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costrutti personali, cioè i significati che le persone assegnano agli eventi. Il funzionamento della personalità è

innanzitutto un adattamento più che agli eventi in se stessi ai significati che a quegli eventi si attribuiscono.

Le persone sono esse stesse degli scienziati animati da un desiderio conoscitivo e da una capacità interpretativa e di

giudizio, applicata a se stessi e al mondo. Cercano non solo di trovare delle regolarità e spiegare gli eventi, ma anche di

predirli. L’approccio di Kelly può essere ben esemplificato dallo strumento che egli stesso costruì per identificare questo

insieme di costrutti che è il REP test (test di repertorio dei costrutti) che si basa su una griglia che incrocia le figure di

rilievo per la persona con un insieme di costrutti. Viene chiesto di trovare aspetti che precisano rapporti di somiglianza e

differenza. Nel filone umanistico-fenomenologico rientrano altre teorie come quelle proposte da Rogers con

l’introduzione del concetto di valutazione organismica e da Maslow per quanto riguarda la teorizzazione della piramide

dei bisogni. Tutte queste teorie si accomunano per il tema della realizzazione di sé (self-actualization) e dello sviluppo

della propria personalità. Per Rogers la forza di base che muove l’organismo umano è la tendenza attualizzante, cioè la

tendenza a realizzare tutte le possibilità del Sé. Il Sé reale si differenzia dal Sé ideale: quello che ci piacerebbe essere.

Tanto più i due Sé si distanziano maggiori sono i conflitti e le insoddisfazioni che la persona percepisce. Tutte le

posizioni degli psicologi umanistici condividono l’idea che l’individuo sia fondamentalmente buono, attivo e

modificabile e aspiri alla crescita e all’autorealizzazione. Questa concezione dell’individuo ha posto le basi della

psicologia positiva.

Bandura e Mischel hanno sviluppato le teorie sociocognitive, che mettono in risalto sia l’origine sociale del

comportamento, sia l’importanza dei processi cognitivi di pensiero in tutti gli aspetti del comportamento umano, dalla

motivazione all’emozione e all’azione. La persona viene considerata come agente attivo che usa processi cognitivi per

comprendere gli eventi passati e attuali, prevedere quelli futuri, scegliere il corso delle azioni e comunicare con gli altri.

Da questa prospettiva l’approccio cognitivista alla personalità è stato concettualizzato come teoria dell’intelligenza.

Secondo le teorie sociocognitive la personalità si forma a partire dalle riflessioni e interpretazioni svolte in contesti

relazionali. La personalità è quindi frutto tanto di variabili personali, come gli atteggiamenti, gli stili di pensiero, gli

schemi di sé, quanto dell’ambiente e dei contesti di interazione che la persona si trova a vivere e a interpretare. Una

conseguenza interessante di questa visione della personalità è che viene meno la costanza del comportamento, mentre si

ha una costanza nelle situazioni, ovvero le persone possono atteggiarsi in modo differente cambiando persone o

situazioni con cui si relazionano, mentre tendono a mantenere, con le stesse persone e nelle stesse situazioni,

comportamenti simili. Bandura riflette la sua formazione di base comportamentista, enfatizzando il ruolo di premi e

punizioni come determinanti esterne del comportamento, ma va oltre il comportamentismo riconoscendo il ruolo delle

determinanti interne quali credenze, aspettative e pensieri. Il rapporto con la scuola russa (Vygostskij e Lurija),

sottolineava come l’autoregolazione fosse il risultato di un’interiorizzazione di situazioni esterne.

Il concetto che ha reso popolare Bandura è quello di “percezione di autoefficacia” che ben testimonia il fatto che una

rappresentazione interna di quanto il proprio agire sia efficace guidi e motivi le persone nel loro comportamento.

L’autoefficacia guida le decisioni degli individui nella scelta dei compiti: non veramente più capace, ma si percepisce

più competente. Le ragazze tendono ad avere una minore percezione di autoefficacia nelle discipline scientifiche. La

persona che si percepisce come efficace in una determinata attività ha minore ansia, presenta una maggiore persistenza,

un maggiore impegno e quindi più facilmente rafforza la competenza e sperimenta il successo.

Un ulteriore filone di teorie della personalità è quello delle teorie psicoanalitiche, secondo le quali la personalità

dipende da conflitti intrapsichici fra diverse istanze e da come questi conflitti sono stati risolti. Vi possono quindi essere

fissazioni in stadi precedenti, difese, fra cui la rimozione e la proiezione, e strutture di personalità variamente codificate,

per esempio a personalità narcisistica. Il collocare la personalità ad un livello profondo porta al riferimento a contenuti

inconscio che emergono attraverso tecniche proiettive, sogni, lapsus.

Anche le distinzioni tra processi impliciti ed espliciti o quelli tra processi automatici e controllati sono in relazione con

l’idea che le disposizioni inconsce sono al di là delle proprie possibilità di controllo e scelta. Elemento comune ai

diversi filoni è l’importanza del ruolo del pensiero. Nelle teorie psicoanalitiche esso può aiutare a riconoscere i processi

profondi, nelle teorie sociocognitive a costruire i propri significati, le interpretazioni e le aspettative. Il pensiero

influenza tanto più il comportamento quanto più è inconsapevole, perché non noto o non accessibile.

LA PERSONALITA’ DAL PUNTO DI VISTA SOCIOCOGNITIVO

La personalità come un sistema cognitivo-affettivo che si sviluppa, funziona e si modifica attraverso e interazioni

reciproche con l’ambiente. Verso il 1970 la psicologia della personalità fu scossa dalle sue fondamenta dalla

pubblicazione di alcuni libri che ne mettevano in discussione gli assunti base. Il più influente fu quello di Mischel del

1968 Personality and Assessment, in cui l’autore metteva in evidenza i fallimenti empirici sia delle teorie

psicodinamiche che di quelle dei tratti. La critica si basava sulle seguenti osservazioni: la debolezza della letteratura

empirica sulla personalità impediva la possibilità di nuovi sviluppi teorici; erano necessarie nuove unità di analisi che

permettessero lo studio empiricamente fondato della personalità:

1. Rendere conto delle differenze non solo individuali, ma anche dello stesso individuo nelle diverse situazioni;

2. Essere basate sule conoscenze della psicologia cognitiva e dell’apprendimento sociale.

Propose una serie di variabili che ponevano al centro della psicologia della personalità i processi attraverso i quali le

persone acquisiscono e organizzano informazioni su se stesse e l’ambiente che le circonda. I sistemi cognitivo-affettivi

costituiscono stabilmente la struttura stessa della personalità. In quest’ottica gli stessi tratti non sono più strutture

interne della personalità, ma prodotti del sistema cognitivo- affettivo e delle sue interazioni con l’ambiente. Lo studio

della personalità si colloca laddove vi è lo studio della cognizione e delle rappresentazioni di conoscenza, del pensiero,

sia consapevole che inconscio dell’emozione, per dar luogo ad una visione integrata degli individui e di come questi si

differenziano l’uno dall’altro.

Codifiche Categorie per se stessi, gli altri, eventi e situazioni

Aspettative e credenze Riguardo il mondo sociale, gli esiti dei comportamenti

Affetti Sentimenti, emozioni, risposte emotive

Obiettivi e valori Successi o fallimenti e stati emotivi connessi

Competenze e Potenziali comportamenti e script, piani e strategie per organizzare le proprie azioni,

autoregolazione comportamenti tipici.

Le variabili presentate sono chiamate anche variabili cognitive individuali dell’apprendimento sociale e rendono

conto di una serie di quesiti che nel loro insieme costituiscono le differenze tra le persone e l’unicità della persona:

Come sembra a me? Cosa succede? Come mi sento? Che cosa vale la pena di fare? Che cosa so fare?

Le differenze individuali interagiscono con le situazioni particolari creando l’unicità della persona. Propone un modello

dinamico integrato di personalità, il CAPS, la cui idea centrale è che la rappresentazione mentale, e, quindi, il

significato psicologico delle situazioni, la rappresentazione di se stessi, degli altri, di possibili eventi futuri, obiettivi,

emozioni, credenze e aspettative.

Le persone differiscono tra loro stabilmente per tale sistema interconnesso di associazioni e tale differenza costituisce

l’aspetto principale della personalità.

Nel tentativo di trovare un modo unico e unitario di spiegare la personalità molti studiosi hanno proposto di utilizzare

una stessa comune terminologia. In questo tentativo va collocata la proposta di Higgins di fare riferimento ai due

concetti di accessibilità e di focus di autoregolazione, uno di matrice di psicologia generale, l’altro più motivazionale,

per comprendere in questi principi di carattere generale entrambe le fonti di variabilità date dall’unicità della persona e

dalle differenti situazioni, dunque per comprendere la personalità. Higgins definisce l’accessibilità come il “potenziale

di attivazione delle conoscenze disponibili” in una persona. La rete di conoscenze costruita su base esperenziale

costituisce la lente attraverso cui guardiamo alle nuove esperienze attribuendo loro senso e valore. L’accessibilità denota

la velocità e la facilità con cui un dato input viene riconosciuto e codificato all’interno di una data categoria. Tale

categoria non può essere attivata se non è già preesistente in memoria. Secondo Higgins l’altro principio generale di

funzionamento della personalità è l’autoregolazione che induce a cercare di realizzare i propri obiettivi in relazione al

desiderio di soddisfazione dei propri bisogni all’obiettivo di evitare il dolore nella teoria freudiana, o al desiderio di

successo e alla paura dell’insuccesso nella teoria di Atkinson. In generale, quando regolano le loro azioni, le persone

possono scegliere di concentrarsi sui loro desideri o sulle loro paure. Higgins sostiene che l’autoregolazione ha distinte

caratteristiche nelle differenti persone: il focus dell’autoregolazione può cambiare, guardando soprattutto alle cose che

fanno piacere o piuttosto a quelle che si temono e rispetto alle quali bisogna mettere in atto strategie preventive. I

partecipanti hanno un focus di promozione, ricordavano maggiormente i comportamenti. Higgins rileva che un

meccanismo cognitivo simile è presente anche nella proiezione, in cui la mente utilizza i suoi schemi per interpretare

situazioni ambigue.

