatore

per cui il prototipo è dato dai valori medi degli attributi

l’altro si basa sul concetto statistico di media,

principali (es: pelo, muso, zampe, coda, ..) degli esemplari che si sono presentati all’osservatore nel corso

della sua esperienza

il prototipo di cane è un cane medio che non troviamo in natura; tuttavia, quando ci viene presentato lo

identifichiamo certamente come un cane, anche se questo specifico esemplare non esiste uno dei

2) l’altro problema fondamentale è costituito dall’organizzazione di categorie diverse tra loro;

modelli fondamentali è quello presentato dalla Rosch che descrive un’organizzazione con 2 dimensioni:

(es: strumento musicale,

nella dimensione verticale vi sono 3 livelli: sovraordinato, base e subordinato

chitarra, chitarra folk); lungo la dimensione verticale si va dal generale al particolare o viceversa

nella dimensione orizzontale si può entrare ad ogni livello e descrivere qual è l’esemplare più tipico di

altri (es: al livello di base relativo alla categoria strumento musicale l’esemplare più tipico è forse proprio la

chitarra, mentre al livello subordinato tra le varie chitarre potremmo indicare la chitarra folk) è

questa organizzazione dei prototipi, che può essere concepita come una rete, o come un albero gerarchico,

a partire dalla fine degli

stata oggetto di studio approfondito nelle ricerche relative alla memoria semantica

anni 60: in questi primi studi era stata messa in evidenza l’organizzazione gerarchica ed erano stati studiati i

temi di elaborazione necessari per compiere le operazioni cognitive ai vari livelli della rete attualmente si

ritiene che i principi di funzionamento della rete siano dipendenti da una suddivisione molto più generale tra

categorie: tra la macrocategoria degli oggetti viventi e la macrocategoria degli oggetti non viventi; questa

nuova concezione dell’organizzazione delle categorie ha avuto origine dalle ricerche su pazienti cerebrolesi e

sono stati confermati attraverso ricerche di neuroimmagine; la differenziazione tra le 2 macrocategorie

sarebbe fondata su tipi diversi di elaborazione, che sarebbero basati, per gli animali e i vegetali, sui dettagli

visivi e, per le cose non viventi, sugli aspetti funzionali e strumentali; nella formazione del prototipo sembra

comunque importante l’orientamento che le cose, viventi e non viventi, hanno normalmente nello spazio

VI. L’immaginazione.

è come se avessimo internamente uno schermo sul quale proiettiamo una diapositiva: quella relativa alla

rappresentazione prototipica di un oggetto che abbiamo nella nostra memoria; su questo schermo vediamo

è un prodotto mentale, un’immagine; le

l’oggetto, ma questa figura non è data da uno stimolo esterno:

immagini visive sono il prodotto di un processo cognitivo che solo nell’epoca dello sviluppo del cognitivismo è

(≠ immaginazione

stato considerato un processo a sé; tale processo viene denominato immaginazione

creativa, attività mentale creativa che sconfina nella fantasia); l’immaginazione ha molte proprietà strutturali

e funzionali analoghe a quelle della percezione: 26

come gli occhi esplorano lo spazio esterno, così vi è una sorta di occhio interno che compie

un’operazione di esplorazione sulle immagini che compaiono sullo schermo mentale

come il campo visivo che abbiamo davanti agli occhi ha un’estensione limitata, così anche lo schermo

mentale ha un’estensione definita, con una parte centrale in cui le immagini appaiono più nitide

(un contributo fondamentale per lo sviluppo delle ricerche sull’immaginazione venne dagli esperimenti di

rotazione mentale: i soggetti immaginavano i 2 oggetti e li facevano ruotare nel loro spazio mentale

tridimensionale fino a quando potevano verificare se le 2 immagini si sovrapponevano o no; il compito di

rotazione richiedeva tanto più tempo di esecuzione quanto maggiore era la differenza angolare tra i 2

disegni)

sebbene vi siano forti analogie tra la percezione e l’immaginazione, sono state però messe in evidenza anche

delle differenze importanti sui relativi processi visuo-spaziali; secondo la teoria del doppio codice di Paivio, le

operazioni fondate sull’informazione visiva (esterna nella percezione e interna nell’immaginazione) si

distinguono dalle operazioni fondate sull’informazione verbale; sebbene entrambi i codici intervengano nei

con persone che privilegiano il

processi della cognizione umana, vi sarebbero notevoli differenze individuali,

codice visivo e altre il codice verbale nella rappresentazione del mondo e nella soluzione dei problemi

VII. L’attenzione.

attenzione selettiva: processo attivo secondo cui l’attenzione seleziona un determinato tipo di informazione

(in base a interessi e aspettative) e focalizza su di esso i processi di elaborazione cognitiva anni 50,

Broadbent: per spiegare perché, rispetto al flusso di stimoli in entrata la mente operasse solo su alcuni di

il filtro avrebbe operato in relazione alle finalità, ai

essi, suppose che intervenisse un sistema di filtraggio;

compiti e alle aspettative del soggetto, selezionando gli stimoli rilevanti e scartando quelli irrilevanti; questa

selezione sarebbe avvenuta dopo una prima analisi delle caratteristiche fisiche degli stimoli

si sono quindi spostate gradualmente, a cominciare dagli anni 80, dallo

le ricerche della psicologia cognitiva

studio dell’attenzione come selezione di informazione (attenzione selettiva) al problema dell’attenzione

distribuita su più compiti (attenzione divisa):

tra le ricerche più interessanti ci furono quelle di Hirst e Kalmar: i soggetti potevano prestare attenzione

simultaneamente a 2 compiti di natura diversa, compiendo un minor numero di errori che nella situazione in

cui i 2 compiti erano uguali interferenza strutturale: l’esecuzione di un compito interferisce sull’altro se

essi condividono lo stesso tipo di elaborazione, ad esempio verbale (come memorizzare informazione verbale

trasmessa dall’esterno, mentre si legge ad alta voce il brano di un libro) è in questo caso che

l’attenzione si sposta ora su un compito ora su un altro

interverrebbe l’attenzione selettiva: e con minore effetto sulla prestazione, se i compiti

l’attenzione può essere divisa più facilmente,

riguardano abilità diverse o se vengono utilizzate risorse cognitive diverse; in questo contesto di ricerche

l’attenzione non è considerata come un’unica risorsa, ma come un sistema di organizzazione di risorse

cognitive che vengono dislocate in funzione della complessità del compito e delle istruzioni:

il compito che riceve la quota di risorse sufficiente per una prestazione ottimale, o che comunque

viene privilegiato (es: guidare l’automobile), è definito compito primario

il compito che riceve la quota residua di risorse, e che perciò non sarà eseguito allo stesso livello di

(es: ascoltare la radio mentre si guida)

prestazione, viene definito compito secondario

curve POC (molto diffuse nelle ricerche di psicologia cognitiva applicata, nelle quali si studia la

dislocazione delle risorse attentive in situazioni complesse)

distinzione tra elaborazione controllata ed elaborazione automatica, cioè tra azioni compiute sotto il controllo

continuo dell’attenzione, in modo consapevole, e operazioni svolte rapidamente senza l’impiego di risorse

attentive studiato anche il processo per cui si passa da azioni controllare ad azioni automatiche (come

quando si apprende a guidare l’automobile) questa distinzione non è più al centro dell’interesse dei

ricercatori attuali

se nel modello di Broadbent l’attenzione era un sistema di filtraggio dell’informazione in entrata, nei modelli

(sistema attenzionale

attuali essa è considerata un sistema di controllo delle operazioni cognitive

supervisore): l’attenzione interviene nella selezione tra un processo cognitivo e l’altro qualora questi siano in

conflitto tra loro (selezione competitiva)

VIII. La coscienza.

la ricerca svolta nei laboratori di psicologia sperimentale alla fine dell’800 e nel primo 900 era spesso fondata

sul metodo dell’introspezione; esso era strettamente legato alla consapevolezza da parte del soggetto del

lavoro psichico che stava eseguendo il comportamentismo sostenne che il metodo introspettivo, fondato

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sulla coscienza, non permetteva di acquisire dati oggettivi e verificabili sui processi psichici: alla dimensione

soggettiva e privata dei fatti della coscienza si preferiva la dimensione oggettiva e pubblica dei dati del

la coscienza non comparve più come tema delle ricerche di

comportamento manifesto fino agli anni 60

psicologia: (persone

un nuovo interesse si sviluppò grazie ai risultati delle ricerche sui pazienti con cervello diviso

alle quali, per motivi terapeutici, erano state sezionate le connessioni del corpo calloso che uniscono i 2

emisferi cerebrali); questi pazienti erano coscienti delle operazioni mentali che compivano sulla base di

quanto avevano appreso e memorizzato con un emisfero; successivamente, essendo state sezionate le

connessioni interemisferiche, se si presentavano di nuovo gli stessi oggetti, ma questa volta per essere

elaborati dell’emisfero diverso da quello precedente, il paziente non riconosceva gli oggetti e non era

cosciente di averli già riconosciuti con l’altro emisfero; si ritenne così che la coscienza in questi pazienti si

fosse divisa nei 2 emisferi e che quindi si potesse affermare che la sua unità, quale è tipica delle persone

normali, era il risultato dell’integrazione tra le operazioni mentali compiute separatamente nei 2 emisferi

un’altra fonte d’interesse era costituita dalle ricerche sugli stati di coscienza intesi come momenti di un

continuo che andava dal coma al sonno profondo alla semiveglia alla veglia; nello stato di veglia si

distingueva un sottostato di massima vigilanza o attenzione al quale sarebbe corrisposta nei soggetti umani

la coscienza viene invece

la consapevolezza delle proprie operazioni; per molti ricercatori contemporanei

concepita nei termini di un sistema di controllo attenzionale delle operazioni mentali

la relazione tra lobi prefrontali e coscienza è stata riproposta di recente da Shallice nel suo modello del

sistema attenzionale supervisore: ci sono pazienti che, pur elaborando correttamente l’informazione esterna

e essendo capaci di richiamare le tracce mnestiche relative ad un compito, non sono capaci di eseguire il

compito stesso in modo pianificato e coordinato (così come anche nei bambini le regioni prefrontali

maturano le loro connessioni con le altre regioni cerebrali non prima dei 4/5 anni) la nozione di coscienza

si lega a quella di metacognizione, un sistema di pianificazione e controllo delle operazioni cognitive

un’altra importante area di ricerca attuale in psicologia cognitiva riguarda la distinzione tra processi

cognitivi consci (manifesti) e processi cognitivi inconsci (non manifesti); si ritiene che molte operazioni

cognitive si verifichino senza che il soggetto ne sia consapevole; inconscio cognitivo in un esperimento la

distinzione tra processi consci e inconsci è stata studiata in un compito di identificazione di figure non

dica di non saper identificare la figura, una precoce onda positiva segnala

complete: sebbene il soggetto

invece che qualche operazione (ignota al soggetto stesso) è stata attivata per le figure vecchie, ma non per

quelle nuove; gli ERP sono quindi utilizzati per studiare i processi cognitivi di cui il soggetto non è cosciente

6. APPRENDIMENTO E MEMORIA.

non può esserci adattamento e senza adattamento non esiste probabilità di

senza apprendimento è riuscito a sovvertire, parzialmente, le regole dell’evoluzione: diventa sempre più

sopravvivenza; l’uomo riveste

spesso un adattamento della natura alle esigenze della specie; benché l’apprendimento scolastico

un’indubbia importanza per la vita degli esseri umani, dobbiamo sforzarci di pensare all’apprendimento in

termini molto più ampi: l’apprendimento riguarda molteplici aspetti dello sviluppo psicologico di un individuo

ed è il risultato dell’interazione di numerosi processi cognitivi: è esso stesso considerato un processo

cognitivo che si integra con altri processi, quali la percezione, l’attenzione, la memoria, il linguaggio e il

pensiero, ed è influenzabile dalle caratteristiche personologiche e motivazionali, oltre che dagli stati emotivi

di chi apprende

I. Condizionamento classico.

i primi studi sul condizionamento sono da attribuire al fisiologo Pavlov (primi anni del 900): fu studiando i

meccanismi della digestione che ebbe modo di osservare come un cane salivasse alla sola vista del cibo, cioè

prima ancora di averlo in bocca (in qualche modo aveva imparato ad anticipare la risposta); questa semplice

osservazione indusse Pavlov a verificare la possibilità di innescare la salivazione in seguito alla presentazione

di stimoli completamente diversi da quello che normalmente suscita questa tipo di risposta la sequenza di

stimoli che ha preceduto la risposta di salivazione può essere descritta in modo formale:

(SN: la luce si accende dietro la finestra)

viene presentato uno stimolo neutro

dopo pochi secondi viene presentato lo stimolo incondizionato (SI: il cibo) e si elimina lo stimolo neutro

(si spegne la luce) (RI: l’animale emette la saliva in modo abbondante)

compare la risposta incondizionata

la salivazione è una risposta incondizionata perché non vi è alcun apprendimento legato a specifiche

se si ripete per un certo numero di volte la

condizioni, ma la semplice attuazione di un riflesso innato;

sequenza SN-SI-RI e poi si elimina la presentazione del cibo (SI), si ottiene ugualmente la risposta di

salivazione, vale a dire quando si accende la luce il cane saliva la risposta di salivazione è diventata una

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risposta condizionata (RC), cioè una risposta emessa in determinate condizioni, mentre la luce,

