Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Microsistema

o

Per microsistema si intendono tutti quei contesti di vita e le persone con cui l’individuo ha un

contatto diretto. La connessione tra individui e microsistema avviene attraverso la creazione di

relazioni sociali, che implica l’assunzione di ruoli sociali. In generale si parla di rete sociale di

ogni soggetto e se ne può analizzare la struttura (ampiezza e densità), la relazione (reciprocità,

vicinanza) e la funzione (sostegno sociale).

La modifica a tale livello appare più complessa, ma anche più efficace poiché porta benefici a

tutti i soggetti compresi nel microlivello e non solo all’individuo. Avere informazioni per

comprendere le caratteristiche strutturali, relazionali e funzionali di ogni sottogruppo della rete è

centrale per progettare programmi di intervento che potrebbero essere orientati a potenziare o

modificare la rete sociale, a contrastare credenze e abitudini errate e a favorire un buon clima e

un’efficace comunicazione tra microsistemi.

Organizzazioni

o

Per organizzazione si intende un insieme strutturato di microsistemi come per esempio la

scuola, i servizi sociosanitari e il luogo di lavoro. Gli individui solitamente partecipano tramite il

microsistema alla vita di queste organizzazioni su cui solitamente hanno un controllo minimo.

A tale livello di analisi è possibile considerare sia le caratteristiche strutturali (grandezza, spazi,

tempi), sia le caratteristiche organizzative (regole, ruoli) sia il clima organizzativo (relazioni).

A livello di intervento è possibile apportare modifiche su tutti e tre i livelli.

Livello della comunità

o

Si parla di comunità sia in senso geografico, sia in termini di interconnessione tra individui e

territorio. La comunità viene intesa come una vasta rete di organizzazioni.

La raccolta di informazioni a questo livello è strettamente collegata agli obiettivi e al fenomeno

da indagare; a livello metodologico può avvenire attraverso strumenti come la mappatura del

territorio o i profili di comunità.

L’intervento dovrebbe essere rivolto alla creazione o al potenziamento di gruppi e di reti tra

organizzazioni presenti nel territorio che favoriscano l’aggregazione per il raggiungimento di

obiettivi comuni.

Macrosistema

o

È il livello più elevato, che include tutti gli altri. È costituito dalle istituzioni nazionali, ma

racchiude anche le condizioni economiche, culturali, politiche e sociali.

Risulta indispensabile ottenere informazioni riguardo alla credenze culturali, alle tradizioni, alle

leggi e all’impatto mediatico che sono in grado di influenzare la vita delle persone. A livello di

intervento è possibile creare tavoli di lavoro con politici e cittadini per proporre modifiche

legislative.

In generale, a livello di analisi è possibile individuare i fattori in grado di promuovere o limitare il

benessere degli individui attraverso l’analisi della letteratura esistente, l’approccio

epidemiologico, l’analisi delle ricerche già implementate e l’attuazione di una nuova ricerca.

A livello di intervento si cerca invece di promuovere e potenziare i fattori che risultano protettivi

rispetto ad un potenziale rischio. Appare particolarmente utile agire sugli ambienti in quanto

permette di intervenire indirettamente sull’individuo, raggiungendo un numero più ampio di

persone e garantisce maggiori probabilità che il cambiamento si mantenga nel tempo.

5. I processi sociali di mediazione

Dopo aver analizzato i diversi contesti in grado di influenzare il benessere di un individuo è

naturale interrogarsi su come questi contesti interagiscono e influenzano la vita delle persone.

Per comprendere come i contesti influenzano i comportamenti devono essere considerati tre

livelli di analisi e di processo:

I processi di primo ordine sono costituiti dalle influenze dirette che i contesti di vita

hanno sull’individuo. Riguardo a come agiscono tali contesti non esiste una spiegazione

condivisa, ma dipende dalla teoria di riferimento.

I processi di secondo ordine sono costituiti dalle interconnessioni tra due o più setting

all’interno dei quali la persona partecipa attivamente: i diversi contesti interagiscono e,

influenzandosi tra loro, provocano effetti sull’individuo. A questo livello agiscono numerosi

processi:

- L’effetto coerenza: comunanza di valori fra i diversi contesti

- La costante presenza in diversi setting delle stesse figure significative

- La varietà di setting frequentati

- La qualità della comunicazione fra i diversi setting

I processi di terzo ordine sono il prodotto delle interazioni dei vari elementi del

sistema comunità e sono la manifestazione di fenomeni che si sviluppano al livello

gerarchicamente più basso. Le interazioni tra le entità sociali (istituzioni, associazioni) ne

costituiscono un esempio. Molto spesso questi processi risultano difficilmente identificabili

(es.: capitale sociale). Le condizioni affinché si possano attivare e sviluppare processi di

terzo ordine sono quelle di avere a disposizione dei setting sufficientemente interconnessi

tra loro.

6. I cinque principi di Levine: una riflessione sul rapporto tra ecologia e pratica

Partendo dalla metafora ecologica Levine ha proposto cinque principi pratici da applicare in

psicologia di comunità:

I. Un problema sorge in un setting o in una situazione: i fattori situazionali causano o

mantengono il problema

L’operatore pertanto non deve comprendere esclusivamente le caratteristiche individuali,

ma deve anche tendere a conoscere le caratteristiche dei setting in cui l’individuo è

inserito. Ciò sottende un lavoro sul campo.

II. Un problema sorge perché la capacità adattiva del setting è bloccata.

La prospettiva ecologica presuppone l’interdipendenza tra persona e setting, pertanto le

capacità adattive delle persone in un determinato setting sono limitate dalla natura del

setting stesso

III. Per essere efficace, un aiuto deve essere collocato in modo strategico rispetto

all’insorgere del problema.

Ciò implica che piuttosto che inviare la persona a chiedere aiuto, bisognerebbe portare

aiuto alla persona, o meglio al suo setting. È necessario inoltre tenere presente le

dimensioni temporali e spaziali del problema, in modo da intervenire strategicamente nel

momento più idoneo. Per questa ragione gli interventi dovrebbero essere in collegamento

con gli altri interventi presenti in quel setting.

IV. Gli scopi e i valori dell’operatore devono essere coerenti con quelli del setting

Ciascun setting presenta scopi e valori e nel caso in cui gli obiettivi del cambiamento siano

coerenti con questi non vi saranno resistenze. A questo scopo è necessario un confronto

tra i propri valori personali e i valori del setting.

