Estratto del documento

Capitolo 2: Motivazione

Che cos'è la motivazione

Motivazione significa spinta, movimento, attrazione, dal latino motus. Indica la direzione e il moto del nostro agire. Siamo motivati quando abbiamo obiettivi e ci orientiamo a fare o evitare: in ognuno dei due casi abbiamo un “orientamento” e una “velocità”, come una grandezza vettoriale in fisica: modulo (cosa mi motiva), direzione (dove vado) e un verso (affrontare la situazione o evitarla).

Distinzione tra motivazione all’avvicinamento (approach=approcciarsi) che porta a voler affrontare il compito e una all’allontanamento (avoidance=evitare). Spesso le spinte ad affrontare e ad evitare coesistono.

La motivazione è quindi una configurazione organizzata di esperienze soggettive che consente di spiegare l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto a uno scopo. Serve a comprendere perché una persona svolge un compito e lo fa in un determinato modo (inizio e direzione), quanto insiste (intensità) e le ragioni per cui mantiene interesse e impegno sul compito (persistenza).

Ognuno di noi, per i vari ambiti, in momenti diversi della sua vita, esprime certi tipi, livelli e quantità di motivazione. Differenze individuali a livello quantitativo e qualitativo.

Si possono distinguere almeno tre stati:

  • Motivato, tipico di chi agisce avendo delle motivazioni
  • Demotivato, tipico di chi non agisce in base a delle motivazioni
  • Non motivato, tipico di chi non possiede motivazioni

Motivi

Motivi impliciti

I motivi impliciti sono disposizioni che emergono nella scelta di attività, nei comportamenti spontanei e nelle attribuzioni di significato. Sono preoccupazioni ricorrenti, ovvero preferenze per specifici obiettivi che portano a selezionare gli stimoli cui prestare attenzione e che ci rafforzano.

In situazioni favorevoli, il motivo si trasforma in motivazione ad agire, mentre rimane latente se le situazioni favorevoli non si presentano. I motivi possono essere considerati come tratti di motivazione, ovvero come elementi distintivi presenti fin dalla nascita e aventi una componente emotiva e inconscia. Sono impliciti perché si collocano al di fuori della consapevolezza e non sono quindi rilevabili attraverso questionari. Si usa quindi un metodo proiettivo: disposizioni, attitudini, obiettivi sono proiettati nel personaggio su cui si racconta la storia.

La teoria motivazionale di McClelland (1978) considera tre motivi:

  • Riuscita: porta alla ricerca di situazioni in cui esperire un successo, ottenere dei risultati positivi e tangibili. Il focus è sulle prestazioni. Tendenza al successo, porta a volersi cimentare per ottenere risultati positivi/paura del fallimento, fa rifiutare occasioni in cui poter esercitare il proprio senso di padronanza, per timore di non farcela.
  • Affiliazione: bisogno di intrecciare relazioni, di essere accettati e protetti. Spinta ad intrecciare relazioni di amicizia, basate sulla fiducia, a stabilire contatti con gli altri e ad aiutarli/fuggire per il timore di essere rifiutati, di non venire accettati, di non ottenere la fiducia, con conseguenti comportamenti di timidezza o chiusura.
  • Potere: bisogno di autoaffermazione, che si manifesta nel desiderio di controllare o influenzare gli altri o di ottenere prestigio. Esercitare controllo sugli altri/rinunciare a ciò nel timore di non essere all’altezza o di venire controllati, anziché riuscire a dominare.

Ogni motivo ha una componente di avvicinamento e una di evitamento. Nei meccanismi di avvicinamento e di evitamento, intervengono anche principi morali personali o pressioni esercitate, più o meno consapevolmente, dal tipo di educazione e dall’ambiente.

Motivi e immagini di sé

I motivi sono disposizioni implicite, non sempre consapevoli, distinte dalle rappresentazioni consapevoli che abbiamo delle nostre motivazioni. Rheinberg (2003) ha proposto una distinzione fra motivi e immagini di sé riferite alla sfera motivazionale.

