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La motivazione

Cos'è la motivazione? Definizione

La motivazione è un insieme strutturato di esperienze soggettive che spiega l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto a uno scopo. È quindi un fatto soggettivo che ha luogo all’interno della persona e che può tradursi in comportamenti, atteggiamenti, intenzioni, credenze e obiettivi. In psicologia della motivazione, uno stesso comportamento può essere dettato da diversi motivi e una stessa motivazione può dare luogo a differenziati tipi di comportamenti.

Secondo la teoria dell’autodeterminazione di Ryan e Deci vi è un continuum nel processo motivazionale da “assenza di motivazione” (pur in presenza di un comportamento) fino a un pieno livello di “motivazione intrinseca”. Al primo polo vi è una spinta del tipo “devo”, al secondo una motivazione etichettabile con “voglio”.

Come vi sono comportamenti non motivati, ma passivi, vi sono motivazioni che rimangono tali e non si traducono in comportamenti. È questo il caso dei desideri repressi o inconsci o delle aspirazioni e intenzioni, che poi non si traducono in realtà.

Secondo Rheinberg vi sono due tipi di approcci:

  • Il primo favorisce il concetto di spinta: le persone sono “oggetto” delle proprie motivazioni e “portate” ad agire per soddisfare bisogni o pulsazioni che premono.
  • Il secondo vede la motivazione come un’attrazione: le persone sono “soggetti” che scelgono in base a degli obiettivi, stati futuri o valori che spesso costituiscono parte del nucleo di sé.

Avere il controllo sulle proprie motivazioni significa poterle utilizzare come strumenti che aiutano e sostengono altre facoltà. Significa inoltre che la motivazione non solo può essere conosciuta e misurata, ma anche migliorata e modificata attraverso opportuni training o stimolazioni da parte dell’ambiente. Assumendo una visione piuttosto ampia è forse possibile asserire che vi sono componenti motivazionali poco controllabili, per esempio gli istinti, contrapposti ad altri più ampiamente controllabili, per esempio gli obiettivi.

Frijda dice “il libero arbitrio esiste. Le persone sono libere di scegliere se farne uso”. In ogni caso la motivazione si esplicita all’interno delle persone e può tradursi in comportamenti, pensieri e atteggiamenti manifesti o rilevabili. Durante questo processo ci possono essere, come in ogni passaggio, delle perdite o delle deviazioni, per cui da un insieme di motivazioni possono scaturire comportamenti diversificati.

Esistono processi differenti che concorrono nel creare o impedire l’emergere di una motivazione. Nel migliore dei casi queste motivazioni sono sinergiche e sostengono lo sforzo necessario per svolgere un’attività. In altri casi vi sono motivazioni che spingono e altre che frenano. Vi è in tal caso un conflitto fra motivazioni contrapposte che portano rispettivamente all’avvicinamento (approach) o all’evitamento (avoidance), ovvero ad affrontare o ad evitare. In questo processo che porta dalla motivazione al comportamento si dispiegano diversi elementi, uno dei quali è dato dalle emozioni.

La continuità e stabilità del processo motivazionale è un tema dibattuto dalle diverse teorie. Le motivazioni la cui base è genetica tendono a essere stabili, mentre lo sono meno quelle a base cognitiva. Questo “meno” è però relativo e dipende da quanto le persone scelgono di voler agire sui propri sistemi motivazionali e sono motivate a cambiare. Per un principio di coerenza, che si contrappone a un altro di “self-enhancement” (miglioramento), le persone tendono a voler mantenere una visione coerente di sé e a non modificare le proprie caratteristiche personali, inclusi gli aspetti di sé che pur non apprezzano.

Vi è da considerare inoltre che molte motivazioni confluiscono in un sistema di credenze (beliefs) che direziona non solo il comportamento, ma anche il modo in cui la realtà è percepita e interpretata. È noto infatti che le credenze motivazionali sono modificabili, ma anche che, in assenza d’interventi, tendono alla stabilità e alla conferma.

