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paura di un’eccessiva destrutturazione dello spazio riconoscendo però il valore di spazio di

libera comunicazione, di personalizzazione e soggettivazione dei fatti di lavoro e delle relazioni

che poteva essere perseguito con un setting meno strutturato,

i soggetti non erano obbligati a prendere parte alle riunioni o potevano abbandonarle in qualsiasi

momento.

II. Conduzione: Capo ufficio, il quale precisa che durante gli incontri il suo ruolo formale sarebbe

stato sospeso.

Tenta di tenere sullo sfondo gli obiettivi istituzionali concentrandosi sulla costruzione e

mantenimento dello spazio dello spazio comunicativo all’interno del setting della riunione

Anche il primo incontro con gli addetti del reparto amministrativo risulta positivo.

Il senso della proposta apparve chiaro a tutti, anche se nessuno aveva fatto esperienza di gr

destrutturati.

EVOLUZIONE DEL GRUPPO

Due anni di esperienza, di cui è difficile tracciare un preciso e coerente resoconto dei contenuti e

delle dinamiche emerse.

La fatica di cominciare: imbarazzo, disagio, disorientamento.

Lo spazio della riunione era vissuto come un’esperienza inusuale, con connotati imprevedibili.

Difficoltà iniziale di condivisione dell’assetto mentale (setting) della riunione perché rimetteva in

e l’azienda, sia l’equilibrio personale

discussione sia il rapporto di ciascuno con il gr di lavoro

rispetto l’apertura e fiducia negli altri e alle personali capacità di dirsi, mostrandosi agli altri ed

anche a se stessi.

L’usciere, l’esperto del confine. Questa figura si è mostrata la persona più pronta ed esperta ad

affrontare il transito. Il più umile dei ruoli organizzativi diventava il più capace e pronto attivatore

della comunicazione gruppale. ( il guardiano dei confini)

Proiettate sull’istituzione. La riunione era la decisione

Ansie paranoidee e trasparenza. autonoma

dell’ufficio senza alcuna richiesta di autorizzazione, e questo innescava nei partecipanti la

preoccupazione che fosse considerata trasgressiva o non approvata dalla direzione o da altri

colleghi. Inoltre si aggiungeva il timore che qualcuno potesse andare a riferire ad altri alcuni aspetti

emersi nella riunione.

Per diminuire questi contenuti il conduttore ha ritenuto un passaggio significativo quello che

riguardava il tema di come avvenivano e su che criteri si basava, la valutazione delle prestazioni e

delle conseguenti attribuzioni di incentivi economici al personale.

La convivialità e la contenitività del gruppo. Una serie di fenomeni riconosciuti come

cambiamenti del clima del gruppo possono essere definite come manifestazioni di un nuovo modo

di essere comunità nelle relazioni di lavoro. Le persone si trovavano sempre più frequentemente in

piccoli gruppi, o tutti insieme a incontrarsi e a vivere moneti significativi della vita di lavoro come

occasione di convivialità ( esempio: pranzo, utilizzo della sala riunioni per compleanni..)

Inserimento di nuovi membri: ben accolti e conferma da parte di persone provenienti da altre unità

di essere riconosciuti come un luogo dove è desiderabile lavorare.

relative al destino dell’azienda, come se la

Prepararsi ai cambiamenti organizzativi. Ansie

sopravvivenza di essa fosse la sopravvivenza di ogni suo membro.

La riunione come luogo di visibilità e di trattamento delle dinamiche del gruppo di lavoro,

esso rappresentava una sorta di finestra simbolica dalla quale il gruppo poteva osservare se stesso.

Qualunque disagio o fatto accadesse in ufficio diventava elemento sotto gli occhi di tutti durante la

riunione, mettendo in scena umori, atteggiamenti, conflitti. Anche le assenze alle riunioni

rappresentavano elementi significativi che rimandavano allo stato dei rapporti interni al gruppo di

lavoro.

