Introduzione alla psicologia
Intelligenza
Il concetto d’intelligenza è stato uno dei più controversi nella storia della psicologia, e continua ad essere così al giorno d’oggi. Può essere difficile persino definire l’intelligenza, perché la definizione riflette la teoria di cosa significhi essere intelligenti e le teorie dell’intelligenza si differenziano ampiamente.
Valutazione delle capacità intellettive
Poiché i test e gli altri strumenti di valutazione giocano ruoli pratici e scientifici importanti, è essenziale che misurino accuratamente ciò che sono deputati a misurare. Devono essere attendibili e validi. Devono essere standardizzati, il che significa che le condizioni di somministrazione del test devono essere identiche per tutti i soggetti.
Attendibilità
Se un test o metodo di valutazione ha una buona attendibilità, fornisce risultati riproducibili e coerenti. Se un test producesse risultati differenti qualora fosse somministrato in diverse occasioni o fosse siglato da persone differenti, allora non sarebbe attendibile. L’attendibilità è comunemente valutata correlando due gruppi di punteggi. Lo stesso test potrebbe essere somministrato allo stesso gruppo di persone in due occasioni. In caso affermativo, si dice che c’è attendibilità al test-retest ovvero stabilità temporale. Per avere la certezza che due forme dello stesso test diano punteggi equivalenti, si somministrano entrambe alla stessa popolazione e si valuta la correlazione. Se è alta, si dice che il test presenta un’attendibilità di forme parallele, in quanto le due forme del test sono altamente correlate. Un’altra misura comune di attendibilità è la coerenza interna, il grado in cui le domande o gli item diversi di un test misurano tutti la stessa cosa. Ciò può essere verificato correlando i punteggi ottenuti da un gruppo di individui in ciascun item con i loro punteggi totali. Ogni item che non correla con il punteggio totale è inattendibile. La maggior parte dei test e degli strumenti di valutazione riceve un punteggio oggettivo. Per valutare l’attendibilità di tali giudizi soggettivi, bisogna correlare due o più gruppi di valutazioni espresse da giudici indipendenti. Se la correlazione fra i valutatori o i giudici è alta, allora si dice che il metodo gode dell’accordo tra valutatori o attendibilità fra i giudici. Un test di abilità ben costruito e valutato oggettivamente dovrebbe avere un coefficiente di attendibilità maggiore o uguale a 0,90. Per i giudizi soggettivi, coefficienti di attendibilità di 0,70 possono talvolta essere considerati soddisfacenti a scopo di ricerca, ma bisogna essere molto cauti prima di trarre inferenze su individui singoli. Se le valutazioni di due osservatori correlano solo dello 0,50, il ricercatore può aggiungere un terzo osservatore comparabile e quindi portare l’attendibilità delle valutazioni cumulative a 0,75.
Validità
L’attendibilità valuta il grado in cui un test misura qualcosa, ma un’alta attendibilità non garantisce che il test abbia una buona validità, cioè misuri effettivamente ciò che intende misurare. La validità di un test può essere valutata correlando il punteggio con qualche criterio esterno. Questa correlazione dà luogo ad un coefficiente di validità e questo tipo di validità è detto validità rispetto a un criterio o validità empirica. Non esiste un criterio unico che i ricercatori siano disposti ad accettare come la risposta “vera”, definitiva. Questo problema è noto come problema del criterio nella valutazione: non esiste alcuna misura di “verità” nei cui confronti validare un test. Di conseguenza, il ricercatore cerca piuttosto di determinare la sua validità di costrutto: mostrare, cioè, che i punteggi del test correlano con gli esiti che teoricamente dovrebbe predire.