(SC)

originariamente SN, è diventata ora uno stimolo condizionato

il periodo durante il quale si viene esposti a ripetute presentazioni della sequenza SN-SI-RI prende il

in questo stadio la presentazione combinata della luce (SN) e del cibo (SI)

nome di fase di acquisizione; fra 2 stimoli e quindi aumenta l’associazione fra SC e RC

aumenta o rinforza l’associazione

se, una volta instauratasi l’associazione fra luce e salivazione, non si presenta mai lo stimolo

condizionato (luce) associato a quello incondizionato (cibo), la risposta condizionata (salivazione) tende a

sparire: questo fenomeno prende il nome di estinzione

è sufficiente riproporre per poche volte l’associazione SC-SI per riattivare il legame fra SC e RC; talvolta

che prende il

il legame associativo si riattiva senza dover presentare SC e SI in sequenza; questo fenomeno,

viene attualmente spiegato come effetto dell’estinzione

nome di recupero spontaneo, deriva il principio della generalizzazione,

dalla possibilità che si verifichino condizionamenti di secondo livello

in base al quale stimoli simili allo stimolo condizionato provocano risposte condizionate: ciò aiuta a

comprendere la capacità degli organismi viventi di reagire a nuovi stimoli purché questi non si discostino

troppo da quelli familiari il principio di discriminazione è complementare alla generalizzazione: anziché

imparare a reagire allo stesso modo di fronte a stimoli simili si impara a non fornire una data risposta

quando gli stimoli differiscono in modo sensibile dallo stimolo condizionato originale

II. Condizionamento operante. ma, semplicemente, si impara a

nel condizionamento classico non si apprende un nuovo comportamento

fornire una risposta già nota a stimoli che solitamente non producono quel tipo di risposta; gli studi sul

condizionamento classico sono utili per comprendere alcune regole dell’apprendimento, ma sono di limitata

rilevanza applicativa condizionamento operante: in una data situazione metto in atto un determinato

comportamento (risposta) in seguito al quale ricevo una ricompensa e ciò mi indurrà ad assumere il

medesimo comportamento ogni volta che mi troverò in quella data situazione (la probabilità che una certa

azione venga ripetuta dipende dalle sue conseguenze); i primi studi sul condizionamento operante risalgono

e si devono a Thorndike che cercò di dimostrare l’esistenza di forti somiglianze fra i

alla fine dell’800

processi di apprendimento degli umani e quelli degli animali (la situazione sperimentale era così strutturata:

un gatto affamato veniva posto in una gabbia la cui porta era chiusa da un chiavistello; appena fuori dalla

gabbia veniva collocato, in modo che non fosse raggiungibile dal gatto, un pezzo di pesce) quanto più il

gatto veniva sottoposto alla procedura sperimentale, tanto minore era il numero di movimenti inutili per

ad aprire la porta per raggiungere il cibo); Thorndike

aprire la porta (poco alla volta, il gatto aveva imparato

non considera l’apprendimento del gatto un processo di tipo intelligente, perché si tratta di un procedimento

per prove ed errori; al rafforzamento di una sequenza comportamentale appresa è stato dato il nome di

è in base alla legge dell’effetto che, fra tutte le risposte a caso fornite da un organismo,

legge dell’effetto:

vengono selezionate soltanto quelle che hanno conseguenze positive

benché i primi studi sul condizionamento operante si debbano a Thorndike, le applicazioni più interessanti

(il setting

sono da attribuire a Skinner, considerato l’esponente più noto del comportamentismo

è costituito da una gabbia dotata di una leva che registra l’intensità della

sperimentale (Skinner box)

pressione esercitata su di essa; un topo affamato, introdotto nella gabbia, durante la sua attività esplorativa

preme casualmente la leva e il dispositivo registra la forza di pressione esercitata; in seguito, la leva viene

collegata ad un distributore di cibo, in modo che ad una pressione su di essa corrisponda l’emissione di una

pallina di cibo (rinforzo): il topo, che preme nuovamente per caso la leva, riceve il cibo e immediatamente

dopo torna a premere la leva, esercitando una pressione maggiore, a conferma del fatto che l’atto di

premere la leva non è più casuale, ma volontario)

anche nel condizionamento operante si verificano i fenomeni di estinzione e di discriminazione osservati nel

condizionamento classico; le tecniche di condizionamento possono essere impiegate per instaurare nuovi

comportamenti; tuttavia, se ogni volta che vogliamo far apprendere qualcosa di nuovo dovessimo attendere

che casualmente si verifichi il comportamento oggetto dell’apprendimento, i tempi sarebbero per forza di

cose lunghissimi per ridurre i tempi di apprendimento, si ricorre quindi alla tecnica detta del

modellamento (rinforzare quei comportamenti che si avvicinano a quello desiderato)

APPLICAZIONI DEL CONDIZIONAMENTO OPERANTE

i rinforzi che rispondono a bisogni fondamentali, come il cibo, prendono il nome di primari: se il

condizionamento operante avvenisse solo in seguito a rinforzi primari, osserveremmo ben pochi casi di 29

apprendimento, dato che i rinforzi primari non sono poi così comuni ma se si associa ad un rinforzo

grazie all’impiego dei rinforzi

primario un altro stimolo, quest’ultimo può diventare un rinforzo secondario:

secondari è possibile instaurare nuovi comportamenti con maggiore facilità; l’apprendimento negli esseri

umani è in gran parte legato a rinforzi di varia natura (spesso non rispondenti a bisogni di tipo fisiologico,

per esempio essere lodati, vedere riconosciuta la propria abilità, ..), preferibilmente di tipo positivo (premi)

fornisce un’informazione precisa: quello che hai fatto va

anziché negativo (punizioni); un rinforzo positivo

bene; un rinforzo negativo indica solo ciò che non si deve fare in una certa situazione, ma non insegna cosa

è bene fare in quella certa situazione; gran parte delle applicazioni delle tecniche di condizionamento

alcune di queste, sviluppate in periodo bellico, non ebbero il tempo

operante sono state fatte con gli animali;

di essere impiegate, anche se l’addestramento aveva fornito ottimi risultati:

addestramento di piccioni che dovevano scartare le pillole di forma non sferica in uscita da una linea di

produzione di una casa farmaceutica

i piccioni rappresentano anche l’arma vincente dei servizi di emergenza dei guardacoste americani

III. Come elaboriamo l’informazione. a far generare determinate risposte da stimoli di varia natura:

negli studi sul condizionamento ci si limita e sulla risposta (informazione in

l’attenzione è focalizzata sullo stimolo (informazione in ingresso o input)

in linea con quanto sostenuto dai comportamentisti, secondo i quali sarebbe possibile

uscita o output);

studiare solo ciò che è direttamente osservabile, non si avanzano ipotesi sui meccanismi implicati

nell’elaborazione dell’informazione che sicuramente avviene tra le percezione dello stimolo e la produzione

ha avuto il merito di spostare l’interesse sui processi di

della risposta la rivoluzione cognitivista

elaborazione dell’informazione, non osservabili direttamente, ma inferibili a partire dai cambiamenti che si

presentano nelle risposte al variare degli stimoli proposti; anche se questo approccio, tipico

ha dimostrato i propri limiti, è utile per farsi un’idea

dell’orientamento Human Information Processing,

generale; ogni informazione proveniente dall’esterno è elaborata a livello cognitivo; in questo processo sono

implicate diverse funzioni cognitive, molte delle quali operano in parallelo e in tempi rapidissimi:

reiterazione

input attenzione codifica

memoria memoria a memoria a

sensoriale breve termine lungo termine

recupero

informazione perduta

per decadimento o interferenza (riconoscimento, rievocazione)

questa rappresentazione grafica ha lo scopo di facilitare la comprensione del percorso che l’informazione

compie: e tradotta in segnali

1) un’informazione deve innanzitutto essere recepita dagli organi sensoriali

in modo da essere disponibile per i

comprensibili per il sistema di elaborazione (trasduzione sensoriale)

processi percettivi che interpreteranno l’informazione in base all’esperienza e alla situazione in cui si verifica

dell’informazione sensoriale è elaborata percettivamente; questa selezione è

la percezione; solo una parte

necessaria per non portare al collasso il sistema di elaborazione; il risultato della selezione viene

anche in tale fase si assiste ad una selezione

successivamente sottoposto a processi di percezione; grazie ai quali le

dell’informazione che in questo caso è dovuta all’attivazione di meccanismi di inibizione,

informazioni ridondanti e/o confusive, quindi inutili per interpretare cognitivamente i segnali sensoriali, non

vengono interpretate percettivamente; anche la quantità di risorse attentive a disposizione può concorrere a

ridurre la quantità di informazione disponibile per l’elaborazione

2) una volta superata questa prima selezione, l’informazione viene passata in 3 distinti magazzini di

memoria: la memoria sensoriale, quella a breve termine e quella a lungo termine; ciascun magazzino

differisce dagli altri per come l’informazione viene conservata, per la durata dell’immagazzinamento e per la

nei 3 tipi di memoria è obbligato; durante il passaggio da

quantità di informazioni conservate; il passaggio

un magazzino al successivo si può verificare un’ulteriore perdita di informazione attribuibile, in gran parte, ad

interferenze nei processi di codifica: le interferenze possono essere di natura esterna (presenza di fattori di

disturbo, eccessivo carico di lavoro del sistema mnestico, ..) o interna (scelta errata delle strategie di codifica

ottimale, interferenza del materiale appreso in precedenza); le difficoltà in fase di codifica dell’informazione

sono alla base dei problemi di recupero dal magazzino a lungo termine

3 differenti tipi di memoria a lungo termine:

procedurale

episodica

30

semantica

IV. La memoria sensoriale. o registro sensoriale esistenza di una

Sperling ha dimostrato l’esistenza di una memoria sensoriale,

(tutto quello che vedo viene fotografato e immagazzinato) e di

memoria iconica a capacità illimitata

brevissima durata (dopo 1/2 secondi l’informazione decade) in grado di conservare l’informazione come

copia letterale degli stimoli sensoriali; la componente iconica della memoria sensoriale riveste una certa

importanza quando lo stimolo viene presentato per tempi brevissimi, ma è meno rilevante nella vita

quotidiana in cui gran parte delle fissazioni durano a sufficienza perché l’informazione passi ai successivi

stadi di elaborazione senza transitare nella memoria sensoriale; si ipotizza che, oltre alla componente

che conserverebbe, sempre come copia

iconica, nel magazzino sensoriale vi sia una componente ecoica,

conforme all’originale, l’informazione acustica

V. La codifica dell’informazione.

perché un’informazione venga memorizzata è necessario prestare attenzione (se dovessimo tentare di

immagazzinare tutte le informazioni che ci bombardano nella stessa unità di tempo, il nostro sistema di

in funzione di diversi fattori:

elaborazione collasserebbe) la nostra attenzione può variare

condizioni fisiologiche

fattori ambientali interferenti

differenze individuali

delle informazioni che transitano per il registro sensoriale può disporre di risorse attentive

solo una parte

e quindi ha qualche probabilità di transitare nella memoria a breve termine in virtù di quali meccanismi

avviene questo passaggio??

la nostra attenzione svolge una funzione di selezione dell’informazione che prescinde dalle cause

e, più

fisiologiche, ambientali e individuali; quest’opera di selezione è stata associata all’idea di filtro

recentemente, si sono ipotizzati meccanismi di selezione di tipo inibitorio (non accetto i dati irrilevanti per la

comprensione dell’informazione) e eccitatorio (le informazione che accedono ai livelli successivi di

elaborazione sono le sole ad essere rilevanti ai fini della comprensione)

prestare attenzione è una condizione necessaria ma non sufficiente per memorizzare un’informazione

processo di codifica dell’informazione (un sistema di codifica è un modo di rappresentare la realtà che può

essere più o meno legato alla natura dello stimolo e utilizza linguaggi simbolici di rappresentazione)

data la complessità delle informazioni che in genere siamo chiamati ad apprendere, la scelta del codice

da utilizzare non è sufficiente, di per sé, a garantire un buon apprendimento strategie di codifica

(modalità di apprendimento diverse), possono essere molto semplici, come ripetere più volte ciò che si deve

imparare, o raggiungere livelli di complessità piuttosto elevati, come costruire associazioni bizzarre fino a

(strategie e tecniche per ricordare nomi, eventi,

giungere all’impiego di vere e proprie mnemotecniche

discorsi, ..) dalla loro efficacia dipende la bontà dell’apprendimento e, quindi, la possibilità di

immagazzinare e, in un secondo tempo, recuperare l’informazione (l’apprendimento sarà tanto migliore

quanto più saremo stati capaci di scegliere la strategia ottimale per un particolare tipo d’informazione)

IL DOPPIO CODICE (conserviamo

benché esistano diversi tipi di codifica, quelli più comunemente utilizzati sono il codice verbale

l’informazione grazie ad una descrizione verbale sintetica o di tipo perifrastico) e quello per immagini

(utilizziamo una rappresentazione mentale di tipo iconico) l’informazione può essere codificata usando

l’uno o l’altro dei codici, ma l’impiego della doppia codifica garantisce un miglior apprendimento perché

l’informazione viene elaborata 2 volte (Paivio)

VI. Memoria a breve termine e memoria di lavoro. (magazzino temporaneo preposto alla

codifica dell’informazione)

esistenza di un secondo magazzino nel quale avvengono i processi di codifica: memoria a breve termine

(nelle prime teorizzazioni veniva descritto come un magazzino temporaneo a capacità limitata, in grado cioè

di conservare, nella stessa unità di tempo, un numero limitato di informazioni per un tempo massimo di 30

secondi); l’informazione, proveniente dal magazzino sensoriale, viene codificata e conservata nella memoria

passa nel magazzino successivo,

a breve termine: se sosta in questo magazzino per un tempo sufficiente,

quello a lungo termine, in cui viene conservata; in caso contrario decade si è ipotizzato l’esistenza di un

che può essere raffigurato come una libreria dotata di ripiani: la

sottomagazzino (buffer di reiterazione),

prima informazione viene immagazzinata occupando il primo ripiano, la successiva occupa a sua volta il

primo ripiano spingendo la prima informazione sul secondo, e così a seguire; quando il numero di 31

informazioni supera il numero dei ripiani disponibili, la prima informazione viene eliminata dal buffer per fare

spazio ad altre; la capacità della memoria a breve termine, cioè il numero di informazioni che possono essere

ed è solitamente compreso

conservate contemporaneamente nel buffer, prende il nome di span di memoria

fra 5 e 9, in media 7, elementi; il concetto di buffer di reiterazione consente di spiegare 2 fenomeni:

tendenza a ricordare più frequentemente i primi elementi della lista (legato all’avvenuta

effetto primacy:

memorizzazione nella memoria a lungo termine)

effetto recency: tendenza a ricordare più frequentemente gli ultimi elementi della lista (sarebbe il

risultato di una semplice lettura dalla memoria a breve termine)

nel corso degli anni il modello di Atkinson e Shiffrin (quello dello schema) è stato sottoposto a verifiche e

criticato da più parti, pur dovendo riconoscere l’efficacia esplicativa: l’esistenza di codifiche verbali e per

immagini e il conseguente impiego di codici acustici e visivi ha spinto alcuni ricercatori ad ipotizzare distinti

meccanismi di reiterazione Baddeley preferisce al termine memoria a breve termine quello di memoria di

lavoro che sarebbe costituita da 2 insiemi asserviti:

circuito articolato, preposto all’elaborazione dell’informazione verbale

blocco per appunti visuo-spaziale, che si occupa dell’informazione visuo-spaziale

ci sono evidenze sperimentali che confermano l’esistenza di 2 meccanismi distinti per l’elaborazione del

materiale verbale e di quello visuo-spaziale; il modello della memoria di lavoro prevede anche una terza

struttura con funzione di controllo:

esecutivo centrale, che avrebbe il compito di gestire le risorse attentive e regolare il funzionamento dei 2

sistemi assertivi (l’esistenza di questa terza struttura è meno certa delle precedenti)

