CAPITOLO 1
CHE COS'È LA PSICOLOGIA DI COMUNITÀ:
mission
La della disciplina può essere ricondotta ai 2 seguenti punti:
1) aiutare le persone a diventare consapevoli del ruolo che hanno le
condizioni in cui vivono nel determinare la loro salute e il loro benessere;
2) aiutarle ad unirsi affinché attivino e diventino protagoniste di processi di
cambiamento delle loro condizioni di vita.
Questo significa interrogarsi sulle determinanti dei maggiori problemi di salute
della nostra società e rispetto alle modalità più adegiuate per affrontarli.
Fornendo delle risposte solo in un'ottica di cura, attraverso interventi
terapeutici individuali, si rischia di “biasimare la vittima”, attribuendo la
responsabilità del disagio all'individuo stesso e cercando di riadattare le
persone rispetto ad un disagio sistemico che ha radici più nel funzionamento
dei quartieri, delle città, delle comunità, e della scomparsa delle reti sociali
informali che le caratterizzano, che nel malfunzionamento di qualche funzione
cognitiva. La tendenza a spiegare il comportamento in termini individuali ha
portato all'elaborazione di strategie di cambiamento basate sulla persona, al
fine di renderla maggiormente in grado di adattarsi alle condizioni sociali,
alimentando così la propensione a colpevolizzare l'individuo per il proprio
disagio.
L'interesse della psicologia di comunità è per l'interdipendenza tra le
componenti contestuali e quelle individuali, nel tentativo di comprendere la loro
dinamica transazionale e capire quali condizioni, con più probabilità,
favoriscono lo sviluppo individuale. La psicologia di comunità parte dall'assunto
che il comportamento della personapossa essere meglio compreso se studiato
in relazione ai contesti sociali che caratterizzano la sua vita quotidiana.
L'oggetto di studio viene collocato nell'interfaccia tra la persona e l'ambiente,
creando una nuova unità d'analisi e di intervento che può essere definita
“persona nel contesto”. L'individuo e i contesti sociali sono considerati
inseparabili, in quanto connessi da complesse interazioni reciproche, e le
condotte interpretate come il miglior adattamento possibile per l'individuo in
relazione alle condizioni ambientali.
L'attenzione allo studio degli ambienti di vita crea una parziale sovrapposizione
tra la psicologia di comunità ed altri ambiti d'intervento:
con la salute pubblica, ad esempio, la disciplina condivide l'orientamento
– alla prevenzione, ma rispetto a questa si discosta per l'attenzione al
benessere sociale e psicologico e alle relazioni interpersonali;
per molti aspetti si avvicina al lavoro sociale, da cui si differenzia per
– l'adozione di modelli teorici derivanti dalla ricerca;
è affine alla psicologia sociale ed alla sociologia, con le quali condivide un
– approccio basato sui sistemi sociali, ma si caratterizza per una maggiore
applicazione della conoscenza finalizzata al cambiamento sociale;
utilizza alcune tecniche della psicologia delle organizzazioni, ma il focus è
– meno centrato su obiettivi aziendali, tenendo in considerazione anche il
benessere fri lavoratori, mentre condivide la centrale importanza dei
diritti caratteristica di alcuni movimenti sociali e politici.
Psicologia clinica e psicologia di comunità condividono la finalità ultima di
perseguire il benessere delle persone, ma elaborano percorsi differenti per il
raggiungimento di tale situazione di benessere, che si allontanano per quanto
riguarda tempi, luoghi e modalità di intervento.
La psicologia di comunità è infatti caratterizzata da un'ottica proattiva, e cerca
di intevenire prima che il dell'insorgernza dei problemi, al fine di prevenire il
disagio e promuovere il benessere delle persone; l'ottica reattiva caratterizza
invece la psicologia clinica, che interviene quando gli individui hanno già
sviluppato una qualche forma di malessere psicologico. La psicologia di
comunità a che fare con tutto quello che una persona vive prima di arrivare ad
essere definita un “caso clinico”.
