La psicologia di comunità tra teoria e pratica
Cos'è la psicologia di comunità?
La psicologia di comunità si occupa di trovare soluzioni a problemi che hanno rilevanti implicazioni comportamentali e psicologiche, usando strumenti e strategie non solo individuali. In accordo con quanto sostenuto da Orford in uno dei periodici meeting europei sulla psicologia di comunità, riteniamo che la mission della disciplina possa essere ricondotta ai due punti seguenti:
- Aiutare le persone a diventare consapevoli del ruolo che hanno le condizioni in cui vivono nel determinare la loro salute e il loro benessere;
- Aiutarle ad unirsi affinché attivino e diventino protagoniste di processi di cambiamento delle loro condizioni di vita.
Le inuguaglianze sociali e la povertà sono ancora tra le cause principali di gran parte dei disturbi di salute mentale con cui ci si confronta ogni giorno, e rappresentano uno dei temi principali affrontati dalla disciplina. Non tutti coloro che vivono in particolari condizioni sono destinati a diventare dei casi clinici. Infatti, l’interesse della psicologia di comunità è per l’interdipendenza tra le componenti contestuali e quelle individuali, nel tentativo di comprenderne la loro dinamica transazionale e capire quali condizioni, con più probabilità, favoriscono lo sviluppo individuale.
Bronfenbrenner, l’evoluzione delle discipline psicologiche è stata segnata da un marcato squilibrio tra la grande attenzione dedicata al concetto di personalità ed agli stadi dello sviluppo individuale e lo scarso interesse per il versante ambientale della classica equazione di Lewin. La tendenza a spiegare il comportamento in termini individuali ha portato all’elaborazione di strategie di cambiamento basate sulla persona, al fine di renderla maggiormente in grado di adattarsi alle condizioni sociali, alimentando in questo modo la propensione a colpevolizzare l’individuo per il proprio disagio.
La psicologia di comunità parte dall’assunto che il comportamento della persona possa essere meglio compreso se studiato in relazione ai contesti sociali che caratterizzano la sua vita quotidiana. L’oggetto di studio viene collocato tra la persona e l’ambiente, creando una nuova unità di analisi e di intervento che può essere definita “persona-nel-contesto”. Problematiche come la depressione, l’alcolismo, l’integrazione, non vengono studiate concentrandosi esclusivamente sulle difficoltà psicologiche individuali, ma in relazione ai contesti di vita in cui la persona è inserita.
L’interdisciplinarità che caratterizza la psicologia di comunità deriva dalla complessità del suo oggetto di studio: da una parte, l’analisi dei contesti di vita, e del modo in cui questi influenzano il benessere delle persone inserite al loro interno, non può prescindere dall’integrazione di nozioni che provengono da discipline estranee alla psicologia, che permettano di comprendere anche le dinamiche economiche, dei diversi ambienti; dall’altra, lo studio della “persona-nel-contesto” è necessariamente legato a evidenze derivanti da altri campi della psicologia, in alcuni casi molto vicini alla psicologia di comunità, per l’importanza attribuita agli aspetti ambientali, ma più spesso caratterizzati da un’ottica individualista, concentrata sullo studio di processi cognitivi, percettivi ed emotivi.
Psicologia clinica e psicologia di comunità condividono la finalità ultima di perseguire il benessere delle persone, ma elaborano percorsi differenti per il raggiungimento di tale situazione di benessere, che si allontanano per quanto riguarda tempi, luoghi, e modalità degli interventi. La psicologia di comunità è infatti caratterizzata da un’ottica proattiva, e cerca di intervenire prima dell’insorgenza dei problemi, al fine di prevenire il disagio e promuovere il benessere delle persone; l’ottica reattiva caratterizza invece la psicologia clinica, che interviene quando gli individui hanno già sviluppato una qualche forma di malessere psicologico.
Alla tendenza della psicologia clinica di situare i problemi di salute mentale dentro gli individui, la psicologia di comunità contrappone la ricerca di possibili “minacce” al benessere psicologico negli ambienti sociali e nelle condizioni di vita degli individui. Agire in un’ottica di comunità significa anche guardare la salute invece che la malattia, ricercandone le risorse prima ancora di comprendere la diffusione di forme di psicopatologia.