Primi test di intelligenza
La prima persona che cercò di sviluppare test di abilità intellettive fu Galton, un secolo fa. Sviluppò un particolare interesse per le differenze individuali partendo dalla teoria evolutiva di suo cugino Darwin. Riteneva che certe famiglie siano biologicamente superiori, più forti o più intelligenti, di altre. L’intelligenza è una questione di capacità sensoriali e percettive eccezionali, che si trasmettono da una generazione all’altra. Dal momento che tutte le informazioni sono acquisite attraverso i sensi, quanto più sensibile e preciso è l’apparato percettivo di un individuo, tanto più egli sarà intelligente, convinzione di Galton sull’ereditarietà dell’intelligenza. I primi test ad avvicinarsi agli attuali test intellettivi furono costruiti dallo psicologo francese Alfred Binet, alla fine del XIX secolo. Nel 1881 il governo francese varò una legge che rendeva obbligatoria per tutti i bambini la frequenza scolastica. Chiede a Binet di costruire un test in grado di evidenziare quei bambini intellettualmente troppo lenti per trarre beneficio da un regolare iter scolastico. Binet supponeva che l’intelligenza dovesse essere misurata con compiti che richiedono capacità di ragionamento e di soluzione dei problemi, piuttosto che abilità percettivo-motorie. Pensava che un bambino lento o ottuso fosse simile a un bambino normale con crescita mentale ritardata. Costruì una scala con item di crescente difficoltà, che misurava il tipo di cambiamenti intellettivi di solito associati alla crescita. Quanto più in alto un bambino riusciva a collocarsi sulla scala, rispondendo correttamente agli item, tanto più elevata era la sua età mentale (EM). Il concetto di età mentale era fondamentale nel metodo di Binet; usando questo metodo, si sarebbe potuto confrontare la EM di un bambino con la sua età cronologica (EC), determinata dalla data di nascita.
Scala di intelligenza Stanford-Binet
Gli item dei test sviluppati originariamente da Binet furono adattati agli scolari americani. Nel 1916 pubblicò la revisione Stanford dei test Binet, ora chiamata scale di intelligenza Stanford-Binet. Nonostante l’età, la scala Stanford-Binet è ancora uno dei test psicologici più frequentemente utilizzati. Ogni item del test fu situato al livello d’età in cui una considerevole maggioranza di bambini riusciva a superarlo. Si poteva ottenere l’età mentale di un bambino sommando il numero degli item superati ad ogni livello di età. Inoltre, Terman adottò un utile indice di intelligenza. Questo indice è il quoziente intellettivo (QI), che esprime l’intelligenza come il rapporto fra l’età mentale e l’età cronologica: QI = EM/EC x 100. Il numero 100 è usato come moltiplicatore affinché il QI sia uguale a 100 quando EM è uguale a EC. Se EM è inferiore, allora il QI sarà minore di 100 e viceversa. La più recente revisione della scala Stanford-Binet usa punteggi standardizzati in base all’età invece dei punteggi QI. Questi punteggi possono essere interpretati in termini di percentili, che mostrano la percentuale di soggetti nel gruppo di standardizzazione che cade sopra o sotto un dato punteggio. E sebbene il concetto di QI sia tuttora usato nella valutazione dell’intelligenza, in realtà non è più calcolato usando l’equazione sopra citata. Si usano delle tabelle per trasformare i punteggi grezzi del test in punteggi standard, che sono adattati in modo che la media per ogni età equivalga a 100. In linea con la concezione attuale dell’intelligenza come un insieme di capacità diverse, la revisione della Stanford-Binet raggruppa i test in quattro grandi aree di capacità intellettive: ragionamento verbale, ragionamento astratto/visivo, ragionamento aritmetico e memoria a breve termine.
Scale Wechsler di intelligenza
Wechsler sviluppò un nuovo test perché riteneva che la Stanford-Binet dipendesse in modo troppo consistente dalle abilità linguistiche e non fosse adatta per gli adulti. La Scala Wechsler di intelligenza per adulti (WAIS) è suddivisa in due parti, una scala verbale e una di performance, che producono punteggi separati come pure un punteggio QI totale. Wechsler in seguito sviluppò un test simile per i bambini. Gli item della scala di performance richiedono la manipolazione o la sistemazione di cubi, disegni o altro materiale. Forniscono anche punteggi per ognuno dei sottotest, in modo che l’esaminatore abbia un quadro più chiaro dei punti di forza e debolezza intellettivi dell’individuo. Entrambi i test predicono in modo piuttosto valido il successo scolastico.