  • I motivi sono un numero limitato di propensioni a base biologica, presenti anche nelle specie inferiori. Producono effetti a lungo termine, preferibilmente in situazioni libere. Basso livello di consapevolezza, vengono rilevati preferibilmente attraverso test proiettivi o attraverso associazioni implicite, che emergono nei tempi di risposta, raccolti tramite apposito software, a stimoli presentati in velocità: test IAT (Implicit Association Test). Emisfero destro. Per il motivo al potere corrispondono l’ormone testosterone e la norepinefrina. Per il motivo alla riuscita è la vasopressina. Per il motivo di affiliazione la dopamina. Il rilascio di questi ormoni funge da ricompensa e stimola la motivazione a ricercare, anche in futuro, situazioni in cui manifestare lo stesso motivo. Differenze individuali a base genetica nella sensibilità a questi ormoni, elemento che favorisce l’emergere della preferenza per l’uno o l’altro motivo. Processi di socializzazione: i motivi si presentano già nei primi mesi di vita, ma l’ambiente può comunque modularne l’espressione, al di là della loro componente biologica. Alte richieste di prestazione avanzate dagli adulti, predicono il motivo alla riuscita e il permissivismo nei confronti dei comportamenti aggressivi spontanei dei bambini sostiene il motivo al potere. I motivi predicono quanto “piacere” o “dolore” una persona sentirà, quando riuscirà a soddisfare o vedrà frustrato il suo motivo.
  • Le immagini di sé sono rappresentazioni cognitive delle proprie motivazioni, che vengono apprese e guidano il comportamento in ambiti strutturati e definiti anche dal contesto sociale. Producono effetti a breve termine e, dato l’alto livello di consapevolezza, vengono misurate attraverso questionari o interviste (strumenti self-report). Emisfero sinistro. Possono corrispondere in modo più o meno fedele ai motivi: dipende dalla consapevolezza e conoscenza di sé del singolo, quanto dalle situazioni. Vi possono essere contesti in cui un certo motivo non può essere espresso liberamente e deve essere contenuto o manifestato in altre forme.

La "sensation seeking"

Uno dei motivi impliciti che può condurre alla preferenza per attività a rischio è quello della ricerca di sensazioni o sensation seeking. Spinta motivazionale, che porta a provare sensazioni sempre nuove e che si accompagna spesso alla ricerca di novità, la novelty seeking. Componenti sono la ricerca di avventura, il bisogno di esperienze e di novità, la disinibizione e la suscettibilità alla noia. Quest’ultima è la componente che per prima ha portato allo studio della sensation seeking, tramite esperimenti di deprivazione sensoriale. Alcuni soggetti reagivano particolarmente male a situazioni monotone, e si trovavano più di altri a disagio nel non avere continue stimolazioni. La componente principale è la spiccata propensione al rischio, che porta a ricercare situazioni estreme e potenzialmente pericolose. Non interessa il risultato finale quanto il piacere che si prova nel vivere e nel padroneggiare la situazione rischiosa. Ampie differenze individuali con origine genetica, al punto che si pensa a una personalità sensation seekers: spesso maschi, alla costante ricerca di sensazioni forti, si cimentano spesso in sport estremi e ad alto rischio. Tale predisposizione è sostenuta dal sistema di pensieri, dalle interpretazioni date alle situazioni e dai valori.

Disposizioni motivazionali: paura di perdere o speranza di vincere

Gray, teoria dell’attivazione comportamentale. Esistono delle disposizioni individuali che ci rendono più timorosi o più audaci. Ci sono persone più sensibili alle punizioni, che hanno paura di sbagliare e nel dubbio non rischiano, tendono ad evitare soprattutto compiti nuovi. In loro prevale il sistema di inibizione o BIS, Behavioural Inhibition System. Vi sono coloro sensibili al rinforzo, cercano la stimolazione e sono attratti dall’attesa di una ricompensa, che può essere anche un’emozione positiva. Il sistema prevalente è di attivazione, definito BAS, Behavioural Activation System.

BIS o BAS si nasce. L’ambiente può modulare queste opposte tendenze a evitare punizioni o cercare rinforzi. Ciò può avvenire attraverso la focalizzazione da parte degli agenti educativi prima e delle stesse persone poi, una volta adulte, su modalità prudenti (prevention) o audaci (promotion), distinzione proposta da Higgins. Tali modalità esercitate nel tempo diventano stili, cioè abitudini piuttosto stabili di interpretare e affrontare o evitare le situazioni. Chi si riconosce maggiormente nello stile prevention tende ad affrontare le situazioni solo se si sente sicuro di farcela, tendenza inibitoria. Chi si riconosce nello stile di promotion si cimenta e crede che “tanto vale tentare”, tendenza volta verso l’attivazione comportamentale.

Tali atteggiamenti ad affrontare o evitare possono discendere anche da altre dimensioni e disposizioni e con esse interfacciarsi. Una persona potrebbe risultare inibita ma affronta il compito perché vi attribuisce valore oppure è mossa dalla convinzione che può migliorare. Analogamente, una persona potrebbe essere spinta a ricercare un rinforzo, attendersi emozioni positive, ma non agire e non motivarsi, perché magari non valuta la situazione congruente con i personali obiettivi di vita o teme il giudizio altrui.

