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PSICOLOGIA DELLA PERSONALITA’ E DELLE DIFFERENZE

INDIVIDUALI

1. COGNIZIONE E PERSONALITA’

PRINCIPALI APPROCCI ALLO STUDIO PSICOLOGICO DELLA PERSONALITA’

Dal punto di vista storico la psicologia della personalità è nata come modello tipologico basato sull’individuazione di

tratti. Questi possono essere definiti come disposizioni stabili che portano a specifiche modalità di reazione in una

pluralità di circostanze.

- Un precursore è Ippocrate che propose 4 tipi di temperamento (collerico, melanconico, sanguigno e flemmatico)

mettendoli rispettivamente in relazione con 4 umori corporali: bile gialla, bile nera, sangue, linfa.

- Nell’epoca moderna Jung ha proposto i tratti introversione/estroversione che, a differenza di quelli di Ippocrate,

erano solo picologici e non anche fisici.

- Sheldon ha messo in relazione caratteristiche del corpo al temperamento proponendo tre dimensioni del corpo

(endomorfo, esomorfo e ectomorfo), e tre relative dimensioni del temperamento: viscerale, somatico e cerebrale.

Per tutto il secolo del ‘900 le teorie dei tratti hanno dominato il campo della psicologia della personalità. Le prime

posizioni teoriche si preoccupavano di individuare tassonomie finite e relativamente contenute di dimensioni base della

personalità.

- Le prime posizioni teoriche si preoccupano di individuare tassonomie finite e relativamente contenute di dimensioni

base della personalità come: finite e relativamente contenute di dimensioni base della personalità come: amabilità,

ansia, coscienziosità, introversione, che potessero essere svincolate dalle situazioni concrete e descrivere ogni persona

(approccio nomotetico).

- Allport, grande teorico dei tratti di personalità, riteneva che in una persona il pattern di disposizioni (tratti) potesse

essere generalizzato attraverso le diverse situazioni, cioè si mantenesse stabile e determinasse il comportamento di

quella persona. Insisteva sull’unicità e individualità di ognuno proponendo che tale pattern di tratti non rincorresse mai

nello stesso identico modo in due diverse persone (approccio idiografico).

Sebbene le diverse teorie dei tratti discordino sulle strutture e contenuti dei diversi tratti individuati, tutte concordano

sul fatto che i tratti sono disposizioni originarie e spiegano il comportamento assunto in una grande varietà di situazioni.

Il focus sui tratti si concentrò nelle posizioni teoriche degli anni ’80-’90 sul modello del “Big Five” che individuava 5

fattori della personalità tramite la produzione libera di aggettivi descriventi la personalità e la compilazione di un

questionario da parte di ampi campioni di popolazioni di diverse aree del mondo. I Big Five sono stati nel tempo

denominati in modi diversi. In questa sede proposti da Costa e McCrae: Coscienziosità, Estroversione, Nevroticismo,

Apertura mentale, Amabilità. La teoria dei Big Five individua il tratto come un costrutto bidimensionale in cui

l’estremità di un continuum esprime la caratterizzazione di un tratto e l’altra estremità l’aspetto complementare.

Secondo Costa e McCrae, la Coscienziosità misura il grado di organizzazione, affidabilità e la noncuranza,

disorganizzazione. L’Amabilità misura una modalità di porsi in relazione con gli altri naturalmente buoni, cordiali e

cooperativi e cinici ed egoisti. Il Nevroticismo misura la stabilità/instabilità emotiva. L’Apertura mentale misura

curiosità, creatività, originalità e convenzionalità. L’Estroversione misura il bisogno di attività, di stimoli e di

socializzazione, dell’Introversione. L’approccio dei 5 fattori di descrizione della personalità, come anche le altre teorie

dei tratti, poco ha a che spartire con lo studio dei processi cognitivi, se non fosse che negli ultimi anni molte ricerche

hanno messo in relazione i 5 fattori con altre misure cognitive. Avvenuto al fine di capire quanto aspetti di personalità o

di cognizione entrassero in gioco nello spiegare comportamenti complessi. La distinzione tra cognizione e personalità

sembrerebbe ancora più netta, se possibile, nell’approccio del situazionismo. Secondo questo insieme di teorie la

personalità dipende soprattutto dall’ambiente e dalle situazioni più che dalle caratteristiche della persona. Ciò che conta