V. La forma di aiuto deve essere stabilita in modo sistematico, usando le risorse naturali

del setting o mediante l’introduzione di risorse che possono diventare istituzionalizzate

come parte del setting. È infatti preferibile introdurre all’interno del sistema un

cambiamento che sia duraturo nel tempo e che continui ad essere una risorsa nella

risoluzione dei problemi. Perché il cambiamento sia duraturo spesso si potenziano le abilità

di operatori non professionisti presenti nella comunità.

Sostegno sociale: il sostegno sociale è la funzione principale della rete sociale e può

 essere inteso come l’aiuto che si può ricevere dalle persone che ci stanno accanto. Il sostegno

può svilupparsi e prendere forma attraverso diverse modalità.

- Strumentale: aiuto concreto e spesso materiale

- Emotivo: sostegno affettivo (ascolto, affetto)

- Informativo: consigli e informazioni

- Affiliativo: deriva dal sentirsi parte di gruppi o associazioni

Il sostegno può distinguersi in:

- Diretto o indiretto

- Formale o informale

- Ricevuto e percepito

Lo psicologo di comunità mira sia a comprendere e identificare le reti sociali dei soggetti in

analisi, sia ad aumentarne la responsività e la capacità di fornire sostegno creando sinergie

e nuovi legami.

Nello specifico il lavoro di intervento può vertere su:

- Riorganizzazione dei sistemi di sostegno, facilitandone una più efficiente

strutturazione

- Allentamento di legami che costituiscono dipendenze o modelli negativi

- Costruzione o ricostruzione della rete sociale se ridotta

- Contattare gli irraggiungibili

EMPOWERMENT: IL POTERE ATTRAVERSO LA PARTECIPAZIONE

L’empowerment è l’obiettivo che si auspica di ottenere lo psicologo di comunità per le persone

con cui lavora. Nonostante il termine abbia avuto un’ampia diffusione, il costrutto rimane vago,

poco chiaro e rischia di essere l’ennesimo concetto astratto. La natura stessa

dell’empowerment non ne facilita la definizione poiché esso si esprime in modo diverso in base

al contesto, alle persone e alle discipline che lo considerano. Nonostante tale varietà di forme e

le svariate difficoltà si ritiene si possa giungere ad una definizione di tale costrutto.

Non si può però affrontare il tema dell’empowerment senza definire i due concetti su cui si

basa: POTERE

Il potere, radice del termine empowerment, solitamente sta ad indicare l’influenza ed il

controllo che si può avere su altri. Visto in questo modo il potere è statico ed immodificabile,

connesso ai concetti di forza e prevaricazione.

Il potere nel contesto dell’empowerment assume una sfumatura diversa: non come “potere

su” ma come “potere di”. Rappresenta pertanto una ricchezza, una risorsa sia per chi lo

possiede che per chi gli sta attorno. Questa accezione concepisce il potere come non stabile

ma mutevole, in grado di espandersi e di essere conquistato da tutti. Pertanto il potere,

creato dalle e nelle relazioni, può anche non essere a somma zero (o mio o tuo, a scapito di

qualcun altro), ma condiviso (mio e tuo, a favore di tutti). Si parla dunque di un tipo di “potere

positivo” che è caratterizzato da collaborazione, condivisione e mutualità.

Parlando di potere positivo, Lukes descrive un modello a tre dimensioni:

- La prima dimensione riguarda la modalità con cui vengono prese le decisioni:

parlando di potere condiviso la presa di decisione dovrebbe essere comune, capace

di accogliere le esigenze di tutti.

- La seconda dimensione riguarda come si decide quali aspetti possono essere

presentati ai decisori ultimi. In questo caso si fa riferimento al concetto di inclusione:

ogni gruppo dovrebbe avere la possibilità di scegliere quali problemi considerare.

- La terza dimensione riguarda le forze che determinano quali bisogni le persone

riconoscono come propri. Questa dimensione implica aspetti individuali e contestuali.

Foucault si è concentrato su tre aspetti del potere:

- Il potere può essere esercitato solo da soggetti liberi, che possono confrontarsi con

un ampio spettro di possibilità tra cui possono scegliere.

- L’esercizio del potere crea continuamente nuove conoscenze e queste portano a

maggior potere.

- Il potere è ovunque poiché deriva da ogni cosa. Comprendere dove e come gli

individui possono diventare più potenti è necessario per il lavoro dello psicologo di

comunità.

PARTECIPAZIONE

In psicologia di comunità il concetto di partecipazione si riferisce all’impegno e alla

responsabilità del singolo all’interno di un progetto volto a raggiungere un obiettivo

collettivamente determinato.

La partecipazione è pertanto definita come un processo in cui i soggetti prendono

attivamente parte ai processi decisionali.

Amerio evidenzia come la dimensione della partecipazione sia quella che allarga il senso

della relazione all’intera comunità. Il nesso tra partecipazione e comunità va analizzato su

due piani distinti: sul piano soggettivo non c’è senso di comunità senza coinvolgimento

nell’azione collettiva; sul piano oggettivo la comunità, in quanto sistema sociale, è regolata

da norme che presiedono ai processi di rappresentanza.

La psicologia di comunità ha l’obiettivo sia di capire i meccanismi della partecipazione sia di

indagare i fattori individuali e contestuali che la incrementano. La psicologia di comunità si

interessa sia a forme di partecipazione volontaria (dal basso all’alto o bottom-up) sia a quelle

di tipo provocato (dall’alto al basso o top-down).

Esistono quattro diverse forme di partecipazione:

I. La partecipazione di fatto: non è scelta dall’individuo ma si lega ad alcune sue

caratteristiche peculiari. Rappresenta quindi l’essere inseriti in un gruppo per il solo fatto

di condividere con questo tradizioni e comportamenti. Risponde a bisogni individuali.

II. La partecipazione spontanea: è di tipo bottom-up e implica la ricerca di altri per

soddisfare i propri bisogni individuali (gruppo di amici).

III. La partecipazione volontaria: è anch’essa di tipo bottom-up, ma rappresenta il

passaggio da fini prettamente individualistici a fini collettivi.

IV. La partecipazione provocata: è di tipo top-down e implica la creazione di gruppi ad

hoc per rispondere a bisogni contingenti della comunità. Sono gruppi che si sviluppano

quindi con il chiaro intento di modificare qualche aspetto comunitario.