Apprendimento alla convivenza. Tema di grande importanza. Una delle iniziali difficoltà

nell’incontro/scontro e nell’intreccio

costitutive di ogni gruppo consiste dei mondi personali dei

quali i singoli membri sono portatori. Uno dei problemi principali è relativo alla difficoltà del

costituirsi di una matrice gruppale, in quanto ogni membro proviene da gruppi originari diversi, e

E’ necessario decentrarsi dalle cultura familiare per poter tollerare e

quindi con culture differenti.

comprendere la diversità degli altri e negoziare nuovi modi di significare e condividere spazi di

esperienza e di lavoro con gli altri. Tutto ciò oggetto di apprendimento, cioè del processo di

imparare la convivenza, che implica impattare con la diversità. Risulta indispensabile il dialogo

relativo a questi aspetti, perché permette di aumentare la consapevolezza sul modo degli altri di

rappresentarsi e di attribuire valore e significato alla realtà esterna comune.

ALCUNE CONSIDERAZIONI

In ogni gruppo organizzato in vista di un compito insistono sempre tre istanze:

1. Organizzativa: necessità di rendere razionali e condivisi gli spazi, i tempi, i ruoli operativi,

finalizzandoli alla realizzazione dei compiti/prodotti. Le regole e i vincoli devono essere

riconosciuti e accettati da tutti affinché l’organizzazione sopravviva

2. Comunitaria: ognuno occupa un posto immaginario o simbolico, che gli dà senso, identità,

appartenenza.

3. Istituzionale: ogni gruppo ha bisogno di stabilizzarsi, di consolidarsi, fissando e tramandando

valori, esperienze, codici, leggi

A queste istanze devono corrispondere specifiche coscienze, competenze e cura, affinchè le

organizzazioni siano abitabili per tutti.

CAP 5- POLIS E COMUNITÀ: LA CONVIVENZA COME PROGETTO

Quella che affronteremo è dapprima una lettura psicologico politica della comunità, per poi

affrontare alcune strategie e metodologie di intervento.

Iniziamo con l'intento di ridefinire il concetto di “convivenza”: è sempre più presente l'esigenza di

acquisire una logica della complessità, per comprendere i complessi intrecci che segnano l'incontro

tra l'individuo e il sociale.

Leggeremo le dinamiche del cambiamento sociale, giocato tra interventi psicologici e pragmatica

i rischi di “psichismo della politica” e di “politicizzazione

della politica. Cercheremo di evitare

della psicologia”, mantenendo la complessità delle differenze.

In entrambi in casi, l'obiettivo primo ed ultimo è il raggiungimento di sempre più soddisfacenti

quote di benessere interpersonale e relazionale. Il raggiungimento di tale obiettivo, a livello

intrapsichico o collettivo, coniuga sempre al suo interno la capacità di ogni singolo soggetto di

pensare, progettare e realizzare il cambiamento, “psico-agire la convivenza”.

2. Dalla città-stato allo spazio comune

In un tempo così caratterizzato da stravolgimenti sociopolitici, si ergono pericolose e rigide

chiusure, sostenute anche dalla paura dell'estraneo e la visione dell'altro come “nemico”.

C' è l'incapacità a vivere la relazioni, sia nei contesti familiari che nel sociale allargato, come

scambio, opportunità e crescita.

Oggi si parla di società degli esteti, dove l'autentica espressione individuale viene sostituita non

dalla maschera, ma da una sovrapposizione di maschere (molteplici modi di presentare se stessi,

creando ancora più confusione).

Il disagio di una società può essere oggetto di un psicologia attiva che propone possibili soluzioni

laddove si presenti l'incapacità di pensare il cambiamento dentro e fuori di sé.

È necessaria quindi una logica di intervento che promuova la capacità collettiva ed individuale di

progettare nuove e più soddisfacenti forme di convivenza sociale. Ciò comporta lo sviluppo di

competenze e di un pensiero capace di comprendere la diversità e di gestire il conflitto.

Città-stato:

essa è qualcosa di più di una semplice aggregazione sociale, poiché coinvolge e statuisce particolari

schemi relazionali, i quali mai prescindono dal vissuto e dalle modalità del giudizio o della

categorizzazione affettiva del pensiero soggettivo.

La polis, è formata da più comunità con origini, tradizioni e interessi comuni, riflette una tensione

alla condivisione e al dialogo. Il suo peculiare luogo di incontro è l'agorà, il mercato come luogo

simbolico di scambio di merci, idee e opinioni. Per l'uomo greco, le mura e i confini erano una

componente fondamentale per potersi sentire libero e protetto e quindi riteneva inutile la possibilità

di costruire comunità più ampie..