COGNIZIONE E PERSONALITA’: DUE AMBITI DISTINTI E IN RELAZIONE

Per anni spesso ancor oggi, le aree dei processi cognitivi e della personalità sono state studiate isolatamente senza

analizzare le relazioni reciproche. Si occupano di temi diversi usando termini differenti, adottano metodologie

differenti. Studiosi di cognizione si occupano della massima prestazione, quella ottimale, quelli della personalità invece

della prestazione media, quella tipica. Differiscono anche per l’orizzonte temporale: le cognitive richiedono pochi

millisecondi mentre della personalità tempi molto più lunghi. Sia in passato sia in epoche recenti, le tradizionali aree

della psicologia cognitiva e della psicologia della personalità hanno trovato punti di incontro, grazie a vari contributi fra

cui quello interazionista. Proposto da Endler e Magnusson il focus della personalità è diretto alla interazione Persona

X Situazione.

Le teorie implicite di Dweck e Leggett e le teorie personali dell’esperienza cognitiva di Epstein sono convinzoni,

mentre le guide personali proposte da Higgins e i possibili sé di Markus e Nurius sono da considerarsi standard.

LA TEORIA DELL’ATTIVITA’ COME MODELLO INTEGRATO DI COGNIZIONE E PERSONALITA’

All’interno della psicologia russa si è sviluppata negli ultimi 30 anni la teoria dell’attività. In questa teoria, il costrutto

principale è quello di attività orientata verso un oggetto. Tale attività collega individuo e mondo in modo bilaterale:

l’individuo agisce e modifica il mondo con la sua attività, ma è anche a sua volta modificato perché dal mondo riceve

una gamma sempre più vasta di esperienze. Le conoscenze condivise dall’individuo e dal mondo in cui vive

costituiscono la sua “coscienza”. La coscienza a livello individuale è una rappresentazione del mondo che contiene la

persona stessa. È questa rappresentazione che genera ogni attività perché ogni attività è diretta da una rappresentazione

conscia di un risultato atteso. Dato che i risultati dell’attività sono incorporati nella rappresentazione, la

rappresentazione cambia. La teoria dell’attività prevede differenti livelli o componenti della rappresentazione del

mondo:

1. Il primo livello è quello dell’esperienza sensoriale inerente alle impressioni ricevute attraverso i sensi. La

funzione di integrare il senso di realtà degli oggetti nella rappresentazione individuale del mondo.

2. Il secondo livello è costituito dai significati. Nascono nelle interazioni sociali e si fondano sul linguaggio.

3. Il terzo livello è quello del senso personale, un modo di raggiungere l’autorealizzazione operando in relazione

a interessi, desideri, emozioni. Del tutto individuale. Il senso personale fornisce alla coscienza la sua natura

emozionale, è il livello più profondo della coscienza e costituisce la personalità di un individuo.

La relazione tra cognizione e percezione trae il suo significato dal fatto che la cognizione è vista dalla teoria

dell’attività come fattore attivo di costruzione della rappresentazione del mondo di una persona. Le componenti e le loro

relazioni all’interno della rappresentazione del mondo sono distinte in triadi interconnesse. Il nucleo del modello è

costituito dal livello di personalità, cioè della rappresentazione del mondo secondo il senso personale che è un sistema

di valori e di atteggiamenti, di conoscenze calde, emozionali, con massimo grado di soggettività, e dunque individuali e

uniche. Il secondo cerchio rappresenta il livello intellettivo in cui i significati forniscono conoscenze più obiettive. Il

cerchio esterno rappresenta il livello sensopercettivo in cui l’esperienza sensoriale della coscienza è costituita dalla

totalità delle informazioni sensoriali provenienti dal mondo esterno recepite attraverso tutte le modalità sensoriali. A

questo livello di coscienza l’attività consiste di operazioni automatizzate, prive di controllo consapevole. Ad ogni livello

le ipotesi differiscono per il linguaggio con cui vengono generate e sottoposte a verifica. A livello più profondo il

linguaggio è quello del senso personali, a livello intermedio è quello dei significati e delle ipotesi oggettive, a livello

superficiale quello delle impressioni sensoriali. La caratteristica principale del livello di personalità è che da qui si

origina il processo di formulazione di ipotesi. Il nucleo personale dà vita ad intuizioni che fungono da preconoscenze,

costituendo la fonte emozionale delle ipotesi. Smirnov: “la cognizione è come un raggio di luce che illumina varie parti

della realtà permettendone così la conoscenza. La scelta di quali aree illuminare, dove dirigere il fascio di luce, viene

dalla personalità attraverso le intuizioni del senso del Sé. La motivazione a usare la cognizione viene dalla personalità.

Una persona potrebbe essere molto intelligente ma non produrre intuizioni, tale individuo sarebbe incapace di scegliere

la direzione in cui incanalare le proprie abilità cognitive. Vygotskij ritiene che il ritardo mentale non sia semplicemente

un deficit intellettivo, ma sia da ricondursi alla carenza di connessioni tra il livello cognitivo e quello di personalità che

causa deficit emotivo-motivazionali.

La creatività è un ulteriore esempio di connessione tra cognizione e personalità. Definita come flessibilità, originalità e

quantità di dettagli delle ipotesi.

Le ricerche mostrano come, nell’unità della coscienza, personalità e cognizione siano inseparabili, anche se

distinguibili, e come questo avvenga ad opera dei diversi gradi dell’attività.

SCHEMI DI CONOSCENZA

Ormai è generalmente condivisa l’idea che le persone costruiscano gradualmente complesse strutture cognitive in

relazione a come sperimentano il mondo e riflettono sulle proprie esperienze. Gli schemi sono strutture cognitive attive,

non semplici liste di informazioni, ma reti di conoscenze organizzate e interconnesse. Sono schemi che permettono

l’interpretazione dell’informazione in ingresso, producono inferenze, creano aspettative. È quello che già sappiamo che

ci permette l’acquisizione di nuove conoscenze le quali, a loro volta, integrano, modificano, trasformano gli schemi di

conoscenze di partenza. La conoscenza guidata da schemi è sempre una conoscenza che qualitativamente va oltre

l’informazione recepita dall’ambiente. Gli schemi cognitivi influenzano pervasivamente i nostri pensieri e le nostre

azioni anche perché sono economici e vantaggiosi nella loro organizzazione e riescono a disambiguare la realtà

complessa in modo rapido ed efficiente. È proprio la loro rapidità a indurci in errore allorché gli schemi sono

inappropriati, semplicistici, restrittivi. Favorisce giudizi errati, pregiudizi (bias di attribuzione). Ognuno di noi

possiede strutture conoscitive schematizzate negli ambiti noti e sviluppa schemi relativi alle proprie esperienze. Gli

schemi unificano conoscenza personale, sociale, culturale cognitiva ed emotiva.

LO SCHEMA DEL SE’

Tra i tanti schemi uno è centrale: lo schema del Sé. Codifica, interpreta, integra, mantiene informazioni relative a noi

stessi e guida l’acquisizione e l’assimilazione di nuove. Schema privilegiato perché i processi che lo vedono coinvolto

sono in genere i più facili e rapidi. L’effetto “cokteil party”: se in una sala piena di chiacchiericci, avvertiamo il nostro

nome, l’attenzione è subito allertata. Se dobbiamo memorizzare una serie di aggettivi, il nostro ricordo verrà amplificato

qualora associamo gli aggettivi a noi stessi: self-reference.

Lo schema del Sé si forma sin dall’inizio della vita e consiste in generalizzazioni sul Sé derivate dall’esperienza che

organizzano, codificano e guidano quindi l’interpretazione di nuove informazioni relativa a se stessi. Il percorso di

formazione dello schema è analogo a quello che si verifica per la formazione di altri schemi di conoscenza. Questo è

particolarmente vero per la parte centrale dello schema, talora descritta come “nucleo centrale”, che si costruisce in base

alla memorizzazione di casi concreti e specifici di episodi della propria vita, in interazione con delle propensioni innate

a organizzare in un certo modo le proprie conoscenze. La generalizzazione e l’accorpamento di questi episodi porta a

delle idee di carattere generale. Risponde al quesito “Chi sono io?”; per rispondere si basa in primo luogo sul nucleo

centrale che è costituito dalle proprie caratteristiche fondamentali, fino ad arrivare a quelle caratteristiche psicologiche

che percepiamo come più essenziali di noi. Il punto centrale dello schema del Sé è che gli elementi caratterizzanti sono

altamente accessibili. Questo aspetto ha permesso di sviluppare nuove tecniche di studio, la psicologia cognitiva fa

largo uso dell’analisi dei tempi di risposta per mettere in luce meccanismi rapidi di elaborazione dell’informazione. Se è

vero che elementi relativi alla personalità tendono ad essere attivati con estrema velocità, certe risposte emotive

personali sono attivate con maggiore velocità di risposte cognitive, allora ne consegue che l’analisi dei tempi di risposta

è particolarmente utile. Questa linea di ricerca ha avuto sviluppi notevoli, ha permesso di individuare reazioni

immediate e significative dell’individuo, è riuscita a far emergere caratteristiche profonde e veridiche, riuscendo ad

aggirare eventuali resistenze o tendenze dell’individuo a coprirsi, cosa che accade molto spesso quando le persone

devono parlare di loro stesse. Una tecnica spesso connessa ai tempi di risposta è quella del priming. Nel campo della

personalità sono legati al nome di Higgins che per primo ha usato la metodologia in modo sistematico, mostrando come

stimoli-prime attivano dei costrutti che orientano l’elaborazione successiva.