Percezione di competenza

Bisogno innato che porta a voler padroneggiare l’ambiente e quindi ad esperire competenza. Tale bisogno viene però modulato dalle persone significative, che possono creare situazioni favorevoli al suo sviluppo oppure ostacolarlo. Se l’adulto si sostituisce, fa sentire incapace ecc., lo sviluppo della motivazione alla competenza verrà ostacolato. Tendenza a esprimere obiettivi di prestazione mirati a ottenere giudizi positivi da parte dell’ambiente e a evitare quelli negativi.

Quando i tentativi di padronanza vengono approvati si svilupperà la motivazione alla competenza, ci sarà un sistema di auto ricompensa, che renderà sempre meno importante l’approvazione esterna dell’adulto. Ciò che viene approvato o disapprovato non è il risultato o il comportamento ma il provarci, il mettersi in gioco. Di conseguenza, il tipo di motivazione che verrà sostenuta sarà rispettivamente la paura di non farcela oppure il senso di riuscita, che a loro volta porteranno a cimentarsi per volersi sentire competenti o a evitare di affrontare i compiti nel timore di non essere capaci.

L’origine delle differenze individuali nella motivazione va ricercata negli atteggiamenti e nei feedback ricevuti dall’ambiente per i propri tentativi di padroneggiare i compiti. Il percorso che porta a più o meno desiderare di esprimere competenza si snoda attraverso una serie di tappe intermedie che prevedono:

  • L’approvazione o disapprovazione dei tentativi di padronanza
  • L’interiorizzazione di un sistema di autoricompensa o di dipendenza
  • Un effetto sulla percezione di controllo
  • Aumento o diminuzione della motivazione alla competenza

Nel tempo, il percorso, in situazioni già vissute o con persone o compiti noti, si abbrevia e prevede, nel caso migliore, un senso di sfida, piacere e percezione interna di controllo, che alimentano la motivazione, oppure, nel caso meno favorevole allo sviluppo di un adeguato livello di motivazione alla competenza, aspettative di fallimento, ansia e percezione esterna di controllo. Questo percorso più breve è quello che poi tenderà a perdurare negli anni.

La teoria proposta da Harter (1978) introduce il concetto di sfida ottimale (challenge, stimolante, senso di all’erta). La sfida, per la teoria della motivazione, ha il significato di “sentimento di padroneggiare la situazione”, di saperla affrontare e saperne trarre beneficio. La sfida dovrebbe costituire una competizione fra sé e il compito, che dovrebbe essere controllato dalla persona e non costituire una minaccia o fonte di paura o ansia, il livello di difficoltà percepita deve essere “ottimale”, così come quello delle abilità esistenti. Ciò che si sfida, infatti, sono le proprie capacità e competenze. Il livello di difficoltà della situazione o del compito, per essere ottimale, dovrebbe situarsi un po’ al di sopra del livello di difficoltà affrontato fino a quel momento. Per migliorare ci si deve confrontare con qualcosa di più complesso rispetto a quanto si era già fatto in precedenza. L’aspettarsi un compito difficile favorisce la prestazione più dell’aspettarsi un compito facile e questo effetto è maggiore per chi possiede adeguate percezioni di abilità.

L'esperienza di flusso

Tale “sfida ottimale” viene raggiunta nei casi in cui si viva un’esperienza di flusso, forma di motivazione che “fluisce” senza sforzo e che compare con naturalezza, studiata da Csikszentmihalyi. È quel tipo di esperienza che si prova quando si è talmente assorbiti in un compito da dimenticare il passare del tempo e anche se stessi e i propri bisogni. Si vive un fluire senza intoppi degli eventi. Non vi è interesse per gli obiettivi, ma profonda concentrazione nello svolgimento del compito. La motivazione di flusso genera quasi una fusione fra l’attività e il Sé. Si manifesta con maggior frequenza quando la persona affronta attività che considera di medio-alta difficoltà, in ambiti in cui percepisce medio-alte abilità, che l’attività svolta sia ritenuta importante e di valore per sé e venga sentita come propria. È importante che non venga valutata o giudicata per i risultati a cui conduce o per le inferenze circa le abilità di chi la intraprende, ma venga affrontata per il piacere che si prova nello svolgerla. L’attività deve essere scelta, o comunque non deve essere la risultante di costrizioni.

La Self-Determination Theory (SDT)

Vi sono ampie differenze individuali anche nel sentire i compiti svolti come propri, non obbligati. C’è un bisogno di scegliere, soddisfatto il quale le persone si sentono più motivate. È stato dimostrato attraverso una serie di esperimenti che suggeriscono come l’essere indirizzati nel tipo di attività da svolgere e il percepire, di conseguenza, un senso di controllo esterno, riduce la motivazione intrinseca, intesa come autodeterminazione ovvero come libera scelta, svincolata da bisogni o forze esterne. L’ambiente sociale può promuovere l’autodeterminazione quando consente di soddisfare tre bisogni psicologici fondamentali:

  • Competenza, percezione di sentirsi capaci ed efficaci, sperimentando un senso di controllo personale.
  • Autonomia, si concretizza nella possibilità di scegliere cosa fare e come.
  • Relazione, si riferisce alla necessità di mantenere buoni legami sociali e all’accettazione del proprio agire da parte degli altri.

