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Dai maltrattamenti all'omicidio: la valutazione del rischio di recidiva e dell'uxoricidio

Autore: Anna Costanza Baldry

Cap. 1: I maltrattamenti e gli omicidi: aspetti sociali, psicologici e legali

Ogni ora, nel mondo, quasi 6.000 donne subiscono abusi fisici o sessuali, sono perseguitate o uccise da partner o ex partner. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riporta che il 30% delle donne nel mondo ha subito violenza all’interno della propria relazione (2013) e il 38% delle donne uccise lo è ad opera di un partner o ex partner. La proporzione degli omicidi uomo-donna tra partner è stata calcolata da Wilson e Daly (indice SROK, Sex Ratio Of Killing); la proporzione è circa di 100:30 in Italia, in Canada, Inghilterra e Galles (100:23) (ogni 100 uomini che uccidono le partner, 30 donne uccidono il partner). Negli Stati Uniti la proporzione è di circa 100:75 in quanto è più facilmente reperire l’arma da fuoco e vi è maggiore inclinazione alla violenza.

In Italia gli omicidi in ambito domestico vengono monitorati dall’Eu.r.e.s (istituto di ricerche economiche e sociali) in collaborazione con l’ANSA e il supporto logistico e di controllo dei dati da parte del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Diminuiscono gli omicidi in Italia, ma rimangono costanti gli omicidi nel contesto familiare, che sono nella maggior parte dei casi omicidi di donne da parte dei loro partner o ex.

La diffusione della violenza nelle relazioni intime

Per ottenere dati attendibili non è possibile consultare solo le statistiche giudiziarie in quanto vi è un alto tasso di “numero oscuro”, cioè di percentuale di casi non riconosciuti alle autorità giudiziarie (le vittime non spongono denuncia-querela perché provano vergogna, si sentono in colpa, hanno paura, temono ripercussioni sui figli e hanno sfiducia nelle forze dell’ordine oppure ritengono che quanto accaduto sia una questione privata). In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, la legislazione contro i maltrattamenti prevede la procedibilità d’ufficio, per cui non è una decisione della vittima denunciare l’autore; una volta che si ha notizia del reato la denuncia procede automaticamente.

Molti Paesi hanno messo a punto le “indagini di vittimizzazione” o indagini “dedicate” sul fenomeno della violenza contro le donne, condotte con campioni rappresentativi di donne, ma anche donne intervistate faccia a faccia o telefonicamente con l’assistenza del computer (CATI). Lo scopo è quello di conoscere la diffusione dei maltrattamenti in famiglia e di altre violenze, come la persecuzione (stalking) e la violenza sessuale e la loro natura e distribuzione in base all’età, allo stato civile, alla zona di residenza, conseguenze e strutture a cui si è rivolta la vittima. Dai risultati delle indagini di vittimizzazione, dai dati emersi dalle statistiche giudiziarie e dall’esperienza delle strutture che si occupano delle vittime di violenza, emerge che le donne sono a maggior rischio di subire violenza rispetto agli uomini. Le indagini di vittimizzazione sono in grado di fornire uno spaccato più rappresentativo dell’entità del fenomeno rispetto ai dati forniti dalle statistiche giudiziarie relative alle denunce.

La prima indagine sulla violenza in famiglia è stata realizzata da Straus, Gelles e Steinmetz: National Survey on Family Violence (CTS) nel 1980, applicata poi in molti Paesi. In Canada è stata realizzata la prima indagine nazionale dedicata alla violenza sulle donne: la National Violence Against Women Survey (1993). Nel 1999 è stato realizzato il General Social Survey (GSS) che ha cadenza quinquennale: è un’indagine di vittimizzazione che rileva tutte le possibili tipologie di reati subiti e prevede una sezione dedicata alla violenza contro le donne. C’è anche il British Crime Survey.

In Italia, nel 1997, l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) ha realizzato la prima indagine sulla vittimizzazione: Indagine sulla sicurezza dei cittadini, replicata ogni 5 anni. Il questionario, somministrato con metodo CATI, prevede una sezione rivolta alle sole donne sul tema delle molestie sessuali e della violenza sessuale tentata o consumata (si chiede la frequenza delle molestie e l’autore). I dati raccolti nel quinquennio successivo (2001-02), sempre su 60.000 famiglie, è emerso che mezzo milione di donne nel corso della propria vita ha subito almeno una violenza tentata o consumata, il 37,6% ad opera del marito, ex o fidanzato.