Il passaggio obbligatorio per passare dalla città-stato allo spazio della convivenza configura

proprio una relazione che travalichi lo spazio chiuso delle mura.

Si inizia ad insinuare il dubbio: chi è un amico? L'amicizia è una relazione interpersonale,

individualizzata con l'altro. Facendo il passaggio allo spazio della convivenza, è come se

scegliessimo di darci nel rapporto con l'altro (non nella famiglia, ma altro che è oltre il confine

parentale, politico e sociale).

Costruendo la convivenza si attua una reale svolta nella costruzione e nel completamento

dell'identità.

Anche la cultura gruppoanalitica prende spunto da questa impostazione: l'esperienza dell'alterità

orienta il soggetto alla conoscenza (le scoperte si traducono in prassi e diventano un sapere

trasformativo).

L'identità personale (e lo sviluppo psichico) è costruita grazie alla capacità di analisi critica della

realtà interna ed esterna, e alla capacità di negoziare nuovi spazi sociali di relazione.

La teoria gruppoanalitica fornisce un fondamento intrapsichico alla distinzione descritta dalla

psicologia politica tre le due forme del political behavior:

1. Comportamento irriflesso di partecipazione passiva ad un dato sistema:

Richiama il concetto di locus of control, il quale comprende un sistema di aspettative generalizzate

in base alle quali ogni soggetto, nei diversi contesti, percepisce come determinante (o meno) la

propria azione finalizzata al conseguimento dei propri scopi (l. interno ~ l. esterno).

L' impossibilità stabilire a priori una diretta correlazione tra azione collettiva e tipo di locus of

control può essere risolta tenendo presenti altri fattori quali la percezione soggettiva del proprio

potere decisionale, l'orientamento ideologico e la posizione socioeconomica.

2. Comportamento critico di comando rispetto a tale sistema:

richiama la nozione di “personalità rivoluzionaria” di Fromm. Essa è una persona che si identifica

con l'umanità, e perciò trascende i limiti della propria società e che quindi è in grado di criticare la

propria società e le altre (abbastanza distaccato da criticare e abbastanza vicino da identificarsi).

3. La comunità e la fondazione della convivenza

Il modello dello sviluppo di comunità è quello più vicino ai presupposti e agli obiettivi della

promozione della convivenza.

Oggigiorno però è necessaria un “riorientamento” dei servizi presenti sul territorio (nati ancora

negli anni'70 quando c'era un'idea di assistenzialismo): questi non sarebbero più sostenibili oggi,

poiché vedevano i cittadini come utenti passivi e dipendenti, e avevano la necessità di un alto grado

di specializzazione e di differenziazione.

È quindi necessari “riorientare” i servizi territoriali in direzione di un sistema di servizi capaci di

avvicinarsi all'utenza, di costruire rapporti collaborativi tra reti di aiuto informali e formali, di

promuovere maggiore integrazione nella comunità.

In questo senso oggi si parla di processi di empowerment, la cui finalità è sviluppare competenza,

partecipazione, autonomia e senso di responsabilità negli individui e nelle comunità. Altro elemento

importante è il senso di controllo e potere che un individuo ha rispetto alle sue decisioni.

assume lo scopo principale del diventare “inutili”, cioè nel

Il ruolo degli psicologi della convivenza

creare comunità capaci di “prendersi cura” di loro stesse. Favorire quindi sia la care in the

community (comprende l'attività dei professionisti del lavoro sociale) sia la care by the community

(reti formali, informali e gruppi di mutuo-aiuto). La comunità stessa diventa quindi soggetto e attore

principale del progetto.

4. La rete sociale per il benessere: dal welfare state al welfare pluralism

molto diversi; il concetto di “rete

La nozione di rete è molto usata e veicola significati sociale”

venne introdotto da Barnes per descrivere i legami esistenti tra gli abitanti di un'isola. La peculiarità

di questa rete era data dall'assenza di vincoli di carattere funzionale tipo status/ruolo e norme/valori

e dalla fluidità con cui le persone che compongono la rete possono sciogliere e allacciare legami (i

legami sono più affettivi che funzionali).

