Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

vista diversi. Attorno agli 11 anni (fase della reciprocità) vi è la capacità di trovare la soluzione a

prospettive conflittuali e il pieno compimento di questa capacità avviene dopo i 12 anni, con la fase

sociale e convenzionale. In questa fase i ragazzi capiscono che si possono tener presenti

simultaneamente 2 punti di vista contrastanti e cercare una posizione imparziale rispetto a essi, e

infine comprendono anche esistono punti di riferimento condividi da interi gruppi (regole) che

facilitano il coordinamento tra le prospettive individuali.

In ambito giuridico: un bambino che in casa assiste a situazioni di conflitto tra i genitori può

metabolizzare in modi molto diversi quello che osserva a seconda delle sue capacità di role taking.

(un bambino piccolo, nell’intervista potrebbe dare ragione sia all’uno che all’altro genitore in rapida

sequenza). Non va dimenticato che un intenso coinvolgimento emotivo può rendere assai arduo

esercitare un livello di role taking elevato sia per gli adulti che per i bambini. Per i prescolari è più

facile parlare delle relazioni in termini concreti utilizzando riferimenti a caratteristiche fisiche e

comportamenti osservabili. I primi rudimenti nella comprensione di concetti disposizionali sono

presenti fin dai 3-4 anni, quando i bambini iniziano a distinguere alcune proprietà permanenti degli

oggetti dalle proprietà transitorie e cominciano a capire che certi comportamenti abituali

caratterizzano le persone. Nel corso della media fanciullezza (6-11 anni) il concetto di sé e degli

altri diventa più complesso e multidimensionale. I bambini non solo sono in grado di descrivere le

persone in termini maggiormente psicologici, ma diventano anche più abili nel compiere valutazioni

comparative. Essi sanno prevedere il comportamento altrui anticipandone le intenzioni, iniziano a

basarsi sugli indizi disposizionali piuttosto che su quelli situazionali, cominciano a considerare le

sfaccettature delle persone, tollerando le contraddizioni. Il processo di concettualizzazione di sé e

degli altri si completa nel corso dell’adolescenza.

Origini e sviluppo della competenza emotiva. I bambini manifestano e comprendono emozioni fino

dal primo anno di vita e la comunicazione emotiva è l’elemento che rinsalda il sistema di

interazione adulto-bambino. Durante il secondo anno, il progresso nelle emozioni fondamentali

unitamente alla nascente consapevolezza di sé, crea i presupposti per la comparsa di “emozioni

sociali” (imbarazzo, invidia, gelosia, empatia) e di “emozioni autocoscienti valutative” (orgoglio,

senso di colpa, vergogna), che implicano il confronto tra il proprio comportamento e le norme

sociali. Intorno ai 3-4 anni i bambini sanno anche usare le proprie manifestazioni emotive per

ingannare qualcuno (competenza tacita= utilizzata senza rendersene conto). A 3 anni i bambini

sanno parlare delle emozioni oltre che regolarne l’esibizione. Inizialmente i bambini tendono a

parlare di emozioni contestualizzate, cioè relative a stati corporei o a situazioni particolari (essere

puniti). Intono ai 4 anni i bambini riescono a collegare le emozioni a credenze e desideri e non solo

a fatti concretamente osservabili. A 4 anni è possibile capire sentimenti come il dispiacere per una

promessa non mantenuta da un adulto ecc. Durante l’età scolare la conoscenza delle emozioni si

affina e si precisa nel corso della media fanciullezza, aumenta la comprensione della compresenza

di emozioni conflittuali che possono essere sperimentate dalla stessa persona in sequenza. Lo

sviluppo della competenza emotiva raggiunge il suo compimento in adolescenza.

Setting ambientale e setting relazionale.

- Prima di iniziare un intervista occorre predisporre con attenzione il contesto in cui essa si

svolgerà, ovvero il setting ambientale. Di questo fanno parte sia elementi strutturali

(caratteristiche del luogo fisico) sia elementi dinamici (eventi che avvengono nel corso del

colloquio). Gli ambienti vanno resi accoglienti e piacevoli quel tanto che basta per far

sentire a proprio agio l’intervistato. Un ambiente idoneo è costituito da una stanza luminosa

e silenziosa, arredata in modo semplice, possibilmente non distraente, con tavolo e sedie

che permettano al bambino e al suo interlocutore di stare comodi. Possono essere lasciati

a disposizione giocattoli, colori e fogli. I tempi dell’intervista devono tener conto dell’età del

bambino: mattinata e non più di un’ora.

- Setting relazionale e psicologico: è il tipo di setting stabilito dall’incontro tra le

caratteristiche dell’intervistatore e quelle dell’intervistato e dalle modalità attraverso le quali

viene costruita e coltivata la relazione tra i due. Nell’intervista, così come nella

comunicazione, ogni scambio comunicativo segue delle regole: regole che valgono in tutti i

contesti comunicativi (es. l’uso dello sguardo per segnalare l’inizio e il termine della

comunicazione), regole che risentono della cultura di appartenenza e altre che dipendono

dal tipo di scambio comunicativo.