Approccio fattoriale
Alcuni psicologi intendono l’intelligenza come una capacità generale di comprensione e ragionamento che si manifesta in molti modi. Questa era l’ipotesi di Binet. Nonostante le diverse sottoscale che compongono la WAIS, anche Wechsler riteneva che “l’intelligenza è la capacità complessiva o globale di un individuo di agire in modo finalizzato, pensare razionalmente e rapportarsi con il suo ambiente in modo efficace”. Altri psicologi si sono chiesti se esista qualcosa come “l’intelligenza generale”. Ritengono che i test di intelligenza valutino un certo numero di abilità mentali relativamente indipendenti l’una dall’altra. Un metodo per ottenere informazioni più precise sul genere di abilità che determinano il profitto nei test di intelligenza è l’analisi fattoriale, tecnica statistica che esamina le intercorrelazioni tra diversi test e, raggruppando quelli che sono più altamente correlati, li riduce a un numero più piccolo di dimensioni indipendenti, dette fattori. L’idea di base è che due test altamente correlati tra di loro probabilmente misurano la stessa abilità sottostante. L’obiettivo è determinare il numero minimo di fattori, o abilità, necessari a spiegare l’insieme di correlazioni riscontrate in un raggruppamento di test diversi. Fu in realtà l’ideatore dell’analisi fattoriale, Spearman, a suggerire per primo che tutti gli individui possiedono un fattore generale di intelligenza (chiamato g) in misura variabile. Una persona potrebbe essere descritta come genericamente brillante o ottusa, a seconda del quantitativo di g che possiede. Inoltre, speciali fattori, ciascuno chiamato s, sono specifici di abilità o test particolari. Un ricercatore successivo, Thurstone avanzò delle obiezioni sull’intelligenza generale, suggerendo che l’intelligenza possa essere frazionata in un gran numero di abilità primarie, grazie all’analisi fattoriale. Identificò sette fattori che utilizzò nella costruzione del suo test delle abilità mentali primarie. La speranza di scoprire gli elementi fondamentali dell’intelligenza attraverso l’analisi fattoriale non si realizzò pienamente per molteplici ragioni. Le sue abilità primarie non sono completamente indipendenti. Il numero delle abilità fondamentali identificato dall’analisi fattoriale dipende dalla natura degli item del test.
Teorie contemporanee dell’intelligenza
Teorie delle intelligenze multiple di Gardner
Gardner ha sviluppato la sua teoria delle intelligenze multiple come una sfida diretta a ciò che l’autore definisce la visione “classica” dell’intelligenza, definita come capacità di ragionamento logico. Gardner è stato colpito dalla varietà dei ruoli adulti nelle differenti culture. Le sue osservazioni lo hanno portato a concludere che non esiste solo una capacità mentale sottostante o g, bensì una varietà di intelligenze che lavorano in combinazione. Gardner definisce l’intelligenza come “l’abilità di risolvere problemi o confezionare prodotti che sono la conseguenza di un particolare contesto culturale o comunità”. Sono le intelligenze multiple che permettono agli esseri umani di assumere i ruoli diversi. Gardner ha subito messo in chiaro che l’intelligenza non è una “cosa”, un qualche oggetto all’interno della testa, ma “un potenziale la cui presenza permette l’accesso individuale a forme di pensiero appropriate a specifici tipi di contenuto”.
In base alla teoria delle intelligenze multiple di Gardner, esistono sette tipi diversi di intelligenza, indipendenti l’uno dall’altro, ognuno operante nel cervello come un sistema separato, secondo regole proprie:
- Linguistica
- Musicale
- Logico-matematica
- Spaziale
- Somato-cinestesica
- Intrapersonale
Analizza ogni tipo di intelligenza da vari punti di vista. Sebbene tutte le persone normali possano applicare tutte le intelligenze fino a un certo punto, ciascun individuo è caratterizzato da una combinazione unica di intelligenze relativamente più forti e più deboli, il che aiuta a spiegare le differenze individuali.