La rete quindi è un insieme di relazioni che funzionano come sistema socchiuso (pronto ad aprirsi e

pronto a chiudersi).

Alcuni parametri di esistenza della rete:

 i rituali che precedono l'avvio della rete;

 la reciprocità ed il suo riconoscimento;

 la condivisione di un progetto;

 la comunicazione;

 riconoscimento della diversificazione delle competenze;

 tenuta dell'esperienza di rete nel tempo.

Linee generali di orientamento per evidenziare in che modo le reti sociali sono motori di

convivenza:

a) Distinzione tra reti primarie o informali (insieme di relazioni che legano gli individui alle

loro famiglie, agli amici, con cui condividono interessi specifici e che possono fornire

supporto) e secondarie o formali (strutture presenti sul territorio deputate a fornire servizi di

cura).

b) Teorie di reti sociali:

- teoria dei grafi. Rete = realtà pluriforme dove gli individui sono i punti e le linee sono i

legami;

- teoria dei sistemi. Rete = sottosistema di un sistema (parte di un tutto);

- teoria dell'equità. Rete = comprende concetti di scambio e reciprocità.

c) Pratiche e metodologie di lavoro con le reti sociali:

 interessata al “caso” e si riferisce a interventi che vengono predisposti per

Area clinica:

favorire cambiamenti nella rete sociale di una persona che vive una situazione di disagio.

 Area dei modelli di community care e community development: psicologia di comunità.

 Area dei modelli che utilizzano il concetto di rete con riferimento al coordinamento tra

servizi.

Delineate le differenze, ci sono le caratteristiche comuni (di “rete”) a tutti gli approcci:

 è una realtà costituita da legami strutturalmente rilevabili;

 funziona sulla base di scambi di natura diversa;

 produce sostegno nei confronti dei singoli membri che ne fanno parte;

 legami di reciprocità degli scambi e dal sostegno da essi prodotti.

Esistono molte ricerche che indicano come il supporto sociale fornito dalle reti sia direttamente

collegato con la convivenza. Ma resta aperta la questione se sia il fatto di possedere un network di

riferimento più limitato a produrre i problemi psicologici, oppure se al contrario sia la presenza di

quest'ultimi a rendere impossibile la composizione di un network adeguato.

Non sempre però le reti sociali sono supportive e portano sempre anche una connotazione negativa:

esse sono un potenziale di supporto emotivo ma anche un limite per la libertà dei singoli!

Importante è il sostegno sociale percepito, la sensazione soggettiva di essere sostenuti. Il sostegno

sociale è un fattore di protezione e mediazione nella relazione tra soggetto ed effetti stressanti, e

può intervenire in due momenti:

 tra l'effetto stressante e la reazione allo stress (prevenendo la situazione stressante);

 tra l'esperienza dello stress e la comparsa degli effetti patologici (riducendo il problema

sentito).

Modelli di Welfare:

1. welfare state (solidarietà sociale, uguaglianza di opportunità di accesso ai servizi)

2. welfare market (autonomia, responsabilità)

3. welfare pluralism (a metà tra le due prospettive) in cui si colloca il modello di sviluppo di

comunità. È fondato sul presupposto che la convivenza e il benessere possano essere

promossi da differenti soggetti tra cui lo stato, il mercato e le reti informali. Le istituzioni

devono sostenere i processi di empowerment della comunità, fornendo consulenza,

formazione, risorse professionali che possono essere usate dalla comunità.

5. Una osservazione procedurale: la polis come anticomunità

All'interno della polis ci sono forze più o meno potenti, che possono avere degli effetti negativi più

o meno evidenti sugli individui della polis stessa. Queste forze vengono identificate con il termine

di “anticomunità”, il quale si riferisce ad un costrutto, un'astrazione e non a un'entità concreta

(non esiste una comunità buona/comunità cattiva!).

Il nodo della “anticomunità” è il conflitto “individuo-comunità”.