ATTENZIONE E MEMORIA

importanza dell’attenzione nel determinare l’efficacia del processo di codifica sia in fase di selezione

dell’informazione, sia per quanto riguarda le risorse destinate all’apprendimento del materiale; nella memoria

di lavoro il ruolo dell’attenzione è fondamentale; gli esperimenti sull’attenzione divisa hanno dimostrato la

all’aumentare

possibilità di eseguire contemporaneamente 2 compiti diversi purché relativamente semplici:

della complessità dei compiti i soggetti tendono a sceglierne uno, concentrandovi le proprie risorse attentive,

e a trascurare l’altro; un buon livello di attenzione consente di cogliere gli elementi caratteristici del materiale

da apprendere dando la possibilità di scegliere la strategia di codifica ottimale; attenzione significa

in tal senso l’attenzione

attivazione del sistema cognitivo, cioè predisposizione all’attività cognitiva

dipende, oltre che dalla nostra volontà, dall’efficienza fisiologica che può variare in funzione

dell’età

di fattori occasionali (affaticamento da stress, depressione)

dell’informazione

l’attenzione entra in gioco però anche nella fase di recupero

VII. Il recupero dell’informazione.

l’informazione che subisce per un tempo sufficiente il processo di reiterazione viene depositata nella

memoria a lungo termine (caratterizzata da una capacità teoricamente illimitata e dalla possibilità di

conservare l’informazione per un tempo indefinito, purché non intervengano danni cerebrali); Squire

distingue fra: (memoria episodica E quella semantica)

memoria dichiarativa

(memoria procedurale)

memoria non dichiarativa

per poter parlare di apprendimento è necessario che le informazioni possano essere recuperate nella nostra

dalla bontà

memoria e rese disponibili per ulteriori elaborazioni; il recupero dell’informazione dipende

dell’immagazzinamento è legata

l’efficacia dell’apprendimento dipende l’efficacia del recupero

alla capacità di cogliere indizi

dalle risorse attentive a disposizione

alla capacità di creare associazioni

dalla capacità di cogliere gli elementi rilevanti

alla capacità di impiegare strategie di

dell’informazione

recupero complementari a quelle utilizzate in fase

dalla scelta della strategia

di codifica

dalle condizioni emotive in cui avviene

alla situazione emotiva del soggetto

l’apprendimento

la possibilità di recuperare un’informazione dipenderà anche dalla frequenza con cui accediamo a

quell’informazione; il recupero dalla memoria a lungo termine non è necessariamente letterale: solo una 32

parte di ciò che apprendiamo può essere immagazzinata come copia dell’originale, per il resto effettuiamo un

in base al quale quanto è stato appreso subirà ulteriori modifiche

processo di ricostruzione,

VIII. Memoria procedurale. atte

la memoria procedurale è preposta alla conservazione delle sequenze comportamentali (script o copioni)

a raggiungere determinati scopi; l’esecuzione delle sequenze comportamentali avviene in modo automatico,

senza che ci sia un effettivo controllo; solo la decisione di eseguire un’azione può essere un processo

controllato

IX. La memoria episodica.

i ricordi riferiti a situazioni, eventi, persone particolari che abbiano la caratteristica di essersi verificati una

(conserva anche la prima volta di un

sola volta nella vita vengono conservati nella memoria episodica

avvenimento che può successivamente ripetersi nel tempo); i ricordi immagazzinati nella memoria episodica

che utilizza cioè più codici, da una particolare vividezza e

sono caratterizzati da una codifica multimodale,

sono spesso fortemente connotati emotivamente

COMPITI DI MEMORIA

una prima distinzione riguarda i

i soggetti devono riconoscere fra un certo numero di stimoli quelli che sono

compiti di riconoscimento:

stati presentati loro in precedenza (stimoli target)

quelli di rievocazione, o richiamo: i soggetti devono rievocare liberamente gli stimoli target

(i compiti di riconoscimento sono più facili di quelli di rievocazione)

una seconda distinzione riguarda la volontarietà dell’apprendimento:

quando i soggetti sanno che il compito consiste nel valutare la loro capacità di memorizzare il materiale,

si è di fronte a misure della memoria esplicita

quando invece i soggetti vengono istruiti ad eseguire un compito e poi vengono sottoposti ad una

verifica del materiale appreso, allora si parla di compiti di memoria implicita

(non sempre sapere di dover apprendere qualcosa garantisce un buon apprendimento: le persone emotive,

quelle indecise e gli anziani tendono ad avere prestazioni mnestiche migliori in compiti impliciti e peggiori in

quelli espliciti)

X. La memoria semantica.

è la memoria preposta alla conservazione delle nostre conoscenze, siano esse state

la memoria semantica

acquisite attraverso lo studio sistematico o per mezzo dell’esperienza diretta; le informazioni sono conservate

è di vitale importanza per lo svolgimento delle

prevalentemente, ma non esclusivamente, in modo verbale;

nostre attività quotidiane, che richiedono un continuo richiamo delle conoscenze acquisite; spesso il ricordo è

il risultato di un’opera di ricostruzione, che si avvale delle conoscenze conservate nella memoria semantica,

in cui un elemento rievocato funge da indizio per la rievocazione di altri elementi ad esso connessi per via

associativa; la memoria episodica e quella semantica appartengono ad una più generica memoria

dichiarativa: questa viene anche indicata come memoria preposizionale (per distinguerla dalla memoria

consiste nel fatto

procedurale o non dichiarativa); la differenza fra memoria semantica e memoria episodica

che la prima è costituita da proposizioni generali, indipendenti dal momento in cui sono state apprese,

mentre la seconda è rappresentata da proposizioni ben collocate nel tempo

XI. La memoria prospettica.

la memoria prospettica è preposta a conservare i piani d’azione in modo che l’ottimazione dei tempi e degli

spazi, frutto della pianificazione, venga tradotta in atti concreti; entra in gioco in gran parte delle nostre

azioni quotidiane; si avvale delle conoscenze conservate in memoria semantica e di elementi dedotti dalla

memoria episodica, trae giovamento dall’esperienza acquisita e necessita di una memoria di lavoro efficiente

(cali di prestazione nei soggetti molto giovani e nei più anziani)

MEMORIA AUTOBIOGRAFICA E MEMORIA DI EVENTI REMOTI

nell’ambito della memoria episodica gli studiosi hanno dedicato particolare attenzione

ricordi di eventi sperimentati personalmente, che sarebbero organizzati

alla memoria autobiografica:

gerarchicamente nella struttura cognitiva, per livelli più o meno ampi, ognuno inserito negli altri; il loro

visto che è quasi sempre impossibile verificare

studio presenta degli evidenti problemi metodologici, 33

l’autenticità del materiale raccolto; si è rilevato un aumento dei ricordi autobiografici, nei soggetti di oltre 50

anni, in relazione agli eventi accaduti molto tempo prima, quando avevano un’età tra i 20 e i 30 anni: questo

che prende il nome di reminescenza, può essere dovuto, da un lato, alla maggiore efficienza

fenomeno,

fisiologica che caratterizza la prima età adulta e, dall’altro, al maggior numero di avvenimenti emotivamente,

socialmente e culturalmente rilevanti propri di questo periodo della vita

ricordo di avvenimenti socio-storici accaduti durante la vita di un

alla memoria di eventi remoti:

individuo: guerre, avvenimenti o personaggi politici, campioni sportivi, attori, cantanti, persone di cultura, ..;

la memoria di eventi remoti si conserva sino ai 75 anni, e i ricordi meglio conservati si riferiscono al periodo

in cui i soggetti avevano fra i 20 e i 30 anni: anche in questo caso si osserva il fenomeno della reminescenza

XII. Perché dimentichiamo. e ciò che crediamo di avere

distinguere fra dimenticare ciò che è stato realmente appreso (dimenticanza)

sulle cause della perdita di informazione nella memoria a lungo

appreso (mancato apprendimento)

termine si avanzano le seguenti ipotesi:

mancato utilizzo di certi contenuti della memoria (teoria del disuso, decadimento della traccia)

impiego di strategie di recupero non congruenti con quelle con le quali è stata effettuata la codifica (in

questo caso non si assume che l’informazione sia stata cancellata dalla memoria, ma che venga meno la

capacità di recuperarla)

presenza di grandi quantità di informazioni in memoria (teoria dell’interferenza)

condizioni emotive in cui è avvenuto l’apprendimento e/o avviene il recupero (blocco emotivo,

rimozione)

XIII. I disturbi della memoria.

esiste una serie di disturbi della memoria di maggiore gravità, dovuti a cause diverse:

invecchiamento

trauma fisico o emotivo

patologia neurologica o psichica

nelle sue 2 forme: retrograda, cioè l’impossibilità temporanea o

il disturbo di memoria più noto è l’amnesia, cioè la difficoltà a ricordare gli avvenimenti

definitiva di recuperare ricordi del nostro passato, e anterograda,

recenti; entrambe possono essere causate da un trauma, anche emotivo (l’amnesia è in genere circoscritta

all’episodio traumatico); i disturbi di memoria sono il primo sintomo della demenza, anche se da soli non

possono giustificare una diagnosi di demenza (la cui incidenza aumenta con l’avanzare dell’età):

demenza di Alzhimer (sono tipici i disturbi della memoria e del linguaggio e la perdita dell’orientamento)

demenza vascolare o multinfartuale

forme di demenza causate da forme infettive (AIDS e malattia di Creutzfeldt-Jacob)

morbo di Parkinson

malattia di Huntington

soggetti intossicati da sostanze quali solventi e insetticidi, metalli pesanti quali piombo, manganese e

mercurio, veleni come l’arsenico, nonché gli alcolisti

pseudodemenza depressiva

7. LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE.

I. Mente, cultura e società.

gli esseri umani sanno parlare

gli esseri umani sanno di saper parlare

il fenomeno linguistico deve la sua radice enigmatica:

il parlare è una condotta che unifica e insieme separa; infatti, se nei suoi aspetti

alla sua ambivalenza:

più generali è una caratteristica che identifica tutta, e soltanto!, la specie Homo Sapiens; nei suoi aspetti

particolari, invece, il parlare traccia divisioni tra aree geoculturali, ceti socio-professionali, generazioni, ..

nel parlare si intrecciano processi di varia natura e a diversi livelli di pertinenza

alla sua complessità:

scientifico-disciplinare

è utile organizzare l’indagine attorno a 3 nodi problematici di grande interesse psicologico:

linguaggio e mente

lingua e cultura

discorso e società

34

II. L’uomo vive anche di segni.

è una potenzialità specifica della mente che consente agli uomini di conoscere il mondo

il linguaggio verbale ed è

e di comunicare fra loro; il filosofo Cassirer ha argomentato che l’uomo è un animale simbolico

cioè in un mondo di relazioni costituito da

soprattutto il parlare a proiettare gli esseri umani nella semiosfera,

vari sistemi di segni e da diverse procedure di costruzione di senso; ma la specie umana non dispone

soltanto del linguaggio verbale i segni operano secondo diversi principi, che ci consentono anche di

raggrupparli in grandi classi:

i segnali enfatizzano la capacità dei segni di attrarre l’attenzione dei destinatari (es: è tale il sistema di

segni che regola la circolazione stradale)

enfatizzano la capacità dei segni di manifestare stati interni all’emittente, come le intenzioni o le

i sintomi

emozioni (es: parlare a voce alta e tremare sono un sintomo di collera)

fanno risaltare la capacità dei segni di rappresentare la realtà, simulandola e insieme

i simboli

modellandola

III. Comunicazione verbale e non verbale.

pur essendo una manifestazione unica di capacità cognitiva e interazionale, il linguaggio non è un sistema di

segni isolato, bensì si intreccia a molte altre condotte non verbali, che supportano, commentano,

contestualizzano ciò che le persone dicono; i principali sistemi di segni non verbali sono stati esplorati da

cioè della scienza che indaga sui modi in cui è possibile comunicare

alcune subdiscipline della semiotica,

mediante segni: mostra che la stessa disposizione dei corpi nello spazio fisico può avere valore

la prossemica

comunicativo

la cinesica indaga la mimica e la gestualità (gesti classificabili in rituali, emblemi, gesti illustratori, gesti

espressivi di stati emotivi, gesti regolatori, gesti adattivi o manipolatori del sé)

indaga il potenziale comunicativo della voce, cioè gli aspetti prosodici che definiscono il

la paralinguistica

modo di parlare proprio di ognuno.