Le motivazioni all’intervista e la costruzione del rapporto. Prima di entrare nel vivo dell’intervista,

l’intervistatore deve, in modo semplice e adeguato all’età del suo interlocutore, presentarsi, chiarire

il proprio ruolo, spiegare quali sono gli obiettivi e le caratteristiche dell’incontro ed esplicitare le

principali regole che lo governano. All’inizio dell’intervista, deve essere esplicitato al bambino che il

giudice deciderà le modalità della sua custodia sulla base di tutte le informazioni in suo possesso,

e non solo sulla base di quanto lui dirà nel corso dell’incontro. In questo modo, tra intervistatore e

intervistato si stipula una sorta di contratto che aiuta e sostiene la comunicazione. -> le

conversazioni che i bambini hanno con i partner adulti sono asimmetriche sul piano delle

conoscenze, sbilanciate a favore dell’adulto. Infatti, nella maggior parte delle domande che nella

quotidianità gli adulti rivolgono ai bambini hanno finalità educative, poiché perseguono lo scopo di

verificare, rinforzare o trasmettere conoscenze e competenze. I bambini maturano la convinzione

che le domande poste dagli adulti abbiano sempre una risposta e che gli adulti la conoscano già.

La conseguenza è che se il bambino non sa rispondere a una domande che gli è stata posta,

cercherà di indovinare la risposta giusta piuttosto che ammettere la propria ignoranza. Nei contesti

clinici o giuridici, occorre far comprendere al bambino che i ruoli sono in parte invertiti, e il bambino

è il partner “esperto” poiché l’adulto con cui egli si relaziona ignora buona parte del suo mondo, e

desidera conoscerlo.

Data la natura degli argomenti toccati, il bambino potrebbe sentire il bisogno di proteggersi e

potrebbe sentirsi obbligato a difendere qualcun altro. In questo caso, adotterà un atteggiamento

reticente o distorcerà le informazioni fornite. Si possono utilizzare diverse strategie per capire se il

bambino sta esprimendo i suoi pensieri: es. si può rilevare se usa termini o frasi che sembrano non

appartenergli. Nel caso di dubbi o incongruenze, l’intervistatore può chiedere al bambino quale sia

la fonte di tali informazioni, se qualcuno lo ha invitato a fornirle oppure, in modo indiretto, le

tematiche possono essere approfondite in un momento successivo.

Se il bambino è piccolo o intimidito non sarà per lui facile riferire aspetti dell’esperienza familiare,

così il bambino va aiutato nel processo di rievocazione e cercando di ricostruire il suo punto di

vista a partire dal modo in cui egli presenta situazioni semplici e concrete (pasti quotidiani, cosa

succede a casa dopo cena ecc.)

L’intervista deve usare un tono amichevole, ma l’intervista non deve essere intesa dal bambino

come un gioco: il bambino deve aver chiaro che sta partecipando a qualcosa di serio e di

importante. Prima di entrare nel vivo dell’intervista è buona prassi dedicare un po’ di tempo alla

conversazione su argomenti neutrali, in quanto, questo permette di emettere a proprio agio

l’intervistato, permettendogli di guardarsi intorno. In questa fase si raccolgono dati preziosi che

possono rafforzare o mettere in discussione le informazioni raccolte nel corso dell’intervista. Prima

di congedarsi occorre valutare se il bambino sia rimasto turbato, se così fosse occorre aiutarlo a

ripristinare un tono positivo dell’umore. Al termine dell’intervista, il bambino dovrà essere

ringraziato per la collaborazione.

Struttura dell’intervista e formulazione delle domande. L’intervistatore decide il grado di

strutturazione dell’intervista:

- Interviste non strutturate -> le domande vengono formulate nel corso dello svolgimento

dell’intervista stessa sulla base delle risposte date dall’intervistato.

- Interviste semi-strutturate, nelle quali l’intervistatore dispone di una scaletta con una serie

di domande chiave su tematiche rilevanti alla quale attinge nel corso dell’intervista.

- Interviste strutturate, che prevedono delle domande precise da formulare seguendo un

determinato ordine.

Anche la modalità di formulazione della domande è importante. A seconda del grado di libertà che

viene lasciato all’interlocutore nella produzione della risposta possiamo distinguere tra:

- Domande aperte -> permettono un’ampia gamma di risposte e consentono all’intervistato di

scegliere a quali elementi dare maggior rilievo

- Domande chiuse -> prevedono delle risposte prefissate tra cui scegliere

Il grado di strutturazione è direttamente proporzionale al rischio di suggestionabilità della risposta.

Tanto più le domande sono strutturate tanto più le risposte date potrebbero essere influenzate

dalle proposte dell’intervistatore. Quando si intervistano bambini si è costretti a utilizzare delle

domande chiuse poiché, se lasciati liberi, i bambini danno risposte poco esaurienti e vi sono

problemi legati agli script.

Gli errori dell’intervistatore. Nell’intervista vanno evitate le domande direttive, cioè quelle che

suggeriscono la risposta desiderata o che contengono informazioni che l’intervistatore ha acquisito

da altre fonti, ma di cui il bambino non ha ancora parlato spontaneamente. Piaget spiega come

una domanda ben posta in un contesto relazionale adeguato può aiutare il bambino a riflettere

durante il colloquio e fornire all’adulto delle risposte autentiche e personali su questioni alle quali

l’intervistato non aveva mai pensato prima (risposte provocate).

Altri tipi di errore:

- Le domande multiple, cioè che forniscono all’interno della stessa domanda due o più

interrogativi su questioni differenti. Sono troppo difficili per un bambino che di solito

risponde solo a una parte della domanda (ti piace lo sport, giocare a calcio?)

- Le domande che contengono la risposta: “preferisci giocare con il papà?”. Il bambino può

rispondere affermativamente solo perché l’alternativa non enunciata non gli viene in mente

per esempio.

- L’intervistatore può modificare, più o meno intenzionalmente, il contenuto della risposta

fornita dal bambino alternandone il significato o attribuendo al bambino informazioni che

non ha dato.