Molti autori hanno riconosciuto questa componente negativa all'interno della comunità:

con quello che chiama “armes (stato di folla) (1895), si intende il modo di

Le Bon, des foules”

essere embrionale del gruppo, ossia quando l'inconscio individuale sprofonda nell'omogeneo della

folla, e diventa minaccia per il gruppo sociale.

parla di “Ombra”, costituita da aspetti repressi, inconsci, socialmente disdicevoli e

Jung

inaccettabili (che quindi vengono proiettati sull'altro, il “nemico”). In un lavoro di analisi,è

necessario riconoscere il “nemico interno”, l'Ombra appunto, e appropriarsene.

Il concetto di anticomunità, si iscrive nella corrente post-modernista: (supera l'idealizzazione della

logica del modernismo) con le sue prospettive apre un modo più complesso e paradossale per

natura! Il “nemico” è dentro e fuori di noi, e vale sia per l'individuo, che per il

comprendere la

gruppo che per la comunità.

L'anticomunità si declina in resistenze e difese che si presentano durante il processo di sviluppo di

una comunità. In particolare in:

 Resistenze di strutture: legate a aspetti spazio-temporali e strutturali del setting di

comunità. Le resistenze di struttura bloccano il passaggio della comunità dall'immaginario al

simbolico; la comunità vive la struttura come ostacolo più o meno insormontabile.

 Resistenze di contenuto: il contenuto è il contesto transpersonale di una comunità (cultura,

ideologia,..). Le resistenze di contenuto bloccano il cambiamento, investendo su una

ideologia senza significato evolutivo per la comunità.

 Resistenze di processo: i processi primari devono evolversi in un processo di relazione e

comunicazione in uno spazio trasformativo. Le resistenze si oppongono a questa

trasformazione.

6. Lo strumento persuasivo per superare l'anticomunità

La persuasione è uno strumento comunicativo di duplice utilizzo: un leader politico può

strumentalizzarlo per raggiungere i propri obiettivi, oppure asservirlo allo sviluppo della comunità.

Le prime forme di persuasione si trovano già nelle teorie della retorica classica dell'antichità greco-

romana:

nelle città-stato dell'antica Grecia, tutti i cittadini avevano il diritto di parlare in propria difesa,

perciò ognuno era interessato ad apprendere le tecniche dell'argomentazione a beneficio di sé

stesso; per imparare al meglio l'abilità oratoria si arruolavano dei veri e propri insegnanti: i sofisti

(grandi persuasori). Platone, e successivamente Aristotele, consideravano scopo della persuasione

la comunicazione di un punto di vista (e non la conoscenza assoluta). Aristotele considerava la

Retorica utile perché, assieme alla dialettica, è in grado di persuadere i contrari, avvicinandosi ad

essi utilizzando le nozioni comuni e le emozioni correnti. Quindi la Retorica, non è solamente l'arte

di persuadere, ma quella di scoprire tutto ciò che di persuasivo un dato caso comporta. Aristotele

identifica tre dimensioni della persuasione: la fonte, il messaggio e le emozioni e da consigli sulle

modalità per metterla in pratica.

Prendere decisioni tramite la persuasione, è un'abitudine utilizzata anche dagli antichi romani, i

quali però utilizzavano persuasori professionisti; tra questi anche Cicerone, il quale sostiene che la

retorica è divisa in cinque parti: l' “invenzione” (cercare temi da argomentare), la “disposizione”

i temi in una sequenza), l' “elocuzione” (usare parole idonee), la “memoria” (dei fatti), la

(collocare

“declamazione” (armonia tra voce e movimenti del corpo).

Dopo questa digressione, la domanda che ci interessa è: esiste solo un unico modo in cui può agire

la persuasione?

Petty e Cacioppo (1986) ipotizzano che la persuasione può seguire due percorsi:

 un percorso periferico, in cui il ricevente impiega un'attenzione minima e pochi sforzi per

elaborare le informazioni; in questo caso la persuasione è data da semplici elementi

induttori, come la piacevolezza del comunicatore;

 un percorso centrale, in cui il ricevente presta una grande attenzione al messaggio.

La scelta di un percorso piuttosto che un altro, è determinata soprattutto dalla motivazione del

destinatario a riflettere sul messaggio. Ma dato che noi siamo “risparmiatori di energia cognitiva”,

tendiamo spesso a utilizzare il percorso periferico per semplificare i problemi complessi.