Classificazioni

Consultando la letteratura sul tema della definizione e classificazione della motivazione si scopre che il più recente lavoro è del 2000 e limitato al tema dell’apprendimento. Murphy e Alexander presentano 4 gruppi di teorie:

  • Obiettivi
  • Interesse
  • Rappresentazioni di sé
  • Dicotomia intrinseco/estrinseco

La mancanza di rassegne testimonia che il costrutto “motivazione” è davvero multisfaccettato e che è più corretto parlare di motivazioni o di specifiche teorie. Una fondamentale e nota distinzione si basa sull’origine, contrapponendo:

  • Motivazione intrinseca: nasce all’interno della persona e riguarda tanto disposizioni del profondo quanto aspetti più consapevoli e verbalizzabili quali gli obiettivi, i valori, l’interesse.
  • Motivazione estrinseca: ha origine dall’ambiente che “preme” affinché la persona agisca in una certa direzione e si concretizza soprattutto in premi, evitamento di punizioni, incentivi, lodi, approvazione da parte di altri.

La difficoltà che si può incontrare nello stabilire che un comportamento è motivato intrinsecamente o estrinsecamente se ne associano almeno altre tre:

  • La prima riguarda la necessità di operare ulteriori classificazioni soprattutto all’interno della motivazione intrinseca. Vi sono alcune del profondo e altre più consapevoli, orientate a se o verso gli altri, stabili o variabili.
  • La seconda si riferisce all’eventualità che le motivazioni estrinseche siano davvero tali. Vi è in un premio un “incentivo”, cioè qualcosa che ci attrae che è sì esterno a noi, ma il fatto che risponda a dei nostri bisogni è assolutamente una disposizione intrinseca.
  • Infine, la terza riguarda ciò che accade quando siano presenti più motivazioni di diversa origine. Questo è ciò che accade quando si fa un lavoro che ci fa sentire realizzati e che ci consente anche di guadagnare bene.

Secondo Vansteenkiste gli effetti variano non solo a seconda del tipo di motivazione che viene fornita, ma anche di quella preesistente. In questo caso il problema che si pone riguarda la compresenza di motivazioni di diverso tipo le quali possono agire in sinergia (match perspective) o entrare in conflitto.

Ciò che si osserva, a parziale smentita della “match perspective” è che sostenere la motivazione intrinseca è comunque più efficace rispetto al fare leva su quella estrinseca, anche nel caso in cui la motivazione preesistente sia essenzialmente di tipo estrinseco.

Una seconda possibile classificazione delle motivazioni riguarda lo scopo. Ciò per cui si è motivati è l’obiettivo che quella attività consente di conseguire. Vi sono quindi motivazioni per le quali lo scopo è nell’attività (svolta per il piacere che se ne trae) e altre per le quali è nell’obiettivo, che è altro dall’attività, percepita come mezzo per ottenere ciò verso cui si è davvero motivati.

La centratura sullo scopo consente di introdurre il concetto di strumentalità. Questa è un’aspettativa che esprime quanto un evento X consente di soddisfare un altro elemento Y. È evidente che anche se il comportamento manifesto e l’apparente motivazione principale è lo studio o l’allenamento sportivo, la motivazione, ovvero ciò che ci incentiva, è l’obiettivo ovvero lo scopo che l’attività di studio o sportiva ci consente di conseguire.

Ogni essere vivente ha delle spinte a compiere determinate azioni e ha delle ritrosie o paure che lo conducono a evitare. Gli esseri umani sono accomunati dalle stesse motivazioni primarie (alimentarsi, bere, accoppiarsi) che possono essere osservate e studiate anche in generale nel mondo animale. L’uomo però ha in più anche delle motivazioni secondarie (realizzarsi personalmente e professionalmente, sviluppare le proprie potenzialità) le quali non sono meno importanti e non si sovrappongono necessariamente alle altre. Entrambe convivono e si intrecciano e il grado di soddisfacimento delle une va a incidere con quello delle altre.

E infine vi è l’accessibilità. Vi è una componente motivazionale assolutamente esplicita e accessibile, definita anche “immagine di sé motivazionale” contrapposta a un’altra che riguarda i motivi impliciti decisamente meno accessibili.