Nel 2006 l’ISTAT ha concluso la prima indagine nazionale sulla violenza contro le donne e i maltrattamenti in famiglia, da realizzare ogni 5 anni; La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia. Realizzata su un campione di 25 mila donne, i risultati mostrano che il 14,3% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale, circa il 50% delle donne vittime di violenza ad aver subito atti persecutori. Un’altra fonte di informazioni sulla diffusione dei casi di violenza nella coppia è costituita dalla Rete Nazionale dei Centri antiviolenza DiRe (Donne in Rete): nel 2012, 14mila donne hanno chiesto aiuto a questi centri.

Indagine conclusa nel 2012 fatta dall’European Union Agency for Fundamental Rights (interviste face-to-face): il 22% delle donne nell’UE ha subito violenza fisica o sessuale; il 20% ha sporto denuncia; il 18% ha subito stalking; la Polizia è venuta a conoscenza solo del 26% dei casi di stalking; 55% ha subito molestie sessuali; l’11% cyber molestie.

Tipologie della violenza nelle relazioni intime e riferimenti normativi

La violenza nelle relazioni intime consiste in condotte che comportano nel breve e lungo tempo un danno sia di natura fisica sia di tipo psicologico/esistenziale.

  • Violenza psicologica consiste in atteggiamenti intimidatori, minacciosi, vessatori, denigratori da parte del partner e tattiche di isolamento. Comprende ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni, ridicolizzazioni, salutazioni, denigrazione e umiliazione, rifiuto, isolamento, terrore, deprivazione, limitazione dell’espressione personale. Le vittime perdono la stima di sé, sviluppano danni sul piano psicologico. La donna si colpevolizza, si attiva per far fronte a tutti i compiti e le richieste che vengono fatte dal maltrattante nella speranza di non farli adirare.
  • Violenza fisica consiste in atti rivolti a far male o a spaventare la vittima. Si intende un danno fisico provocato non accidentalmente e con mezzi differenti. Per aggressione fisica si intende anche ogni contatto agito per spaventare e portare la donna in uno stato di soggezione e controllo da parte dell’aggressore.
  • Violenza economica comprende atteggiamenti volti a impedire che la partner diventi economicamente indipendente: impedire la ricerca di un lavoro, controllo dello stipendio, se la vittima ha un introito economico è lui a prendere in gestione il denaro.
  • Le violenze sessuali sono molestie o aggressioni legate alla sfera sessuale.
  • Stalking comprende comportamenti volti a controllare e limitare la libertà della persona. Vi sono veri atti persecutori che consistono in comunicazioni insistenti attraverso la segreteria telefonica, per posta, sms, e-mail, messaggi lasciati sulla macchina, davanti alla porta di casa, seguire, spiare, bucare le gomme dell’auto ecc. Le minacce e le molestie online prendono il nome di cyberstalking.

Aspetti legislativi in materia di violenza di genere in Italia

In Italia non viene fatto riferimento alla “violenza di genere”, sono previste singole tipologie di reato che costituiscono differenti forme di violenza di genere: violenza all’interno delle relazioni intime (IPV) che il codice penale riconduce al reato di “maltrattamento in famiglia” a cui si aggiunge il reato di atti persecutori. Negli ultimi anni sono state messe a punto normative specifiche per tutelare le vittime nell’ambito delle relazioni affettive per cui ogni tipologia di violenza se connessa alla partner o ex partner può essere ricondotta a questi reati: percosse, lesione personale grave o gravissima, omicidio preterintenzionale, omicidio con dolo, ingiuria, diffamazione, violenza privata, minaccia, atti persecutori, delitto.

Prima di presentare querela, la vittima può raccontare la sua storia alla pubblica autorità chiedendo che questa ammonisca il responsabile degli atti persecutori. Così, la richiesta viene trasmessa al questore che ammonisce oralmente il soggetto. Le Forze di Polizia devono informare la vittima del centro di antiviolenza presente sul territorio, così come al persecutore possono essere dati i riferimenti delle strutture a cui rivolgersi per essere sostenuto in un percorso di recupero.