- Nel momento in cui l’intervistatore ripete più volte la stessa domanda, il bambino ha l’idea

di aver detto la prima volta qualcosa di sbagliato e fornisce così una risposta diversa e

contraddittoria.

Altri errori sono dovuti al contenuto delle domande.

Tecniche di facilitazione e chiarificazione. Bisogna fare attenzione a non usare parole difficili o il

linguaggio legale pieno di termini tecnici. Può essere utile presentare alcuni temi in “forma

contrastiva”, chiedendo ai bambini di parlare sia di un tipo di situazione sia del suo contrario (es.

quando le cose vanno bene e quando vanno male). È importante fornire dei feedback che mostrino

l’interesse genuino dell’intervistatore, evitando di lodare il bambino o di esprimere la propria

soddisfazione per la risposta ottenuta con espressioni che appaiono di conferma, come “bene”.

Infatti, lodi e conferme rinsaldano nel bambino l’idea di essere giudicato. L’apprezzamento va

destinato alla capacità del bambino di collaborare.

Va usata cautela con le tecniche di chiarificazione:

- Va evitata la “reiterazione a eco”, ossia il ripetere con tono interrogativo quello che il

bambino ha appena detto.

- Una tecnica facilitante e di chiarificazione è quella del “rispecchiamento”: l’intervistatore

può ripetere o riassumere ciò che il bambino ha detto, utilizzando un tono assolutamente

non interrogativo -> aiuta a chiarire il messaggio, dimostra l’interesse dell’intervistatore,

l’intervistato può ampliare ciò che ha detto in precedenza.

CAP. 5 ASCOLTARE IL MINORE: COMPRENDERE LE DINAMICHE RELAZIONALI E FAMILIARI

Il minore protagonista attivo. La concezione di bambino come partecipante attivo al suo processo

di sviluppo psicosociale e come protagonista delle transizioni che intervengono tra lui, i suoi

genitori e gli altri adulti di riferimento è ormai condivisa all’interno delle scienze psicologiche. Il

processo di sviluppo viene concepito come originato da un’azione congiunta e dinamica tra

bambino e contesto relazionale e sociale in cui egli si è inserito.

Conflittualità coniugale: aspetti cognitivi ed emotivi nello sviluppo del figlio. Gli studi sul ruolo

dell’esposizione al conflitto coniugale nello sviluppo dei figlio sono stati sviluppati nell’ambito delle

ricerche sull’adattamento dei figli alla separazione dei genitori. Il principale fattore di rischio per i

figli di genitori separati viene riconosciuto nella persistenza di un conflitto distruttivo nei rapporti tra

ex coniugi. In questo processo è importante una molteplicità di fattori:

- Età dei figli gioca un ruolo importante rispetto alle strategie di elaborazione e comprensione

di quello che sta accadendo

- Genere dei figli: maschi e femmine adottano modalità diverse di rielaborazione del conflitto

e reagire ad aspetti diversi del conflitto stesso.

Il figlio può sperimentare vissuti di fallimento quando si sente causa del conflitto, può sperimentare

conflitti di lealtà, dovuti alla richiesta di alleanza da parte dell’uno o dell’altro genitore. I figli

coinvolti nel conflitto genitoriale hanno maggiori probabilità di diventare bersagli della rabbia e della

frustrazione di uno o di entrambe i genitori. La partecipazione attiva a dinamiche disfunzionali

compromette l’adattamento del minore anche in relazione ai processi di modeling, per cui i figli

apprenderebbero strategie disfunzionali di risoluzione dei conflitti e tenderebbero a coinvolgersi e

attivare situazioni conflittuali con i loro coetanei.

Il modello stress coping sostiene che per valutare l’effetto della separazione bisogna valutare se

l’evento separativo riduce o incrementa la percentuale di stress/rischio cui sono esposti i figli. I

fattori di vulnerabilità e fattori protettivi sono inquadrati nel concetto di resilienza, ovvero della

possibilità di un adattamento positivo, nonostante le condizioni esistenziali avverse. All’interno di

questa prospettiva viene riconosciuto al minore coinvolto un ruolo attivo e determinante

nell’evoluzione dei diversi esiti, soprattutto in base alla possibilità di sperimentare una relazione

funzionale con entrambi i genitori dopo la separazione. Il conflitto viene considerato come stressor

principale e le diverse variabili studiate come fattori di rischio o di protezione.

Una questione rilevante riguarda la circolarità dei processi: così come il conflitto può influenzare il

comportamento dei figli, così il comportamento dei figli può influenzare e attivare il conflitto tra i

genitori.

Il ruolo dei figli nelle dinamiche triangolari funzionali e disfunzionali. Minuchin ha studiato una

particolare configurazione relazione in cui può essere coinvolto il figlio i cui genitori sono

conflittuali: la triade rigida. 3 tipi di triade rigida:

- Coalizione -> uno dei genitori si allea con un figlio contro l’altro genitore

- Triangolazione -> ciascun genitore si adopera affinchè il figlio parteggi per lui contro l’altro,

ma quando il figlio si schiera con uno dei genitori, l’altro stigmatizza la sua presa di

posizione come un tradimento.

- Deviazione -> i 2 genitori spostano il conflitto sul figlio, per cui il figlio può avere

comportamenti devianti o può presentare manifestazioni sintomatiche per esprimere il

disagio relativo alla situazione.