  • Il primo livello, implicito, è inconscio, non controllabile e sottoposto a principi di coerenza cognitiva.
  • Il secondo, esplicito, è controllabile e accessibile alla coscienza, strutturato all’interno di un sistema di credenze e pensieri resistente alla dissonanza cognitiva.

Motivi e motivazioni

In psicologia della motivazione i termini “motivazione” e “motivo” significano cose diverse. La motivazione ha un’etimologia molto semplice. Deriva dal latino motus, ossia movimento. Designa un processo, di solito osservabile attraverso dei comportamenti, delle scelte o il modo di reagire a degli eventi, che passa attraverso un incrocio fra motivi o disposizioni, caratteristiche motivazionali della singola persona e situazioni che consentono di soddisfare i motivi. La motivazione non è quindi qualcosa che sta nella persona o nelle situazioni. Non esistono persone motivate o situazioni motivanti tout court.

I motivi possono essere definiti come delle disposizioni sottostanti, costantemente presenti nelle persone e che si traducono in motivazioni. I motivi non sono sufficienti, ma necessari, affinché si abbia la motivazione. Hanno caratteristiche tendenzialmente stabili e una base affettiva. Fra i motivi più studiati vi sono 3 bisogni di base, individuati da Murray:

  • Riuscita: si riferisce al bisogno di cimentarsi con dei compiti per confermare le proprie abilità. Non incorre in fallimenti che testimoniano incapacità.
  • Potere: riguarda il bisogno di controllare e dominare gli altri. Evita il sentirsi impotente verso gli altri, incapace di dominare o convincere.
  • Affiliazione: si riferisce al comportamento affiliativo ovvero al bisogno di stabilire relazioni caratterizzate da intimità e vicinanza. Evita il sentirsi escluso, non accolto nelle relazioni con gli altri.

Ogni motivo presenta una componente genetica e modi di esplicarsi che dipendono sia dall’ambiente che dal modo in cui la situazione è interpretata e vissuta dalla persona secondo la seguente formula:

Avv = M x P x I

  • M: motivo
  • P: probabilità di soddisfare il motivo agendo nella specifica situazione
  • I: incentivo ovvero l’emozione anticipata.

M è quindi la componente disposizionale che contraddistingue le persone fin dalla nascita ed è geneticamente trasmissibile. P è la componente cognitiva che risulta essere influenzata dai ricordi, dalle convinzioni e dai valori che la persona consapevolmente abbraccia. I è la componente emotiva anticipata che riflette il modo in cui sono state vissute precedenti esperienze simili.

Avv è un’abbreviazione che sta per Avvicinamento. Ogni motivo è infatti caratterizzato da due componenti:

  • La prima è quella di avvicinamento, la quale porta a voler affrontare una situazione e quindi a un comportamento.
  • La seconda è una componente di allontanamento o evitamento che spinge al ritiro e a non affrontare la situazione o il compito.

Per l’evitamento la formula diverrà: All = Me x Pe x Ie

  • Me: motive di evitamento
  • Pe: probabilità di non riuscire
  • Ie: emozione anticipata per il fallimento

La relazione moltiplicativa rende molto importanti gli aspetti di tipo cognitivo (valutazione della probabilità di farcela) e la componente emotiva anticipata. Le due dimensioni di evitamento e avvicinamento sono assolutamente indipendenti e coesistono. Ciò significa che ognuno di noi può trovarsi in situazioni di conflittualità interna per cui vorrebbe fare una cosa, ma anche vorrebbe evitarla. Si crea un altalenarsi di prospettive solo pensate finché, anche tenuto conto delle dimensioni sopradelineate, la persona propenderà per affrontare se Avv > All o evitare in caso contrario. La forza complessiva, ovvero la tensione interiore, nell’uno e nell’altro caso, risulterà essere la somma delle due componenti.