è la serie di rinforzi e l’insieme di modelli cui la persona è stata esposta e come questi hanno strutturato modalità di

comportarsi. Vi sono visioni più rigide che si focalizzano essenzialmente sulla storia di premi e punizioni e che fanno

riferimento al comportamentismo radicale, e altre più sul versante interazionista le quali, pur ritenendo importante

l’ambiente e il suo ruolo modellante, lasciano spazio all’interazione con caratteristiche tipiche di ogni individuo o con il

suo sistema di pensiero e interpretazione della realtà. La teoria dell’apprendimento sociale di Bandura spiega il

comportamento umano in termini di una relazione causale reciproca e triadica: fattori personali (biologici, cognitivi e

affettivi), schemi di comportamento, e situazioni ambientali interagiscono vicendevolmente attraverso relazioni

bidirezionali per spiegare tutti insieme il comportamento umano.

Tanto il situazionismo quanto le teorie dei tratti hanno originariamente trascurato di studiare le variabili ed i processi

cognitivi che potevano influenzare la relazione tra persona e situazione, dalla metà degli anni ’80 teorici sociocognitivi

della personalità, come Bandura, hanno enfatizzato il ruolo della cognizione come mediatore tra le caratteristiche

rinforzanti della situazione e lo sviluppo personale di nuovi comportamento. Già negli anni ’50, la teoria

dell’apprendimento sociale era passata da una posizione prevalentemente comportamentista ad un’analisi più cognitiva

della personalità, e questo era avvenuto a cominciare dalla teoria dei costrutti personali di Kelly in cui si enfatizza la

personale costruzione del mondo ad opera dei personali processi cognitivi. Il punto di partenza dell’elaborazione di

Kelly fu l’osservazione che i teorici della personalità utilizzavano dimensioni costruite da loro stessi. Per lui invece,

l’importante era scoprire le dimensioni che le persone utilizzano per interpretare se stesse e il proprio mondo sociale: i

costrutti personali, cioè i significati che le persone assegnano agli eventi. Il funzionamento della personalità è

innanzitutto un adattamento più che agli eventi in se stessi ai significati che a quegli eventi si attribuiscono.

Le persone sono esse stesse degli scienziati animati da un desiderio conoscitivo e da una capacità interpretativa e di

giudizio, applicata a se stessi e al mondo. Cercano non solo di trovare delle regolarità e spiegare gli eventi, ma anche di

predirli. L’approccio di Kelly può essere ben esemplificato dallo strumento che egli stesso costruì per identificare questo

insieme di costrutti che è il REP test (test di repertorio dei costrutti) che si basa su una griglia che incrocia le figure di

rilievo per la persona con un insieme di costrutti. Viene chiesto di trovare aspetti che precisano rapporti di somiglianza e

differenza. Nel filone umanistico-fenomenologico rientrano altre teorie come quelle proposte da Rogers con

l’introduzione del concetto di valutazione organismica e da Maslow per quanto riguarda la teorizzazione della piramide

dei bisogni. Tutte queste teorie si accomunano per il tema della realizzazione di sé (self-actualization) e dello sviluppo

della propria personalità. Per Rogers la forza di base che muove l’organismo umano è la tendenza attualizzante, cioè la

tendenza a realizzare tutte le possibilità del Sé. Il Sé reale si differenzia dal Sé ideale: quello che ci piacerebbe essere.

Tanto più i due Sé si distanziano maggiori sono i conflitti e le insoddisfazioni che la persona percepisce. Tutte le

posizioni degli psicologi umanistici condividono l’idea che l’individuo sia fondamentalmente buono, attivo e

modificabile e aspiri alla crescita e all’autorealizzazione. Questa concezione dell’individuo ha posto le basi della

psicologia positiva.

Bandura e Mischel hanno sviluppato le teorie sociocognitive, che mettono in risalto sia l’origine sociale del

comportamento, sia l’importanza dei processi cognitivi di pensiero in tutti gli aspetti del comportamento umano, dalla

motivazione all’emozione e all’azione. La persona viene considerata come agente attivo che usa processi cognitivi per

comprendere gli eventi passati e attuali, prevedere quelli futuri, scegliere il corso delle azioni e comunicare con gli altri.

Da questa prospettiva l’approccio cognitivista alla personalità è stato concettualizzato come teoria dell’intelligenza.