Arnstein propone una scala della partecipazione che distingue differenti gradi di

intensità di partecipazione provocata:

LIVELLO DI NON PARTECIPAZIONE

Le forme di non partecipazione, in cui il ruolo delle persone è marginale, sono due:

- La manipolazione: coinvolgimento dei cittadini quando le decisioni sono già state

prese, e quindi il loro ascolto diventa solo una formalità.

- Trattamenti terapeutici : attività gestite dal personale esperto con pochi spazi per la

partecipazione attiva del target dell’intervento.

PARTECIPAZIONE IRRISORIA

Esistono tre forme di partecipazione irrisoria

- Diffusione di informazioni : l’accesso alle informazione è il primo elementare livello di

partecipazione dei cittadini alla gestione dei propri contesti. Si tratta di uno scambio

monodirezionale.

- Consultazione: prevede l’interazione strutturata su un tema che comporta un

processo di scambio di informazioni almeno bidirezionale. La decisione finale rimane

comunque nelle mani del decisore.

- Smorzamento : è presente un’effettiva partecipazione dei cittadini anche se

perdurano gli aspetti “pro forma”; si tratta per esempio dell’inserimento di

rappresentanze, in numero limitato, nei gruppi decisionali.

FORME DI POTERE AI CITTADINI

Tra le forme effettive di potere ai cittadini troviamo il:

- Partenariato : il potere è redistribuito, attraverso processi di negoziazione tra cittadini

e detentori del potere.

- Potere delegato : viene assegnato un ruolo determinante ai cittadini in rapporto a un

particolare tema. Pertanto i cittadini risultano avere la meglio nei gruppi decisionali.

- Controllo ai cittadini : le persone assumono un potere effettivo di governo e di

controllo in un’istituzione.

Cosa favorisce la partecipazione?

Un modello ecologico proposto da Perkins, nell’esaminare da cosa è data la partecipazione,

considera sia fattori contestuali che fattori soggettivi in grado di predire il coinvolgimento

delle persone nella comunità.

Lo studioso considera nello specifico fattori prossimali (cognizioni e comportamenti) come

fortemente predittivi della partecipazione, mentre tra quelli distali (aspetti fisici, economici e

sociali) quelli demografici ed economici hanno un peso trascurabile e quelli ambientali

possono agire favorevolmente o negativamente.

La percezione di una situazione insoddisfacente a livello dell’ambiente fisico, non sarebbe

sufficiente all’impegno in azioni collettive; il motore della partecipazione darebbe costituito

dall’attaccamento territoriale, dalle relazioni collaborative, dalla fiducia e dal mutuo sostegno.

L’attivazione degli individui su temi di interesse collettivorisulta favorita da:

- Percezione di appartenere a un setting di comunità sufficientemente coeso (senso di

comunità) e presenza di modelli di tolleranza della diversità

- Percezione della situazione in termini di bisogni e problemi

- Un senso di autoefficacia per ritenere di avere le capacità di raggiungere l’obiettivo

desiderato.

Per favorire la partecipazione bisognerebbe:

- Pensare a spazi e temi per la partecipazione dove le persone si sentano a proprio

agio

- Dare modo alle persone di aiutare concretamente

- Dare sostegno al lavoro e quindi favorire la continuità e la realizzazione delle

iniziative

- La condivisione tra livello istituzionale e cittadini può facilitare la continuità dei

progetti e la loro efficacia.

Effetti della partecipazione:

- A livello individuale partecipare sembra contribuire al benessere psicosociale delle

persone

- A livello collettivo la partecipazione costituisce la base dei processi di sviluppo delle

società locale.

- Mette in moto processi di influenza sociale, è fattore protettivo, soprattutto nei

giovani.

Definire l’empowerment

Rappaport delinea l’empowerment come un processo sociale multidimensionale che aiuta le

persone a raggiungere un maggior controllo sulla propria vita; è pertanto un processo che

incrementa il potere delle persone per fare in modo che utilizzino tale capacità nella loro vita,

nelle loro comunità.

Da questa definizione si evince come l’empowerment sia un processo, un percorso non statico

che si sviluppa nella relazione con gli altri. È inoltre un costrutto multidimensionale che si

esprime a diversi livelli (comunità, gruppi, individui), ma anche su diverse dimensioni

(sociologiche, psicologiche, economiche). Questa definizione comprende anche il concetto di

controllo inteso come potere positivo, potere di scelta e azione.

Zimmerman sostiene che l’empowerment sia un processo, ma anche un risultato:

- I processi di empowerment si basano su quelle azioni che consentono di acquisire o far

acquisire maggiore potere, risorse e di far sviluppare una visione critica di ciò che li circonda.

- I risultati dell’empowerment si riferiscono invece alle conseguenze dei processi stessi.

Empowerment: un costrutto multilivello

Zimmerman concepisce l’empowerment come un costrutto multilivello, ovvero che prende

forma a livello individuale, micro, organizzativo e di comunità.

Ogni livello è strettamente connesso agli altri; potremmo considerare i diversi livelli come causa

e conseguenza l’uno dell’altro. Inoltre per ognuno dei livelli possiamo considerare il processo e

il risultato, definendo gli individui, i gruppi e le comunità, sia come empowered, sia come

empowering.

LIVELLO INDIVIDUALE:

l’empowerment individuale è un processo di crescita del singolo che, attraverso un

percorso, sviluppa nuove abilità e competenze per gestire le difficoltà.

Su quali e quante siano tali competenze il dibattito è ancora aperto, ma tutti i modelli

proposti sono concordi nel prevedere il passaggio da scarse competenze e risorse a una

maggiore presenza di queste: quindi dal disempowerment all’empowerment.

Il disempowerment, o impotenza appresa, fa riferimento al fenomeno per cui le persone

che sperimentano ripetutamente la fallacia delle proprie azioni imparano che, qualsiasi

cosa facciano, non raggiungeranno l’effetto desiderato. Tali persone possiedono un locus

of control esterno, comportamenti di coping non orientati al compito e un’immagine di sé

non particolarmente positiva.

Il passaggio da una condizione di impotenza appresa a quella di speranza appresa è il

cardine dell’empowerment a livello individuale.

Zimmerman considera l’empowerment individuale come un costrutto composto da tre

fattori principali:

- Controllo: con questo termine si intende il credere nelle proprie capacità; è quindi un

sentimento di fiducia nelle proprie competenze. Il controllo è la componente

intrapersonale dell’empowerment, poiché si lega a caratteristiche emotive e

motivazionali proprie dell’individuo.