Sulla preattivazione avevano effetto due fattori e cioè la familiarità con costrutto e il grado di consapevolezza: meno si è

consapevoli dell’influenza del preattivatore, più si è indifesi e quindi se ne risente. Da questi risultati Higgins ha

derivato la teoria dei costrutti cronicamente accessibili, per cui costrutti che sono centrali allo schema del Sé e sono

sempre presenti all’individuo tendono ad influenzare costantemente l’interpretazione degli eventi. È possibile

distinguere fra un’accessibilità temporanea, dovuta alla presenza momentanea di costrutti preattivati e accessibilità

cronica. Altri studi nel campo della personalità e delle emozioni hanno ripreso un altro classico paradigma della

psicologia cognitiva e cioè l’effetto Stroop, per cui la risposta, rapida e facile se la parola designa il colore con cui è

scritta, viene ritardata e resa difficile, se la parola designa un colore differente. Gli schemi del Sé sono determinati

culturalmente, soprattutto per l’aspetto di personalità rappresentato dalla concezione di come si deve essere.

VERSO UN MODELLO INTEGRATO DEL FUNZIONAMENTO PSICOLOGICO

Il problema della necessità, da un lato, di distinzione tra aspetti cognitivi e aspetti di personalità e, dall’altro, di

riconoscere come nei comportamenti messi in atto questa distinzione risulti alla fine impossibile viene risolto da Dweck

attraverso un modello, anch’esso a più livelli in cui si propone completa distinzione di cognizione e personalità nei

processi di base e completa indifferenziazione a livello di comportamenti. Dweck distingue tra i due costrutti di

cognizione e personalità, ma solo quando i relativi processi psicologici si collochino a un livello di base e si trovino in

uno stato latente. Quando, invece, vengono attivati e utilizzati essi operano a livello interattivo ed è molto difficile

districare i loro specifici contributi nel comportamento messo in atto. Per quanto riguarda il funzionamento cognitivo

vengono distinte le operazioni mentali di base, responsabili dell’acquisizione di conoscenze e della formulazione e

monitoraggio dei comportamenti. Possono essere individuati in: attenzione-codifica-comprensione, integrazione

percettiva-rappresentazione, comparazione-trasformazione, esecuzione-monitoraggio. Le differenze individuali

sarebbero nei processi cognitivi di base. Al secondo livello si collocano le abilità e le conoscenze possedute.

Intelligenza cristallizzata, repertorio di abilità e conoscenze acquisite per effetto dell’istruzione e della culturizzazione.

Al terzo livello si colloca il comportamento intelligente, definito come comportamento adattivo di fronte a situazioni

problema. Dipende dalla capacità del sistema di usare nel modo più efficiente possibile le informazioni disponibili, in

modo da raggiungere gli obiettivi dell’organismo e di soddisfare le richieste di un ambiente in evoluzione. Nel versante

della psicologia della personalità Dweck individua come processi di base in processi motivazionali e affettivi, processi

“caldi” in contrapposizione ai processi di base cognitivi, processi “freddi”. Il quesito di base della psicologia della

personalità è che cosa motivi il comportamento e le risposte a questo quesito costituiscono una parte fondamentale delle

teorie della personalità. Per Freud e la psicologia dinamica i processi motivazionali di base sono tesi al soddisfacimento

degli istinti dell’Es.

Maslow e Rogers individuarono nell’autorealizzazione la motivazione di base. L’innata spinta alla crescita nella misura

in cui risultava sostenuta o frustrata dall’ambiente permetteva, a loro avviso, di comprendere le modalità cognitive,

affettive e comportamentali dell’individuo. Le teorie motivazionali classiche della personalità suggeriscono la

possibilità che tutto il funzionamento umano sia mosso dalle motivazioni di base e vanno dunque considerate, secondo

la Dweck, come tentativi di sistematizzazione delle relazioni tra motivazioni di base e cognizione, affettività e

comportamento.

La psicologia contemporanea della personalità ha cercato di individuare costrutti motivazionali più precisamente

definibili, operazionalizzabili e valutabili, che potessero tener conto sia degli aspetti cognitivi che di quelli affettivi,

offrendo un quadro unitario della personalità e del funzionamento adattivo. Dweck pone l’accento sul costrutto

motivazionale di obiettivo che risponde a tali requisiti e permette di svolgere analisi più dinamiche dell’impatto che

particolari obiettivi hanno sui sistemi cognitivo-affettivo-comportamentale. Dweck ha mostrato che obiettivi diversi:

• Di prestazione “voglio mostrare che sono bravo”;

• Di padronanza “voglio imparare di più”.

Influenzano in modo differente la conoscenza, l’emozione ed il comportamento e ciò si manifesta con sorprendente

evidenza dopo un’esperienza di fallimento.

Le operazioni mentali di base non vengono mai attivate da sole ma sempre in concomitanza con processi emotivo-

motivazionali. I processi cognitivi non sono in grado da soli di automotivarsi, ma necessitano di un qualche moto a

carattere emotivo, che li alimenti e li rinforzi. D’altro lato gli obiettivi influenzano le caratteristiche. Grandi talenti sono

sostenuti da grandi passioni. Non è possibile isolare la componente motivazionale da quella cognitiva per valutare i

contributi singoli. Il sistema cognitivo, che elabora le informazioni, e il sistema emotivo-motivazionale, al

comportamento dà direzione e forza, si integrano per dare origine alle conoscenze fattuali e non fattuali. L’integrazione

diviene completa quando si passa ad analizzare l’oggetto di studio della psicologia della cognizione e della psicologia

della personalità e lo si identifica nel comportamento adattivo alle situazioni problema. Non si tratta di restringere il

campo alle strategie di coping in situazioni stressanti, ma di estenderlo a tutte le situazioni problema che un individuo

incontra nel perseguimento dei propri obiettivi. La sfida contemporanea è quella di identificare dal punto di vista teorico

e verificare da quello empirico quali modalità di problem solving siano più adattive nel permettere il raggiungimento

degli obiettivi e quali lo siano mento. L’esposizione del modello integrato con l’analisi delle analogie tra approcci

adattivi di tipo cognitivo e di tipo personologico. Innanzitutto dal punto di vista concettuale entrambi sono definiti e

svolgono la funzione di aumentare la probabilità di raggiungere l’obiettivo. Entrambi comportano una miglior

utilizzazione e una più profonda elaborazione dell’informazione. Le ricerche di Dweck mostrano che:

• Molti dei processi del problem solving adattivo nell’apprendimento presentano complete analogie con quelli di

problem solving adattivo in ambito sociale e personale;

• Entrambi sono associati a convinzioni simili rispetto alle caratteristiche di pertinenza dei rispettivi ambiti.

Tre ambiti di ricerca: intelligenza, personalità e moralità. Per ciascun ambito sono state individuate le convinzioni che le

persone hanno riguardo al costrutto centrale specifico e in particolare la sua possibilità o meno di modificazione. Le

persone infatti possono ritenere che tali costrutti siano fissi, dati una volta per tutte (teoria entitaria) o modificabili e

incrementabili (teorie incrementale). Una teoria incrementale assume che intelligenza, personalità e moralità possano

essere modificate, sviluppate e modellate, mentre una teoria entitaria le ritiene statiche con confini fissi ed invalicabili

dall’individuo. Gli entitari (persone che mostrano di avere una teoria statica) in confronto agli incrementali (persone che

credono nella possibilità di modificare la specifica abilità) mostrano per lo più un funzionamento psicologico meno

adattivo.

Il funzionamento adattivo viene definito sulla base di tre caratteristiche:

1. Rende i bisogni di base di un individuo compatibili tra loro mentre uno disadattivo li mette in conflitto;

2. Aumenta la probabilità di raggiungere gli obiettivi a cui si attribuisce valore, mentre uno disadattivo la riduce;

3. Permette un uso più completo ed efficace delle informazioni disponibili ed un miglior esame di realtà, mentre

uno disadattivo induce ad occuparsi maggiormente di informazioni non pertinenti e di illusioni.

Nell’ambito cognitivo gli entitari temono il fallimento, visto come la dimostrazione della loro mancanza di abilità,

sviluppano stili di impotenza, mostrano ansia di fronte alle valutazioni, si focalizzano su emozioni negative perdendo in

motivazione all’apprendimento e rinunciando agli sforzi necessari per raggiungere l’obiettivo. Gli incrementali

sviluppano stili di padronanza che li inducono ad un impegno strategico e costruttivo e nel lungo termine li portano ad

un miglior apprendimento.