IV. La matrice biopsicologica del linguaggio.

se si osserva la forma e la disposizione del canale vocale nell’uomo si rilevano numerose caratteristiche

funzionali alla condotta verbale; il motore del linguaggio è collocato a livello cerebrale: l’aumento del

rapporto ponderale cervello-corpo umano, avvenuto nel corso dell’evoluzione, ha messo a disposizione della

specie umana ampie zone di corteccia cerebrale per il controllo dell’attività cognitiva e la gestione di un

repertorio molto variegato di relazioni socio-comunicative; alcune prove empiriche sembrano validare

l’ipotesi di un bioprogramma per l’attivazione del linguaggio: per cui l’emisfero sinistro ha delle

una delle più convincenti è la lateralizzazione della corteccia cerebrale,

aree specializzate per il controllo della parola sia nei destrimani che nei mancini tale processo sembra

concludersi con la pubertà, che in base a molti indizi può considerarsi la fase del ciclo di vita che chiude il

periodo critico per lo sviluppo ottimale della competenza linguistica:

una prima prova è fornita dall’esperienza dell’apprendimento delle lingue straniere

un secondo indizio è costituito dal diverso esito delle microlesioni cerebrali: se prima della pubertà,

possono progressivamente ridursi fino a scomparire del tutto, se dopo la pubertà, i disturbi linguistici

risulteranno non più recuperabili autonomamente e richiederanno il supporto di una logoterapia permanente

(che talvolta può risultare insufficiente)

l’indizio più avvincente proviene dall’esperienza dei cosiddetti bambini selvaggi

una seconda prova è sostenuta da Bickerton con l’argomento che i bambini allevati in un pidgin lo

trasformano in un creolo: le lingue pidgin sono delle forme espressive che si generano quando gruppi

linguistici differenti entrano in contatto per dare corso a delle transazioni economiche; il pidgin è una varietà

linguistica caratterizzata da:

composizione mista tra lessico della lingua dell’altro e schemi grammaticali della propria, con esiti di

estrema povertà sintattica

assenza di una comunità che la parli come propria lingua madre

quando vengono meno queste 2 caratteristiche, il pidgin diventa un creolo, cioè una varietà linguistica ibrida,

riconosciuta da una comunità come ambiente primario della propria socializzazione e identificabile per

specifiche regolarità grammaticali l’esistenza del periodo critico per il linguaggio parrebbe confermata dal

fatto che gli adulti restarono bloccati nel loro pidgin impoverito e non riuscirono mai ad assimilare la speciale

grammatica del creolo hawaiano inventata dai loro figli 35

I TRATTI DISTINTIVI DEL LINGUAGGIO

ricorrono a qualche sistema di segnali (visivi, uditivi, olfattivi) sia per comunicare all’interno della

gli animali

propria specie, che per regolare i loro rapporti con le altre specie; si tratta per lo più di un ristretto numero

di interazioni geneticamente determinate, che riguardano specifici segmenti dell’esperienza di vita; la natura

fissa e meccanica dei comportamenti animali situa tali sistemi di comunicazione nell’ambito degli istinti

la prospettiva evoluzionistica adottata anche in psicologia del linguaggio obbliga a verificare se, e fino a che

punto, la capacità linguistica sia un complesso affinamento dei sistemi di comunicazione animale: le ipotesi

avanzate fanno oscillare il dibattito tra le opposte ipotesi della continuità e della discontinuità:

per la teoria della selezione naturale, il linguaggio non è altro che il semplice risultato dell’evoluzione dei

sistemi di comunicazione animale, ma ciò non toglie che esso sia divenuto qualcosa di unico, un modulo

distintivo del funzionamento mentale dell’uomo

per molti importanti aspetti, le parole non sono affatto assimilabili ai gridi di allarme che le scimmie

emettono per segnalare la presenza di predatori dell’ambiente circostante

analisi delle proprietà che caratterizzano la condotta linguistica degli uomini: si è proposto un elenco di

caratteristiche distintive, volte a definire il linguaggio umano (ovviamente, alcune proprietà sono più rilevanti

di altre nel definire l’unicità del linguaggio; alcuni di questi tratti sono presenti anche nella comunicazione

animale; soltanto nel linguaggio umano vi è la compresenza di tutti questi tratti e ciò genera l’ulteriore

tutto ciò che può essere significato può trovare una qualche espressione nel

proprietà della onniformatività:

linguaggio umano):

Tratti distintivi Sintesi esplicativa

canale vocale-uditivo la sostanza primaria del linguaggio è la catena sonora

trasmissione a distanza e recezione i suoni prodotti sono percepibili entro un certo spazio e chi li riceve è in grado di

direzionale localizzarne la provenienza

transitorietà le onde sonore del segnale non lasciano tracce

intercambiabilità gli individui sono sia emittenti che riceventi

feedback totale chi parla può ascoltarsi, così da controllare il segnale

specializzazione nel parlare non si espleta un’altra funzione fisiologica

semanticità i segnali sonori sono strumenti per significare qualcosa

arbitrarietà il rapporto significante-significato è convenzionale

carattere discreto la catena sonora si articola in unità distinte (foni)

distanziamento nel parlare ci si può riferire a contesti non esperiti

apertura il sistema della lingua è produttivo di novità (creatività)

trasmissione culturale le lingue vivono nelle forme della cultura, non nei geni

dualità di strutturazione gli elementi minimi sono di 2 tipi: fonemi e morfemi

prevaricazione nel parlare si può mentire

riflessività la lingua consente di parlare della lingua (livello "meta")

apprendibilità è possibile imparare più di una lingua

POTREMO PARLARE CON LE SCIMMIE??

si è cercato di rispondere a questa domanda con numerose ricerche; la questione

soprattutto a metà 900

della possibilità di insegnare a parlare agli animali si scontra con 2 difficoltà:

limiti inerenti al canale fonatorio

limiti che scaturiscono dalla natura del linguaggio, che non è soltanto un modo di comunicare, ma anche

un sistema di modellazione primaria della realtà, cioè una pratica di costruzione di senso

le competenze comunicative delle scimmie sono comunque molto diverse dall’uso che i bambini fanno del

linguaggio:

anzitutto balza agli occhi la brevità delle frasi

in secondo luogo, le frasi prodotte sono relative ad un ambito di esperienza molto ristretto

2 risultati sembrano comunque certi:

per quanto sorprendente si sia rivelato finora l’accostarsi di alcuni animali al linguaggio umano, il loro

linguaggio rimane talmente primitivo da risultare incomparabile con ciò che riesce a fare un bambino

per quanto siano sviluppate, al punto da potersi avvicinare (pur con i dovuti sostegni) alle forme più

elementari del linguaggio umano, le capacità comunicative degli animali appaiono slegate e arretrate rispetto

alle loro capacità generali di intelligenza 36

negli ultimi tempi la questione delle scimmie parlanti ha perso parte del suo interesse, giacché non può

dimostrare quella condizione di co-costruzione tra più persone del significato che è decisiva per

l’intenzionalità del linguaggio umano: la capacità di capire il mondo (fisico e sociale) attraverso il linguaggio

sembra destinata a rimanere una caratteristica specifica dell’uomo

V. I bambini crescono nella lingua.

un ambito importante di ricerche psicolinguistiche riguarda il modo in cui i bambini imparano a parlare; la

con cui i bambini di tutto il mondo fronteggiano un’impresa così complessa come imparare a parlare

facilità ma non è possibile

ha indotto a pensare che si tratti di un comportamento biologicamente innescato,

i bambini padroneggiano la loro lingua materna

sottovalutare l’influenza dell’ambiente relazionale e sociale;

in poco tempo; in tale impresa prodigiosa sono sorretti non solo da un bioprogramma, ma anche dal fatto di

che in genere si prodigano per agevolare il loro percorso: infatti, gli adulti tendono

avere dei tutor linguistici (detta motherese), caratterizzata da frasi brevi, semplici e ripetute, che

ad adottare una varietà di lingua

vengono prodotte molto lentamente, accentuando il profilo intonazionale e dilatando le pause tra le singole

parole quasi a isolarle; essi ricorrono anche al baby talk, cioè sfruttano le risorse coniate dai loro bambini per

creare una speciale sintonia interazionale ed emotiva

Mesi Tappe raggiunte

1 il bambino dà segni di risposta ai suoni

2 sorride se stimolato; suoni vocalici, gutturali

4 lallazione: borbottii e gorgoglii

6 balbettio

8 modelli intonazionali

9 giochi gestuali (cucù)

11 la prima vera parola (usata come nome)

12 enunciati monotematici

15 pronunzia dalle 4 alle 6 parole

18 enunciati diramatici (lunghezza media dell’enunciato)

21 ha un vocabolario di circa 50 parole

24 comincia l’interiorizzazione sistematica della grammatica

27 interrogazioni, negazioni

30 usa i pronomi in modo appropriato

36 usa circa 250 parole; forma frasi di 3 parole

60 costruzioni rare e complesse

120 linguaggio maturo

poiché tutti i bambini inseriscono il loro originale percorso di acquisizione all’interno di tale scansione di fasi,

inerenti al modo di funzionare della mente umana:

è lecito ritenere che il processo risponda a precisi vincoli

suoni composti dall’unione ripetuta di una consonante e una vocale; per ogni singolo bambino

balbettio:

sono privi di significato; lo stesso non può dirsi per i genitori, i quali li interpretano come densi di

progettualità comunicativa

al primo anno, i bambini sono nella fase degli enunciati monotematici o olofrasi: si esprimono per singole

parole che per loro manifestano una precisa intenzione comunicativa; protorichieste e protoasserzioni; il

per cui non individuano un oggetto

significato delle prime parole non ha un riferimento concettuale univoco, poiché il bambino

in modo chiaro e distinto, come è per l’adulto; le prime parole evocano un complesso,

collega ad un certo suono qualche caratteristica percettiva e funzionale che gli consente di identificare tutta

una serie di entità; tale generalizzazione semantica mette a durissima prova le strategie interpretative degli

adulti

verso i 18 mesi i bambini cominciano ad unire le parole a 2 a 2 (enunciato dirematico), abbozzando cioè

una prima struttura sintagmatica e realizzando una più ricca gamma di intenzioni comunicative; è una prima

empiricamente riscontrabile in molte lingue diverse; essa è

manifestazione della grammatica universale,

perché una delle 2 parole ha una posizione fissa, con funzione di cardine dell’enunciato,

detta a perno

mentre l’altra è variabile; il linguaggio dei bambini si caratterizza per il suo stile telegrafico, cioè ridotto

all’essenziale di morfemi lessicali accentati, privi di morfemi flessivi e funzionali

non esibisce soltanto un progressivo arricchimento strutturale, ma anche

l’evoluzione del linguaggio infantile

un potenziamento funzionale Halliday individua negli enunciati dei bambini un ramificarsi del loro

potenziale di significato secondo:

la funzione strumentale (ciò che dicono serve ad ottenere qualcosa)

regolatrice (serve a controllare il comportamento altrui)

interazionale (serve a stabilire relazioni interpersonali)

personale (serve ad abbozzare la loro identità)

37

euristica (vale come richiesta di spiegazioni: "dimmi perché!")

immaginativa (consente loro di fantasticare mondi possibili)

informativa (vale come resoconto di come stanno le cose)

ACQUISIZIONE O APPRENDIMENTO??

a prima vista l’acquisizione della lingua materna può essere assimilata ai processi di apprendimento innescati

dall’imitazione e dal modellamento (punto di vista adottato da Skinner)

se lo sviluppo della competenza linguistica viene impostato in questi termini riduttivi e meccanici, si finisce

con l’oscurare gli aspetti più creativi dell’impresa compiuta da ogni bambino (critica del famoso linguista

a trattare informazione linguistica: già alla

Chomsky) la mente umana è marcata da una predisposizione

nascita il bambino attiva un Dispositivo per l’Acquisizione della Lingua (LAD) che, di fase in fase, lo guida

(o

nell’individuare le espressioni linguistiche ben formate si spiega con il fenomeno dell’ipercorrettivismo

sovrageneralizzazione della regola): in tutte le lingue si registrano enunciati di bambini che applicano le

regole della lingua anche nei casi in cui sono previste eccezioni

la polemica tra Skinner e Chomsky ha dato slancio all’approccio cognitivista in psicolinguistica, ma anche

sono prodotte su 2

la tesi innatista di Chomsky ha alimentato molteplici discussioni le principali critiche

fronti:

da una parte c’è chi sottolinea che non è necessario ipotizzare un dispositivo specifico per l’acquisizione

linguistica, perché il modo in cui i bambini progrediscono nella loro competenza linguistica è controllato da

procedure più generali che si applicano anche ad altre abilità cognitive

dall’altra, c’è chi fa notare che non è sufficiente fare appello all’innesco biologico del LAD, perché

l’acquisizione di tale competenza avviene anche grazie ad un Sistema di Supporto per l’Acquisizione del

Linguaggio (LASS) per Bruner, sono i formati delle interazioni tra il bambino e colui che lo accudisce a

sostenere l’attribuzione di significato a ciò che si dice

un altro momento cruciale di discussione sul linguaggio infantile aveva già coinvolto 2 giganti della psicologia

Piaget distingue nel linguaggio del bambino prescolare una forma egocentrica

nei primi decenni del 900:

(dimostra che il bambino non è in grado di cogliere la differenza tra il suo punto di vista e quello degli altri) e

una forma socializzata

Vygotskij:

critica anzitutto l’impostazione teorica data da Piaget allo sviluppo psichico del bambino, che

muoverebbe dall’individuale al socializzato: questo modo di vedere considera primario il supporto biologico e

secondaria la sfera delle relazioni sociali

per quanto riguarda la questione specifica del linguaggio egocentrico, Vygotskij dissente

nell’interpretazione della sua funzione e del suo destino: per Piaget, il linguaggio egocentrico si limita ad

accompagnare ciò che i bambini fanno e scompare all’età in cui di solito vanno a scuola; per Vygotskij,

invece, il linguaggio egocentrico è uno stadio intermedio nel passaggio dal linguaggio esteriore (sonorizzato)

al linguaggio interiore (per sé), per cui spesso ha per il bambino la funzione cognitiva di fronteggiare una

situazione di difficoltà o di aiutarlo a prendere coscienza dei problemi (funzione che permane nell’adulto)

VI. Le strutture della lingua.

ogni lingua è un sistema che governa un lessico (un numero indefinito di parole) secondo una grammatica