- Consapevolezza critica: si riferisce alla capacità di comprendere e analizzare i

propri contesti di vita e di capirne i meccanismi di influenza. Riguarda quindi la

capacità di esaminare la situazione, per trarre da questa le conoscenze necessarie

per pianificare meglio le azioni ed individuare modalità più efficaci per raggiungere i

propri obiettivi.

Si riferisce all’abilità di capire i legami di potere, il ciclo delle risorse, gli ostacoli al

cambiamento e i fattori che influenzano la presa di decisioni, è la componente

interpersonale dell’empowerment in quanto necessita il relazionarsi con altri.

- La partecipazione: riguarda l’azione vera e propria, pertanto è considerata la

componente comportamentale dell’empowerment. Partecipare prende forma

attraverso la messa in atto di un piano condiviso e accettato da più individui. La

partecipazione è quindi il motore, l’insieme di strategie per il cambiamento.

Appare difficile stabilire quale delle tre componenti nasce e si sviluppa prima; i tre concetti

appaiono infatti complementari ed inscindibili se si vuole parlare di empowerment.

Lo psicologo di comunità dovrebbe essere un professionista di empowering, in grado di

potenziare controllo, consapevolezza critica e partecipazione nelle persone con cui

lavora.

La psicologia di comunità per il mantenimento dei cambiamenti volti all’empowerment

utilizza anche non-professionisti, ovvero soggetti formati che possono diventare

empowering; ciò consente di coinvolgere un maggior numero di persone e nel contempo

di far permanere il cambiamento al di là della presenza dello psicologo.

LIVELLO MICRO

L’analisi multilivello dell’empowerment non può prescindere dal livello micro ovvero le

relazioni all’interno di gruppi quali: famiglia, classe, amici…

Il gruppo in quanto tale può diventare un importante motore per l’empowerment.

Nielsen sostiene che vi possono essere:

- Gruppi empowered : la finalità delle relazioni nei gruppi è quella di accrescere la

salute organizzativa, potenziare il contesto allargato.

- Gruppi empowering : la finalità del gruppo è il benessere e la crescita degli individui

che vi appartengono.

Sebbene l’interesse pratico rivolto alle relazioni micro nell’empowerment sia ampio, il

maggior interesse a livello teorico è stato promesso dall’approccio organizzativo che si

concentra su una forma particolare di gruppo: l’empowered work groups (ewg) o gruppo

di lavoro autonomi. L’idea di base era che i lavoratori fossero capaci di organizzare le

attività del proprio gruppo di lavoro e che consentire loro di farlo comportava un certo

numero di vantaggi; i gruppi di lavoro autonomi consentono che il potere vada a tutti i

partecipanti, rendendoli in questo modo più responsabili.

Fisher sottolinea l’importanza del ruolo del leader per sostenere gli EWG.

Il leader avrebbe tre ruoli principali:

- Sostenere i bisogni degli individui per renderli capaci di svolgere efficacemente il

proprio ruolo.

- Creare un ambiente che stimoli il funzionamento del gruppo .

- Assicurare l’appropriato posizionamento del gruppo nel contesto organizzativo

Pearlstein ritiene che per l’empowerment di gruppo sia indispensabile la presenza di una

figura empowering la quale deve incoraggiare lo svolgersi di compiti al massimo delle

possibilità, deve far sentire le persone capaci e autonome, deve rafforzare il sentimento di

autoefficacia e scoraggiare i comportamenti passivi, inoltre deve avere una concezione di

potere di tipo integrativo.

Appare lampante come tale individuo debba essere lui stesso empowered; in caso non lo

sia può cercare di diventarlo attraverso una profonda conoscenza di sé, attraverso

l’integrazione, una comunicazione efficace e la partnership.

LIVELLO ORGANIZZATIVO

Il livello organizzativo è quello che si pone in una situazione intermedia tra gruppi e

comunità. L’organizzazione, intesa come insieme di microsistemi, può essere una scuola,

un’associazione, una cooperativa sociale.

Anche in questo caso si possono distinguere:

- Organizzazioni empowered : che riescono a manifestare il loro potere nel contesto

allargato, promuovendo il cambiamento sociale e raggiungendo obiettivi importanti

per l’intera comunità.

- Organizzazioni empowering : che favoriscono l’empowerment delle persone

all’interno dell’organizzazione.

Un’organizzazione empowered per essere tale deve essere ben integrata nel

contesto allargato e conoscerne le dinamiche, deve possedere le risorse per mettere in

atto processi di cambiamento, deve saper influenzare le politiche sociali e deve

interessarsi al benessere per la comunità.

È quindi un’organizzazione che non solo mira a raggiungere obiettivi interni, ma sfrutta le

sue risorse per cambiamenti che influenzano contesti allargati. Per avere impatto sulla

comunità però un’organizzazione deve essere in grado di entrare in rete con altre

organizzazioni. Le organizzazioni empowered sono caratterizzate da controllo,

consapevolezza critica e partecipazione. Affinchè la sua azione risulti efficace sarebbe

opportuno che tale organizzazione sia anche un’organizzazione empowering.

Le organizzazioni empowering hanno politiche interne in grado di aumentare il

controllo, favorire la consapevolezza critica e promuovere la partecipazione tra i membri

dell’organizzazione stessa.

Lo psicologo di comunità può essere chiamato come consulente per rendere

maggiormente empowering ed empowered una data organizzazione; lo strumento più

usato a questo scopo è il lavoro di rete.

LIVELLO DI COMUNITA’

Anche in questo caso si possono distinguere:

- Comunità empowered : manifestano il loro potere nel contesto allargato,

promuovendo il cambiamento sociale.

- Comunità empowering : che riescono a favorire l’empowerment delle pesone

all’interno delle comunità stesse.

Le comunità empowered raggiungono obiettivi legati al benessere sociale, attraverso

l’analisi dei bisogni degli individui, gruppi e organizzazioni, ma anche favorendo un

cambiamento più generale, connettendosi con altre comunità o cercando di influenzare

decisioni a livello globale.

Le comunità diventano empowering quando strutturano le condizioni per una reale

partecipazione dei cittadini attraverso spazi di condivisione e ascolto, ma anche

attraverso un equo accesso alle risorse. La presa di decisione coinvolgono i diversi attori

e i problemi vengono risolti con modalità condivise.

I cambiamenti per rendere una comunità empowering devono essere sia amministrativo-

funzionali (modalità di presa delle decisioni) sia di tipo strutturale (aree di incontro e

condivisione).