Entrare in contatto con persone che vengono ritenute competenti. Lo sviluppo di un rapporto tra professionisti e gli utenti rimanda alla costruzione dell’alleanza terapeutica, per arrivare a un risultato comune. L’eterogeneità degli ambiti affini alla psicologia di comunità si collega alla sua duplice funzione, contemporaneamente speculativa e di aiuto, al suo essere da una parte area di ricerca e quindi disciplina accademica, dall’altra settore professionale che sfrutta le conoscenze acquisite in ambito scientifico per promuovere il benessere di persone e comunità.
I valori della psicologia di comunità
Nell’ambito della psicologia di comunità, i valori hanno avuto un ruolo fondamentale fin dalla nascita della disciplina. La psicologia di comunità, in quanto disciplina orientata al cambiamento sociale, fonda teoria, ricerca e azione sia sulle evidenze empiriche che sui valori: questi ultimi dicono alla scienza “come dovrebbe essere” la comunità ideale, la scienza indica quali metodi utilizzare per arrivare al cambiamento sociale a partire dalle condizioni attuali.
Mayton, Ball-Rockeach e Loges definiscono i valori come “una serie di credenze che sostengono la superiorità di un determinato modello di condotta, o di alcune finalità di vita, rispetto a modalità alternative”, tali credenze indirizzano i professionisti nella scelta degli obiettivi da perseguire e delle strategie per raggiungerli.
I valori su cui si fonda la psicologia di comunità possono essere raggruppati in tre categorie sulla base della “sfera” del benessere:
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Valori personali, quelli che permettono il raggiungimento del benessere a livello individuale e sono rappresentati da:
- Autodeterminazione: possibilità di perseguire in maniera autonoma i propri obiettivi di vita e di sperimentare un certo grado di controllo sulle condizioni che ne permettono il raggiungimento.
- Salute: stato di benessere fisico e psicologico che ha un significato fondamentale per la sua capacità di autodeterminazione.
- Cura e interesse: costituiscono i valori che permettono di soddisfare bisogni come empatia, attaccamento e solidarietà.
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Valori relazionali: consentono di congiungere la sfera individuale a quella collettiva, e sono rappresentati da collaborazione e rispetto per la diversità.
- Collaborazione: fa riferimento alla capacità di istaurare relazioni basate su processi collaborativi, in grado di mediare tra differenti punti di vista;
- Rispetto: è imprescindibile e complementare all’istaurarsi di relazioni di collaborazione, sostiene il diritto di ogni persona ad avere un’identità sociale unica, che non venga valutata in relazione a uno standard.
- Valori collettivi: i valori che promuovono il benessere sono quelli che assicurano un’equa distribuzione delle risorse all’interno della comunità e che ne garantiscono l’accesso a tutti i membri. La giustizia e la responsabilità sociale nei confronti dei gruppi svantaggiati, e il sostegno alle istituzioni sanitarie, educative e sociali.
Adottare contemporaneamente valori che guidano la promozione del benessere a livello personale, rende inadeguata un’impostazione valoriale che contrappone in modo netto individualismo e collettivismo, mettendo in evidenza che il perseguimento di interessi e la soddisfazione di bisogni individuali non è in contrapposizione al benessere della comunità. Il benessere individuale può avere ricadute positive sui contesti allargati con cui la persona entra in contatto, e questi a loro volta influenzano la capacità dell’individuo di scegliere e realizzare con un certo grado di autonomia i propri obiettivi di vita. L’interdipendenza dei vari livelli del benessere permette dunque alla psicologia di comunità di integrare la visione individualista e quella collettivista.
La psicologia di comunità ha scelto di adottare valori che permettano di promuovere il benessere a vari livelli di analisi, senza che uno di questi venga privilegiato a spese degli altri, ma tenendo presente come l’equilibrio tra i valori possa essere modificato in relazione ai diversi bisogni che le persone possono manifestare, alle loro esperienze di vita e alle caratteristiche dei contesti nei quali sono inserite.