(un numero imprecisato di regole); la teoria di Chomsky sottolinea la distinzione tra:

competenza (come dev’essere attrezzata la mente per fronteggiare il fenomeno complesso della lingua)

esecuzione (ciò che di fatto avviene nell’uso della lingua)

vuol dire anzitutto saper identificare quali suoni sono potenzialmente significativi per

conoscere una lingua

essa; nella ricca molteplicità delle serie possibili di suoni ogni lingua ne estrae alcuni (da 20 a 40 circa) che

considera come atomi di senso fonemi: suoni che di per sé non hanno significato, ma operano da tratti

sonori minimi in grado di differenziare significati (l’individuazione dei fonemi di una lingua può avvenire

non tutte le lingue danno valore agli stessi fonemi

mediante la prova di commutazione);

alfabeto: tentativo di riprodurre tali suoni fondamentali in segni grafici (grafemi), secondo una

corrispondenza biunivoca, con alcune eccezioni 38

per ogni lingua vi sono regole precise che stabiliscono diverse possibilità di composizione tra i fonemi

mettendo insieme i fonemi, si passa ad un livello superiore di organizzazione

(combinazioni fonologiche)

(composti fonetici dotati di un significato minimo); l’unità lessicale minima è la parola,

linguistica: i morfemi

che si configura come una sequenza di fonemi accettabile e dotata di significato in una determinata lingua;

a garantire che una certa sequenza

essa può essere composta da più morfemi; sono le regole morfologiche

di suoni potrebbe costituire una parola dotata di senso in quella lingua; una parola è formata essenzialmente

dal morfema radice e dal morfema flessivo; le regole morfologiche controllano il principale meccanismo di

che in italiano possono essere prefissi,

produzione delle parole soprattutto attraverso i morfemi derivazionali,

quando vengono posti dopo

quando vengono inseriti prima del morfema radice, e affissi,

VII. La competenza sintattica. la sintassi descrive il

quando le persone parlano dispongono le parole in precise totalità strutturate: le frasi;

tipo di regole che mettono in grado il parlante-ascoltatore ideale di una lingua di distinguere le frasi

accettabili (perché ben formate) in quella determinata lingua da quelle inaccettabili; la possibilità di costruire

frasi sintatticamente ben formate, ma prive di senso chiarisce l’autonomia del componente sintattico

sostenuto da Chomsky; la competenza sintattica abilita i parlanti a muoversi dalla struttura superficiale alla

struttura profonda delle frasi (e viceversa); fin dalla nascita, la mente umana è equipaggiata con un

analizzatore sintattico, che induce a seguire 2 tipi di regole:

regole della struttura sintagmatica, in base alle quali noi sappiamo come passare dal livello più astratto,

rappresentato dal simbolo F (frase), al livello più concreto, che prevede l’inserimento lessicale

regole trasformazionali, che specificano il tipo di organizzazione da assegnare passando dalla struttura

profonda alla struttura superficiale; viene considerata psicologicamente primitiva, al livello della struttura

profonda, la forma attiva; al livello della struttura superficiale possono manifestarsi la forma attiva, o le

forme negative e interrogative, prodotte secondo precise regole di trasformazione dalla forma attiva

VIII. Il significato. cioè sapere in quali

conoscere il lessico di una lingua vuol dire averne memorizzato le regole semantiche,

condizioni le parole realizzano il loro potenziale di significato e, quindi, si possono usare:

la prima differenza è interna alla logica del segno e consiste nel non appiattire il significato delle parole

sulla loro possibilità di riferimento

una seconda differenza consiste nel fatto che le parole hanno un doppio profilo di significato, poiché

hanno una denotazione (nocciolo concettuale di ciò che viene comunemente inteso con esse) e una

(una serie di valenze aggiuntive che evocano le varie sfumature emotive, sociali e personali

connotazione

legate al loro uso effettivo) una nota tecnica d’indagine usata dagli psicologi per misurare il significato

connotativo delle parole è il differenziale semantico

la questione del significato può essere affrontata anche dal punto di vista delle relazioni tra le unità

lessicali: tra 2 parole ci può essere un rapporto di sinonimia, di antonimia, di iponimia e iperonimia, di

omonimia-omofonia (quest’ultima proprietà non va confusa con la polisemia)

ogni singola parola non rispecchia soltanto il modo di conoscere la realtà a cui le persone si riferiscono,

ma il suo significato rende anche conto del tipo di articolazione che presenta l’area semantica a cui

appartiene

vi sono parole che, per essere comprese nel loro significato completo, hanno bisogno di una conoscenza

extralinguistica: sono le espressioni deittiche (es: qui, là, oggi, ieri, domani, l’anno prossimo, io, tu, ..)

sono ancora più subdole sotto il profilo semantico, perché è come

le parole a valenza presupposizionale

se avessero un significato a doppio fondo: gioco tra il fuoco enunciativo e lo sfondo di ciò che è dato per

scontato; queste parole incorporano nel significato lessicale il meccanismo basilare dell’organizzazione del

discorso, formulabile come una continua negoziazione tra il noto, o dato, e il nuovo il

un altro aspetto rilevante della questione semantica è dato dal fonosimbolismo, o iconismo linguistico;

i suoni delle parole (significanti) si collegano a certi

principio costitutivo del segno linguistico è l’arbitrarietà:

concetti (significati) soltanto per convenzioni accettate per lo più in modo inconsapevole e passivo dalla

dovendo essere percepiti, i significati linguistici possono conservare un loro potere

massa parlante; tuttavia,

marginale di evocazione del significato, come sembra avvenire in quelle parole che definiamo onomatopeiche

(tali forme sonore restano pur sempre delle interpretazioni e non delle imitazioni di una presunta realtà

oggettiva, altrimenti dovrebbero essere le stesse nelle varie lingue); le parole delineano un profilo sonoro

non possiamo far valere la traccia di alcun

che può essere assimilato a dei contorni figurativi, anche quando

significato per esse

a rendere ulteriormente complicata la questione del significato è anche la relazione, non sempre

trasparente, tra le parole selezionate (significato dell’enunciato) e l’intenzione con cui possono essere

pronunciate dal parlante (significato dell’enunciatore) 39

IL DIFFERENZIALE SEMANTICO alla persona si richiede di valutare ciò

consiste in una serie di scale a 7 punti costruite da aggettivi antonimi;

che una certa parola evoca in lei mediante l’attribuzione di un punteggio in ognuna delle scale; i giudizi

delle parole, il quale appare correlato con molte

rilevati con tali scale strutturano il significato connotativo

variabili importanti dell’indagine psicologica, quali l’età, il genere, la personalità, l’identità sociale

IX. Linguaggio e pensiero.

l’intreccio tra pensiero e linguaggio è intricatissimo e può essere esplorato in molteplici modi, a cominciare

la mente accede al lessico in 2 modalità

dal modo in cui le persone hanno accesso al loro lessico mentale;

differenti, a seconda che si sia nel ruolo di parlante o in quello di ascoltatore il Modello Logogen proposto

da Morton descrive una procedura di accesso automatico al lessico mentale, che passa attraverso l’analisi

delle semplici caratteristiche fisiche delle parole; ogni scatto del dispositivo Logogen rende più bassa, e

quindi più agevole da superare, la soglia necessaria a riconoscere la parola; il formato cognitivo della parola

è il concetto, cioè lo schema che organizza la conoscenza del mondo evocata da una certa parola; concetti

concreti sono più facili da acquisire dei concetti astratti; la più piccola unità cognitiva che possa valere come

che si manifesta come frase pensare

asserzione sul mondo non è la parola, bensì la proposizione,

implica mettere in relazione un concetto con almeno un altro: ciò di cui si dice qualcosa e ciò che se ne

(o soggetto, o tema) e predicato (o rema) sono i termini che individuano i 2 poli

dice: argomento

indispensabili alla relazione del pensare-parlare; le proposizioni si organizzano in reti a formare modelli

mentali che contengono la nostra comprensione di come stanno le cose nel mondo fisico e sociale e guidano

le nostre interazioni

IL PRIMING

il priming (letteralmente: azione di innesco) consiste nell’esecuzione agevolata di operazioni cognitive

anche se non

concernenti materiale verbale, dovuta alla percezione subliminale di una parola

per cui seleziona il relativo

adeguatamente percepita, quella parola opera da preattivatore di attenzione,

schema categoriale (tale fenomeno non conferma i timori di una persuasione subliminale, che spesso viene

ascritta tra le armi della pubblicità)

X. Lingua e cultura.

la lingua è strettamente intrecciata alla cultura sotto molti aspetti, perché attraversa le complesse procedure

con cui le varie comunità umane organizzano la loro esperienza del mondo

le lingue umane esprimono la natura delle cose o si reggono su convenzioni storico-sociali??

(ipotesi Sapir-

gli antropologi Sapir e Whorf hanno elaborato la teoria della Relatività Linguistico-Culturale

Whorf), secondo cui la lingua pone forti vincoli sul modo in cui ogni comunità culturale può concepire il

mondo: la ricchezza lessicale e l’organizzazione grammaticale di una determinata lingua disegnano

l’orizzonte entro cui la realtà potrà essere concettualizzata dalla cultura della comunità che la parla; Whorf

si spinge fino a sostenere che la lingua determina direttamente la rappresentazione del mondo sottoposta

a diverse critiche concettuali e a numerosi controlli empirici:

nella sua versione radicale, secondo cui la lingua determina la rappresentazione della realtà, tale ipotesi

che ogni comunità linguistico-culturale sia

risulta non soltanto infalsificabile, quindi arbitraria, ma comporta

chiusa all’interno del suo universo simbolico e che la traduzione interlinguistica sia una pratica pressoché

illusoria (si è dimostrato che la capacità di percepire i colori non dipende dal numero di parole messe a

disposizione dal lessico)

nella sua versione moderata, i sistemi linguistici mettono a disposizione delle persone (e delle comunità

culturali) i modelli interpretativi che le orientano nella costruzione della loro realtà di riferimento; MA la

lingua non è una camicia di forza imposta alle persone dal loro vivere in una determinata comunità sociale,

ma piuttosto una serie di lenti necessarie a sostenere la nera scatola mentale le parole non sono semplici

etichette, ma modelli interpretativi e potenziali argomentativi

XI. Funzioni e varietà della lingua.

a che serve parlare?? rendere noti i propri pensieri, manifestare ciò che si prova, rendere percepibile

funzione espressiva:

all’esterno il proprio vissuto privato

appellativa: rivolgersi ad altri, tentando di modificarne la mente o il comportamento

rappresentativa: descrivere un mondo di riferimento, cioè costruire un modello della realtà da cui ci si

sentone impegnati 40

fatica: parlarsi per il semplice piacere di farlo e di rinsaldare la propria relazione

attribuire valore estetico a certi risultati della propria produzione verbale

poetica:

riflettere sulla lingua che si usa

metalinguistica:

sono dovute:

le principali forme di variazione della lingua

all’evoluzione temporale (per cui si possono distinguere locuzioni antiquate, correnti o appena coniate)

alla distribuzione dei parlanti sul territorio (per cui si possono riconoscere forme dialettali o parlate locali)

alla differenziazione delle situazioni e dei tipi di relazioni che si stabiliscono tra i parlanti quest’ultima

variazione è regolata dalla definizione dei registri, per cui distinguiamo modi di espressione informale

(conversazioni tra amici) e modi di espressione formale nelle quali è

un ulteriore livello di variazione sostanziale è rappresentato dalle lingue settoriali o speciali,

raccolta l’esperienza del mondo che le persone fanno in base alla loro professione (ogni lingua settoriale

rende operativo un principio di differenziazione psicologica dei gruppi in noi verso loro)

XII. Il farsi del discorso nella conversazione.

la conversazione è l’evento prototipico delle interazioni comunicative con cui gli uomini gestiscono il progetto

è un’attività di enunciazione di senso ancorata ad un

di dare senso al mondo e a loro stessi; il discorso

orizzonte culturale di attese condivise e specificate di volta in volta da un determinato contesto; le

componenti della lingua (lessico e grammatica) sono dei potenziali di senso; per trasformarli in atti

comunicativi, le persone che interagiscono fanno riferimento ad una situazione enunciativa, o contesto; le

principali coordinate del contesto sono di natura spazio-temporale; tuttavia, il contesto situazionale non è

solo un ambiente fisico condiviso, ma anche un ambiente socio-relazionale-culturale; pertanto, poiché deve

molto

radicarsi in un contesto, anche se si realizza come pratica individuale, la logica del discorso è sociale;

cioè alle regole che le persone hanno

rilevanti sono le riflessioni relative al meccanismo della turnazione,

interiorizzato per controllare reciprocamente il modo in cui alternarsi nel parlare (permette alle persone di

partecipare in modo abbastanza ordinato alla conversazione); il modo di conversare dipende anche dal

formato interazionale che vincola le persone ad adottare obiettivi almeno parzialmente e temporaneamente

condivisi; aspetti costanti ed universali della conversazione:

(o coppia adiacente): questa si ha quando ciò che uno dice ha

fenomeno della sequenza complementare

un’alta rilevanza condizionale per ciò che dirà l’altro; il mancato rispetto delle aspettative sollevate dalla

sequenza complementare è caricato di senso

la conversazione è possibile perché i partecipanti si attengono ad un principio di cooperazione (regola

della quantità, della qualità, della relazione, del modo) la

le interazioni comunicative rispettano tale impianto anche quando si ha una conversazione aggressiva;

forza di tale impianto è tale da dare un senso anche alla violazione evidente di uno di queste massime, come

molte tattiche interazionali, come la metafora o l’ironia, funzionano

accade nelle implicature conversazionali:

grazie alla capacità delle persone di capire ciò che non viene detto, leggendo le intenzioni del parlante; la

frequenza con cui ognuno interviene in una conversazione e l’ampiezza temporale che riesce a dare ai propri

contributi sono indicatori dell’immagine di sé che vuole offrire agli altri

ATTI LINGUISTICI è assunta come preliminare da ogni indagine interessata a far luce sulla

la nozione di atto linguistico

dinamica delle reali intenzioni verbali in cui le persone sono coinvolte nella vita quotidiana la teoria

standard distingue 3 aspetti, o modalità, di realizzazione dell’atto linguistico, che si configura come:

atto locutorio: l’atto di dire qualcosa

è ciò che si fa nel dire qualcosa (un chiaro indicatore è l’intonazione)

atto illocutorio:

è ciò che si fa con il dire qualcosa (non avrebbe molto senso parlare se non si mirasse

atto perlocutorio:

anche a produrre degli effetti sugli altri) (persuadere)

nella sua totalità, l’atto linguistico può realizzarsi in 2 modalità:

diretta: quando c’è congruenza tra il significato delle parole e lo scopo per cui sono prodotte

quando non c’è corrispondenza immediata tra le parole dette e la meta intenzionale che le

indiretta:

sorregge, ma il parlante confida nelle capacità inferenziali del suo interlocutore

la griglia concettuale dell’atto linguistico non è esente da critiche, poiché la nozione cardine di forza

illocutoria non è definita chiaramente e comunque non basta a far trasparire l’intenzione del parlante: spesso

consente di chiarire che cosa sta facendo il parlante nel dire certe parole

solo il riferimento al contesto 41

XIII. Accordi e conflitti. (uomo-donna, genitore-figlio, ..) come prototipo degli

di solito si tende a considerare la relazione di coppia

eventi comunicativi alcuni disturbi riscontrabili nella relazione di coppia (blocchi emotivi, ostilità, rotture)

sono l’esito di routine comunicative minate da paradossi pragmatici, cioè da richieste sostanzialmente

derivano dal fatto che le persone possono non concordare sul modo di

impraticabili; alcune disfunzioni

attivare i principi della comunicazione, cioè gli schemi interpretativi degli eventi comunicativi quotidiani:

non si può non comunicare

ogni evento comunicativo è bifacciale, in quanto veicola contenuti e registra relazioni, cioè fornisce delle

notizie e ne stabilisce il valore per le persone, dà informazioni e chiavi per interpretarle

l’evento comunicativo in cui sono coinvolte 2 persone può essere segmentato in fasi diverse, non sempre

coincidenti (punteggiatura)

le persone possono comunicare mediante sistemi di segni retti da logiche differenti e con potenzialità

diverse che ha i

ogni evento comunicativo posiziona i partecipanti nella dimensione del potere interpersonale,

suoi estremi nell’aspirazione all’uguaglianza fra diritti e doveri (relazione simmetrica) e nel riconoscimento

della disparità (relazione complementare)

ogni evento di comunicazione interpersonale ha carattere sistemico, per cui gli effetti di certe posizioni

retroagiscono sulle loro cause in una relazione circolare perché è il risultato di una

il significato di ciò che avviene in un incontro interpersonale è dialogico, che è precedente alla

costruzione congiunta; di per sé il conversare richiede un impegno a cooperare bisogna

distinzione del rapporto con l’altro in termini positivi o negativi (amore/odio); anche per litigare

essere (almeno) in 2 a parlarsi con intenti lesivi: se in un diverbio l’altro non capisce come ingiuriosa una mia

espressione, cioè se non collabora a darle l’intenzione offensiva con cui è stata enunciata, ciò che dico non

ha senso; alcune forme di conflitto possono favorire una crescita di conoscenza e di adattamento reciproco,

ma quelle più frequenti si manifestano con veri e propri attacchi al proprio interlocutore, al fino di metterlo in

difficoltà

XIV. Capire per capirsi.

per comprendere un discorso, occorre attivare contemporaneamente molte procedure; la competenza

ricettiva della lingua è più ampia e precoce di quella produttiva; per capire, occorre che la persona sia vigile,

abbia accesso non solo al lessico mentale, ma anche ad uno sfondo di conoscenze sul mondo fisico e sociale

cioè si regge sulla capacità

che costituiscono la sua enciclopedia; l’intero processo ha carattere inferenziale,

di individuare informazioni implicite nel discorso e di anticiparne le conclusioni; anche la comprensione del

che impegna le persone a collaborare per rendere sensato

discorso è guidata dal principio di cooperazione,

ciò che dicono (di solito le persone fanno in modo che ciò che dicono sia chiaro, perché hanno tutto

l’interesse di essere capite; altrimenti fenomeni di fraintendimento e, quindi, di fallimento comunicativo);

operante nelle massime che regolano la

tuttavia, vi sono circostanze in cui il principio di cooperazione

conversazione viene messo in mora e ciò può avvenire sia in forma nascosta che palese:

a volte la violazione delle regole comunicative dev’essere occultata, come nelle menzogne e nelle

seduzioni, nei raggiri e negli inganni, che sono tutte situazioni in cui il vero intento del parlante non

dev’essere capito

altre volte, invece, il parlante mette in chiara evidenza la sua volontà di non rispettare questa o quella

massima conversazionale, perché reputa che in tal modo l’interlocutore può capire meglio ciò che intende

dire un mero evidente aggiramento del principio di cooperazione si verifica allorquando il parlante è costretto

a ricorrere a forme di comunicazione equivoca, cioè quando non soddisfa l’attesa del suo interlocutore di

essere chiaro

POTREMO PARLARE CON I COMPUTER?? per le

la comprensione del significato di un enunciato o di un testo rimane un traguardo piuttosto lontano

potenzialità dei computer; le maggiori difficoltà si incontrano nel riprodurre l’uso flessibile che la mente sa

fare della conoscenza del mondo e nel rendere di volta in volta disponibile il quadro contestuale pertinente

XV. Dire per spiegarsi. l’attività del parlare può essere

se capire i discorsi è un’attività così complessa, farli non lo è da meno;

poiché per certi scopi può essere utile

descritta nei suoi elementi costitutivi, cioè gli atti linguistici,

rintracciare gli indizi intenzionali legati alle proposizioni; ma per altri scopi può essere utile indicare le forme

globali che essa assume, cioè i vincoli derivanti dal suo rientrare in un certo genere discorsivo le principali

42

procedure psicologiche che consentono la composizione degli atti linguistici nelle strutture di un genere

(qualsiasi attività linguistica rappresenta un equilibrio tra i 2

discorsivo sono il narrare e l’argomentare

principali moduli espressivi del narrare e dell’argomentare) il parlare corrisponde a 2 modi di funzionare

della mente:

il testo argomentativo rivela un modo di pensare-parlare che consiste fondamentalmente nel fornire dei

dati a sostegno di una conclusione

il testo narrativo rivela un modo di pensare-parlare che impegna le persone a rispettare la

consequenzialità della vita e dell’azione

BOX n. 8. IL MODELLO ORATORIO DELLA MENTE

la mente è come un computer, poiché non fa altro che immagazzinare

per gli psicologi cognitivisti ritengono riduttiva tale

informazioni, codificarle e rievocarle quando servono gli psicologi contestualisti

analogia, perché la mente non si limita a registrare eventi, ma tenta di trovarne un senso

l’attività umana del pensare è un dibattimento tra un determinato argomento e il suo contrario aderire alla

metafora dibattimentale/oratoria del pensiero vuol dire che la spiegazione di ciò che noi facciamo in quanto

soggetti di attività psichica non è racchiusa unicamente nei principi di funzionamento delle reti neurali, ma

risponde anche ai vincoli e alle strategie della negoziazione del significato in un contesto storico-culturale

dato; tutto ciò che io intendo è sempre l’esito di un confronto argomentativo

XVI. Esito, dunque esisto.

quando le persone parlano, il flusso dei suoni non è sempre stabile e uniforme; la mente del parlante è

impegnata in una serie di procedure tra loro connesse; di solito tutti questi processi si svolgono in modalità

comportano un tale accumulo di informazione da elaborare, che

sincrona con il farsi del discorso, ma talvolta

il computer mentale va momentaneamente in pausa o sfrigola in farfugli esitativi possono verificarsi vari

tipi di pause:

quando le interruzioni della catena sonora sono percepibili come silenzio, abbiamo delle pause vuote

invece, sono delle brevi interruzioni nella catena fonematica, che vengono coperte da

le pause piene,

vocalizzi (mhm) o da segregati vocali come sbadigli, risatine, grugniti

le pause di giuntura, infine, sono quegli attimi di silenzio che si verificano quando il parlante deve

articolare insieme i sintagmi di una frase o le frasi all’interno di un più vasto segmento testuale

ai fenomeni di esitazione; quando un individuo

alcuni parlanti e alcuni contesti sono maggiormente esposti

esita nel parlare, sta implicitamente dichiarando di essere impegnato a pensare come dire meglio

Freud inserì i

altri riscontri sui processi cognitivi del parlare sono forniti dalla possibilità di incorrere in errori;

lapsus languae tra i possibili modi di manifestarsi dell’inconscio; ipotesi degli psicologi cognitivisti: se

osserviamo la varia tipologia di errori che normalmente di commettono nel parlare (anticipazioni,

posticipazioni, permutazioni, fusioni) risulta che il lapsus rivela l’incepparsi della corrispondenza tra

pianificazione ed esecuzione del discorso; i fenomeni di esitazione non raggiungono il livello della

consapevolezza perché le risorse attentive della persona sono impegnate a fronteggiare il sovraccarico

cognitivo o emotivo sperimentato nel parlare; tuttavia, c’è una situazione in cui la persona è costretta a

prendere consapevolezza del fatto di esitare, cioè quando non riesce a dire una certa parola, proprio quella

quando una

che gli serve in quel momento lì e che per giunta ammette di avere sulla punta della lingua:

persona è in tale condizione, dispone in effetti di molte informazioni su quella parola

I DISTURBI DEL LINGUAGGIO

un primo criterio distingue tali disturbi in evolutivi e duraturi: alcune difficoltà di comunicazione verbale sono

legate ad una particolare fase del ciclo di vita, per cui possono scomparire col tempo; altre manifestazioni di

alcuni deficit

anomalia tendono a persistere un altro criterio differenzia i disturbi in periferici e centrali:

sono dovuti a qualche imperfezione nella forma o nella funzionalità dell’apparato vocale-uditivo, altri deficit

nell’organizzazione del linguaggio derivano da lesioni di alcune aree della corteccia cerebrale, dovute a

patologie neurologiche o vascolari e a traumi cranici

le patologie del linguaggio più note sono:

sordità: la perdita, parziale o totale, dell’udito comporta una difficoltà o l’impossibilità di articolare suoni

(è molto utile insegnare loro una forma gestuale di comunicazione)

è un incepparsi continuo del meccanismo fonoarticolatorio, per cui risulta alterato il ritmo

balbuzie:

dell’eloquio 43

dislessia: difficoltà, più o meno grave, a riconoscere la possibile traduzione grafica dei suoni e, quindi, a

tradurre i fonemi in grafemi

disturbi specifici nella comprensione e produzione del linguaggio causati da lesioni ad aree

afasie:

corticali specifiche (lo studio di tali disturbi ha consentito di individuare le aree della corteccia cerebrale che

sono interessate al controllo della parola)

Sindrome Sintomi Natura del deficit Area danneggiata

Afasia di discorso non fluente; agrammatismo (sono la persona capisce, ma si esprime molto parte posteriore del lobo

Broca omesse spesso le parole funzionali, che lentamente, a grande fatica e in modo frontale inferiore

rendono scorrevole il discorso, come articoli, confuso, poiché sono alterate la

ausiliari, morfemi flessivi, coniugazione dei pianificazione e la produzione del discorso

verbi)

Afasia di la persona si esprime facilmente e in fretta, ancorché fluente, il discorso non è metà posteriore dell’area

Wernicke ma la comprensione uditiva è povera coerente; alterati i modelli fonetici delle temporale

parole

Afasia di difficoltà nel reperire le parole non c’è connessione tra i modelli fonetici fascicolo arcuato (fascio

conduzione e l’area di produzione di fibre che connette il

loro temporale a quello

frontale)

Afasia sono disturbate tutte le funzioni del sono danneggiati tutti i componenti larga parte dei lobi

globale linguaggio dell’elaborazione linguistica frontale e temporale

XVII. Oralità, scrittura, multimedialità.

ciò che gli uomini sanno del loro linguaggio dipende in gran parte dalla loro appartenenza a società

alfabetiche; per le società a cultura orale i discorsi sono eventi o modi dell’agire e come tali sono intrisi di

invece, i testi sono strumenti per rappresentare una certa conoscenza del

potere; per la cultura scritta,

mondo e di sé; leggere e scrivere sono le pratiche prototipiche organizzate dalle società alfabetiche in

contesti formali di insegnamento-apprendimento della lingua, gestiti dall’istituzione scolastica; imparare a

leggere e a scrivere comporta una trasformazione complessiva delle operazioni mentali; il modello standard

proposto per spiegare i processi attivati nella lettura mette a disposizione delle persone 2 possibili strategie:

comporta che, nel riconoscere una parola, il lettore sappia anche come si pronuncia; è

via lessicale:

praticata per leggere le parole irregolari

via fonologica: impegna il lettore a combinare i risultati di una verifica nel sistema di conversione

grafema-morfema; è praticata per leggere le parole non disponibili nel lessico mentale o le non parole

leggere e scrivere istituiscono abilità che generano una nuova forma di soggettività, in quanto l’individuo può

sperimentare un maggiore controllo sui meccanismi sociocognitivi di questo nuovo modo di comunicare; le

che sono

abilità di lettura e scrittura favoriscono anche il consolidarsi di una consapevolezza metalinguistica,

ulteriormente favoriti dalla multimedialità che caratterizza la maggior parte delle pratiche comunicative

attuali

XVIII. La costruzione sociale del senso.

le scelte linguistiche costruiscono l’identità personale e sociale degli individui, in quanto rendono più o meno

trasparente come essi si collocano nella rete dei resoconti che la società mette a disposizione per spiegare gli

con cui le persone danno un assetto

eventi; anzitutto la pratica sociale del parlare genera gli schemi cognitivi

ordinato (e spesso gerarchico) alla loro esperienza del mondo; le varie forme del parlare consentono agli

individui di vivere in un universo consensuale, nel quale tutti sanno di potersi avvalere di memoria,

atteggiamenti, valori ed emozioni comuni, che stabiliscono appunto il senso comune; i discorsi rendono

cioè quelle specifiche modalità conoscitive con cui gli individui e i gruppi

operative le rappresentazioni sociali,

negoziano il significato da dare alla realtà; i discorsi di tutti i giorni collegano le persone alla struttura sociale,

l’ideologia penetra nei discorsi quotidiani soprattutto attraverso gli

per cui sono veicoli di ideologie;

cioè delle generalizzazioni eccessive che esprimono una valorizzazione (positiva o negativa) di un

stereotipi,

oggetto socialmente rilevante, sia esso un’etnica, un gruppo, una professione o una situazione; di solito gli

stereotipi alimentano i pregiudizi, cioè delle interpretazioni ingiustificate adottate dagli individui e dai gruppi

per proteggersi dalla paura degli altri (la forma più pericolosa del pregiudizio riguarda l’appartenenza etnica)

alcune ricerche hanno evidenziato una tendenza sistematica delle persone ad esprimere in un certo modo il

favoritismo verso il proprio gruppo di appartenenza; se si è costretti a dare una valorizzazione negativa di un

cioè il tipo di relazione che si ha rispetto ai 2 gruppi coinvolti,

certo evento, allora il proprio posizionamento, di ciò che è avvenuto; ogni

comporta anche delle tendenze a formulare in un certo modo la spiegazione 44

scelta linguistica adotta un particolare repertorio interpretativo che contiene giudizi di valore e indicazioni

circa la condotta da seguire; nel loro parlare, le persone esercitano una forma di potere simbolico;