Il tipo di triade rigida che si andrà a costituire dipende anche dal comportamento del figlio e dalle

strategie da lui utilizzate per tentare di “gestire” il conflitto tra i genitori. Alcuni figli possono

sviluppare strategie di deviazione su di sé della rabbia tra i genitori. In quanto percepiscono come

meno pericoloso il conflitto nella relazione genitore-figlio che in quella tra i genitori.

Harley ha descritto un’altra configurazione relazionale disfunzionale derivante da una confusione di

confini e di ruoli generazionali che si verifica in famiglie conflittuali: il triangolo perverso. Nel

triangolo perverso le persone interagenti tra loro non sono “pari”, in quanto una di esse appartiene

a una generazione diversa, ovvero a un livello diverso di gerarchia di potere, come tra genitore e

figlio. La persona appartenente a una generazione forma una coalizione con una persona dell’altra

generazione contro il proprio coetaneo, e a differenza della coalizione descritta da Minuchin, la

alleanza tra le 2 persone è negata. Cioè esistono comportamenti che indicano una coalizione che,

quando verrà indicata o sottoposta a indagine, sarà negata, creando passaggi paradossali e

incongrui.

In queste dinamiche il minore gioca la sua parte attiva nel conflitto e aderisce ai ruoli pensando di

risolvere i problemi familiari. Queste dinamiche relazionali triangolari disfunzionali sono spesso

caratterizzate da processi di inversione di ruolo o genitorializzazione. La genitorializzazione del

figlio implica una distorsione soggettiva del rapporto per cui chi la agisce si rapporta al figlio come

se costui fosse il proprio genitore e in questo modo può arrivare a invertire il potenziale

generazionale. Il genitore annulla il senso di solitudine, di perdita del partner o di fallimento. Dal

figlio ci si aspetta che obbedisca come un figlio e che sia in sintonia con il ruolo e le funzioni

“adulte” assunte. La difficoltà a “lasciare” il genitore può assumere diverse forme: il figlio può

essere “l’eterno bambino” sempre troppo piccolo per fare qualsiasi cosa. In altri casi, il figlio può

giocare la genitorializzazione assumendo il ruolo di “partner”, per cui viene identificato come il

partner ideale.

Tutte queste situazioni disfunzionali hanno come caratteristica la “violazione dei confini”, per cui

nella relazione tra genitori e figlio si perdono le caratteristiche psicologiche di ognuno, dando luogo

a una confusione dei rispettivi ruoli.

Oltre all’”invischiamento” (mancanza di differenziazione psicologica tra genitore e bambino) e

all’”inversione di ruolo”, Kerig include tra le situazioni caratterizzate da violazione di confini:

- L’intrusività: caratterizzata da un comportamento eccessivamente controllante e coercitivo

dei genitori nei confronti del figlio. I bambini possono sviluppare ansia e un’immagine

negativa di sé.

- Seduttività: fa riferimento a una richiesta che il genitore fa al figlio di compensare i bisogni

emotivi. Sono genitori affettuosi con i figli e richiedono la stessa intensità della relazione.

Processi triangolari nelle famiglie separate. In ambito giuridico, Quadrio e Buzzi hanno sottolineato

l’importanza di andare oltre lo stereotipo di figlio “vittima” e totalmente passivo alla logica adulta. I

figli, infatti, possono contribuire in modo più o meno consapevole ad accentuare la conflittualità

familiare attraverso atteggiamenti manipolativi, nascondendo parte della verità, fornendo all’uno o

all’altro genitore certe “informazioni”, agendo la gelosia verso il genitore o “attivandola” nell’altro.

Altre volte il figlio può contribuire a tenere aperto il conflitto tra i genitori come strategia per

prolungare il legame, in altri casi può cercare di “eliminare” un genitore con cui ha un rapporto

conflittuale. Nella loro ricerca, Quadrio e Buzzi sono partiti dal modello classico di Little che aveva

descritto 5 ruoli tipicamente assunti dai figli nella contesa coniugale:

I. Stabilizzatore (con il genitore con cui vivono)

II. Competitore (con l’altro genitore)

III. Ostacolo

IV. Ostaggio

V. Caretaker (assumono il ruolo genitoriale verso il genitore rimasto solo)

Esiti drammatici nei contesti di separazione conflittuale possono scaturire da alleanza

particolarmente forti tra genitori e figli, volte a creare una rottura nella relazione trigenerazionale.

Queste dinamiche fanno parte delle modalità “pericolose” per il benessere del figlio, con l’uno o

l’altro genitore può reagire alla separazione in quanto hanno lo scopo di separare il figlio dall’altro

genitore e di cementarlo a sé. Questi comportamenti, una volta “cronicizzati” possono sfociare in

patologie relazionali gravi quali il rifiuto di un genitore fino alla sindrome di alienazione genitoriale

(è una patologia relazionale che insorge dalle controversie per l’affidamento dei figli. La sua

principale manifestazione è la campagna di denigrazione da parte del figlio nei confronti di un

genitore. Il figlio rivolge al genitore accusato comportamenti gravi ma del tutto inventati: violenze,

abusi e furti). In accordo con Kelley e Jhonson, il rifiuto e l’alienazione genitoriale rappresentano il

polo estremo di un continuum di relazioni disfunzionali che possono instaurarsi tra un genitore e il

figlio dopo la separazione. Tipologie di relazione tra genitore e figlio:

1) Relazione positiva verso entrambi i genitori pattern di relazione che riguardano situazioni

. positive e funzionali in cui il figlio mantiene contatti adeguati con entrambi

i genitori.