Lo scopo principale dello psicologo di comunità è quello di creare comunità competenti.

Perché si possa parlare di comunità e di cittadini competenti occorrono tre elementi:

- Le conoscenze: relative a proplemi e risorse

- Influenza e potere: per avere voce nelle decisioni e arrvare al cambiamento

attraverso la partecipazione

- Motivazione sul perché deve partecipare

Lo strumento chiave per lavorare su questi tre aspetti è la ricerca-azione partecipata.

I METODI DI RICERCA IN PSICOLOGIA DI COMUNITÀ

La psicologia di comunità utilizza apparentemente un approccio meno rigoroso rispetto alla

ricerca sperimentale classica, identificabile con l’esperimento di laboratorio; questo perché

l’orientamento ecologico della disciplina sulla persona-nel-contesto e la complessità dei

fenomeni sociali analizzati rendono inadeguati alcuni dei metodi tradizionalmente utilizzati in

psicologia.

1. Validità, quantità e qualità

La psicologia di comunità utilizza metodi di fare ricerca che la distinguono da altre discipline:

- Innanzituttto rispetto al concetto di validità della ricerca, tale disciplina presta

maggiore attenzione alla validità esterna (generalizzare una relazione osservata oltre le

circostanze specifiche osservate dallo sperimentatore), rispetto a quella interna.

- La disciplina inoltre si basa sul concetto di ricerca-azione, secondo cui il processo

conoscitivo diviene un’azione sociale proprio nel momento in cui la popolazione target della

ricerca è coinvolta.

- Gli assunti di base della psicologia di comunità prevedono un forte coinvolgimento

del ricercatore: il modo di sviluppare conoscenza può essere suddiviso in vari approcci in

base al grado di collaborazione tra ricercatore e partecipanti alla ricerca.

- La psicologia di comunità adotta disegni di ricerca misti, che prevedono l’impiego di

metodi e strumenti della ricerca sia quantitativa che qualitativa.

2. Come conoscere una comunità

Conoscere un contesto significa per prima cosa definirlo. Conoscere una comunità passa

dunque attraverso l’attingere informazioni riguardo alle sue origini, valori, l’organizzazione e le

interazioni.

Tale processo di conoscenza non è un’impresa facile e per ridurre quanto più possibile le

distorsioni di questo processo di lettura si può adottare lo strumento dell’osservazione

partecipante. In questo tipo di indagine l’osservatore passa un certo lasso di tempo all’interno

della comunità oggetto di studio utilizzando una varietà di strumenti.

La psicologia di comunità ha adottato questo tipo di ricerca dall’antropologia ed è giunta a

definire uno degli strumenti che maggiormente la contraddistinguono: la ricerca partecipata.

Questo strumento accoglie la partecipazione diretta del ricercatore alla vita della comunità,

tuttavia ritiene che il vero problema non è tanto come conosciamo la comunità, ma come essa

possa conoscersi.

Questa modalità si colloca in posizione antitetica rispetto alla diagnosi-osservazione di comunità

che raccoglie fatti per costituire un quadro cognitivo, ovvero una diagnosi.

Tra la ricerca partecipata e una diagnosi esiste un continuum all’interno del quale si possono

distinguere diverse modalità di azione e coinvolgimento sia per il ricercatore che per i membri

della comunità:

- Partecipazione conforme : il ricercatore offre alla comunità le informazioni circa la

ricerca e recluta i partecipanti; a lui spettano tutte le decisioni e la diffusione dei risultati; i

membri della comunità devono esclusivamente offrire il loro consenso.

- Consulenza diretta : il ricercatore consulta i membri sui compiti specifici da attribuire.

A lui spettano le decisioni finali sullo svolgimento della ricerca; i membri della comunità

possono offrire i loro consigli sulla base delle loro conoscenze.

- Consultazione reciproca : il ricercatore sviluppa una partnership con i membri, ma pur

valorizzando le prospettive dei membri, spetta sempre a lui l’ultima parola sulla ricerca. I

membri della comunità vengono coinvolti in tutte le fasi della ricerca.

- Coinvestigazione finalizzata all’empowerment : il ricercatore sviluppa una partnership

paritaria e lavora collaborativamente coinvolgendo i membri i quali hanno responsabilità

circa le decisioni che riguardano la ricerca.

Lo psicologo di comunità solitamente è interessato a conoscere specifici aspetti della comunità:

• Aspetti strutturali : come è composta la comunità, da quali gruppi, con quali servizi e

risorse

• Aspetti relazionali

: come si comportano i membri, quali relazioni esistono tra loro

• Aspetti di gestione : quali regole e controlli esistono nella comunità

Solitamente vengono presi in considerazione otto profili in grado di schematizzare e semplificare

gli aspetti centrali di una comunità territoriale: caratteristiche territoriali, demografiche,

economiche, dei servizi, psicosociali, istituzionali, antropologiche/storiche/culturali e del futuro.

Gli strumenti per conoscere una comunità

Lo psicologo di comunità ha a disposizione diverse tecniche e strumenti d’indagine da utilizzare.

Tali strumenti possono essere classificati in base al contatto che il ricercatore ha con la comunità

di interesse:

Gli strumenti a nessun contatto : strumenti ricavabili da indicatori e database già

disponibili e includono sia variabili demografiche che indicatori sociali di un’area o di un

problema.

Il ricercatore quindi cerca in dati già esistenti per ottenere una prima immagine della

comunità stessa. Questi dati forniscono un'immgine complessiva della situazione e

permettono di capire la rilevanza o l’esistenza di un problema. Iniziare un progetto di

intervento o di ricerca senza questi dati può spesso far prendere decisioni sbagliate.

Strumenti a minimo contatto : strumenti che riguardano prevalentemente metodi di

osservazione del contesto fisico-strutturale. Il contatto con la popolazione è minimo poiché

aumenta si la vicinanza tra ricercatore e popolazione, ma il contatto rimane sporadico e

occasionale.

Tali strumenti permettono una conoscenza più approfondita della comunità e facilitano una

maggior comprensione delle sue caratteristiche.

Strumenti a moderato contatto : strumenti in cui esiste un contatto intenzionale, anche

se molto circoscritto, tra ricercatore e soggetti. Questi sono costituiti da questionari e scale

self-report.