Diversi i tempi per intervenire, dunque, ma anche differenti i luoghi in cui il
problema viene collocato e, di conseguenza, affrontato. Alla tendenza della
psicologia clinica di situare i problemi di salute mentale dentro gli individui, la
psicologia di comunità contrappone la ricerca di possibili “minacce” al
benessere psicologico negli ambienti sociali, e nelle caratteristiche dei sistemi
legislativi e politici che danno forma alle condizioni di vita degli individui;
ambienti che vengono messi in discussione, e modificati, nel tentativo di
migliorare l'adattamento tra la persona e i suoi contesti di vita. Agire in
un'ottica di comunità significa anche guardare al territorio, alla comunità in
modo diverso, concentrandosi sulla salute invece che sulla malattia,
ricercandone le risorse prima ancora di comprendere la diffusione di forme di
psicopatologia. Questo significa entrare in contatto con persone che vengono
ritenute competenti, risorse in grado di fornire sostegno e attivare
cambiamenti.
Nonostante tali differenze, psicologia di comunità e psicologia clinica sono in un
rapporto di complementarità analogo a quello presente tra gli interventi definiti
“trasformativi” e quelli “migliorativi”. Si possono allora immaginare due binari
paralleli, in cui la cura della patologia si affianca alla ricerca delle condizioni di
vita in cui molti problemi di salute mentale affondano le loro radici.
I VALORI DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITÀ
La psicologia di comunità, in quanto disciplina orientata al cambiamento
sociale, fonde teoria, ricerca e azione sia sulle evidenze empiriche che sui
valori: questi ultimi dicono alla scienza “come dovrebbe essere” la comunità
idelae, la scienza indica quali metodi utilizzare per arrivare al cambiamento
sociale a partire dalle condizioni attuali. I valori su cui si basa la psicologia di
comunità possono essere raggruppati in tre categorie sulla base della “sfera”
del benessere che mirano ad incrementare; possiamo cpsì distinguere:
1) valori personali: permettono il raggiungimento del benessere a livello
individuale, nei singoli membri della comunità, e sono rappresentati da
autodeterminazione, salute, cura e interesse;
2) valori relazionali: consentono di congiungere la sfera individuale a quella
collettiva, e sono rappresentati da collaborazione e rispetto per la
diversità;
3) valori collettivi: assicurano un'equa distribuzione delle risorse all'interno
della comunità e ne garantiscono l'accesso a tutti i membri. La giustizia e
la responsabilità sociale nei confronti dei gruppi santaggiati, e il sostegno
alle istituzioni sanitarie, educative e sociali, costituiscono valori centrali
per la promozione del benessere a livello di comunità.
I valori che guidano la promozione del benessere ai diversi livelli sono
interdipendenti, e la loro capacità di indirizzare efficaciemente gli interventi
dipende dall'equilibrio con cui vengono perseguiti. L'interdipendenza dei vari
livelli del benessere permette dunque alla psicologia di comunità di integrare la
visione individualistica e quella colletivista, rendendo tale distinzione priva di
significato, e dimostrando come interessi privati e collettivi possano sostenersi
reciprocamente.
I PRINCIPI GUIDA DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITÀ
La metafora ecologica
introdotta da James Kelly tale metafora sostiene che la metafora di un
ecosistema sia più adeguata a comprendere l'interazione individuo-ambiente,
attraverso lo studio delle relazioni con i diversi contesti che caratterizzano la
sua vita. Secondo la metafora ecologica, le comunità sono sistemi composti da
vari livelli interconnessi tra loro, e il comportamento delle persone può essere
meglio compreso quando viene studiato in relazione a molteplici livelli di
analisi. I problemi vengono onsiderati come il risultato dell'interazione nel
tempo tra individui, setting e sistemi, e possono essere affrontati attuando
cambiamenti nei contesti di vita e promuovendo le capacità delle persone di
utilizzarne le risorse.
Prevenzione e promozione
la promozione del benessere e la prevenzione del disagio possono essere
realizzate nei diversi livelli ecologici; mentre i primi interventi svolti nell'ambito
della psicologia di comunità erano, in gran parte, centrati sulla promozione di
competenze individuali (abilità di problem solving), la prevenzione può essere
applicata anche alla modificazione della comunità (aumentare le occasioni di
socializzazione, o modificare alcuni aspetti urbani), per promuoere il benessere
attraverso cambiamenti nelle politiche pubbliche. Adottare un simile approccio
significa porsi in un'ottica proattiva di fronte alla pianificazione dei servizi,
valutando i bisogni della comunità e promuovendo le risorse dei suoi membri.