7. Dalla psicologia del benessere alla psicologia della convivenza

L'OMS definisce il concetto di salute come “stato di completo benessere psicofisico, mentale e

sociale che, come tale è irriducibile alla mera assenza di malattia”.

Oggi, si è superato il tradizionale modello diagnostico e eziopatogenico, in favore di un approccio

“biopsicosociale” alla salute, orientato verso una direzione preventiva. Quindi all'idea di cura della

malattia si è sostituita quella di tutela della salute. Negli anni 70 nasce quindi la psicologia della

“conoscenze psicologiche, miranti alla tutela ed alla promozione della salute”.

salute, che racchiude

Il concetto di promozione (processo attraverso cui la gente incrementa il controllo e la gestione

diretta delle proprie condizioni benessere/malessere) costituisce l'anello di congiunzione tra

psicologia della salute e psicologia di comunità, entrambi inseribili in nuova disciplina: la

psicologia del benessere.

Questa disciplina considera la salute come qualcosa di più di uno stato psicofisico individuale, ma

come una “condizione per clima, ci si riferisce alla dimensione

climatica”: soggettiva e plurale

(condivisa) del benessere, che come tale non può essere valutato attraverso il ricorso esclusivo a

parametri oggettivi e /o quantitativi, né in termini meramente individuali.

→ Questa concettualizzazione permette di pensare interventi psicologici rivolti alla comunità, la cui

finalità non è più la cura/guarigione, ma l'apprendimento di conoscenze e strategie utili a

promuovere clii funzionali e salutari.

Se il benessere come stato psicofisico appartiene ai singoli, la convivenza come variabile climatica

attraversa i nodi delle reti sociali e influenza l'intera rete. Il modello della città come rete di

interazioni e comunicazioni, tra cittadini e organizzazioni, consente di pensare al contesto urbano

come ad una comunità, un soggetto attivo capace di attivare risorse e competenze.

Da questa ipotesi, la psicologia di comunità si propone non di fornire soluzioni, ma di promuovere e

supportare la partecipazione della comunità alla progettazione e realizzazione di benessere

collettivo.

Per attuare davvero questo cambiamento, è necessario:

 non interventi circoscritti, ma un' evoluzione culturale verso la cultura della salute;

 pensare al benessere non più come modo di pensare, ma come modo di agire e comportarsi.

 Passare da “società del benessere” a città benestanti.

→ Interventi volti a sviluppare il senso di comunità (vissuto di appartenenza e interdipendenza con

gli altri); interventi a 3 livelli:

 macrosociale: promuovere la politica pubblica della convivenza;

 ambientale: modificare sia lo spazio fisico sia lo spazio vissuto delle relazioni, creando

ambienti di sostegno e supporto;

 individuali: sensibilizzare, informare e accrescere le competenze dei singoli verso la

comunità.

Spaltro (1995) parla di potere a somma zero: l'accrescersi del potere di un individuo implica la

necessaria perdita di potere da parte di qualcun altro, cui consegue la necessità percepita di

anteporre il proprio benessere a quello della comunità.

La promozione del senso di comunità, dell'empowerment e di una logica del potere a somma

variabile sembrano essere le strategie più utili per indirizzare la comunità verso uno sviluppo.

Il concetto di metamorfosi/cambiamento implica la trasformazione di un oggetto in un altro di

natura diversa. Essa fa perdere la forma originaria per crearne una nuova.

La metamorfosi però assume un significato diverso a seconda della tradizione: la cultura orientale

vede nella trasformazione uno spazio positivo del cambiamento, mentre la cultura occidentale

utilizza la metamorfosi per difendersi dal nuovo, dall'estraneo... la metamorfosi infatti si trova

soprattutto nella mitologia greca, accostandola al tema della mostruosità.

CAP 6- CERTEZZE IMPOSTE E INCERTEZZE CONDIVISE:

DALL'INSICUREZZA ALLA CONVIVENZA SOCIALE

1. Derive della sicurezza

Oggi il termine Sicurezza ha acquisito una connotazione prettamente difensiva, in collegamento con

quella che viene chiamata “sindrome dell'invasione”.

Oggi infatti è molto difficile individuare confini e soglie che fungano da demarcazioni sicure, e è

sempre più diffuso il bisogno di sicurezza che spinge a chiusi ed estremi localismi (come la

Padania, oppure alle differenze nello stesso quartiere).