Strumenti a elevato contatto : strumenti in cui il coinvolgimento della popolazione è

considerevole. Sono strumenti che riescono a entrare maggiormente in profondità e a

creare le condizioni per coinvolgere i soggetti in successive attività di intervento. Questi

sono costituiti da interviste individuali o di gruppo come i focus groups.

3. La ricerca epidemiologica

Tra i vari metodi a disposizione per conoscere una comunità troviamo la ricerca di natura

epidemiologica.

Questo metodo rappresenta un valido strumento per rilevare l’entità dei fenomeni e coglierne le

determinanti. È un metodo dunque per stimare, all’interno di un dato contesto o popolazione, la

prevalenza di problemi psichiatrici e psicosociali, nonché le risorse e i punti di forza.

In effetti la stima della prevalenza e dell’incidenza dei fenomeni è fondamentale per

comprendere l’entità di un problema, ma anche per metterne a fuoco la sua eziologia, ovvero i

fattori di rischio e protettivi che su di esso possono incidere.

Il limite di tale ricerca è che buone stime richiedono campioni accurati e spesso numericamente

rilevanti e per questo sono molto costosi sia in termini finanziari che di tempo.

Per ovviare ciò, come precedentemente sottolineato, esistono altre modalità (nessun contatto)

più indirette ma sicuramente meno dispendiose che consentono di stimare la diffusione di un

fenomeno, le cause e le sue variazioni nel tempo.

4. Metodi più adeguati per cogliere la complessità e per indagare gli effetti dei contesti

Fino ad ora i ricercatori per studiare l’influenza dei contesti sullo sviluppo umano si sono basati

principalmente sulla percezione individuale; tali studi quasi mai si sono forniti di un’adeguata

metodologia di analisi dei dati che consentisse di esplorare il ruolo svolto dai contesti in maniera

distinta dagli aspetti di natura percettiva.

Recentemente si sta diffondendo, in particolare negli Stati Uniti, un settore di ricerca che si

differenzia per la metodologia utilizzata; questo settore ha impiegato il metodo dei modelli

gerarchici lineari (HLM).

Gli studi empirici sull’effetto dei contesti sono per loro natura gerarchici, dal momento che gli

individui sono raggruppati all’interno di gruppi che sono di diverso genere.

Prima dell’introduzione di questa metodologia di analisi esisteva una sostanziale difficoltà relativa

alla decisione su quale fosse il livello di analisi più appropriato sul quale condurre le analisi,

ovvero il gruppo (quartiere, classe) o l’individuo.

Prima dell’introduzione di HLM la scelta tra questi due approcci era obbligata, ma nessuno dei

due appare appropriato a rispondere a domande di ricerca che indagassero l’effetto dei contesti.

Quando si cerca di rispondere a domande di ricerca che sono per loro natura multilivello con

metodologie tradizionali a un solo livello esistono tre problemi fondamentali:

- L’aggregation bias : si verifica quando una variabile assume significati diversi se

considerata a livello individuale o di gruppo

- La non corretta stima dell’errore standard: quando i dati degli individui sono

raggruppati in unità sovraordinate è possibile incorrere in una stima scorretta

dell’errore standard, dovuta all’assunzione impropria dell’indipendenza delle

osservazioni.

- Eterogeneità delle regressioni : un’ulteriore difficoltà risiede nell’eterogeneità

dell’inclinazione della retta di regressione. In effetti la relazione tra le caratteristiche

dei residenti e la variabile dipendente potrebbe variare a seconda del quartiere ed

essere appunto funzione delle caratteristiche di questo secondo livello di analisi.

Rispetto ai metodi convenzionali di analisi a un solo livello, l’utilizzo di HLM permette di giungere

alla soluzione delle tre problematiche presentate, utilizzando tecniche di analisi dei dati

multilivello che consentono di stimare separatamente sia effetti a livello individuale, che

contestuale.

5. La ricerca valutativa: come si misura l’efficacia dei progetti

La psicologia di comunità ritiene indispensabile capire se effettivamente una serie di azione

hanno modificato atteggiamenti, credenze e comportamenti in un certo contesto.

La valutazione dei progetti ha diverse finalità, per questo motivo si distingue tra:

• Valutazione ex ante, in cui ci si interroga su come il progetto è stato definito e scritto,

sulla coerenza tra finalità e obiettivi e tra obiettivi e strategie.

• Valutazione di processo e monitoraggio, in cui ci si interroga circa i processi che

caratterizzano il progetto, ovvero se ci sono ostacoli, se si sta raggiungendo il target

disegnato e se le strategie vengono realizzate come previsto.

• Valutazione di efficacia, in cui si stabilisce se il progetto è stato efficace, ovvero se ha

raggiunto gli obiettivi prefissati.

Rispetto a questo metodologie per la valutazione di efficacia dei progetti, alcuni autori

sostengono che l’oggettività dei risultati possa essere garantita solamente utilizzando dati

di tipo quantitativo e disegni sperimentali o quasi-sperimentali:

- I disegni di ricerca sperimentali sono quelli che riescono a garantire i più alti livelli di

validità interna poiché dividono i soggetti in un gruppo sperimentale in un gruppo di

controllo; i soggetti sono inoltre casualmente attribuiti ad uno di questi due gruppi.

I problemi con questo tipo di disegni riguardano la generalizzazione dei risultati,

l’assegnazione casuale e l’applicazione in contesti di laboratorio.

- I disegni quasi sperimentali, pur dividendo i soggetti in gruppo sperimentale e di

controllo, non prevedono l’assegnazione casuale dei soggetti.

Sono diversi i disegni quasi sperimentali che si possono adottare per la valutazione

dei programmi di prevenzione: il disegno con gruppo di controllo non equivalente e

doppia rilevazione oppure quello delle serie temporali interrotte. Tale disegno si

avvale dei cambiamenti nel tempo come criterio per interpretare gli effetti di un

intervento e richiede numeroso misurazioni prima e dopo l’introduzione del

programma.