“Empowerment”
Rappaport, con l'introduzione del concetto di “empowerment”, propone un
approccio al lavoro di comunità centrato sul rafforzamento del senso di
controllo che le persone hanno sugli eventi della loro vita, in cui lo psicologi
lavora con le persone svantaggiate per promuoverne le capacità di
autodeterminazione. Anche tale principio è applicabile ai diversi livelli di
analisi:
livello individuale: per le persone è essenziale poter esercitare un certo
– grado di influenza sulla propria vita, risulta dunque centrale il ruolo della
partecipazione alla vita della comunità, affinchè gli individui possano
incidere sulle dinamiche che influenzano i diversi contesti con cui entrano
in contatto;
livello relazionale: sperimentare potere è fondamentale anche a questo
– livello, per esempio, la relazione tra coloro che realizzano gli interventi e i
gruppi a cui sono rivolti dovrebbe essere basata sulla collaborazione
finalizzata a un obiettivo comune;
livello collettivo: una prospettiva ancorata al principio del potere mette in
– evidenza come gran parte dei problemi psicosociali derivino da situazioni
di ineguaglianza, sia da un punto di vista strettamente economico, sia
rispetto alla possibilità di avere voce nei meccanismi decisionali
attraverso la partecipazione.
Per favorire la capacità degli indiidui di esercitare maggiore controllo sulla loro
vita i professionisti dovrebbero esse in grado di lavorare con i membri della
comunità, isitituendo con loro un rapporto di collaborazione e ponendosi come
“attivatori” delle risorse che già possiedono (es. utilizzo di metodologie
partecipative, gruppi di auto-aiuto, consulenze, associazioni di volontariato).
Inclusione
il valore del rispetto della diversità guida l'azione degli psicologi di comunità
attraverso il principio dell'inclusione, che sostiene il diritto di ogni persona a
essere unica e a non venire giudicata sulla base di un unico standard
convenzionalmente accettato. A livello individuale gli interventi mirano a creare
consapevolezza circa le dinamiche sociali responsabili della stigmatizzazione di
alcuni gruppi e al recupero di un'identità positiva per le persone che ne fanno
parte. Nel contesto relazionale e collettivo l'inclusione si realizza a pieno,
creando l'opportunità per tutti i gruppi presenti in una comunità di contribuire
al suo sviluppo, e adottando politiche che promuovano un'equa distribuzione
delle risorse e favoriscano la convivenza. empowerment,
Il principio dell'inclusione è connesso al concetto di e a una
visione dell'individuo che vada oltre i deficit e i problemi che questo si trova ad
affrontare, soffermandosi sulle sue competenze, sulle sue abilità, sulle risorse
della comunità nella quale è inserito. A partire da questo assunto, i
professionisti dovrebbero essere in grado di promuovere il benessere di gruppi
svantaggiati riducendo la tendenza a “etichettare” gli utenti sulla base dei loro
problemi, lavorando con le persone allo sviluppo di risorse individuali,
relazionali e di comunità che permettano loro di le situazioni di ineguaglianza
che sono alla base delle loro difficoltà.
I “MARKER” PROFESSIONALI DELLO PSICOLOGO DI COMUNITÀ
I ruoli e le competenze dello psicologo di comunità
se si osserva un professionista in azione è possibile enucleare una serie di
competenze che potrebbero essere raggruppate a tre livelli gerarchicamente
ordinati:
1) livello base: troviamo competenze di tipo più esecutivo, che includono,
per esempio, la raccolta e l'interpretazione di dati, la gestione di piccoli e
grandi gruppi, la capacità di parlare in pubblico e fornire feedback sui
progetti conclusi attraverso l'elaborazione di presentazioni e rapporti;
2) secondo livello: comprende le abilità sottostanti la pianificazione degli
interventi, e implica un grado maggiore di autonomia e responsabilità. Le
competenze collocabili a questo livello comprendono la conduzione di
assessment di comunità e la successiva progettazione di interventi in
grado di soddisfare i bisogni individuati all'interno della comunità
mobilitando le risorse esistenti. A intervento concluso risulta
fondamentale essere in grado di valutare le varie fasi del programma e
verificare il raggiungimento degli obiettivi, abilità fondamentali anche
durante la supervisione di interventi effettuati da terzi;
3) terzo livello: rientrano quelle competenze che potremmo definire di
networking, che comprendono la ricerca di finanziamenti, la gestione dei
contatti con politici e amministratori, la creazione di partnership su
progetti, la capacità di trasformare indicazioni legislative e di politica
sociale in azioni sul territorio, la collaborazione con istituzioni
universitarie di ricerca.