Nell’ambito personale e sociale lo stile di impotenza degli entitari aumenta la loro preoccupazione del giudizio sociale

e blocca l’acquisizione di nuove relazioni soprattutto in presenza di ostacoli, di fronte ai quali l’entitario esprime giudizi

inaccurati delle proprie capacità reali. Lo stile di padronanza degli incrementali li rende più positivi e persistenti.

Nell’ambito morale gli entitari esprimono su se stessi e sugli altri più spesso giudizi globali, rigidi, generalizzati. Gli

incrementali pensano più di frequente che il sistema iniquo possa essere modificato nella direzione di un principio etico,

così da sanare le ingiustizie attuali e prevenire quelle future.

ALCUNI ESEMPI DELL’INFLUENZA DELLA COGNIZIONE SULLA PERSONALITA’

La psicologia cognitiva contemporanea opera in stretto rapporto con le neuroscienze. La clinica neuropsicologica

individua problematiche in cui il risvolto cognitivo può essere associato a un risvolto di personalità. Un altro ambito di

frontiera fra psicologia cognitiva e psicologia della personalità è rappresentato dalla ricerca sugli stili cognitivi che

considerano la personalità come un fattore regolatorio della cognizione e hanno contribuito alla comprensione

dell’influenza dei tratti di personalità sull’attività cognitiva. Fra gli stili cognitivi uno esemplifica molto bene il rapporto

tra processi cognitivi e personalità, e cioè quello di dipendenza dal campo. Questo costrutto trovò originariamente

degli ambiti di ricerca anche molto specifici, come è anche testimoniato dalle modalità che erano state inizialmente

proposte per valutare lo stile degli individui. Persone dipendenti dal campo, influenzate dalla nuova posizione operano

una minore correzione per indicare la verticale. L costrutto è stato poi utilizzato per spiegare delle caratteristiche più

generali di personalità. Infatti le personalità campo-dipendenti mostrano in generale una maggiore sensibilità

all’ambiente, con una maggiore propensione a far proprio il contesto in cui si trovano e ad esserne influenzati.

COGNIZIONE, PSICOLOGIA CLINICA E PSICLOGIA DELLA PERSONALITA’

L’uso della nozione di schema ha solide radici nella psicologia cognitiva, ma è frequente in psicologia clinica. I disturbi

d’ansia sono esaminati in relazione a schemi distorti che inducono erronee interpretazioni degli stimoli che vengono

considerati come pericolosi o minacciosi. La Bajo sintetizzava la teoria di Beck “schema based” dei disturbi d’ansia in

riferimento ai seguenti step di elaborazione associati con le seguenti attività dell’individuo:

1. Modo di orientamento (riconoscimento degli stimoli);

2. Attivazione dello “schema di minaccia” (restringimento dell’elaborazione cognitiva agli stimoli minacciosi);

3. Attivazione degli schemi legati al “Sé” (aumento dell’ansia legato ad una valutazione negativa delle proprie

capacità di affrontamento).

Beck ha ripreso la classica distinzione cognitiva fra processi automatici e controllati già ricordata precedentemente in

relazione ad analisi cognitive di processi emotivi e inconsci, dove l’elemento automatico è implicitamente attivo anche

al di fuori del controllo della persona. Nella teoria di Beck e altre simili, gli schemi minacciosi sono attivati in maniera

automatica e quindi al di fuori del controllo dell’individuo, inconsci e difficili da cambiare. Il terzo concetto analizzato

dalla Bajo si riferiva alle reti di conoscenza. Modelli di memoria semantica hanno descritto l’organizzazione delle

conoscenze in termini di nodi e connessioni fra nodi e hanno messo in luce il ruolo della distanza semantica fra nodi,

della diffusione dell’attivazione nella rete e della facilitazione dovuta all’attivazione di un nodo prossimo. Nella

schizofrenia la rete semantica può essere altamente disorganizzata: in particolare si è ipotizzato che l’attivazione possa

essere soggetta ad una diffusione anomala a concetti distanti. Il coinvolgimento della psicologia cognitiva nell’ambito

della psicologia clinica e della personalità è cresciuto in relazione con la crescita dell’impatto della psicologia cognitiva

in ambito psicopatologico e psichiatrico. Questa riconsiderazione concettuale ha forti implicazioni terapeutiche perché

implica che il trattamento non sia volto alla semplice rimozione dei comportamenti problematici o all’opposto, di non

meglio precisati meccanismi affettivi profondi, ma intervenga sulle rappresentazioni mentali del paziente.

2. MOTIVAZIONE

CHE COS’E’ LA MOTIVAZIONE

La motivazione estrema, definita come “flusso”, è il massimo della motivazione intrinseca, quel tipo di esperienza che

si prova quando si è talmente assorbiti in un compito da dimenticare il passare del tempo e anche se stessi e i propri

bisogni. La motivazione di flusso genera quasi una fusione tra l’attività e il Sé. L’esperienza flow si manifesta con

maggior frequenza quando la persona affronta attività che considera di medio-alta difficoltà, in ambiti in cui percepisce

medio-alte abilità. Il flow emergerebbe nell’esecuzione di un compito che può mettere alla prova le abilità di chi lo

esegue, senza eccedere in difficoltà o risultare troppo semplice. Si tratta quindi di uno stato motivazionale ottimale che

illustra cosa accade quando la motivazione funziona al meglio. Chi si è occupato di flow experience ha posto come

centrali alcuni aspetti, fra cui la sfida, la percezione di abilità, la valutazione della difficoltà del compito, il valore dato

all’attività, le emozioni provate durante il suo svolgimento.

MOTIVAZIONE E PERSONALITA’: DALLE CARATTERISTICHE STABILI AGLI STIMOLI MOTIVAZIONALI

Alcune ricerche hanno analizzato le relazioni fra i “Big Five”, e alcuni aspetti motivazionali. Considerando una misura

complessiva della motivazione, sono state evidenziate relazioni positive solo con la Coscienziosità. Distinguendo invece

tre distinte componenti motivazionali, ovvero gli obiettivi (scopi per impegnarsi), le aspettative (previsioni di riuscita)

e l’autoefficacia (sensazione di essere capaci). I tre più importanti risulterebbero essere il Nevroticismo, che influenza

la capacità di gestire le proprie emozioni fra cui l’ansia da prestazione, l’Estroversione, che porta ad un atteggiamento

positivo, e la Coscienziosità che si accompagna alla tendenza all’ordine e soprattutto alla determinazione e perseveranza

nel perseguire gli obiettivi fissati. Più recentemente Turner e Fletcher hanno analizzato le relazioni fra i Big Five e la

personalità proattiva, caratterizzata dalla tendenza ad agire per influenzare l’ambiente, da una facile presa di iniziativa,

dalla perseveranza allo scopo di ottenere i cambiamenti desiderati o realizzare i propri obiettivi, e la motivazione ad

apprendere. I risultati ottenuti hanno indicato che la personalità proattiva, soprattutto, e poi l’Apertura mentale,

l’Estroversione e la Coscienziosità predicono la motivazione, essendo in grado di spiegare il 33% della varianza.

Secondo la riflessione degli autori, le variabili di personalità, essendo per definizione stabili nel tempo e rappresentando

tendenze e disposizioni generali, agirebbero quando gli elementi del contesto, ovvero le variabili situazionali, non sono

di per sé abbastanza motivanti. Risulta evidente che le relazioni differiscono a seconda della variabile dipendente,

essendo decisamente più marcate per gli obiettivi e quasi inesistenti per la dimensione delle aspettative. La personalità è

da intendersi come una costellazione, più che un insieme di singole dimensioni o tratti. Risulta complesso mettere in

relazione questo insieme con le singole variabili motivazionali. Le analisi di regressione normalmente utilizzate in

queste ricerche assumono la personalità come fattore causale della motivazone. Le relazioni potrebbero in realtà essere

più complesse e vedere certe spinte motivazionali come elemento che incide nel modificare alcuni elementi di

personalità o, più probabilmente, un intreccio dinamico fra le due dimensioni. Storicamente la motivazione è stata

considerata dalle prime teorie come una disposizione stabile, una sorta di tratto di personalità poco permeabile tanto alle

stimolazioni ambientali e sociali quanto all’influenza del pensiero, delle convinzioni, delle percezioni di sé. Le relazioni

fra le componenti motivazionali e la teoria del situazionismo, che postula che la personalità dipenda molto

dall’ambiente e dai rinforzi dati a certi componenti piuttosto che ad altri, andrebbero ricercate nelle teorie della

motivazione estrinseca ovvero in quelle secondo cui le persone risultano motivate se spinte dalla promessa di premi o

dalla minaccia di punizioni e quindi da elementi esterni all’attività stessa e dipendenti dal livello di risultato conseguito.