6. Limiti e progressi dei metodi sperimentali e quasi sperimentali in valutazione

Il riconoscimento di alcune limitazioni del paradigma sperimentale ha stimolato lo sviluppo di

nuove strategie per la valutazione e l’analisi dei dati:

a. Assegnazione casuale dei soggetti : l’applicabilità di questo metodo non è sempre possibile

per questioni etiche o legali o perché le unità da randomizzare sono un numero troppo

esiguo. Per supplire a queste limitazioni sono stati proposti metodi alternativi quali i disegni di

ricerca quasi-sperimentali.

b. Bias legati alla selezione dei soggetti : pur utilizzando disegni di ricerca quasi-sperimentali,

può verificarsi la situazione in cui i soggetti del gruppo sperimentale e quelli del gruppo di

controllo differiscano tra loro rispetto a variabili importanti. Per sopperire a ciò sono stati

proposti modelli statistici tra cui l’analisi della covarianza e i modelli di equazioni strutturali.

c. Variabilità all’interno del gruppo sperimentale o di controllo : vi possono essere numerose

fonti di variabilità all’interno del gruppo sperimentale che possono avere un effetto sui risultati

del progetto. Molte di queste variabili non sono controllabili dal ricercatore. Tra queste fonti di

variabilità vi sono per esempio l’implementazione del progetto con diversi gradi di

completezza e adeguatezza, il coinvolgimento dei soggetti, la continuità dei partecipanti

rispetto alle attività del progetto e la presenza dei servizi usufruibili dal gruppo di controllo.

d. Identificazione e misurazione delle variabili dipendenti : le variabili dipendenti nella

valutazione dell’eficacia sono quelle condizioni o costrutti che chi ipotizza si modifichino

come conseguenza dell’intervento.

Descrivere e valutare tali cambiamenti pone diverse sfide legate:

- Alla definizione dei risultati che ci si attende dal progetto che se non sono

chiaramente esplicitati, rendono difficoltoso il convertire le finalità di un progetto in

variabili misurabili.

- Alla definizione delle modalità e degli strumenti per valutare gli effetti: spesso vi è

carenza di strumenti validi e adeguati per indagare specifiche problematiche.

- Alla modalità attraverso cui giudicare e interpretare gli effetti.

Alla luce di quanto esposto si evidenzia l’impossibilità di pensare alla valutazione dei progetti

come una meccanicistica operazione di confronto tra un prima e un dopo, tra un gruppo e l’altro.

La ricerca valutativa deve essere in grado di rispettare la complessità dei fenomeni e dei contesti

di cui si occupa per cui ci si raccomanda l’utilizzo di metodologie che assicurino rigore ma allo

stesso tempo sappiano cogliere le diverse sfaccettature dei risultati di un progetto.

Focus groups: i focus groups sono un metodo di ricerca a elevato contatto in quanto

 consistono in delle interviste di gruppo, solitamente centrate su un tema particolare o rivolte a

un particolare gruppo di persone.

L’intervista di gruppo, rispetto a quella col singolo, offre numerosi vantaggi: riduzione dei

tempi, situazione più spontanea e naturale, informazioni più originali e meno legate alla

desiderabilità sociale.

L’assunto alla base dei focus groups è che l’interazione di gruppo favorisca l’emergere di

informazioni basate su una maggiore riflessione poiché permettono di sfruttare non solo le

conoscenze e i pareri dei singoli, ma anche l’ascolto, l’influenza reciproca e le relazioni tra le

persone.

La psicologia di comunità ne fa un doppio utilizzo:

- In ricerca: come metodo qualitativo per analizzare una comunità o un fenomeno. I

focus groups in questo caso Questi possono essere usati come metodo unico per

esplorare in profondità un certo argomento, talvolta nuovo, oppure possono essere

usati come metodo ausiliario, affiancato a strumenti quantitativi o utilizzato in una

fase preliminare per verificare l’adeguatezza della ricerca stessa. Il fine è conoscere.

I partecipanti vanno reclutati in modo che offrano punti di vista differenti. Il

moderatore è sempre una figura professionale che fa circa 10 domande da proporre

a ogni gruppo allo stesso modo. Tali gruppi si incontrano una sola volta. L’analisi dei

dati spetta al ricercatore.

- Come strumento della ricerca-azione per attivare la discussione su specifici temi e

far partecipare i cittadini per riflettere sulle possibili situazioni. Il fine è il

cambiamento attraverso la partecipazione e il confronto. Si reclutano gruppi naturali.

Il moderatore può essere un non professionista che fa solitamente 2 o 3 domande. I

partecipanti si incontrano più volte. L’analisi dei dati spetta al gruppo stesso.

I focus groups sono pertanto la congiunzione tra ricerca e azione.

LAVORARE CON LA COMUNITÀ: LA RICERCA-AZIONE PARTECIPATA

1. Connubio ideale tra conoscenza e applicazione

La ricerca-azione è il metodo che sposa maggiormente gli elementi distintivi della psicologia di

comunità: permette infatti di creare un’alleanza tra due caratteristiche principali della disciplina,

la ricerca e l’azione, l’aspetto conoscitivo e quello applicativo.

La ricerca-azione non rappresenta un semplice strumento, ma esprime una vera trasformazione

nel modo di concepire e fare ricerca nelle scienze umane; essa infatti ricongiunge due mondi

solitamente considerati inconcigliabili: la ricerca intesa come attività pensante e l’azione che

implica l’agire concreto.

La ricerca-azione può essere descritta come una famiglia di metodologie di ricerca che hanno

l’intento di attivare un percorso di azione (cambiamento) e ricerca (comprensione) nello stesso

tempo.

Questo avviene attraverso l’uso di un processo flessibile, non lineare ma ciclico o a spirale, che

alterna per l’appunto momenti di conoscenza e di riflessione critica a momenti di intervento. Le

informazioni raccolte sia durante la ricerca che durante l’intervento facilitano sia la conoscenza

del fenomeno, sia la presa di decisioni per l’intervento, che a sua volta attiva cambiamenti e

fornisce nuove informazione sul fenomeno.

In questo modo il ciclo diventa una spirale: la ricerca, l’azione e la pianificazione sono sorrette da

un’attenta riflessione critica, che permette di prendere le decisioni più corrette sia per il

proseguimento di lavoro di cambiamento, sia per la conoscenza del fenomeno. La riflessione

critica in ogni ciclo permette di correggere errori e di riadattare le azioni alle reali esigenze

emerse.

Il termine ricerca-azione venne introdotto da Lewin negli anni ’40. L’introduzione di questo

termine rappresentò un’autentica rivoluzione nel processo di ricerca: egli comprese che il

cambiamento non doveva essere solo osservato o spiegato, ma prodotto e poi analizzato e

compreso; inoltre egli mise ben in evidenza come teoria e pratica dovessero diventare un

tutt’uno; capì anche come in questo percorso fosse estremamente rilevante il coinvolgimento

attivo della popolazione con cui si andava a lavorare. Scoprì che la conoscenza più

efficacemente utilizzabile ai fini dell’azione sociale era proprio quella che emergeva nel processo

conoscitivo condiviso. Infine egli sosteneva che un ruolo essenziale spettava agli “scienziati

sociali” che dovevano promuovere responsabilità in ognuno dei partecipanti e limitare i conflitti

non costruttivi.