Secondo le teorie sociocognitive la personalità si forma a partire dalle riflessioni e interpretazioni svolte in contesti

relazionali. La personalità è quindi frutto tanto di variabili personali, come gli atteggiamenti, gli stili di pensiero, gli

schemi di sé, quanto dell’ambiente e dei contesti di interazione che la persona si trova a vivere e a interpretare. Una

conseguenza interessante di questa visione della personalità è che viene meno la costanza del comportamento, mentre si

ha una costanza nelle situazioni, ovvero le persone possono atteggiarsi in modo differente cambiando persone o

situazioni con cui si relazionano, mentre tendono a mantenere, con le stesse persone e nelle stesse situazioni,

comportamenti simili. Bandura riflette la sua formazione di base comportamentista, enfatizzando il ruolo di premi e

punizioni come determinanti esterne del comportamento, ma va oltre il comportamentismo riconoscendo il ruolo delle

determinanti interne quali credenze, aspettative e pensieri. Il rapporto con la scuola russa (Vygostskij e Lurija),

sottolineava come l’autoregolazione fosse il risultato di un’interiorizzazione di situazioni esterne.

Il concetto che ha reso popolare Bandura è quello di “percezione di autoefficacia” che ben testimonia il fatto che una

rappresentazione interna di quanto il proprio agire sia efficace guidi e motivi le persone nel loro comportamento.

L’autoefficacia guida le decisioni degli individui nella scelta dei compiti: non veramente più capace, ma si percepisce

più competente. Le ragazze tendono ad avere una minore percezione di autoefficacia nelle discipline scientifiche. La

persona che si percepisce come efficace in una determinata attività ha minore ansia, presenta una maggiore persistenza,

un maggiore impegno e quindi più facilmente rafforza la competenza e sperimenta il successo.

Un ulteriore filone di teorie della personalità è quello delle teorie psicoanalitiche, secondo le quali la personalità

dipende da conflitti intrapsichici fra diverse istanze e da come questi conflitti sono stati risolti. Vi possono quindi essere

fissazioni in stadi precedenti, difese, fra cui la rimozione e la proiezione, e strutture di personalità variamente codificate,

per esempio a personalità narcisistica. Il collocare la personalità ad un livello profondo porta al riferimento a contenuti

inconscio che emergono attraverso tecniche proiettive, sogni, lapsus.

Anche le distinzioni tra processi impliciti ed espliciti o quelli tra processi automatici e controllati sono in relazione con

l’idea che le disposizioni inconsce sono al di là delle proprie possibilità di controllo e scelta. Elemento comune ai

diversi filoni è l’importanza del ruolo del pensiero. Nelle teorie psicoanalitiche esso può aiutare a riconoscere i processi

profondi, nelle teorie sociocognitive a costruire i propri significati, le interpretazioni e le aspettative. Il pensiero

influenza tanto più il comportamento quanto più è inconsapevole, perché non noto o non accessibile.

LA PERSONALITA’ DAL PUNTO DI VISTA SOCIOCOGNITIVO

La personalità come un sistema cognitivo-affettivo che si sviluppa, funziona e si modifica attraverso e interazioni

reciproche con l’ambiente. Verso il 1970 la psicologia della personalità fu scossa dalle sue fondamenta dalla

pubblicazione di alcuni libri che ne mettevano in discussione gli assunti base. Il più influente fu quello di Mischel del

1968 Personality and Assessment, in cui l’autore metteva in evidenza i fallimenti empirici sia delle teorie

psicodinamiche che di quelle dei tratti. La critica si basava sulle seguenti osservazioni: la debolezza della letteratura

empirica sulla personalità impediva la possibilità di nuovi sviluppi teorici; erano necessarie nuove unità di analisi che

permettessero lo studio empiricamente fondato della personalità:

1. Rendere conto delle differenze non solo individuali, ma anche dello stesso individuo nelle diverse situazioni;

2. Essere basate sule conoscenze della psicologia cognitiva e dell’apprendimento sociale.

Propose una serie di variabili che ponevano al centro della psicologia della personalità i processi attraverso i quali le

persone acquisiscono e organizzano informazioni su se stesse e l’ambiente che le circonda. I sistemi cognitivo-affettivi

costituiscono stabilmente la struttura stessa della personalità. In quest’ottica gli stessi tratti non sono più strutture

interne della personalità, ma prodotti del sistema cognitivo- affettivo e delle sue interazioni con l’ambiente. Lo studio

della personalità si colloca laddove vi è lo studio della cognizione e delle rappresentazioni di conoscenza, del pensiero,

sia consapevole che inconscio dell’emozione, per dar luogo ad una visione integrata degli individui e di come questi si

differenziano l’uno dall’altro.