Bernstein ha ipotizzato che la stratificazione sociale comporti anche un diverso potenziale espressivo e che

l’insuccesso scolastico cui sono esposti i bambini provenienti da strati sociali più poveri sia dovuto

essenzialmente alle condizioni di svantaggio comunicativo in cui avviene la loro crescita tale teoria del

deficit linguistico fu contrastata da Labov, il quale propose una teoria della differenza, secondo cui ogni

strato sociale ha il proprio potenziale comunicativo, adeguato alle sue specifiche condizioni di vita: il potere

di cui ognuno si rivela dotato nel parlare non è una qualità stabile, ma si lega ad un’immagine di sé che

dev’essere sempre confermata dagli altri e quindi è esposta a critiche, revisioni, contestazioni

8. INTELLIGENZA E PENSIERO.

I. Le teorie implicite dell’intelligenza. ossia i complessi di

alcuni studiosi hanno cercato di individuare le cosiddette teorie implicite dell’intelligenza,

opinioni che ogni individuo possiede circa l’intelligenza cercando di raggruppare le caratteristiche attribuite

all’intelligenza, Stenberg ha individuato le seguenti categorie:

capacità di soluzione dei problemi (capacità di ragionamento logico, di individuare relazioni tra le idee e

di approfondirle, di adattarsi alle situazioni e di mantenere una mentalità aperta)

abilità verbale e competenza sociale (tolleranza verso gli altri, interesse per il mondo circostante,

capacità di giudizio e capacità di riconoscere i propri errori, curiosità e puntualità)

è relativo al contesto culturale cui si appartiene e che, in particolari ambiti, esso

il concetto di intelligenza

include elementi che vanno oltre i temi classicamente studiati dalla psicologia del pensiero; le persone usano

le proprie teorie ingenue per la valutazione delle capacità altrui

II. Tipi di intelligenze.

le impostazioni di Binet (studio dell’età mentale) e di Stern (studio del QI), tese a ricavare un’unica misura

che si manifesta in modo

dell’intelligenza, presuppongono che questa sia una capacità generale e omogenea

simile nei diversi campi cui l’individuo si applica

l’idea che l’intelligenza non sia un’abilità monolitica, ma che vi siano invece forme diverse di intelligenza,

andò affermandosi soltanto in seguito, soprattutto grazie agli apporti dell’impostazione fattorialistica:

secondo questa prospettiva, l’intelligenza è considerata una struttura articolata, scomponibile in parti,

chiamate fattori, le quali corrispondono a distinte abilità che possono essere messe in luce attraverso

appropriate metodologie sperimentali e di analisi statistica se si parte dell’assunto che l’intelligenza sia

un’entità composta da vari elementi, il problema diventa quello di stabilire quanti e quali sono i suoi fattori:

una teoria parsimoniosa (e in parte ancora vicina all’idea di intelligenza unica) è quella di Spearman,

riferito ad un’abilità presente in tutti i

che prevede 2 soli tipi di fattori: un fattore generale (o fattore g),

compiti intellettivi, e alcuni fattori specifici propri dei diversi compiti (riflette l’effetto

un’altra bipartizione è proposta da Cattell che distingue tra intelligenza cristallizzata

(fa riferimento ad abilità che non sono trasmesse dalla cultura)

dell’acculturazione) e intelligenza fluida (collegata al linguaggio e al

Vernon distingue invece nell’intelligenza un’attitudine verbale-scolastica

(corrispondente alle abilità spaziali e manuali)

calcolo matematico) e un’attitudine pratico-operativa

intellettive primarie: ragionamento astratto, ragionamento spaziale,

Thurstone individua 5 attitudini

abilità numerica, fluidità di pensiero, significato verbale

le ultime tipologie citate suggeriscono l’idea che l’intelligenza si differenzi secondo l’ambito in cui si trova ad

in cui si

operare in questa prospettiva, Gardner sostiene la cosiddetta teoria delle intelligenza multiple,

continua a considerare l’intelligenza come composta da abilità distinte, che però non sono intese come fattori

come avveniva nelle teorie sopra esposte, alla

specifici per dominio: tali abilità si riferiscono non soltanto,

sfera intellettiva, bensì sono individuate, come avviene nelle teorie implicite, in una maggior varietà di campi

ipotizza l’esistenza di 7 forme di intelligenza:

linguistica corporea

musicale intrapersonale

logico-matematica interpersonale

spaziale

Gardner ha ipotizzato anche l’esistenza di 2 ulteriori intelligenze, denominate

naturalistica

spirituale, o esistenziale

45

III. Architetture dell’intelligenza. di intendere l’organizzazione dell’intelligenza, un modo che

abbiamo sinora considerato un modo orizzontale

porta ad individuare tipi di intelligenze poste, per così dire, sullo stesso piano, una di fianco all’altra

ipotizzando vari livelli una concezione di

l’intelligenza può essere però articolata anche in senso verticale,

questo genere è stata elaborata da Guilford: secondo questo psicologo le varie capacità mentali sono

ordinate secondo 3 assi:

operazioni: attività di base che la mente compie con le informazioni che riceve dai sistemi percettivo-

sensoriali fanno riferimento alla natura delle informazioni

contenuti:

si riferiscono alla forma assunta dall’informazione quando viene elaborata dalla mente, cioè ai

prodotti:

risultati dell’applicazione di un’operazione ad un contenuto

una teoria recente dell’intelligenza è la teoria triarchica di Stenberg: questa si compone di 3 sotto-teorie:

teoria contestuale: definisce l’intelligenza in rapporto all’ambiente

studia l’interazione tra l’individuo e i compiti che deve affrontare

esperienziale:

cerca di individuare i meccanismi mentali di base, le componenti, appunto,

componenziale:

dell’intelligenza

le componenti sono unità elementari di trattamento dell’informazione, unità che compiono una singola

specifica operazione mentale, e sono organizzate su 3 livelli:

meta-componenti: sono responsabili dell’organizzazione generale del pensiero

sono quelle che permettono di realizzare i piani stabiliti a livello di meta-

componenti di prestazione:

componenti sono utili per affrontare situazioni che si presentano per la

componenti di acquisizione di conoscenze:

prima volta

IV. Pensare per analogie.

di fronte ad una situazione nuova, l’operazione mentale più economica consiste nel cercare nell’esperienza

al caso presente; un tipo di transfert è dato

passata degli elementi che possano essere trasferiti (transfert)

questo si basa sull’applicazione di conoscenze relative ad una situazione nota

dal ragionamento per analogia:

ad una situazione non nota, attraverso un processo che permette di individuare una serie di corrispondenze

tra la prima e la seconda; l’analogia di proposizione può essere così espressa: A sta a B come C sta a D

di trovarsi di fronte a situazioni così ben delineate come le

però, nella vita di tutti i giorni, capita raramente

analogie di proporzione per studiare sperimentalmente questo genere di casi, viene impiegata una

procedura che prevede una fase di acquisizione (viene presentata la source, ossia uno stimolo che contiene

(viene presentato il target,

un’idea utile all’esecuzione del compito successivo) e una fase di problem-solving

un problema ambientato in un contesto molto diverso da quello della source, che tuttavia può essere risolto

applicando un principio che è in essa incluso) attraverso questo tipo di procedura è stato possibile

individuare, nella soluzione di un problema per via analogica, 3 passaggi:

costruzione della rappresentazione mentale della source e del target

proiezione della source sul target: tale proiezione inizierebbe con il rilevamento di alcune corrispondenze

tra le 2 rappresentazioni che si estenderebbe poi anche agli altri aspetti

generazione di un piano di soluzione per il target attraverso l’applicazione di azioni descritte nella source

cioè una struttura organizzata gerarchicamente in

tale piano di soluzione viene intesto come uno schema,

uno stato iniziale (comprendente i vincoli della situazione, le risorse disponibili), l’obiettivo da raggiungere e

la strategia per raggiungerlo; si ragiona per analogia quando ci si accorge che source e target sottendono,

ad un livello astratto, o profondo, il medesimo schema e che quindi ciò che è servito nella prima può

risultare utile anche nella seconda (non è facile rilevare spontaneamente le corrispondenze tra source e 46

target, perché questi presentano caratteristiche di superficie diverse, trattandosi di situazioni con differente

contenuto)

V. Ragionamento induttivo.

da vari casi particolari ricaviamo una conclusione generale:

pensiero induttivo: un concetto è un’entità che

una semplice forma di induzione è data dalla formazione dei concetti;

sussume tutti gli elementi che condividono certe proprietà; i concetti non sono stabiliti sulla base di un

elenco di caratteristiche, ma sono organizzati secondo somiglianze di famiglia; possono essere intesi come

insiemi sfumati, in cui vi sono elementi prototipici che si collocano nell’area centrale, in quanto possiedono le

proprietà che maggiormente ricorrono negli esemplari della categoria, anche se non sono proprietà

definitorie ed elementi non prototipici che si collocano alla periferia, in zone che sfumano in quelle di altre

categorie i soggetti

il pensiero induttivo non porta soltanto a costruire concetti, ma anche a formulare ipotesi;

tendono a formulare ipotesi molto specifiche e propendono a confermare le proprie ipotesi, anziché a

falsificarle, strategia che sarebbe più vantaggiosa

VI. Ragionamento deduttivo.

quando si possiede un principio generale, si può compiere il percorso inverso dell’induzione: la deduzione,

consistente nel ricavare conclusioni particolari da affermazioni generali:

che si attiva quando occorre stabilire se un

una forma di deduzione è il ragionamento condizionale,

enunciato generale è applicabile ad un caso particolare sono possibili 2 tipi di errori:

tendenza a validare un principio attraverso casi positivi e non attraverso esempi falsificanti

errore dell’affermazione del conseguente che induce a ritenere simmetrico il rapporto di implicazione

logica presente nel principio (così come essere mamma implica essere donna, ma essere donna non implica

essere mamma)

si è meno indotti a commettere errori di questo genere se il compito viene presentato, mantenendo la

medesima struttura logica, con riferimento a situazioni concrete e familiari

struttura logica in cui, date 2 premesse, in

un’altra forma di deduzione è data dal sillogismo categoriale,

si trae una conclusione in

cui si enunciano 2 rapporti nei quali ricorre il medesimo termine (termine medio),

cui non compare il termine medio anche in questo caso si possono produrre degli effetti psicologici che

portano a commettere degli errori: secondo cui le premesse creano una sorta di aspettativa che

uno di questi è l’effetto atmosfera,

induce il soggetto, per esempio, a ritenere corretta una conclusione del medesimo tipo delle premesse

a trarre in inganno: se una conclusione

in altri casi è il contenuto delle deduzioni sillogistiche

scorretta dal punto di vista logico è conforme a ciò che accade abitualmente nel mondo, si è portati a

considerarla valida (e viceversa)

VII. Ragionamento probabilistico e presa di decisione.

il nostro pensiero non è chiamato soltanto a inferire conclusioni certe; molte volte deve compiere previsioni

circa eventi il cui verificarsi è verosimile ma non è assicurato in questi casi si tratta di stimare la

probabilità di ottenere certi risultati e su questa base prendere decisioni; vi sono principi logici e leggi

statistiche che permettono di stabilire il grado di probabilità di certi eventi, ma il nostro pensiero non vi si

adegua sempre; perché si incorre nell’errore detto fallacia della congiunzione (viene stimato meno probabile

il verificarsi di un evento rispetto al verificarsi di tale evento in congiunzione con un altro evento)?? perché

quell’evento ci sembra più rappresentativo dell’idea che ci siamo fatti; talvolta l’errore dipende non

dall’euristica (strategia di pensiero) dalla rappresentatività, ma dall’euristica della disponibilità, ossia dalla

facilità con cui riusciamo a farci venire in mente un caso che possiede determinate caratteristiche; queste

fallacie nelle stime di probabilità possono tradursi in incongruenze nella presa di decisione