2) Affinità verso un genitore

3) Alleanza verso un genitore coalizione con un genitore ma non rifiuta apertamente l’altro.

4) Rifiuto di un genitore

5) Alienazione -> rifiuta qualsiasi contatto con il genitore

A lungo termine, i costi per il figlio sono elevati e possono riguardare problemi di identità e problemi

nelle relazioni affettive.

La co-costruzione di dinamiche triangolari: studi e ricerche. Il comportamento dei figli in relazione

alla richiesta di coalizione da parte di un genitore dipende dalla loro età, per cui i minori sotto ai 9

anni tendono a sentirsi legati a un conflitto di lealtà verso entrambi i genitori; dai 9 ai 12 anni

tendono a allearsi con un genitore a scapito dell’altro.

Le ricerche del gruppo di Losanna hanno permesso di classificare le famiglie in 4 tipologie di

funzionamento più o meno adeguate, secondo il costrutto delle “alleanze familiari”, ovvero secondo

la capacità dei genitori e dei figli di lavorare insieme e coordinarsi per raggiungere un obiettivo

condiviso:

1) Alleanza cooperativa e in tensione (situazioni funzionali o ad alta coordinazione, le famiglie

riescono a coordinarsi per raggiungere l’obiettivo, i genitori forniscono guida e sostegno al

figlio)

2) Alleanze collusive e disturbate (situazioni disfunzionali o a bassa coordinazione, la famiglia

non riesce a raggiungere l’obiettivo e il gioco spesso si conclude in una situazione di stallo).

Uno studio qualitativo ha permesso di superare gli ostacoli relativamente alla comprensione del

ruolo attivo giocato dal figlio nei processi disfunzionali. Si è notato che nelle situazioni di alleanza

disfunzionale sono presenti i pattern triangolari descritti di Minuhin di coalizione, deviazione e

triangolazione. Il gruppo di Losanna ha mostrato come le capacità triangolari dei figli siano usate

per regolare la relazione tra i genitori stessi. In situazioni di bassa coordinazione i figli possono

adottare strategie di disimpegno (il figlio di isola dall’interazione o aderisce passivamente alle

richieste degli adulti) o ipercoinvolgimento (si manifesta soprattutto attraverso l’uso eccessivo di

strategie manipolative come manifestare eccessivo calore o entusiasmo).

Implicazioni cliniche dell’ascolto dei figli. Le funzioni del figlio a salvaguardia di un legame di

coppia, seppur disfunzionale, non sono improvvisate e non si strutturano all’indomani della

separazione, piuttosto si costruiscono nel tempo: fin dalla nascita del figlio in quella famiglia.

L’intervento del clinico nei procedimenti di affidamento dei figli di genitori separati deve

concentrarsi anche sulle competenze dei genitori, le esigenze psicologiche del figlio e il contesto

risultate, ovvero sul contesto di relazioni in cui egli è cresciuto e vive. Nel caso di estremo rifiuto o

alienazione di un genitore, si procede con la “riparazione” e ricomposizione dei legami in cui vi sia

un riconoscimento da parte di tutti ad aver contribuito a costruire legami disfunzionali. Da qui si

progettano interventi clinici volti a tutelare le relazioni intergenerazionali e volti a indebolire la

coalizione genitore-figlio.

-SECONDA PARTE-

CAP. 6 LINEE GUIDA COME CONTRIBUTO PSICOLOGICO GIURIDICO PER L’ASCOLTO DEL

MINORE NEI CASI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO

Introduzione. Il ruolo del minore nei procedimenti giudiziari ha assunto sempre maggiore centralità,

come dimostrato anche dai documenti e protocolli internazionali (es. convenzione dei diritti del

bambino dell’onu). Anche a livello nazionale ci sono protocolli e documenti che si interessano del

minore come soggetto attivo e partecipe al processo.

Linee guida dell’American Psychological Association. Il protocollo si divide in 3 parti:

- La prima parte è quella preliminare e contiene 3 articoli: 1. L’obiettivo della valutazione è

individuare il migliore interesse psicologico per il figlio; 2. Il benessere del figlio è

fondamentale; 3. È necessario valutare le capacità genitoriali in funzione delle esigenze

psicologiche del figlio.

- La seconda parte o parte generale: art.4 è necessario avere competenze specifiche elevate

tra cui analisi del contesto e norme giuridiche generali; art.5 imparzialità del consulente;

art.6 è necessario utilizzare pratiche di valutazione non discriminatorie; art.7 evitare il

conflitto di interessi e sovrapposizione di ruoli.

- Terza parte o procedurale: art.8 lo scopo della valutazione è rispondere la quesito che

dovrebbe essere concordato tra le parti, ma in Italia è formulato dal giudice; art.9 è

necessario il consenso informato delle parti; art.10 è necessario usare metodi differenziali

(test, colloqui e osservazione comportamentale); art.11 interpretare i dati della valutazione

in modo coerente al contesto della valutazione stessa; art.12 ci si può avvalere

dell’integrazione di esami; art.14 obblighi etici.

Obiettivo di tale protocollo è quello di invitare gli psicologici a tener conto dell’interesse del minore,

aggiornarsi sulle competenze relative alla clinica, psicologia, psicopatologia dell’età evolutiva e

adulta, norme giuridiche generali e specifiche in materia di affidamento.