Teoria dell’intelligenza e dello sviluppo cognitivo di Anderson
Psicologi come Anderson evidenziano che le intelligenze multiple di Gardner sono mal definite: si tratta “talvolta di un comportamento, talvolta di un processo cognitivo e talvolta di una struttura nel cervello”. Anderson perciò ha tentato di sviluppare una teoria basata sull’idea di intelligenza generale proposta da Thurstone e altri. La teoria di intelligenza di Anderson afferma che le differenze individuali nell’intelligenza e i cambiamenti evolutivi nella competenza intellettiva sono spiegati da diversi meccanismi. Le differenze nell’intelligenza sono conseguenti a differenze nel “meccanismo di elaborazione di base” che implementa il pensiero, il quale a sua volta produce conoscenze. Gli individui variano nella velocità in cui si verifica l’elaborazione di base. Ciò equivale a dire che un meccanismo di elaborazione a bassa velocità produce una scarsa intelligenza generale. Nota tuttavia che alcuni meccanismi cognitivi non mostrano differenze individuali. I meccanismi che forniscono queste capacità universali sono “moduli”. Ciascun modulo funziona in modo indipendente, eseguendo computazioni complesse. Sono virtualmente automatici ed è la maturazione di nuovi moduli che spiega l’aumento delle capacità cognitive, nel corso dello sviluppo. Oltre ai moduli, secondo Anderson l’intelligenza include due “capacità specifiche”. Una ha a che fare con il pensiero proposizionale e l’altra col funzionamento visivo e spaziale. I compiti che richiedono queste abilità sono svolti da “specifici processori”.
La teoria di intelligenza di Anderson suggerisce l’esistenza di due “vie” diverse per arrivare alla conoscenza. La prima implica l’utilizzazione del meccanismo di elaborazione di base, attraverso gli elaboratori specifici, per acquisire conoscenza. La seconda implica l’uso dei moduli per acquisire conoscenza. La conoscenza basata sui moduli è automatica se il modulo è sufficientemente maturo. Ciò spiega lo sviluppo dell’intelligenza.
Teoria triarchica di Sternberg
Diversamente dalla teoria di Anderson, la teoria triarchica di Sternberg tiene conto dell’esperienza e del contesto, oltre che dei meccanismi di base di elaborazione delle informazioni. La teoria di Sternberg consta di tre parti o sottoteorie:
- La sottoteoria delle componenti, relativa ai processi di pensiero;
- La sottoteoria dell’esperienza, che si occupa degli effetti dell’esperienza sull’intelligenza;
- La sottoteoria contestuale, che considera gli effetti dell’ambiente individuale e della cultura.
La più sviluppata è quella delle componenti. Ha identificato 3 tipi di componenti:
- Metacomponenti, utilizzate per pianificare, controllare, monitorare e valutare l’elaborazione durante la soluzione dei problemi (abilità analitiche).
- Componenti di performance, che implicano le strategie di soluzione dei problemi (abilità creative).
- Componenti di acquisizione della conoscenza, che codificano, combinano e confrontano l’informazione, durante il processo di soluzione dei problemi (abilità pratiche).
Le diverse componenti sono interdipendenti. Secondo Sternberg, le differenze nell’esperienza influenzano la capacità di risolvere un dato problema. Una persona che non abbia precedentemente incontrato un particolare concetto avrà più difficoltà ad applicare quel concetto rispetto a chi ha esperienza a riguardo. L’esposizione di una persona a particolari concetti dipende in gran parte dall’ambiente. E qui è dove subentra la sottoteoria contestuale. Questa sottoteoria si occupa dell’attività cognitiva necessaria a collocarsi in particolari contesti ambientali. Si focalizza su tre processi mentali: adattamento, selezione e modellamento degli ambienti del mondo reale. L’individuo dapprima cerca i modi per adattarsi o collocarsi nell’ambiente. Se l’adattamento non è possibile cerca di selezionare un ambiente diverso o modellare quello preesistente, per collocarcisi meglio.
Teoria bioecologica di Ceci
Alcuni critici affermarono che la teoria di Sternberg ha così tante parti da non essere coerente. La teoria bioecologica di Ceci propone l’esistenza di “potenziali cognitivi multipli”, piuttosto che una singola intelligenza generale di base o g. Queste abilità o intelligenze multiple hanno una base biologica e pongono dei limiti ai processi mentali. La loro emergenza, tuttavia, è modellata dalle sfide e le opportunità nell’ambiente individuale o contesto. Il contesto è essenziale alla dimostrazione delle abilità cognitive. Per “contesto” Ceci intende domini di conoscenza così come fattori tipo la personalità, la motivazione e l’istruzione. I contesti possono essere mentali, sociali o fisici. Ceci inoltre rifiuta la visione tradizionale secondo cui l’intelligenza sia determinata esclusivamente da un unico fattore generale.
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