VIII. Lo spazio del problema.

è possibile formulare una descrizione generale di come procede il pensiero?? è ciò che si è tentato di fare

nella prospettiva dell’elaborazione dell’informazione (o dell’HIP: Human Information Processing), proponendo

la soluzione di un problema richiede che vengano definiti i

un modello generale di problem-solving

seguenti elementi:

stato iniziale

stato finale che si intende raggiungere

gamma di operatori (ossia delle azioni) che possono essere applicati allo stato del problema al fine di

trasformarlo 47

vincoli che pongono condizioni ulteriori, rispetto al semplice raggiungimento dello stato finale, perché il

processo solutorio possa dirsi soddisfacente (es: raggiungere lo stato finale con il più basso numero possibile

di passaggi) rappresentato da tutti gli stati che potenzialmente sono

si viene così a costituire lo spazio del problema,

raggiungibili, a partire da quello iniziale, attraverso l’applicazione degli operatori disponibili; assume la forma

di un grafo; la soluzione del problema è data dalla sequenza di operatori che possono trasformare lo stato

iniziale del problema in quello finale nel rispetto dei vincoli dati; risolvere un problema significa trovare la

strada che dallo stato iniziale permette di raggiungere lo stato finale o goal (obiettivo); è possibile adottare 2

tipi di strategie: gli algoritmi e i metodi euristici

consiste nell’esplorazione sistematica di tutte le possibili vie di soluzione,

la procedura algoritmica

scegliendo uno dei possibili stati che seguono allo stato iniziale, a partire da tale stato si esplora uno di quelli

che sono raggiungibili e così di seguito finché o si trova la soluzione o ci si imbatte in un punto cieco, in

quest’ultimo caso si retrocede al penultimo stato esplorato e si imbocca un altro percorso

suggerisce invece di analizzare tutti gli stati che si diramano da quello

un’altra strategia algoritmica

iniziale, si procede quindi analizzando tutti i successivi possibili stati intermedi raggiungibili da tale primo

livello di stati e così via sino ad identificare uno stato che corrisponda alla soluzione

le procedure descritte assicurano sempre, prima o dopo, il raggiungimento della soluzione, ma richiedono

tempo e fatica perché esigono che siano provate tutte le possibili trasformazioni

nell’impossibilità, o difficoltà, di applicare un algoritmo, si può tentare l’attivazione di una strategia euristica;

di una

il termine euristica è qui impiegato per designare le procedure che contribuiscono a ridurre la ricerca

soluzione rispetto all’esplorazione di tutte le alternative possibili: ciò viene perseguito limitando il numero

delle alternative da esaminare a quelle che sembrano avere maggiori probabilità di successo; non essendo

prese in considerazione tutte le possibili sequenze di mosse, non vi è la certezza di giungere alla soluzione,

né di giungervi attraverso la via ottimale

IX. Metodi euristici. si scelgono gli stati intermedi più vicini al goal

una prima strategia euristica è l’arrampicata sulla collina:

consistente nell’individuare un sotto-obiettivo il cui raggiungimento

una seconda euristica è il subgoaling,

è preliminare al conseguimento dello stato finale e nel concentrarsi sulla ricerca della strada per arrivare a

tale sotto-obiettivo

una terza strategia consiglia, stabilito lo stato iniziale e la meta finale, di ridurre progressivamente la

distanza tra i 2 stati si ha una ricerca in avanti quando si applica, come

un’ultima strategia euristica è la ricerca all’indietro;

negli esempi sinora considerati, un operatore allo stato attuale del problema per produrre un nuovo stato; si

attua la ricerca all’indietro quando, anziché partire da uno stato iniziale per pervenire al goal, si procede

partendo dallo stato finale per individuare quali operatori vi conducano

X. Il pensiero divergente.

nelle situazioni sinora considerate vi è uno stato iniziale che dev’essere trasformato in un ben definito stato

si avverte che ciò che è

finale; in altri casi il pensiero non ha una precisa idea dell’obiettivo da raggiungere;

disponibile è inadeguato ma non si sa ancora bene che cosa si vuole ottenere perché il punto di arrivo non è

già dato, ma dev’essere trovato o inventato in questi casi il pensiero deve diventare creativo pensiero

divergente pensiero convergente pensiero divergente

viene attivato nelle situazioni che permettono è attivato nelle situazioni che permettono più vie di uscita o di sviluppo

un’unica risposta pertinente

rimane circoscritto entro i confini della va al di là di ciò che è contenuto nella situazione di partenza, ricerca in varie

situazione e segue le linee interne alla direzioni e produce qualcosa di nuovo

situazione stessa rispettando o utilizzando

regole già definite e codificate si tratta di situazioni per le quali non c’è un’unica risposta corretta, non occorre

riferirsi a regole o all’esperienza passata (si possono immaginare casi mai

sperimentati), si possono prospettare soluzioni che evadono dai termini del

problema, il quale viene così impostato in una nuova ottica

secondo Guilford, i principali aspetti che contraddistinguono il pensiero divergente sono:

fluidità: capacità di produrre tante idee, senza riferimento alla loro qualità o adeguatezza

flessibilità: capacità di passare da una successione o catena di idee ad un’altra, da una categoria di

elementi ad un’altra 48

originalità: capacità di trovare idee insolite, cioè idee cui in genere le altre persone non pervengono

capacità di percorrere sino in fondo la linea di pensiero intrapresa; affinché un’idea

elaborazione:

originale possa produrre risultati apprezzabili occorre che l’intuizione iniziale venga sviluppata sino a

giungere ad una formulazione rapportabile allo specifico problema in relazione al quale essa è sorta

capacità di selezionare, tra le varie idee prodotte, quelle più pertinenti agli scopi

valutazione:

questa visione del pensiero creativo, basata sulla produzione ricca di idee e sulla loro valutazione, è presente

anche in concezioni più recenti secondo Johnson-Laird la creatività si fonda sulla generazione casuale di

idee e sulla loro selezione; esistono 2 tipi di selezione:

il primo è definito neo-darwiniano, in quanto prevede un primo stadio in cui le idee vengono generate in

modo casuale e un secondo stadio in cui esse vengono valutate secondo certi criteri: sopravvivono

solamente le idee che superano questa valutazione

il secondo è neo-lamarckiano, perché la produzione delle idee è guidata da un criterio: in questo caso si

generano soltanto idee all’interno di un ambito prefissato

IL BRAINSTORMING

è un metodo ideato da Osborn per sviluppare la creatività nell’ambito dell’organizzazione aziendale e nel

campo delle innovazioni tecnologiche; riguarda la terza e la quarta fase della soluzione di un problema e si

compone di 2 momenti: in cui, dato un problema, viene chiesto di proporre in relazione ad

il primo è un momento produttivo

esso il maggior numero possibile di idee, non importa quanto adeguate alla soluzione

il secondo momento è di tipo valutativo: le idee proposte vengono giustificate e selezionate in base alla

propria efficacia egli

durante il brainstorming è importante che l’individuo rispetti il principio del differimento del giudizio:

deve esprimere liberamente, senza porsi alcun limite, quanto gli passa per la mente, evitando di formulare

valutazioni ed evitando di inibire o abbandonare idee che possano sembrargli fuori luogo, bizzarre o ovvie; il

che quanto maggiore è la ricchezza e la varietà delle idee

brainstorming si basa infatti sulla convinzione

emerse, tanto maggiore è la probabilità di trovare suggerimenti interessanti e nuovi

XI. Associazioni creative di idee.

un aspetto che aiuta a caratterizzare il pensiero creativo è rappresentato dal particolare tipo di legame che

collega un elemento mentale ad un altro; Mednick ha proposto di identificare la creatività con la capacità di

ossia mettere insieme in modo utile idee usualmente non collegate tra loro,

stabilire associazioni remote,

combinare in modo nuovo e inconsueto elementi disparati che apparentemente hanno poco in comune tra

è stata ripresa in tempo recenti da vari autori:

loro la visione associazionistica della creatività

secondo Weisberg il soggetto creativo, di fronte ad un problema, cerca di recuperare informazioni dalla

propria memoria per immaginare possibili soluzioni (ruolo attivo del soggetto)

su questa linea, Simonton postula l’esistenza di elementi mentali che, combinandosi, danno luogo a

configurazioni; così, possono intervenire delle variazioni nel modo con cui gli elementi si combinano; le

variazioni creative dipendono dalla numerosità degli elementi mentali posseduti e dalla forza delle

associazioni che si stabiliscono tra questi

anche Schank vede all’opera nel pensiero creativo un meccanismo associativo: la creatività emerge

quando, invece di cercare una spiegazione tipica per l’evento, si prende come punto di partenza un altro

evento simile a quello originario ma abbastanza diverso perché conduca ad un altro genere di idee

che si basano su principi di tipo associazionistico:

esistono varie tecniche per incrementare la creatività

consiste nel porre in relazione 2 elementi al fine di farne scaturire un

il metodo delle relazioni forzate

terzo (esempio del leggere sdraiati a letto) la

un utilizzo sistematico della combinazione degli elementi del problema si ha con l’analisi morfologica:

procedura richiede inizialmente di scomporre il problema da risolvere nei suoi aspetti o punti principali;

successivamente tali elementi vengono combinati tra loro in modo casuale, al fine di produrre associazioni

che possono rivelarsi particolarmente utili (esempio del nuovo veicolo da inventare)

XII. Il pensiero produttivo e la ristrutturazione.

la creatività talvolta sembra dipendere da un cambiamento nella visione complessiva della situazione il

è stato chiamato dagli psicologi della

pensiero che porta ad individuare in ciò che è dato qualcosa di nuovo

teoria della Gestalt pensiero produttivo modalità di pensiero riproduttive, le quali portano il soggetto a

riprodurre meccanicamente procedimenti precedentemente appresi; il pensiero produttivo non è 49

contraddistinto né dal procedere per tentativi né dalla riattivazione automatica di una risposta consolidata,

il soggetto ha una

ma dall’emissione istantanea di una nuova risposta a seguito di un insight (intuizione):

sorta di illuminazione e la situazione gli si presenta improvvisamente in una nuova luce e diviene

immediatamente evidente qualche suo nuovo aspetto prima non avvertito o non considerato; il pensiero

riproduttivo si limita invece alla registrazione, talvolta automatica, degli aspetti superficiali, senza una reale

comprensione della struttura; nonostante i tentativi di riportare la ristrutturazione a processi di tipo

associazionistico, o nell’ottica Human Infomation Processing, pare innegabile la presenza nel pensiero di

momenti critici, in cui si attuano delle svolte cognitive di tipo qualitativo che portano a comprendere la

situazione in modo diverso sono vari gli ostacoli che si contrappongono alla ristrutturazione:

fa sì che alcuni elementi del problema mostrino una certa resistenza alla trasformazione: essi

fissità:

vale a dire la tendenza ad

paiono essere dati come immutabili (una forma particolare è la fissità funzionale,

impiegare gli elementi del problema secondo il loro uso comune, o tradizionale, mentre la soluzione richiede

invece che tali elementi vengano impiegati in un ruolo insolito)

consiste nella tendenza a ripetere la medesima strategia già attuata con

meccanizzazione del pensiero:

successo nel passato, anche se la situazione attuale permette l’applicazione di una strategia diversa e

maggiormente economica

atteggiamento latente: una persona con un proprio caratteristico modo di rispondere ad una certa

categoria di problemi è portata a rispondere ad un diverso genere di problemi secondo la medesima

modalità, anche se questa ora non è più pertinente

il persistere in una strategia improduttiva

direzione:

oltre agli ostacoli sopra ricordati, la soluzione di un problema può risultare impedita da fattori di ordine

linguistico (certe espressioni verbali che compaiono nell’enunciato del problema, che di per sé permettono

una duplice interpretazione, tendono ad essere decodificate in un unico senso così da nascondere la

soluzione)

L’INCUBAZIONE

l’emergere di idee innovative segue improvvisamente ad un periodo in cui il problema in questione era stato

abbandonato come si spiega questo fenomeno??

gli individui che possono avvalersi di un periodo

una prima spiegazione chiama in causa l’affaticamento:

di sosta si riposerebbero, cosicché potrebbero in seguito riprendere il problema con maggior efficienza; altri

i soggetti si avvantaggerebbero del periodo di interruzione per

sostengono che accadrebbe proprio l’opposto:

compiere ulteriori tentativi di soluzione (il periodo di incubazione potrebbe inoltre aumentare la probabilità

che si verifichino eventi esterni che possono aiutare la soluzione)

secondo un’altra interpretazione, si sostiene che il periodo di incubazione serve alla persona per

dimenticare le direzioni improduttive precedentemente imboccate dal pensiero

infine, viene anche ipotizzato che la mente, quando il problema viene abbandonato, continui a lavorarvi

sopra, ma in una modalità inconscia

XIII. Pensiero e metacognizione.

indica l’insieme delle riflessioni che l’individuo è in grado di compiere circa il

la metacognizione

funzionamento della mente, propria e altrui; nella mente si può innanzitutto individuare un primo livello di

in cui sono collocabili le operazioni delle quali un

contenuti e di processi, quello della cosiddetta cognizione,

individuo si avvale per svolgere funzioni quali dedurre, prendere decisioni, ..; al di sopra della cognizione si

ritiene sussista un ulteriore livello di attività psichica, quello della metacognizione, collegato alla

consapevolezza e alla conoscenza che noi abbiamo di quanto avviene nella mente al livello inferiore; vi è

anche un aspetto più attivo della metacognizione che fa riferimento alla possibilità di attingere a ciò che si

sa, o si presume di sapere, circa il modo di funzionare della mente per controllare i propri processi di

pensiero; le abilità collocate a livello di meta-componenti sono le seguenti:

saper definire la natura del problema o della la rappresentazione mentale adeguata delle

situazione che si deve affrontare informazioni

selezionare le fasi necessarie per la soluzione saper distribuire le risorse intellettive

la strategia pertinente saper verificare la soluzione

la valutazione della facilità o semplicità del compito, la stima del

altri elementi metacognitivi riguardano

tempo, dell’impegno, dello sforzo e del carico mentale richiesto per l’elaborazione cognitiva, il riconoscimento

delle potenziali fonti di difficoltà e di errore; la rilevazione dei vantaggi e dei limiti connessi a certi tipi di

materiali e di processi mentali e l’esame delle risorse che sono a disposizione; l’essere coscienti delle proprie

capacità, abitudini e preferenze, il senso di insicurezza o di padronanza che suscitano certi compiti o che 50


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Psicologia Generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Psicologia Generale, Mecacci. Vengono analizzati i seguenti argomenti: storia e metodi della psicologia, rapporto tra cervello e comportamento, fenomeni psicopatologici, processi cognitivi e processi dinamici, conoscenza della psicologia moderna.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in intervento e modelli psicologici nello sviluppo e nell'invecchiamento
SSD:
A.A.: 2003-2004

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

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