Il limite che presenta è di indebolire preesistenti motivazioni intrinseche. Sono state indagate anche le relazioni con altri

filoni di teorie della personalità: sociocognitive, psicoanalitiche e umanistiche. Per quanto concerne i legami fra

motivazione e teorie psicoanalitiche, il concetto che risulta più pertinente è quello di pulsione. Non è altro che un

accumulo di energia intrapsichica che genera il bisogno di essere scaricata. Questo concetto di pulsione nato da teorie

freudiane, è stato ripreso da Lewin. Per quanto riguarda le teorie umanistiche, un importante legame con le componenti

motivazionali si trova nella psicologia positiva, la quale affronta lo studio delle componenti che rafforzano il carattere,

per esempio l’ottimismo, la lealtà, senza per questo negare l’esistenza di elementi negativi, quali la depressione, l’ansia

ecc. per chiarire questo punto, Snyder e Lopez hanno introdotto un modello quadripolare che prevede due dimensioni:

salute mentale e malattia mentale, secondo il quale le persone si distinguono per l’assenza o presenza di sintomi di

malattia e per l’assenza o presenza di salute. È possibile quindi, individuare 4 tipologie: salute mentale completa

(rigoglioso), salute mentale incompleta (fiacco), malattia mentale completa (confuso), malattia mentale incompleta (in

lotta).

TEMPERAMENTO E STILI DI “COPING”

Nell’ambito delle teorie dei tratti, una distinzione importante è quella fra temperamento e personalità. Il primo è

definito come un elemento costituzionale e quindi ampiamente ereditario, presente fin dall’infanzia e stabile lungo

l’arco di vita, che influenza il tono dell’umore e la risposta emotiva prevalente del singolo. La personalità può invece

essere concepita in modo più ampio come l’insieme delle caratteristiche che contraddistinguono le persone e che

possono avere una base diversa da quella emotiva e fisiologica. Il temperamento si colloca a un livello base. Un tratto

temperamentale che ha ricevuto attenzione in ricerche recenti e che presenta forti collegamenti con le teorie

motivazionali è quello relativo alle due opposte tendenze: all’avvicinamento (approach) o all’evitamento (avoidance).

Queste hanno una base biologica identificata da Gray. Secondo questo autore vi sono due sistemi distinti deputati alla

regolazione delle emozioni della motivazione e della personalità, con una specifica localizzazione neuroanatomica. Il

primo, definito BAS (behavioral activation system), è un sistema dopaminergico che risponde ai rinforzi positivi e

negativi, elicita emozioni positive, conduce a comportamenti motivati o a un evitamento attivo, alla base

dell’impulsività. Il secondo, definito BIS (behavioral inhibition system), risponde alle punizioni o alla mancanza di

rinforzo, come pure ala novità e alla paura, conduce a inibizione ad evitamento passivo. La base biologica degli stati

d’ansia. Emozioni tipiche per il BAS sono la rabbia, per il BIS la paura. I due sistemi stabiliscono una sensibilità neuro-

biologica, in stati di vigilanza e predisposizione verso stimoli positivi e di rinforzo (BAS) o negativi e di punizione

(BIS). Le relazioni fra i due sistemi e alcune componenti di personalità: l’Estroversione è correlata con sistema BAS,

mentre il Nevroticismo è correlato al BIS. I risultati hanno avvalorato l’ipotesi secondo la quale esiste una relazione

positiva fra il sistema di attivazione, l’Estroversione e la tendenza a provare emozioni positive, da un lato, e fra il

sistema di inibizione, il Nevroticismo e la tendenza a provare emozioni negative, dall’altro. Gli autori propongono a

conclusione della ricerca, un modello secondo il quale vi sono due temperamenti distinti, ognuo dei quali presenta tre

componenti. Il temperamento ad affrontare è dato dall’Estroversione, dalle emozioni positive e dal BAS. Il

temperamento a evitare è rappresentato dal Nevroticismo, dalle emozioni negative e dal BIS. I sistemi biologici

forniscono energia, ma sta poi alla persona direzionare e gestire questa carica di base, stabilendo obiettivi, priorità e

piani d’azione. La socializzazione e l’esperienza possono influenzare, anche fortemente, le disposizioni endogene e,

direttamente o indirettamente, gli obiettivi. Ne emerge l’importanza di considerare non solo le predisposizioni di base,

ma anche il modo con cui si affrontano gli eventi, ovvero lo stile di “coping” (to cope = fronteggiare). Modalità

individuale di fare fronte ai problemi e alle difficoltà. Individuati 4 diversi stili di coping:

1. Lo stile strategico è focalizzato nell’affrontare le situazioni e porta a individuare mezzi e momenti per agire, a

pianificare, a voler superare il problema.

2. Lo stile di evitamento conduce a non pensare al problema, a procrastinarne la soluzione o a negarne

addirittura l’esistenza. Si può associare all’uso di sostanza.

3. Lo stile sociale è tipico di chi tende a parlare del proprio problema con altri, a condividere le proprie emozioni,

a cercare consiglio e supporto.

4. Lo stile emotivo porta a re-interpretare in termini positivi la situazione problematica, ad accettare il problema,

a fare dell’umorismo, ad affidarsi a un’entità superiore.

Esaminate le relazioni tra i 4 stili di coping e alcuni tratti di personalità risultano relazioni importanti fra lo stile di

evitamento, la tendenza a sfogare le proprie emozioni e le dimensioni di depressioni e d’ansia. L’intreccio fra una

tendenza che porta a mantenere lo status quo (evitamento) e lo sviluppo di depressione o ansia.

MOTIVATI SI NASCE O SI DIVENTA?

La motivazione è “una configurazione organizzata di esperienze soggettive che consente di spiegare l’inizio, la

direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto a uno scopo”. Le prime teorie si focalizzavano sui

concetti di “bisogno” e di “istinto” e concepivano la motivazione come una spinta interna ad agire. Dagli anni ’50 si

introdusse il concetto di “motive”. Il “motivo” è una preoccupazione ricorrente ovvero una preferenza per specifici

obiettivi che porta a selezionare gli stimoli cui prestare attenzione. In situazioni favorevoli il motivo si trasforma in una

motivazione ad agire, mentre rimane latente se le situazioni favorevoli non si presentano. I motivi possono essere

considerati dei tratti di motivazione presenti fin dalla nascita e aventi una componente emotiva ed inconscia. La teoria

motivazionale sviluppata da McClelland considera 3 motivi: riuscita, affiliazione e potere. Il motivo alla riuscita porta

alla ricerca di situazioni in cui esperire un successo, ottenere dei risultati positivi e tangibili. Il focus è sulle prestazioni.

Il motivo di affiliazione si riflette nel bisogno di intrecciare relazioni, di essere accettati e protetti. Infine il motivo al

potere si riferisce a un bisogno di autoaffermazione che si manifesta nel desiderio di controllare o influenzare gli altri o

di ottenere prestigio. Ogni motivo ha una componente di avvicinamento e una di evitamento. Il motivo al successo si

tratta della tendenza al successo e della paura di fallimento. Il motivo di affiliazione ha la spinta a intrecciare relazioni o

a fuggire per il timore di essere rifiutati. Il motivo al potere conduce a esercitare controllo sugli altri, o a venire

controllati.

Il legame fra motivi impliciti e alcune dimensioni di personalità è stato analizzato con uno strumento proiettivo, il

Thematic Apperception Test (TAT) e con un questionario, il test di orientamento motivazionale (TOM). Il TAT prevede

la presentazione di alcune immagini e la richiesta di inventare una storia riguardante ciò che i personaggi illustrati

stanno facendo nella quale si ipotizza vengano proiettati i propri bisogni. Il TOM è uno strumento autovalutativo in cui

il soggetto è chiamato a indicare il suo grado di accordo circa una serie di affermazioni riguardanti le componenti

motivazionali indagate ovvero l’orientamento alla relazione/affiliazione, alla leadership/potere, al successo/obiettivo e

all’innovazione. Il motivo di affiliazione e il motivo al potere correlano con l’Amabilità. Il motivo al potere anche con

l’Estroversione e la Coscienziosità e con l’Estroversione e il Nevroticismo/Stabilità emotiva. Il motivo ala riuscita con

l’Estroversione, la Coscienziosità e l’Apertura mentale. I motivi sono un numero limitato di propensioni a base

biologica, presenti anche nelle specie inferiori, mentre le immagini di sé sono rappresentazioni cognitive delle proprie

motivazioni che vengono apprese e guidano il comportamento in ambiti strutturati e definiti anche dal contesto sociale.

La diversa localizzazione emisferica, destra per i motivi e sinistra per le immagini di sé, e il legame con alcuni ormoni

testimoniano la componente biologica dei motivi. Il rilascio di questi ormoni funge da ricompensa e stimola la

motivazione a ricercare, situazioni in cui manifestare lo stesso motivo. Le immagini di sé possono corrispondere in

modo più o meno fedele ai motivi. Questo dipende tanto dalla consapevolezza e conoscenza di sé da parte del singolo,

quanto dalle situazioni. Uno dei motivi impliciti che può condurre alla preferenza per attività a rischio, piuttosto che ad

affrontare situazioni più tranquille, è quello della ricerca di sensazioni o “sensation seeking”. Si tratta di una spinta

motivazionale che porta a provare sensazioni sempre nuove e che si accompagna spesso alla ricerca di novità, la novelty

seeking. Componenti sono la ricerca di avventura, il bisogno di esperienze e di novità, la disinibizione e la suscettibilità

alla noia. Il punto fondamentale è che non interessa il risultato finale, quanto il piacere che si prova nel vivere e nel

padroneggiare la situazione rischiosa. Un’origine genetica, al punto di poter pensare a personalità sensation seekers. Ad

essere chiamato in causa è l’ormone testosterone. La spinta ormonale o comunque la sensibilità a un certo ormone, è

elemento importane, ma non sufficiente nello spiegare la tendenza verso comportamenti che implicano un rischio.