Il reato “maltrattamenti in famiglia”, dal 2012, grazie al trattato di Lanzerote, ha subito una modifica per cui: chiunque maltratta una persona della famiglia e convivente o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, cura, istruzione ecc. è punito con la reclusione da 2 a 6 anni (la pena aumenta se la vittima è un minore di 14 anni, se la lesione è grave 4-9 anni, se gravissima 7-15 anni, se ne deriva la morte 12-24 anni).

Con la legge 154/2001 sono stati introdotti negli ordinamenti civile e penale italiani strumenti innovativi volti a contrastare il problema della violenza familiare e a garantire una rapida tutela di chi subisce violenza all’interno delle mura domestiche. È previsto infatti che l’autore della violenza si allontani dal domicilio familiare (ma anche di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’istante). Nei casi più gravi è possibile ricorrere agli arresti domiciliari fino alla custodia in carcere, grazie all’innalzamento della pena fino a massimo 5 anni per atti persecutori.

Nuovi ambiti legislativi in tema di violenza di genere

  • Atti persecutori: pena (6 mesi-5 anni), competenza (tribunale), misure cautelari e obblighi comunicazioni (sì, tutte), misure precauterali (sì, arresto obbligatorio in flagranza), intercettazioni (sì), procedibilità (querela remittibile, querela irremovibile, procedibile d’ufficio).
  • Maltrattamenti: pena (da 2 a 6 anni), competenza (tribunale), misure cautelari e obblighi comunicazioni (sì, tutte, arresto in flagranza di reato), intercettazione (sì), procedibilità (procedibile d’ufficio).

I meccanismi della violenza nelle relazioni intime

La violenza nelle relazioni intime (o IPV) è caratterizzata da comportamenti e atteggiamenti che includono violenze fisiche dirette contro la persona, psicologiche, verbali, sessuali e la persecuzione.

La violenza all’interno della coppia non inizia subito nelle forme più gravi e lesive per la vittima, ma prima della violenza vera e propria ci sono segnali di allarme: modalità verbali e psicologiche volte a intimidire la vittima e renderla più debole, più vulnerabile, manipolabile e aggredibile.

Walker ha messo a punto un modello clinico che spiega un modello ciclico che spiega il meccanismo di “evoluzione” della violenza e del suo susseguirsi. Vengono identificate 3 fasi che descrivono il maltrattamento come strategia di controllo all’interno del ciclo della violenza: (1) nella prima fase c’è un climax (culmine) della tensione con comportamenti ostili (soprattutto verbali) e atteggiamenti finalizzati al controllo ossessivo e possessivo della vittima. La donna cerca di controllare la rabbia del partner e ritiene di doverlo aiutare. L’idea di riuscire a cambiare il compagno violento è ciò che intrappola la vittima; (2) seconda fase o fase dell’esplosione -> si instaurano violenze più gravi, ha una durata breve ed è caratterizzata dal massimo pericolo per la donna e i figli. La donna spesso in stato di shock, chiede aiuto e le sue energie sono finalizzate alla sopravvivenza. Tra le strategie adottate dalla donna: microconflittualità (tecnica svantaggiosa in quanto permette al partner di identificarla come “provocatrice”) e il tentativo di controllare la violenza (diventando accondiscendente); (3) il maltrattante vede gli effetti negativi delle violenze e teme di perdere la donna (la sua proprietà!) così trova giustificazioni esterne ai suoi comportamenti e si mostra rassicurante. La donna, bisognosa d’aiuto, ma ormai isolata, finisce per dipendere dall’uomo violento. La coppia inizia un periodo di falsa riappacificazione (falsa perché strumentale, decisa dall’uomo). Le riappacificazioni possono durare un giorno o un mese. La vittima pensa che l’episodio violento sia stato una parentesi dovuta a fattori specifici o a una presunta inadeguatezza della donna.

Le donne mettono in atto strategie di coping che consentono alla donna di sopportare i soprusi (minimizzazione, negazione della gravità, inibizione del ricordo delle violenze, autocolpevolizzazione ecc.). La donna abusata parla attraverso il punto di vista dell’uomo violento come se non ci fosse un confine nella coppia, perdono il contatto con i propri desideri, sentimenti (scambiandoli con quelli del partner) e perdono la propria unità di misura.

La violenza nelle relazioni intime è caratterizzata da una spirale in cui la donna, essendo invischiata, non ha la percezione di essere vittima, per questo per anni non si rendono conto di quello che stanno subendo. La sequenza della Walker è stata ulteriormente ampliata e identificata come “spirale della violenza”: il vantaggio è quello di avere una portata mondiale; è applicabile nei “violenti solo in famiglia” e in chi è affetto da disturbi di tipo borderline/disforico.