L’approccio alla diagnosi psicologica e psicopatologica relativa al minore. Trattiamo la valutazione

della capacità di discernimento del minore al di sotto dei 12 anni. Viene infatti richiesto al

consulente di valutare la personalità del minore, il suo sviluppo psichico ed evolutivo, la qualità

affettiva ed i meccanismi difensivi. Dovrà essere valutato il livello della capacità cognitive, emotive

e relazionali correlate all’età, alla scolarità, al contesto familiare e sociale. Particolare attenzione va

prestata al livello di suggestionabilità, all’eventuale presenza di sensi di colpa, alla presenza di

malessere psicologico e disagio. Tenendo conto che l’organizzazione spazio-temporale e

mnemonica del minore, il modo di esprimersi e la formazione dei ricordi sono specifiche della fase

evolutiva in cui il minore si trova, soprattutto nella prima e seconda infanzia è fondamentale

l’osservazione diretta che permette di cogliere le emozioni, i sentimenti e i meccanismi di difesa.

Bisogna instaurare una relazione empatica che permette di comprendere il linguaggio del bambino

e il livello di integrazione fra realtà e fantasia. È importante accogliere ciò che il minore esprime e

comunica spontaneamente e osservare atteggiamenti, gesti, giochi e linguaggio. Il comportamento

dell’esaminatore non dovrebbe essere avvertito dal minore per non influenzarne la risposta.

La metodologia di osservazione del minore e la valutazione della sua capacità di discernimento.

L’art.155 bis afferma che il giudice può disporre l’affidamento dei figli a uno solo dei due genitori

con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore. Quindi,

poiché le richieste espresse dai minori rispetto alle proprie scelte di vita potrebbero essere

condizionate dai genitori, lo psicologo forense deve utilizzare metodi scientifici ed esplicitare i

modelli teorici di riferimento utilizzati. La metodologia di intervento prevede l’esame di personalità

secondo le tecniche classiche (anamnesi, colloqui, test). Mentre per le valutazioni delle relazioni

tra i componenti della famiglia dovrebbe essere privilegiata l’osservazione individuale e di gruppo.

Nello stile di comunicazione con il minore bisogna rispettare alcune regole:

- Il linguaggio deve essere semplice e chiaro, comprensibile rispetto al livello cognitivo del

bambino

- Domande brevi e aperte, rispettando il flusso della comunicazione senza interrompere il

minore

- Evitare domande induttive che suggeriscano una via da seguire

- Programmare l’attività di ascolto in orari da rispettare con puntualità

- Cogliere eventuali segni di stanchezza

Fasi dell’ascolto del minore:

- Analisi del fascicolo processuale (eventuali pregresse diagnosi)

- Stabilire un programma con i consulenti di parte

- Acquisire notizie dai consulenti di parte

- Incontri individuali con i due genitori

- Incontri congiunti con la coppia genitoriale

- Incontri individuali con il minore

- Incontri genitore-figlio

- Test di personalità e proiettivi

- Incontro con entrambi i genitori e il figlio

- Visite domiciliare alla presenza di tutti i conviventi per osservare l’ambiente di vita, il

contesto sociale e culturale, la stanza del minore, gli spazi fisici e psicologici, i giochi ecc.

- Incontri con altre figure significative per il minore (nonni, zii, sorelle ecc.)

L’esame psicodiagnostico del minore. I test possono essere suddivisi in: A) neuropsicologici, B) di

livello, c) di personalità (questionari e proiettivi).

Test neuropsicologici  il più usato è il Visual Motor Gestal Test di Bender, serve per valutare la

maturazione della funzione visivo-motoria, ma anche gli indici emozionali.

Test di livello  i più usati sono le scale Wechsler. I subtest di questa scala valutano una o più

funzioni dell’attività intellettiva e permette la valutazione del livello globale di intelligenza.

Test di personalità  il questionario più usato è l’ MMPI-A(adolescenti) valuta lo stato psichico, i

meccanismi di difesa consci e inconsci, i tratti di aggressività, di insicurezza, di ansia e il tono

dell’umore. Tra i test proiettivi ci sono quelli strutturati come i Rorschach che si basa su una

tecnica precisa che riduce al minimo la soggettività di giudizio dell’esaminatore. Altri test proiettivi

sono il metodo delle favole della Duss, il disegno della figura umana di Machover e il disegno della

famiglia.

CAP. 7 ESPERIENZE NELL’ASCOLTO DEL MINORE NEI PROCESSI DI SEPARAZIONE E DI

DIVORZIO

L’ascolto clinico del minore. La letteratura clinica e psicosociale ha proposto un’ampia manualistica

relativamente ai metodi e agli strumenti ritenuti più adeguati all’ascolto del minore all’interno delle

vicende separative. La riflessione e la ricerca si sono sempre sviluppate intorno a 3 questioni:

- La necessità di predisporre modalità di ascolto che siano in grado di proteggere e tutelare il

minore rispetto a situazioni di rischio

- La necessità di usare un setting e tecniche comunicative adeguate al livello di sviluppo

cognitivo e linguistico

- Necessità di assumere una prospettiva allargata o di tipo sistemico, che tenga cioè conto

che il figlio è coinvolto nel conflitto

Le soluzioni prospettate e sperimentate sono varie, anche perché la pratica dell’ascolto dei minori

è realizzata da operatori con un backgroud formativo e professionale differente. Ciò ha portato a

discutere su cosa sia “l’ascolto del minore”, quale sia il confine tra le pratica dell’ascolto e

l’intervento psicologico, assistenziale e educativo. Una pratica di ascolto che sia pensata e

realizzata a partire dalla finalità dell’ascolto e che delimiti contenuti e procedure metodologiche

coerenti è la condizione necessaria affinché l’esperienza di ascolto produca informazioni pertinenti

e correttamente utilizzabili e costituisca per il minore un evento utile e significativo. 2 modalità di

realizzare l’ascolto dei minori che fanno parte della nostra pratica clinica:

- Ascolto all’interno della consulenza tecnica d’ufficio (CTU) -> riguarda un ascolto che ha

una chiara e precisa valenza professionale e si sviluppa secondo le regole e le finalità

proprie e chiaramente definite e normate dal procedimento giudiziale contenzioso.