Codifiche Categorie per se stessi, gli altri, eventi e situazioni

Aspettative e credenze Riguardo il mondo sociale, gli esiti dei comportamenti

Affetti Sentimenti, emozioni, risposte emotive

Obiettivi e valori Successi o fallimenti e stati emotivi connessi

Competenze e Potenziali comportamenti e script, piani e strategie per organizzare le proprie azioni,

autoregolazione comportamenti tipici.

Le variabili presentate sono chiamate anche variabili cognitive individuali dell’apprendimento sociale e rendono

conto di una serie di quesiti che nel loro insieme costituiscono le differenze tra le persone e l’unicità della persona:

Come sembra a me? Cosa succede? Come mi sento? Che cosa vale la pena di fare? Che cosa so fare?

Le differenze individuali interagiscono con le situazioni particolari creando l’unicità della persona. Propone un modello

dinamico integrato di personalità, il CAPS, la cui idea centrale è che la rappresentazione mentale, e, quindi, il

significato psicologico delle situazioni, la rappresentazione di se stessi, degli altri, di possibili eventi futuri, obiettivi,

emozioni, credenze e aspettative.

Le persone differiscono tra loro stabilmente per tale sistema interconnesso di associazioni e tale differenza costituisce

l’aspetto principale della personalità.

Nel tentativo di trovare un modo unico e unitario di spiegare la personalità molti studiosi hanno proposto di utilizzare

una stessa comune terminologia. In questo tentativo va collocata la proposta di Higgins di fare riferimento ai due

concetti di accessibilità e di focus di autoregolazione, uno di matrice di psicologia generale, l’altro più motivazionale,

per comprendere in questi principi di carattere generale entrambe le fonti di variabilità date dall’unicità della persona e

dalle differenti situazioni, dunque per comprendere la personalità. Higgins definisce l’accessibilità come il “potenziale

di attivazione delle conoscenze disponibili” in una persona. La rete di conoscenze costruita su base esperenziale

costituisce la lente attraverso cui guardiamo alle nuove esperienze attribuendo loro senso e valore. L’accessibilità denota

la velocità e la facilità con cui un dato input viene riconosciuto e codificato all’interno di una data categoria. Tale

categoria non può essere attivata se non è già preesistente in memoria. Secondo Higgins l’altro principio generale di

funzionamento della personalità è l’autoregolazione che induce a cercare di realizzare i propri obiettivi in relazione al

desiderio di soddisfazione dei propri bisogni all’obiettivo di evitare il dolore nella teoria freudiana, o al desiderio di

successo e alla paura dell’insuccesso nella teoria di Atkinson. In generale, quando regolano le loro azioni, le persone

possono scegliere di concentrarsi sui loro desideri o sulle loro paure. Higgins sostiene che l’autoregolazione ha distinte

caratteristiche nelle differenti persone: il focus dell’autoregolazione può cambiare, guardando soprattutto alle cose che

fanno piacere o piuttosto a quelle che si temono e rispetto alle quali bisogna mettere in atto strategie preventive. I

partecipanti hanno un focus di promozione, ricordavano maggiormente i comportamenti. Higgins rileva che un

meccanismo cognitivo simile è presente anche nella proiezione, in cui la mente utilizza i suoi schemi per interpretare

situazioni ambigue.

COGNIZIONE E PERSONALITA’: DUE AMBITI DISTINTI E IN RELAZIONE

Per anni spesso ancor oggi, le aree dei processi cognitivi e della personalità sono state studiate isolatamente senza

analizzare le relazioni reciproche. Si occupano di temi diversi usando termini differenti, adottano metodologie

differenti. Studiosi di cognizione si occupano della massima prestazione, quella ottimale, quelli della personalità invece

della prestazione media, quella tipica. Differiscono anche per l’orizzonte temporale: le cognitive richiedono pochi

millisecondi mentre della personalità tempi molto più lunghi. Sia in passato sia in epoche recenti, le tradizionali aree

della psicologia cognitiva e della psicologia della personalità hanno trovato punti di incontro, grazie a vari contributi fra

cui quello interazionista. Proposto da Endler e Magnusson il f

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Arianna21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della personalità e delle differenze individuali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof De Beni Rossana.
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