MOTIVAZIONI INTRINSECHE ED ESTRINSECHE

Una distinzione classica prevede la contrapposizione tra motivazioni intrinseche ed estrinseche. Le motivazioni

intrinseche risiedono nell’esecuzione stessa del compito e si ritrovano all’interno della persona. Le motivazioni

estrinseche stanno al di fuori della persona, nei rinforzi o nei risultati che si ottengono. Recenti ricerche testimoniano la

vicinanza tra le teorie della motivazione intrinseca e quelle della personalità. La personalità, non è altro che un insieme

di modi di esprimere preferenze per certe attività in assenza di qualsivoglia pressione esterna. Esistono diverse teorie

della motivazione intrinseca. A partire da una motivazione intrinseca a padroneggiare e controllare l’ambiente, definita

motivazione di “effectance”, le persone sono spinte a compiere dei tentativi di padronanza”, cioè a mettersi alla prova

in situazioni di varia natura in cui sperimentare un senso di efficacia e raggiungere risultati positivi. Questo primo

momento riflette un bisogno universale di sentirsi competenti e capaci in qualcosa. Questi tentativi possono ricevere, da

parte dell’ambiente sociale, forme di approvazione o rifiuto. Nel primo caso si favorirà e incrementerà il desiderio di

affrontare sempre nuovi compiti. Nel secondo si ridurrà la motivazione di competenza. Se un bambino è sostenuto nei

primi tentativi di padronanza e viene approvato, svilupperà un sistema di autoricompensa, meno importante

l’approvazione esterna. Se un bambino è scoraggiato o disapprovato nei suoi tentativi di padronanza, tenderà a

sviluppare un bisogno di approvazione esterna e a porsi obiettivi di prestazione mirati a dimostrare di essere bravo. Il

percorso si snoda attraverso una serie di tappe intermedie che prevedono, nell’ordine o disapprovazione dei tentativi di

padronanza, l’interiorizzazione di un sistema di autoricompensa o di dipendenza e un aumento o una diminuzione della

motivazione di effectance. Dopo alcuni passaggi di questo tipo, il percorso, in situazioni già vissute o con persone o

compiti noti, si abbrevia. Il circolo più breve tenderà poi a perdurare negli anni. È importante operare che ciò che

l’adulto approva o disapprova non sono i risultati ottenuti, ma i tentativi nel voler agire autonomamente. Questo può

avvenire, concretamente, attraverso espressioni del tipo “lascia stare, faccio io” oppure “non sei capace”. La paura di

essere disapprovati, magari perché impacciati nelle prime fasi dell’apprendimento, costituisce quindi un freno allo

sviluppo della motivazione di effectance. La teoria proposta da Harter introduce alcuni concetti fondamentali:

percezione di competenza e di controllo, “sfida ottimale” e “motivazione interiorizzata”.

La percezione di competenza si riferisce a una convinzione che porta a sentire di essere efficaci nel proprio agire e di

riuscire a concretizzare i propri obiettivi modificando attivamente le situazioni.

La percezione di controllo si riferisce al sentire che l’andamento della situazione oppure la possibilità di raggiungere

un certo risultato dipende da se stessi. Si collega con il senso di responsabilità. Il concetto di “sfida ottimale” sta a

indicare la sfida che richiama qualcosa di stimolante. In italiano la competizione per la teoria della motivazione invece è

“sentimento di padroneggiare la situazione”. Ciò che si sfida sono le proprie capacità. Il concetto di “motivazione

interiorizzata” fa riferimento alle capacità di autoricompensa ovvero a quanto la persona è riuscita a svincolarsi dal

bisogno di riconoscimento e di approvazione esterna.

MOTIVAZIONE E AUTODETERMINAZIONE

Secondo la teoria dell’autodeterminazione le persone sono molto più motivate, persistono maggiormente e si sentono

coinvolte in misura maggiore quando ciò che stanno facendo è frutto di una loro scelta. L’ambiente sociale può

promuovere l’autodeterminazione quando consente di soddisfare tre bisogni psicologici fondamentali: competenza,

autonomia e relazione. La competenza consiste nella percezione di sentirsi capaci ed efficaci, l’autonomia si

concretizza nella possibilità di scegliere cosa fare e come, la relazione si riferisce alla necessità di mantenere buoni

legami sociali e all’accettazione del proprio agire da parte di altri. Presi assieme vengono soddisfatti quando una

persona può scegliere cosa fare, sente di farlo, lo fa con competenza e viene sostenuta per quanto fa. Non sempre questi

tre bisogni fondamentali incontrano piena espressione. Molto dipende dall’ambiente sociale che può facilitarne o

inibirne la manifestazione. Vari elementi possono ridurre la percezione di autodeterminazione, suggerire paure legate

allo svolgimento del compito, paure legate al Sé, viene fatto credere ai bambini di essere troppo piccoli, dare scadenze.

Il limite di tempo tende a far accrescere l’ansia, fornire troppe direttive su come fare rischia che la motivazione da

intrinseca si trasformi in estrinseca.

Vi sono 4 diversi livelli di motivazione estrinseca:

- Il primo regolazione esterna è caratterizzato dalla presenza di rinforzi o minacce di punizione o dal desiderio

di compiacere l’altro, spinte motivazionali di tipo esterno, la persona non sceglierebbe mai di fare quella

determinata cosa.

- Il secondo livello la regolazione introiettata, la persona si sente motivata da premi o punizioni che essa stessa

si concede. Vi è autocontrollo, ma l’attività non è vissuta come parte di sé.

- Il terzo livello è la regolazione per identificazione. Viene data importanza all’attività, richiama valori in cui la

persona crede, data da un obiettivo che ha un valora, vi è un locus of control abbastanza interno e la

regolazione è personale.

- Il quarto livello è quello della regolazione integrata. La persona è motivata in quanto percepisce l’attività che

svolge come espressione di sé o come obiettivo in armonia con il Sé. Il locus of control è quindi decisamente

interno.

- Dal quarto livello si passa poi allo stato di motivazione intrinseca vero e proprio che è caratterizzato, oltre

che da vivere l’attività come espressione di sé, da elementi di interesse, divertimento soddisfazione e

regolazione intrinseca.

LA PERSONALITA’ COME SCELTA

Dal punto di vista della teoria della personalità il concetto di scelta costituisce elemento centrale di alcuni filoni della

psicologia positiva. Peterson e Seligman parlavano di virtù e forze del carattere. Le prime sono entità universali non

misurabili. Le forze sono operazionalizzabili e misurabili. Possono essere obiettivi o vie per dimostrare le virtù. Si

distinguono in toniche (sempre presenti) o fasiche (si manifestano nelle situazioni opportune). La virtù definita come

umanità e altruismo si concretizza nell’attenzione per gli altri. La giustizia si riferisce al collegamento con l’universo e

al bisogno di dare un senso all’esistenza. Secondo la teoria la personalità è una scelta. È il modo in cui decidiamo di

utilizzare le forze del nostro carattere. Costruzione di tratti positivi, dove i tratti sono le “forze” che riconosciamo in noi

e che devono essere liberate, se toniche, o trovare l’ambiente adatto per esprimersi, se fasiche.

LE TEORIE COGNITIVE E SOCIOCOGNITIVE: IL RUOLO DELL’AMBIENTE, DEI PENSIERI E DEI VALORI

Molte teorie della motivazione assumono un modello che vede interagire le componenti di personalità con gli elementi

situazionali o cognitivi a partire da una formula che potrebbe essere riassunta con

M (motivazione) = P X S

Dove P: variabili personali, tratti di personalità o i motivi; S: sta ad indicare sia gli elementi legati alla situazione e al

contesto oggettivo e sociale sia agli aspetti di ordine cognitivo, percezioni di abilità e di autoefficacia e gli obiettivi.

Le percezioni di abilità, valutazioni date circa la personale capacità di affrontare determinati compiti e situazioni, sono:

aspettative di successo (Atkinson), valutazioni relativa al valore del sé (Covington), percezioni di sé (Markus e

Nurius), percezioni di autoefficacia (Bandura) e attribuzioni all’abilità (Weiner).

Le percezioni di sé sono delle rappresentazioni che abbiamo di noi stessi e che le persone che ci conoscono hanno su di

noi. Rappresentazioni proprie, modo in cui si vede, rappresentazioni degli altri, modo in cui gli altri ci vedono.

Un’importante distinzione tra il Sé attuale, il Sé ideale e il Sé imperativo. Il Sé attuale è il modo in cui le persone si

percepiscono e vengono percepite. Il Sé ideale come si vorrebbe essere. Il Sé imperativo come si dovrebbe essere.

Ciò che risulta interessante riguarda la coerenza o la discrepanza tra queste distinte rappresentazioni. Discrepanza tra la

percezione reale e quella ideale porta insoddisfazione e tendenze comportamentali caratterizzate da ritiro e disinteresse

e calo nelle componenti di tipo motivazionale.