Presi assieme, questi bisogni vengono soddisfatti quando una persona può scegliere cosa fare, sente di farlo, lo fa con competenza e viene sostenuta per quanto fa. Non sempre questi tre bisogni fondamentali, presenti fin dalla nascita, incontrano piena espressione. Molto dipende dall’ambiente sociale, che può facilitarne o inibirne la manifestazione. L’adulto, per sostenere l’autodeterminazione del bambino, dovrebbe prima farlo sentire competente attraverso feedback e comunicazioni che favoriscono il sentimento di riuscita e poi, solo successivamente, renderlo autonomo nelle scelte, per favorire un locus of control interno.

Risulta fonte di insicurezza stimolare la scelta fra alternative o in ambiti dove ancora non si è sviluppato un adeguato livello di competenza e di padronanza. Vi sono vari elementi che possono mettere in crisi o ridurre la percezione di autodeterminazione, come suggerire paure legate allo svolgimento del compito o alla percezione delle proprie capacità di farvi fronte. Effetti marcati a danno dell’autodeterminazione si hanno allorché vengano alimentate paure legate al Sé. Dare scadenze, che fa accrescere l’ansia e porta le persone a focalizzarsi eccessivamente sui risultati e sulle prestazioni, anziché sui vissuti di competenza nello svolgere il compito. Anche il valutare e giudicare, il confrontare con altri o il fare pressione. Fornire troppe direttive su come fare, quando, attraverso quali procedure, l’imporre il raggiungimento di obiettivi, il trasmettere l’idea che l’attività in sé non sia piacevole o importante, ma che venga svolta strumentalmente ad altro.

Le persone possono già adottare queste modalità oppure svilupparle attraverso programmi mirati i cui benefici sono stati dimostrati anche nel lungo termine sia per chi ne è beneficiario sia per coloro che manifestano supporto all’autonomia, anziché modalità controllanti. Mediante il supporto all’autonomia, si perviene a forme di motivazione intrinseca, Ryan e Deci (2000) hanno proposto un modello che prevede un continuum da forme di assenza di motivazione fino al massimo della motivazione intrinseca, data dal comportamento autodeterminato.

  1. Al primo livello c’è l’assenza di motivazione, in cui la persona non agisce in quanto non risulta né spinta né attratta da quell’attività.
  2. Regolazione esterna, presenza di rinforzi o minacce di punizione. La persona non sceglierebbe mai di fare quella determinata cosa, se questa non fosse strumentale a ottenere qualcos’altro, si sentirebbe spinta a fare perché mossa da altri e da contingenze, ma non trova un senso in ciò che fa né prova soddisfazione personale.
  3. Regolazione introiettata, la persona si sente motivata da premi o punizioni, che essa stessa si concede. Vi è autocontrollo, ma l’attività non è vissuta come parte di sé.
  4. Regolazione per identificazione, viene data importanza all’attività.
Anteprima
Vedrai una selezione di 7 pagine su 27
Riassunto esame Psicologia della personalità, prof. Moe', libro consigliato Psicologia della personalità e delle differenze individuali, De Beni, Carretti, Moè, Pazzaglia Pag. 1 Riassunto esame Psicologia della personalità, prof. Moe', libro consigliato Psicologia della personalità e delle differenze individuali, De Beni, Carretti, Moè, Pazzaglia Pag. 2
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della personalità, prof. Moe', libro consigliato Psicologia della personalità e delle differenze individuali, De Beni, Carretti, Moè, Pazzaglia Pag. 6
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della personalità, prof. Moe', libro consigliato Psicologia della personalità e delle differenze individuali, De Beni, Carretti, Moè, Pazzaglia Pag. 11
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della personalità, prof. Moe', libro consigliato Psicologia della personalità e delle differenze individuali, De Beni, Carretti, Moè, Pazzaglia Pag. 16
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della personalità, prof. Moe', libro consigliato Psicologia della personalità e delle differenze individuali, De Beni, Carretti, Moè, Pazzaglia Pag. 21
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della personalità, prof. Moe', libro consigliato Psicologia della personalità e delle differenze individuali, De Beni, Carretti, Moè, Pazzaglia Pag. 26
1 su 27
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GloriaG di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di psicologia della personalità e delle differenze individuali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Moè Angelica.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community