Ma se una parte dell'opinione pubblica invoca rigore, l'altra si appella alla tolleranza e solidarietà.

Ma questi non sono due sinonimi! Tolleranza fa riferimento ancora ad una posizione di superiorità

vs una di inferiorità: ti tollero, ti “sopporto”.

Sicurezza non richiama solo certezza, identicità, attaccamento, ma anche a padronanza e

competenza!

La chiusura difensiva all'altro e il desiderio/bisogno di apertura, l'incontro e il confronto con l'altro,

sono istanze co-presenti nelle unità prese in osservazione. È necessario fare un'analisi più profonda

dei fenomeni..

S pesso il conflitto si pone tra il registro Simbolico del pensiero e quello Immaginario:

il registro dell'Immaginario è caratterizzato da relazioni transferali fondate su identificazioni, in cui non vi è

spazio ad un pensiero soggettivo; diventa quindi il registro relazionale della compiacenza (divento come tu

mi vuoi).

Un individuo, o una comunità che vivono nell'Immaginario sperimenta una dimensione onirica, in cui il

“come se” diventa “ciò che è”. Il registro dell'immaginario è quello che permette di sperimentare la

rassicurante dimensione di un mondo dai confini netti (e quindi molto chiuso verso l'altro).

Girard studiò la capacità dei fattori immaginari di divenire operatori sociali per poi diventare

psichismo collettivo, per poi ritrasformarsi in operatori sociali e cosi via all'infinito.. (equilibrio

sociale)

→ esempio del capro espiatorio: la comunità che vive disagio, fa ricadere le colpe su una vittima,

unica colpevole. Una volta superato il disagio, la vittima diventa sacra, perché diventa responsabile

del ritorno alla calma (cosi come dei disordini che la precedono).

Il meccanismo vittimario è quindi destinato ad autoriprodursi all'infinito, come le profezie che si

autoavverano.

Le ipotesi di Girard ci portano quindi ad affermare l'esistenza di circuiti paradossali, stabilitisi tra il

rapporto con l'altro e il bisogno di sicurezza:

L'altro è inizialmente il modello a cui tendere, fin quando il desiderio dell'altro non sarà modello

per il proprio desiderio e viceversa (meccanismi di invidia, aggressività); a questo punto l'altro

diviene il rivale, il nemico.

La rivalità mimetica diventa complessificatore sociale del momento in cui costringe i gruppi sociali

ad attrezzarsi per farle fronte (per mantenere l'ordine sociale, attraverso divieti e riti).

Questo livello permette il passaggio al patto sociale e al pensiero simbolico (basato sul sacrificio

del capro espiatorio, ma in questo caso la vittima collude con la comunità).

→ L'accesso al simbolico è spesso ostacolato dalla persistenza dell'Immaginario, dal bisogno che

qualcuno incarni e dia forma all'immaginario stesso.

2. Stress e insicurezza

L'approccio psicologico ha ormai focalizzato il suo interesse sul rapporto individuo-ambiente e

sulla loro reciproca influenza. Lo stress rappresenta il crocevia dei fenomeni cognitivi ed emotivi

che legano l'organismo al suo ambiente.

Sullo stress sono stati elaborati diversi modelli, e ciascuno spiega lo stress e i suoi effetti sul

comportamento e sulla salute:

1. Il modello dell'attivazione (arousal) (Esterbrook, anni 80)

Lo stress e i suoi effetti (sulla performance e sull'umore) dipendono dall'alterazione del livello di

arousal, indotto dagli stimoli stressors.

Sugli effetti dello stress incidono:

 Intensità dello stimolo: > stress sia in condizioni di bassa stimolazione, sia di alta

eccitazione.

 Complessità dello stimolo: > stress se stimoli che necessitano molta elaborazione.

 Percezione del soggetto: > stress se un compito che deve determinare le mie capacità.

 Imprevedibilità dello stimolo

 Gradevolezza dello stimolo

→ le fonti di stress, più che a indurre comportamenti inconsueti, hanno l'effetto di intensificare le


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alexandra85 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia interculturale e gestione delle risorse umane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Gozzoli Caterina.

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