Vi possono essere 4 tipi di action research:

- Di diagnosi: mira a produrre linee guida per l’azione

- Empirica: consente di accumulare dati provenienti da gruppi simili per passare al

cambiamento condiviso

- Sperimentale: rimane chiusa nell’ambito accademico per sviluppare teorie, senza

utilità pratica in contesti reali

- Di partecipazione: coinvolge i membri della comunità che presenta il problema da

risolvere. Questa è la vera ricerca-azione.

Le fasi della ricerca-azione

La ricerca-azione è costituita da diverse fasi concettulizzate già a suo tempo da Lewin:

• Fase di pianificazione , in cui si prevedono le diverse fasi di conoscenza e azione, si

identificano ipotesi, target ed azioni possibili.

• La fase dell’azione, in cui il ricercatore propone un cambiamento possibile

• La fase dell’osservazione degli effetti del cambiamento proposto sulla situazione

• La fase della riflessione intesa come momento di apprendimento attivo che permette di

comprendere il fenomeno di indagine e di procedere con nuove ipotesi di pianificazione.

Cunningham ha ampliato tali stadi proponendo per ogni fase un momento di valutazione che

serviva a decidere se proseguire o meno verso la fase sucessiva.

Kemmis ha realizzato una schematizzazione del modello di ricerca-azione cercando di entrare

in maggior dettaglio:

• Idea iniziale: nata da un interesse di ricerca o da un problema reale

• Ricognizione: prima conoscenza del fenomeno di interesse e del contesto

• Piano generale suddiviso in fasi: schema generale dei momenti ri ricerca e azione

• Attuazione delle fasi del piano

• Prima valutazione del cambiamento e del fenomeno

• Revisione del piano sulla base delle conoscenze acquisite

• Nuova suddivisione in fasi

• Nuava attuazione

• Nuova valutazione

Le fasi possono susseguirsi fino a quando la valutazione finale non approda alla conoscenza

sperata dal ricercatore, e all’individuazione di una strategia efficace d’azione.

Le nozioni chiave nella ricerca-azione

Caratteristiche fondamentali della ricerca-azione sono l’impostare un processo, in modo

condiviso e collaborativo, che segua un’approccio a spirale, non lineare, ma ricorsivo in funzione

di una riflessione permanente sull’azione. Centrale inoltre è l’autorizzazione da parte della

popolazione che dovrebbe appropriarsi dei problemi per arrivare a modificare lo status quo della

situazione.

Altre caratteristiche altrettanto importanti sono:

- Complessità : secondo la ricerca-azione se si considera solo la semplicità dei

fenomeni è difficile ad arrivare ad una loro corretta comprensione.

- Ascolto sensibile : si tratta di un ascolto che si rifà all’approccio rogersiano che si

basa sull’empatia, sull’accettazione incondizionata e sull’aassnza di giudizio.

- Il ricercatore collettivo: nella ricerca-azione vi è la presenza di un gruppo di cui fanno

parte i professionisti e i membri della popolazione. Tale gruppo risulta fonte di informazioni e

acceleratore di cambiamento.

- Cambiamento : la ricerca-azione mira al cambiamento proprio perché l’assunto di

base è che lo status quo non permette agli individui di stare bene. Per Lewin il cambiamento

passa attraverso tre fasi: decristallizzazione, cambiamento in senso stretto, cristallizzazione

di un nuovo equilibrio.

- Negoziazione : nella ricerca-azione il ricercatore deve essere in grado di negoziare

tra le diverse esigenze, valorizzando anche le voci meno potenti.

- Valutazione : la ricerca-azione comprende una discussione sui valori e sui significati

della comunità.

2. La ricerca-azione partecipata e il suo utilizzo in psicologia di comunità

L’intento principale dell’uso della ricerca-azione in psicologia di comunità è quello di ottenere una

certa utilità sociale.

L’assunto base è che la ricerca-azione non sia solo mezzo di conoscenza, ma soprattutto

strumento di coinvolgimento, modalità di relazione, occasione per conoscere, agire e cambiare

aspetti della vita.

La psicologia di comunità sviluppa soprattutto la ricerca-azione partecipata con focus

particolare sul miglioramento della qualità di vita dei cittadini attraverso il loro coinvolgimento

attivo; considera importante una ricerca-azione progettata e condotta in modo collettivo, in grado

di valorizzare saperi locali e saperi esperti. Insieme alla popolazione viene fatta la diagnosi,

simultaneamente cominciano ad avere luogo delle modificazioni e, sempre collettivamente

vengono studiate le strategie di intervento.

La ricerca-azione partecipata è quindi un approccio scentifico, ma con finalità applicative.

Si potrebbe definire la ricerca-azione partecipata un approccio integrato, in cui sono presenti una

ricerca, un intervento di auto-educazione e un intervento sociale.

Sul piano scientifico, nove sono le caratteristice rilevanti della ricerca-azione partecipata:

• Approccio olistico al problema: la ricerca-azione tenta di superare il modello che

analizza un problema scomponendolo in problemi più semplici.

• Significatività del tema di ricerca per gli attori coinvolti, i quali sono portati a riflettere

sui miglioramenti da apportare al problema che sta loro a cuore e che vogliono risolvere.

• Disponibilità del ricercatore a negoziare con gli attori le azioni da compiere: per

prendere decisioni all’interno di un gruppo è importante l’apporto e la collaborazione di

tutti.

• Intervento del ricercatore nella azioni: il ricercatore diviene lui stesso un attore della

comunità in grado di instaurare al suo interno dei rapporti educativi.


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

32

PESO

90.84 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica: salute, relazioni familiari e interventi di comunità
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MarcoGandini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Marta Elena.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Psicologia di comunità

Psicologia di comunità
Appunto
Psicologia dei percorsi migratori
Appunto
Riassunto esame Psicologia degli interventi nelle comunità, prof Elena Marta, libro consigliato "La Progettazione Sociale" di F. D'Angela e A. Orsenigo
Appunto
Come studiare. Nuovo approccio al problema studio. Lo Studio e la Trasduzione del segnale nell'assimilazione dei dati
Appunto