Quando è tra il Sé imperativo e il Sé attuale caratteristica è anche l’assunzione di responsabilità per i propri risultati che

ne deriva. I successi vissuti come frutto del proprio impegno e inducono soddisfazione, mentre gli insuccessi vengono

collegati a sforzi personali insufficienti e quindi tendono a far emergere emozioni quali il senso di colpa e a determinare

il desiderio, cioè la motivazione, di riparare oppure di fare meglio in futuro, discrepanza motivante. Una persona che

percepisce di essere diversa da come altri la vorrebbero tende a provare vergogna e quindi a evitare le situazioni in cui

palesemente rischia di mostrare agli altri gli aspetti più deboli di sé. La costante è la paura di non essere bravi

abbastanza per gli altri o di fare “brutta figura”.

La teoria dell’autoefficacia si riferisce a percezioni e convinzioni che, pur svolgendosi spesso, ma anche non

necessariamente, in un contesto sociale, sono assolutamente personali per quanto riguarda sia la loro origine sia

l’espressione. È la percezione della personale capacità di riuscire ad agire sull’ambiente ottenendo risultati positivi. Il

nucleo centrale è dato dal concetto di agentività (human agency). Questo ingloba in sé la percezione di riuscire a

controllare personalmente l’ambiente, le aspettative di riuscita. Il senso di autoefficacia non è una percezione generale,

ma si riferisce a compiti specifici.

La percezione di autoefficacia comprende, almeno due componenti: una di tipo motivazionale, l’altra più legata alle

abilità strategiche possedute e che si sanno padroneggiare. Chi si sente poco autoefficace pensa di non riuscire ad

affrontare la situazione, chi percepisce un buon livello di autoefficacia manifesta buone aspettative di successo. Per

capire perché alcune persone, in situazioni specifiche, si sentano più autoefficaci di altre è possibile fare riferimento a

quelle che Bandura definisce le fonti dell’autoefficacia. Queste consistono nell’avere svolto in precedenza il compito

con successo, nell’avere visto altri svolgerlo con successo (apprendimento per imitazione), nella persuasione verbale

(convincersi di riuscire) e nella capacità di gestire le emozioni collegate allo svolgimento del compito, prima fra tutte

l’ansia. La motivazione deriva da due componenti: il valore dato al compito e le aspettative personali. Non basta quindi

che la persona nutra aspettative di riuscita e creda di possedere le abilità per affrontare il compito, ma è necessario

anche che ritenga che quel compito o quella situazione abbiano un significato ed un valore personale. I valori fanno

riferimento agli obiettivi a lungo termine, possono anche riferirsi alle emozioni anticipate per il successo oppure alle

credenze circa la desiderabilità di certi risultati. Può essere inteso come valore intrinseco che si riferisce all’utilità del

compito in sé, oppure più sul versante estrinseco, all’importanza del risultato.

Nella teoria aspettative-valori, i valori costituiscono l’elemento-ponte fra le componenti di personalità e la

motivazione. Le relazioni possono essere assunte come bidirezionali: la personalità e la motivazione. Le relazioni

possono essere assunte come bidirezionali: la personalità influenza la definizione degli obiettivi e questi contribuiscono

a confermare, smentire o accrescere la descrizione di sé, ossia la propria personalità, attraverso una sorta d processi di

assimilazione e accomodamento. I risultati concreti ottenuti nel tempo agendo in questa direzione forniscono un

feedback prezioso e aiutano a rimotivarsi, modificando eventualmente l’obiettivo futuro e avvicinandolo ad altri

prossimi in contenuto. Le abilità percepite e le aspettative personali si riferiscono alla probabilità soggettiva di riuscire

ad affrontare il compito con successo. Comprendono una componente cognitiva, riferiva soprattutto ala percezione delle

proprie capacità, e una strategica che riguarda la conoscenza degli strumenti per affrontare il compito. Secondo il

modello, i valori risentono di almeno tre elementi: gli obiettivi, le percezioni personali di abilità e di facilità e le

spiegazioni date ai propri risultati, altrimenti definite attribuzioni. Gli obiettivi sono delle rappresentazioni cognitive di

stati futuri e risultano influenzati dalle aspettative nutrite dagli altri e quindi dagli stereotipi e dal contesto socioculturale

e dalle percezioni personali di abilità e facilità. Queste ultime sono delle autovalutazioni circa il livello percepito di

difficoltà del compito e le proprie capacità di fronteggiarlo. Risentono del bilancio di successi e insuccessi, sono

influenzate dalle attribuzioni date ai risultati positivi o negativi ottenuti in precedenza e dalle aspettative degli altri. Una

persona penserà di riuscire se si percepisce capace e se ritiene che il compito sia di un livello di difficoltà

commensurato alle proprie abilità. Non vi è processo motivazionale che non sia accompagnato da qualche espressione

emotiva.

IL RUOLO DELLE EMOZIONI

La prima è la teoria proposta da Atkinson e riguardante il motivo alla riuscita. Le persone si distinguono per due

dimensioni, a carattere ortogonale: la tendenza al successo (TS), il desiderio di affrontare delle situazioni e ottenere dei

risultati concreti, sentire che si sta controllando l’ambiente, e quella a evitare il fallimento (EF) che porta a rinunciare

ad affrontare compiti o situazioni nel timore di fallire. Tendenza al successo è motivante, quella al fallimento è

demotivante. Secondo Atkinson la spinta motivazionale complessiva può essere calcolata a partire da una formula che

mette in relazione moltiplicativa la tendenza individuale (al successo o a evitare il fallimento), la probabilità (di

riuscire o di fallire) e l’incentivo (emozione anticipata). La tendenza è intesa come tratto di personalità. La probabilità

di riuscire è inversamente proporzionale alla difficoltà percepita del compito. L’incentivo consiste nell’emozione

anticipata di orgoglio o di soddisfazione, per la tendenza al successo, o di vergogna, per la tendenza a evitare il

fallimento. La componente di personalità è imprescindibile ed entra in relazione moltiplicativa con la componente

cognitiva e con quella emotiva. Ogni persona, di fronte a un dato compito o davanti a una scelta, manifesta due

tendenze contrapposte: ad affrontare (TS) o ad evitare (EF). Queste dipendono da elementi di personalità, da una

valutazione delle difficoltà del compito e da quanto si immagina ci si sentirà orgogliosi in caso di riuscita o ci si

vergognerà in caso di fallimento.

L’emozione anticipata risente di componenti personali ed è legata all’esperienza pregressa. È regolata dalla frequenza

con cui si sono realmente incontrati degli insuccessi oppure si sono ottenuti buoni risultati in contesti simili. Risente di

elementi di giudizio sociale. Secondo la teoria proposta da Atkinson le emozioni precedono la motivazione e

costituiscono elemento che può indurre a mettere in atto tendenze di base e a sviluppare aspettative come a frenarle.

Weiner nella sua teoria attributiva, propone una relazione contraria poiché considera le emozioni come la

conseguenza delle motivazioni espresse, anziché come la causa. Le persone di fronte ai propri risultati positivi o

negativi tendono a esprimere delle cause classificabili in interne o esterne a seconda del locus of control ovvero a

ritenere che è merito o colpa propria o degli altri. Dopo questa riflessione molto immediata e che può essere osservata

nel bambino fin dai primi mesi di vita vengono sviluppate altre due valutazioni. La prima si riferisce alla stabilità, la

seconda alla controllabilità che le cose vadano sempre così oppure che gli esiti siano variabili nel tempo. La

controllabilità si riferisce a quanto viene provato un senso di controllo o meno nella situazione. L’importanza della

componente emotiva risulta ancor meglio evidenziata dal riferimento agli “stili attributivi”, schemi interpretativi che le

persone tendono ad adottare in modo costante fino al punto da poter essere considerati parte della loro personalità. Si

sviluppano nel tempo attraverso il confronto con le esperienze di successo e di fallimento e dopo ripetute riflessioni

lungo le dimensioni sopra delineate di locus of control, stabilità e controllabilità.

L’APPROCCIO SOCIOCOGITIVO E GLI EFFETTI DELLE TEORIE IMPLICITE

È opinione comune quella di pensare che, per motivare le persone e stimolare in loro un buon livello di autostima, sia

utile dire “bravo!”. Contrariamente a questa diffusa credenza, un feedback che stimola a percepirsi come bravi e dotati,

anziché motivare può rendere vulnerabili di fronte all’insuccesso.

Dweck ha condotto numerose ricerche che hanno portato a individuare due tipologie di soggetti: gli entitari e gli

incrementali. ENTITARI INCREMENTALI

- -

portati a pensare “si nasce così” ragionano nei termini “si diventa così”

- -

preoccupati di dimostrare ciò che sono più rivolti a imparare

- -

emozioni tipiche sono: paura e noia emozione tipica: sfida. Gusto di affrontare i

compiti

- di fronte all’insuccesso dicono “non sono portato - reagiscono all’insuccesso pensando di non

per quel compito” essersi impegnati abbastanza o di non aver scelto

- visione “o tutto o niente” le strategie migliori.

- temono il nuovo perché può essere occasione di - Interessati alle novità

fallimento - Di fronte alle difficoltà si ingegnano per

superarle

Le teorie implicite entitarie o incrementali sull’intelligenza e sulla personalità sono legate poco all’effettiva intelligenza

e ai diversi tratti di personalità.