I principi guida della psicologia di comunità
La psicologia di comunità più che costituire una precisa opzione teorica, rappresenta una prospettiva, un modo di osservare i fenomeni. Non per questo si deve pensare a una disciplina ateorica. Corrisponde ad un ambito di studio che utilizza modelli e conoscenze scientifiche prodotte da diverse discipline per analizzare specifici contesti e situazioni.
La metafora ecologica
La metafora ecologica è stata introdotta da James Kelly per superare il paradigma riduzionistico dominante nella psicologia tradizionale, che scompone l’individuo in processi di base (cognizione, percezione, emozione), sostenendo che la metafora di un ecosistema sia più adeguata a comprendere l’interazione individuo-ambiente, attraverso lo studio delle relazioni con i diversi contesti che caratterizzano la sua vita. Le comunità sono sistemi composti da vari livelli interconnessi tra loro, e il comportamento delle persone può essere meglio compreso quando viene studiato in relazione a molteplici livelli di analisi. Problemi considerati come il risultato dell’interazione nel tempo tra individui, setting e sistemi affrontati attuando cambiamenti nei contesti di vita e promuovendo le capacità delle persone di utilizzarne le risorse. Questi aspetti si ripercuotono sui luoghi in cui vengono attuati gli interventi.
Prevenzione e promozione
La promozione del benessere e la prevenzione del disagio sono stati mutati dall’ambito della salute pubblica, che ha evidenziato i vantaggi derivanti dall’affrontare i problemi di salute prima che questi insorgano. La promozione del benessere e la prevenzione del disagio possono essere realizzate nei diversi livelli ecologici. I primi interventi svolti nell’ambito della psicologia di comunità erano centrati sulla promozione di competenze individuali, la prevenzione può essere applicata anche alla modificazione della comunità per promuovere il benessere attraverso cambiamenti nelle politiche pubbliche.
"Empowerment"
Rappaport con l’introduzione del concetto di "empowerment", propone un approccio al lavoro di comunità centrato sul rafforzamento del senso di controllo che le persone hanno sugli eventi della loro vita, in cui lo psicologo lavora con le persone svantaggiate per promuoverne la capacità di autodeterminazione. Anche il principio dell’empowerment è applicabile ai diversi livelli di analisi.
- A livello individuale: per le persone è essenziale poter esercitare un certo grado di influenza sulla propria vita. Centrale il ruolo della partecipazione alla vita della comunità.
- A livello collettivo: una prospettiva ancorata al principio del potere mette in evidenza come gran parte dei problemi psicosociali derivino da situazioni di ineguaglianza, sia da un punto di vista strettamente economico, sia rispetto alla possibilità di avere voce nei meccanismi decisionali attraverso la partecipazione. Il principio dell’empowerment mette in rilievo la necessità di considerare le dinamiche di potere che caratterizzano la relazione tra i professionisti e gli utenti di un servizio o i soggetti di una ricerca. Per favorire la capacità degli individui di esercitare un maggiore controllo sulla loro vita, i professionisti dovrebbero essere in grado di lavorare con i membri della comunità, istituendo con loro un rapporto di collaborazione e ponendosi come “attivatori” delle risorse che possiedono. Una forte rilevanza i contributi non professionali, come quelli che derivano dall’attività delle associazioni di volontariato.
Inclusione
Il valore del rispetto della diversità guida l’azione degli psicologi di comunità attraverso il principio dell’inclusione, che sostiene il diritto di ogni persona a essere unica e a non venire giudicata sulla base di un unico standard convenzionalmente accettato. Mentre a un livello individuale gli interventi mirano a creare consapevolezza circa le dinamiche sociali, è nel contesto relazionale che l’inclusione si realizza.
Il principio dell’inclusione è strettamente connesso al concetto di empowerment, e a una visione dell’individuo che vada oltre i deficit e i problemi che questo si trova ad affrontare, soffermandosi sulle sue competenze, sulle sue abilità, sulle risorse della comunità nella quale è inserito. L’approccio della psicologia di comunità risulta particolarmente adeguato al superamento della tendenza a etichettare gli utenti sulla base dei loro deficit, in quanto fornisce a ogni persona la possibilità di accrescere il senso di controllo sulla propria vita e di definire i propri bisogni coerentemente all’idea di benessere che si intende perseguire.