- Gruppo di parola (GDP) -> un intervento extragiudiziale realizzato a partire da una libera

iniziativa di entrambe i genitori ed è connotata come uno spazio d’aiuto e di supporto rivolto

ai figli.

Queste procedure hanno un carattere clinico. Parlare di carattere clinico dell’ascolto del minore,

non significa attribuire all’ascolto stesso una finalità terapeutica, ma considerare che la corretta

comprensione di ciò che il figlio può dire non può avvenire se non all’interno di un processo

relazionale delicato e complesso, costruito e governato dall’adulto/operatore secondo una logica di

cura. 2 elementi propri e specifici dell’ascolto clinico:

- L’orientamento alla comprensione dei bisogni del minore e non soltanto alla “dichiarazione

verbale” attraverso la quale essi vengono espressi. Bisogna partire dal presupposto che

quasi mai il minore è in grado di sviluppare una lucida consapevolezza dell’insieme dei suoi

bisogni e sarebbe fuorviante far coincidere a priori la tutela dell’interesse del minore con

l’accoglimento delle sue richieste.

- Necessità di procedere a una precisa attività interpretativa di quanto ascoltato. Si tratta di

operare attraverso un’interpretazione tecnico-professionale, fondata su un preciso sapere

scientifico e disciplinare, necessario per evitare o contenere i rischi di una lettura distorsiva

della parola del minore.

Pensare a un “ascolto clinico” del minore che sta affrontando la separazione di genitori significa

preoccuparsi del fatto che il minore possa sentirsi compreso nei suoi bisogno più profondi e ciò

non può che connotarsi come uno spazio votato alla cura e alla salvaguardia del legame familiare.

L’ascolto del minore all’interno della consulenza tecnica d’ufficio (CTU). Il quadro concettuale di

riferimento è il paradigma simbolico relazione da cui derivano un’impostazione metodologica e una

prospettiva valutative orientate all’analisi dei legami e della vicenda familiare complessiva. Nella

prospettiva simbolico-relazionale la CTU è intesa come uno spazio-tempo che si qualifica come un

intervento clinico teso ad accogliere e riconoscere le modalità specifiche della dinamica familiare;

si propone di svelare e dare significato ai bisogni e alle attese proiettate dalle parti in causa nel

conflitto cerca di rimetterle in gioco o di operare per una riassunzione delle responsabilità, in

particolare per l’esercizio delle funzioni genitoriali. La CTU non ha finalità decisionale e non si

propone obiettivi terapeutici. La sua finalità e la sua azione rimangono confinate all’interno di un

“lavoro preliminare”, essenzialmente diagnostico, inteso però in senso clinico partecipativo. È un

lavoro clinico non contrapposto al contesto giudiziario, anzi è la capacità di utilizzare le attese e la

forza del contesto giudiziario che le famiglie reclamano che costituisce una risorse della CTU, a

partire dall’alleanza di lavoro tra il giudice e il consulente. È il giudice ad assumere uno sguardo

relazionale e a orientare l’ascolto dei bisogni del figlio all’interno di una comprensione delle

relazioni familiari allo scopo di verificare se sussistono le condizioni che rendono possibile per il

padre e per la madre esercitare congiuntamente e cooperativamente la responsabilità genitoriale.

La traduzione operativa di un mandato così esplicitamente orientato all’analisi delle relazioni

familiari comporta la messa in campo di un’indagine multidimensionale e multimetodologica che

prevede:

- La raccolta di informazioni relative ai vissuti e alla percezioni delle persone implicate

- La produzione di informazioni a livello diadico e gruppale attraverso: interazioni effettive tra

ciascun genitore e figli; interazioni effettive tra i genitori insieme ai figli

- Discussione con la coppia genitoriale dei risultati emersi

All’interno della procedura l’incontro/ascolto del minore non è un evento isolato, ma avviene

all’interno di un percorso più ampio. L’incontro con i figli avviene solo dopo che la storia familiare è

stata rievocata e che la relazione di lavoro tra genitori e consulente è ormai assodata. L’operatore

ha così già un quadro all’interno del quale collocare la parola del minore.

L’ascolto del minore all’interno di un Gruppo di parola (GDP). Il gruppo di parole è un congegno di

4 incontri di 2 ore ciascuno a cadenza settimanale, preceduto da un breve colloquio informativo

con i genitori che ne chiedono l’iscrizione e seguito da un incontro per parlare del singolo bambino

con papà e mamma. La seconda ora del quarto incontro vede la presenza dei padri e delle madri

ai quali il gruppo legge una lettera appositamente redatta e a seguito della quale i genitori

rispondono con un messaggio anonimo individuale. L’età prevista è tra i 6 e i 12 anni per un

massimo di 8/10 bambini alla volta. Recentemente, la sperimentazione ha visto l’avvio anche di

gruppi di adolescenti tra i 12 e i 16 anni. Si tratta di uno strumento preventivo e di supporto per