GLI OBIETTIVI: PADRONANZA O PRESTAZIONE, AFFRONTARE O EVITARE

Dweck distingue tra due tipologie di obiettivi: alla prestazione o alla padronanza. Porsi obiettivi di prestazione

significa mirare a dimostrare che si sa per ottenere giudizi positivi su di sé oppure evitare di mostrarsi incapaci. Il focus

è sulla prestazione. Porsi obiettivi di padronanza significa voler padroneggiare le situazioni, sentire che si sta

imparando e che il proprio agire determina delle conseguenze importanti per sé. Il focus è su quanto si sta facendo e su

di sé come soggetto che impara e che vive delle esperienze. Chi possiede una teoria entitaria tenderà a sviluppare

obiettivi alla prestazione, mirati a dimostrare ciò che è e sa fare e a ottenere giudizi positivi su di sé. Chi nutre una teoria

incrementale tenderà a pensare che si può sempre cambiare e si porrà, di conseguenza, obiettivi alla padronanza, ovvero

mirati a padroneggiare le situazioni e a imparare da queste. Per chi è più orientato alla padronanza di tratta di qualcosa

che emana da sé e può modificare la propria persona. Chi possiede obiettivi alla prestazione è portato a definirsi in base

ai propri risultati e anzi proprio da questi riesce a rappresentarsi chi è. Chi possiede obiettivi alla padronanza distingue

sé dai propri risultati e comportamenti e interpreta questi come elementi che possono aiutare a cambiare, migliorare,

crescere. Gli entitari possiedono obiettivi alla padronanza. Chi è orientato ad affrontare tende a manifestare un

comportamento motivato, ovvero si confronta con compiti e situazioni. Nell’originale inglese questa tendenza è definita

approach o self-enhancing, a testimoniare la tendenza verso il miglioramento di sé. I motivi che portano ad affrontare il

compito sono però diversi a seconda dell’obiettivo sottostante: dimostrare agli altri (prestazione) o imparare per sé

(padronanza). Chi manifesta un orientamento ad evitare cerca, se possibile, di non affrontare le situazioni, con ciò

dimostrando un comportamento non motivato fatto di rinunce, in inglese definito avoidance o self-defeating ovvero

evitamento e difesa del Sé.

La funzione degli obiettivi nel caratterizzare la personalità è stata approfondita da Fortunato e Goldblatt i quali hanno

considerato tre obiettivi: alla padronanza (fare per imparare), alla prestazione-affrontare (fare per dimostrare che si

sa), alla prestazione-evitare (non fare per evitare di dimostrarsi incapaci). Ogni obiettivo può essere espresso in misura

debole media o alta. Ciò che conta è la diversa proporzione fra i tre tipi di obiettivi.

- Alla prima tipologia “motivati dalla paura” appartengono coloro che manifestano basso livello di obiettivi alla

padronanza e livello medio di obiettivi alla prestazione.

- Alla seconda tipologia “poco motivati” appartengono coloro che hanno livello medio di obiettivi alla

padronanza e basso di obiettivi alla prestazione.

- La terza tipologia “motivati alla prestazione” considera coloro che hanno alti obiettivi alla prestazione e medi

alla padronanza.

- Alla quarta tipologia “motivati alla padronanza” è quella di coloro che presentano livelli alti di obiettivi alla

padronanza, medi alla prestazione-affrontare e bassi alla prestazione-evitare.

IMPOTENZA APPRESA, RESILIENZA, TECNICHE PER SOSTENERE LA MOTIVAZIONE

Tre distinti approcci:

- il primo dell’impotenza appresa, è nato all’interno delle teorie della motivazione.

- Il secondo, più sul versante della personalità, fa riferimento al costrutto di benessere e a come questo possa

essere considerato come una forma di realizzazione della propria personalità.

- Infine verranno considerati gli estremi.

C’è chi, anche dopo ripetuti fallimenti, mantiene la motivazione, l’impegno e il desiderio di raggiungere gli obiettivi

prefissati. La tendenza a demotivarsi di fronte alle difficoltà come “impotenza appresa”, descrivendola come un

atteggiamento rinunciatario che si impara ad assumere dopo il fallimento e che porta a sentirsi impotenti, incapaci di

modificare la situazione. Hanno anche individuato la ragione per cui per alcune persone, ma non per altre, una serie di

insuccessi conduce a uno stato di impotenza. Si tratta del tipo di attribuzione formulata, e, in particolare, del

riconoscimento di una causa interna e stabile: la mancanza di capacità. L’impotenza appresa è uno stato di de-

motivazione particolarmente interessante non solo perché spiega l’emergere di personalità “impotenti”, nonché da un

concetto debole delle proprie abilità e da una bassa autostima, ma anche perché, dal punto di vista clinico, l’impotenza

appresa può sfociare in depressione ed apatia. Un atteggiamento diverso è quello di chi, di fronte alle difficoltà e agli

insuccessi sviluppa la resilienza, cioè dopo aver vissuto una perdita di controllo o situazioni di difficoltà, tende a

impegnarsi e a lavorare di più, invece di diminuire lo sforzo, stato motivazionale positivo. L’emergere di una personalità

più motivata o più rinunciataria sembrerebbe dipendere dalle spiegazioni che le persone danno a ciò che accade loro.

Carol Ryff si è occupata dello studio delle dimensioni del benessere. Si tratta di un benessere di tipo psicologico ovvero

di un “sentirsi bene”. Le dimensioni del benessere non sono tratti o caratteristiche stabili, ma piuttosto obiettivi che la

persona può porsi nell’arco della propria vita e in relazione alle sfide che la vita stessa pone. La capacità di affrontare

gli insuccessi evitando di trovarsi in una fase di apatia o di stallo può emergere anche dall’applicazione di tecniche di

auto-motivazione. Queste non sono altro che delle strategie che ognuno può adottare per sostenere i propri processi

motivazionali sia quando le cose sembrano procedere al meglio sia quando ci si trova in momenti difficili caratterizzati

da scoraggiamento. Queste tecniche di automotivazione sono una sintesi eclettica che deriva da diverse teorie della

motivazione e che fa riferimento a costrutti motivazionali differenti. In questa prospettiva non si può parlare di una

“personalità motivata”, ma di persone che applicano delle buone strategie per motivarsi rispetto ad altre che non le

conoscono o non le applicano. È difficile sostenere che esistano personalità motivate o personalità destinate ad essere

meno audaci e a soccombere. È più corretto dire che ci sono personalità che esprimono un maggior impegno nel volersi

motivare e che ricercano e applicano strategie in questa direzione rispetto ad altre che, di fronte agli insuccessi o alle

difficoltà poste dal compito, rinunciano, negano o si abbattono, perché non vogliono in realtà scegliere di cambiare o

non sanno come fare.

Strategie: stabilire obiettivi personali scelti da sé, puntare in alto, aumentare il senso di controllo, modificare le

convinzioni poco efficaci, applicare un buon metodo di lavoro o studio, riconoscere l’importanza dei feedback,

ridimensionare la paura dell’insuccesso, non esagerare.

QUALE PARTE DELLA PERSONALITA’ PUO’ ESSERE SPIEGATA DELLE TEORIE MOTIVAZIONALI E QUALE

NO?

Uno dei punti critici considerati riguarda l’elemento di “continuità” intesa come costanza nel tempo. Può riguardare

tanto i comportamenti, quanto gli atteggiamenti, le convinzioni o le predisposizioni del profondo e può essere spiegata

sia facendo riferimento a costrutti di personalità sia ad aspetti di ordine motivazionale. Le componenti di motivazione

possono contribuire a spiegare la continuità. Vi sono persone che tendono a focalizzarsi sulle cose belle che sono

accadute a sé e agli altri, a ricordarle e altre che, al contrario, ricordano, prestano attenzione e rimuginano

prevalentemente sugli elementi negativi e sugli eventi di vita stressanti occorsi a sé o agli altri. Si tratta di un’attenzione

alla valenza (positiva o negativa) degli eventi disgiunta dall’attivazione o arousal che ha una componente biologica e

organica. Se è vero che non tutti sono ugualmente convinti di poter modificare la propria personalità è altrettanto vero

che non tutti si pongono nella giusta disposizione motivazionale per poterlo fare. Sembrerebbe quindi che il ritenere la

propria personalità come “buona” o “critica” non dipenda proprio unicamente dalla reale personalità posseduta, ma da

quanto ognuno di noi tende a focalizzarsi più sugli elementi positivi o negativi e a ricordare gli uni o gli altri

nell’autovalutarsi, nel descriversi e nel decidere se motivarsi o no per cambiare il proprio carattere.

2. INTELLIGENZA

LA PERSONALITA’ IN RELAZIONE CON L’INTELLIGENZA

Data l’eterogeneità delle definizioni e degli strumenti di misurazione, nell’analisi della relazione tra intelligenza e

personalità si prenderanno in esame gli studi riconducibili a due approcci di studio: quello dei tratti e quello

sociocognitivo.

L’approccio dei tratti presuppone che le differenze tra gli individui possano essere attribuibili alla presenza di

disposizioni o tratti che caratterizzano ogni individuo. I tratti sono intesi come dei modelli coerenti. In quest’ottica,

l’individuazione di un tratto permette di prevedere il futuro comportamento dell’individuo. Sono organizzati

gerarchicamente, risposte specifiche dell’individuo in situazioni particolari. Generalmente i tratti sono considerati come

dipendenti da fattori intrinseci all’individuo scarsamente influenzati da fattori contestuali, e secondo alcuni basati sul


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Arianna21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della personalità e delle differenze individuali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof De Beni Rossana.

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