La psicologia di comunità è dunque una disciplina accademica e contemporaneamente un modo di agire professionale. Come disciplina è orientata allo studio delle persone inserite nei loro contesti di vita, con l’obiettivo di comprendere come fattori situati a diversi livelli possano interagire tra loro e avere un’influenza sul benessere degli individui. Allo stesso tempo, si configura come professione di aiuto, che si propone di trasmettere le conoscenze acquisite con la ricerca affinché le persone divengano consapevoli del ruolo che le condizioni in cui vivono hanno nel determinare la loro salute e il loro benessere.
Aiutare coloro che si trovano in una condizione di scarso potere ad avere maggior controllo sugli ambienti con i quali quotidianamente entrano in contatto significa alimentare il potere che le persone hanno sulla loro vita, sul raggiungimento dei loro obiettivi, sul loro benessere. La psicologia di comunità è critica nei confronti dello status quo, e mira a un cambiamento sociale che vada nella direzione di una più equa distribuzione delle risorse materiali e psicologiche tra i membri della comunità. Finalità ultima il perseguimento della giustizia sociale e la riduzione delle ineguaglianze di potere e di risorse, la disciplina è stata anche definita “coscienza sociale della psicologia”.
I "marker" professionali dello psicologo di comunità
I ruoli e le competenze dello psicologo di comunità
Una delle fonti alle quali si può attingere per comprendere le competenze dello psicologo di comunità è costituita dal tariffario dell’ordine degli psicologi, nel quale già da qualche anno sono previste alcune prestazioni tipiche della psicologia di comunità, piuttosto difficili da monetizzare.
- Elaborazione e costruzione di progetti di comunità;
- Organizzazione e conduzione di focus groups;
- Analisi/stesura di profili di comunità;
- Analisi organizzativa di istituzioni, gruppi associazioni e comunità.
La situazione attuale è ancora lontana dal disporre di linee guida specifiche condivise dalla comunità scientifica e professionale.
- Al livello di base troviamo competenze di tipo esecutivo, che includono, la raccolta e l’interpretazione di dati, la gestione di piccoli e grandi gruppi ecc.
- Il secondo livello comprende le abilità sottostanti la pianificazione degli interventi, e implica un grado maggiore di autonomia e responsabilità. Conduzione di assessment di comunità e la successiva progettazione di interventi in grado di soddisfare i bisogni individuati all’interno della comunità mobilitando le risorse esistenti. Fondamentale essere in grado di valutare le varie fasi del programma e verificare il raggiungimento degli obiettivi.
- Nel terzo livello rientrano quelle competenze che potremmo definire di networking, che comprendono: la ricerca di finanziamenti, la gestione dei contatti con politici e amministratore, la creazione di partnership su progetti e la collaborazione con istituzioni universitarie e di ricerca.
Le tre categorie presentate rappresentano solo uno dei tanti modi in cui le competenze implicate nel lavoro di comunità possono essere classificate. Dopo una prima fase di definizione degli obiettivi il compito principale del professionista è costituito dall’individuazione di strumenti e metodi adeguati allo studio delle caratteristiche della comunità.
Conoscere la comunità nella quale si opera è un obiettivo che può essere realizzato in modi diversi in funzione del grado di collaborazione che si vuole instaurare con i membri che ne fanno parte. Se la partecipazione dei cittadini viene assunta come valore guida, il compito del professionista è fare in modo che il processo di conoscenza della comunità avvenga attraverso il coinvolgimento del cittadino, rendendo possibile la pianificazione di interventi con la comunità. Lo psicologo di comunità dovrebbe porsi come “attivatore” di tali risorse, aiutando le comunità a definire i propri obiettivi.
Per favorire la presa di decisione da parte dei cittadini, una prima fase spesso coincide con la trasmissione delle informazioni ai leader della comunità, che successivamente si occupano dell’ulteriore diffusione delle informazioni ai cittadini.
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