La violenza nelle relazioni intime non si caratterizza subito con maltrattamenti di tipo fisico, ma vengono messi in atto violenze di tipo emotivo e psicologico. L’uomo rende la donna incapace di reagire, la donna non ha più pensiero autonomo. Le violenze sono intimidazioni che avvengono attraverso coercizione, controllo economico, minacce, ricatto e paura di risubire aggressioni fisiche.

  • L’uomo mette in atto strategie di isolamento per la donna (limitare contatti familiari, con amicizie, di coltivare hobby o altri interessi), tendenza a svalorizzare ogni attività e capacità della vittima al fine di privare la donna della propria autostima e renderla controllabile. Anche la segregazione è una forma di isolamento.
  • Quando la donna comincia a ribellarsi, l’abusante la aggredisce fisicamente (il comportamento violento può essere rivolto prima a oggetti o animali e poi alla partner).
  • I meccanismi di violenza sono alternati a “false riappacificazioni” (falsi pentimenti caratterizzati da promesse e regali). Queste finte “lune di miele” fa sì che le violenze dell’uomo vengano accettate in quanto la donna pensa che possa cambiare, in realtà è una strategia di controllo sulla partner (inficiando sull’autostima e sul self-worth (considerazione di sé)).
  • Un’altra fase della spirale è il ricatto sui figli: minaccia di togliere i figli.

L’obiettivo di chi mette in atto la spirale di controllo e violenza è la conservazione del potere e l’esercizio del controllo sulla donna.

Tipologie dei maltrattanti

Nel 2003 sono state proposte da Dixon e Browe 3 tipologie:

  • Violenza solo in famiglia (assenza di psicopatologia, scarsi episodi violenti, abuso in ambito familiare) → caratteristiche distali, cioè legate all’infanzia (bassi livelli di abuso subito o assistito in ambito familiare, scarso coinvolgimento con amici devianti), variabili prossimali, cioè attuali (bassi livelli di impulsività, moderati livelli di competenze sociali, assenza di atteggiamenti ostili nei confronti delle donne, assenza di atteggiamenti che supportano o condannano la violenza, stile di attaccamento sicuro/preoccupato).
  • Generalmente violento/antisociale (disturbo antisociale di personalità o psicopatia; livelli elevati di violenza; violenza psicologica, sessuale e fisica; elevato coinvolgimento in violenza extrafamiliare; probabile abuso di sostanze) → variabili distali (livelli elevati di abuso nell’infanzia; coinvolgimento e frequentazione di compagni devianti), variabili prossimali (livelli elevati di impulsività; atteggiamenti negativi e denigratori nei confronti delle donne; mancanza di competenze per la gestione dei conflitti; atteggiamenti che supportano o giustificano la violenza; stile di attaccamento evitante).
  • Personalità disforica/borderline (stressato psicologicamente, presenza di tratti borderline; coinvolgimento in livelli gravi o moderati di violenza; violenza psicologica, fisica e sessuale; violenza agita nel contesto familiare; problemi legati all’uso di sostanze) → variabili distali (livelli moderati di abuso nella famiglia di origine, subita o agita; parziale coinvolgimento con compagni antisociali e devianti); variabili prossimali (livelli moderati di impulsività; deficit di abilità e competenze sociali; atteggiamenti ostili nei confronti del genere femminile; atteggiamenti che supportano o giustificano la violenza; stile di attaccamento preoccupato).

Una rigida classificazione può risultare fuorviante per comprendere la complessità del fenomeno, ma può essere utile per identificare i casi con cui si ha che fare per valutare il rischio di recidiva e messa in atto di strategie per la gestione del caso.

Il femminicidio semina ogni 3 giorni una vittima. Il “movente” dell’assassinio è il sentirsi traditi, umiliati per aver perso il controllo di ciò che viene percepito come una “proprietà”, un oggetto ritenuto incapace di pensieri, decisioni autonome, privo di libertà di espressione. Questi omicidi sono spesso di facile soluzione in quanto l’assassino o si confessa o si uccide. È importante capire che cosa si nasconde dietro il cosiddetto...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher oliverqueenarrow di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia e psicopatologia forense e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università Maria SS.Assunta - (LUMSA) di Roma o del prof Baldry Anna Costanza.
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