“transitare” verso una modalità diversa di affrontare la separazione dei genitori senza rimanere

intrappolati dal silenzio. Ci sono diversi strumenti per esprimere pensieri e mettere parola su

quanto stanno vivendo (si possono utilizzare disegni, una storia, un collage, una scenetta ecc.). Il

conduttore sceglie per ogni gruppo e per ogni incontro un tema/temi specifici per quel gruppo,

avendo in mente che l’obiettivo è quello di facilitare nei figli “il parlare della famiglia divisa”; allo

stesso tempo l’altra finalità è quella di condividere/trovare insieme strategie buone per continuare a

vivere in quella famiglia specifica. Il lavoro del Gruppo di parola è protetto dalla riservatezza in

quanto i contenuti emergenti restano patrimonio confidenziale del gruppo e il conduttore non li

riporta né al giudice né all’eventuale inviate. Quanto i figli hanno bisogno di comunicare ai genitori

viene trascritto nella lettera di gruppo che viene letta nell’ultima ora del quarto incontro alla

presenza dei genitori invitanti, i quali, a loro volta, redigono un breve messaggio per i presenti allo

scopo di avviare un dialogo utile per tutti.

Di cosa di parla nel gruppo  il tema di fondo che appare in quasi tutte le lettere dei bambini è

l’espressione dell’affetto che li unisce ai genitori. Quasi tutte le lettere parlano dell’amore, del voler

bene, dell’affetto sempre vivo, che i figli nutrono per i loro genitori. Le lettere esprimono il grande

disagio emotivo per la separazione dei genitori. Insieme alla tristezza vi sono sentimenti di paura

(paura dei litigi, delle urla..). Un altro tema riguarda il bisogno dei figli di sapere e di essere

informati. Un argomento trattato nella metà dei contributi scritti è quello dei nuovi partner con i

quali la relazione non è sempre facile. Scopo del gruppo è anche quello di permettere ai

partecipanti di nominare gli aspetti positivi della separazione: doppi festeggiamenti, regali ecc.

Un’analisi dei contenuti espressi individualmente. I messaggi segreti posti nella scatola apposita e

letti dal conduttore nell’ultimo incontro sono stati analizzati e sono emerse 12 categorie

significative tra cui: affetto filiale, fantasia di riconciliazione, nuovo assetto familiare. Anche in

questi testi individuali ricorrono i temi espressi poi coralmente nelle lettere di gruppo, ma oltre

questi, un’attenzione particolare è stata posta sulla “storicità dell’evento separativo”. L’obiettivo di

questa riflessione sulla dimensione temporale è di verificare se il bambino è entrato in una

dimensione prospettica che coinvolge il mutamento o è rimasto “fissato” alla situazione

irrecuperabile del passato o a quella dolorosa del presente.

La partecipazione al gruppo di parola aiuta i figli di separati a elaborare un nuovo assetto familiare,

a prefigurarsi un futuro vivibile, a chiarirsi la nuova geografia familiare. L’espressione della rabbia e

della confusione presente nei confronti della situazione è quasi sempre accompagnata

dall’interrogativo del figlio rispetto alla sua collocazione sulla scacchiera familiare. Questo bisogno

è opportunamente trasmesso attraverso la voce del gruppo e permette di ricevere, nei messaggi

dei loro genitori, la conferma che essi sono ancora amati e possono contare su di loro.

CAP. 8 ASCOLTARE IL MINORE: UNA PROPOSTA OPERATIVA

Introduzione.

- Nelle separazioni consensuali ci si trova di fronte a genitori che, nonostante le apparenze

negative, dovute a tattiche difensive, hanno sufficienti risorse per superare la crisi e

riescono a preservare le qualità affettive del rapporto con i propri figli. La serenità dei figli

prevale sulla rabbia e il dolore verso l’altro. Sembra possibile in questi casi non procedere

da parte del sistema giudiziario con interventi invasivi che riguardano direttamente il

minore.

- La questione è diversa nei procedimenti contenziosi dove c’è un conflitto legale tra i genitori

su tematiche che concernono il figlio, relative non solo all’affidamento e al mantenimento,

ma anche ai differenti modelli educativi. Sono genitori poco consapevoli dei rischi corsi dai

figli e l’interesse del minore non può essere tutelato se non trasformando il tribunale in un

lavoro di ricostruzione delle relazioni personali e di inedita riprogettazione di un modello

familiare variabile.

- Ancora più difficile è il lavoro processuale con la “genitorialità perduta”: genitori che, tutti

presi da nuovi innamoramento e nuovi sogni, vorrebbero lasciarsi dietro i figli del primo

matrimonio come frutto sbagliato di un errore da cancellare e si scontrano con i figli per

abbandonarli.

L’ascolto del minore nei procedimenti giudiziari. Vi è una differenza tra modus operandi del

Tribunale ordinario e del Tribunale dei minori: nella prassi del tribunale ordinario si tende a


ACQUISTATO

5 volte

PAGINE

25

PESO

62.22 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher oliverqueenarrow di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Maria SS. Assunta - Lumsa o del prof Fiorilli Caterina.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Psicologia dello sviluppo

Riassunto esame psicologia dello sviluppo, prof.ssa Fiorilli,libro consigliato Socializzazioni:La costruzione delle competenze relazionali dall'infanzia alla preadolescenza, Corsaro
Appunto
Tesina sulla rappresentazione dell'infanzia nel tempo: i giochi per bambini, esami di psicologia dello svilippo della prof.ssa Fiorilli
Appunto
Riassunto esame psicologia dello sviluppo, prof.ssa Fiorilli,libro consigliato Una bambina di nome Piggle,Winnicott
Appunto
Teoria della mente
Appunto