Coerentemente all'idea che i membri di una comunità sono depositari di
competenze e conoscenze che derivano dal contatto quotidiano con l'ambiente
in cui sono inseriti, lo psicologo di comunità dovrebbe porsi come “attivatore”
di tali risorse, aiutando la comunità a definire i propri obiettivi e a elaborare
delle strategie che ne permettano il raggiungimento.
Ciò che contraddistingue uno psicologo di comunità è, da una parte, la
mancanza di risposte preconfezionate, dall'altra, la conoscenza degli strumenti
più appropriati per trovare le risposte, alle problematiche che possono sorgere,
insieme ai membri della comunità; a questi lo psicologo di comunità dovrebbe
trasmettere le conoscenze relative alla diffusione di determinati problemi e alla
conseguenze che questi comportano per il benessere dei cittadini, permettendo
loro di decidere su quale problematica focalizzarsi alla luce delle conoscenze
acquisite.
La prestazione dell'esperto non si traduce in un intervento implementato sulle
persone, ma nasce dalla fusione tra saperi di varia natura: da una parte, i
modelli teorici della psicologia che identificano fattori di rischio e di protezione
guidano la progettazione degli interventi; dall'altra, la conoscenza della propria
comunità, delle risorse in essa presenti e spesso non visibili, dei problemi che i
cittadini giorno per giorno devono affrontare e che a volte sfuggono ad un
punto di vista esterno. Se da un lato una delle fondamentali competenze dello
psicologo di comunità fa riferimento al così detto “depowerment”, e coincide
con la capacità di tenere in considerazione il sapere non professionale e di
integrarlo con le conoscenze scientifiche, dall'altro è necessario possedere una
serie di competenze specifiche per la gestione di questi processi.
CAPITOLO 2
LE RADICI
le determinanti storiche che hanno favorito la nascita e lo sviluppo della
psicologia di comunità sono da ricercarsi in periodi di grande mobilitazione,
finalizzati al cambiamento sociale dei modelli e della società statunitense.
Durante la Seconda guerra mondiale, la psicologia accademica inizia a
“sporcarsi le mani” interessandosi a questioni sociali rilevanti, come lo studio
dei processi individuali di dominio e sottomissione che hanno condotto alla
tragedia della guerra. Nello stesso periodo Lewin, in contrapposizione al
tradizionale approccio scientifico di laboratorio che riduce al minimo la
“presenza” del ricercatore, teorizza la partecipazione attiva dello
sperimentatore alle ricerche e la necessità di occuparsi di problemi reali che
interessano le persone.
Lo stesso Skinner ipotizza l'applicazione delle sue teorie in funzione del
cambiamento sociale attraverso l'elaborazione della comunità di Walden 2. in
quel contributo, Skinner immagina una comunità utopistica in grado di
raggiungere uno scopo molto ambizioso: un'organizzazione più funzionale
rispetto alle società moderne in cui le persone possono sviluppare al meglio le
proprie potenzialità.
Tra le altre innovazioni di ordine legislativo, figlie dello spirito del tempo e
dell'aria di rinnovamento che hanno caretterizzato gli anni '60 e che hanno
creato le condizioni per la nascita e lo sviluppo della psicologia di comunità, si
ricordano:
Community Mental Health Center Act (CMHCA)
il , che riorganizza in
– chiave comunitaria il sistema sanitario relativo alle cure psichiatriche
stabilendo il principio di territorialità dei servizi alle persone;
War on Poverty
la , che prevede riforme in senso socioassistenziale. In
– quel periodo infatti, anche al fine di accrescere il consenso interno,
scosso dai tragici risultati della guerra in Vietnam, il governo istituisce
numerosi programmi, detti di compensazione, per bambini svantaggiati
(es. progrmm
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