Valutare le componenti motivazionali

Come sottolineato in una esaustiva trattazione sul tema della misura della motivazione è possibile distinguere almeno 4 diversi tipi di deficit motivazionale, dal più lieve al più severo. Rheinberg:

  • Volitivo: attività porta a un risultato, ha delle conseguenze gratificanti, ma risulta faticosa.
  • Di efficacia: attività porta a un risultato, ha delle conseguenze gratificanti, ma i livelli di efficacia sono inadeguati.
  • Di stimolo: l’attività porta a un risultato, ma non ha delle conseguenze gratificanti per sé.
  • Motivazionale completo: l’attività non porta a un risultato.

È evidente che, a seconda del tipo di deficit, varieranno gli strumenti necessari per valutare le componenti motivazionali. Una volta compreso il tipo di motivazione da valutare, è utile stabilire quale livello di motivazione si intenda misurare. La componente che può essere espressa verbalmente risulta essere di relativamente facile misurazione, mentre quella meno accessibile, spesso ignota alle stesse persone che pur manifestano, è meno facilmente rilevabile e richiede l’uso di test impliciti o di valutazioni basate sulla preferenza per le attività.

Fra i più noti test impliciti vi sono:

  • Test di appercezione tematica TAT: è un test proiettivo, in cui la persona proietta le proprie dinamiche del profondo, in questo caso di tipo motivazionale.
  • L’Implicit Associaton Test IAT: si basa su una metodologia assolutamente differente che prevede il confronto fra tempi di reazione nel rispondere a coppie implicitamente molto attivate rispetto ad altre meno attivate. Queste coppie possono essere contrastate con altre, cui sono associati altrettanti tempi di reazione, relative all’area linguistica.

L’assunzione è che vi siano associazioni mentali non consapevoli o controllabili che possono essere rilevate dalla velocità di risposta. Saranno più veloci quelle che implicitamente sono più attivate nella nostra mente. La preferenza per l’attività è una valutazione a base osservativa. Se una persona si sente bene, realizzata e motivata nello svolgere certe attività o determinati compiti si presume che implicitamente abbia una disposizione verso questi. Se spesso prova esperienze di flusso, ovvero si sente completamente assorta nell’attività al punto da perdere la concezione del tempo che scorre allora probabilmente avrà una motivazione implicita per quell’attività.

Diversamente se nel fare certe cose non si diverte, temporeggia, probabilmente avrà una bassa motivazione implicita per quell’ambito. La preferenza per l’attività può essere valutata in modo assolutamente informale oppure attraverso l’uso di apposite griglie di osservazione da valutatori esterni.

La componente esplicita e verbalizzabile della motivazione è invece rilevabile tramite questionari. Presentano diversi vantaggi: consentono di valutare una serie molto ampia dei più vari costrutti teorici, sono facilmente somministrabili, richiedono tempi brevi. La desiderabilità sociale porta a rispondere in modo conformistico, secondo ciò che presumibilmente ci si aspetta, ciò che è socialmente più accettato. L’acquiescenza è la tendenza a essere d’accordo, a ritenere che tutto è importante. Le tendenze sistematiche riguardano un bias costante che conduce a dare costantemente risposte estreme o a utilizzare sempre il punto centrale della scala di risposta.

La scelta degli specifici strumenti da utilizzare dipende dagli obiettivi, dall’uso che si intende fare dei punteggi o comunque degli indici che si otterranno dall’approccio teorico abbracciato dallo studioso che dalle sue competenze o preferenze per l’una o l’altra tipologia. Per quanto concerne la relazione fra valutazioni ottenute con modalità implicite o esplicite si è scoperto che la relazione tra le due misure è debole e più spesso assente; ciò significa che si stanno valutando componenti differenti della motivazione: del profondo o consapevoli. La spinta motivazionale complessiva comprende tutte queste dimensioni.

Processi motivazionali e processi di volontà

Se una cosa ci attraeva e tuttora ci piace significa che siamo motivati verso quella cosa, anche se non riusciamo a portare a termine una serie di comportamenti finalizzati al raggiungimento dell’obiettivo cioè di atti di volontà. Alcuni teorici hanno infatti operato una distinzione fra:

  • Processi motivazionali: si riferiscono alla formazione di intenzioni, il focus è sulla scelta e sulla selezione fra comportamenti alternativi.
  • Processi di volontà: si riferiscono all’implementazione di intenzioni, il focus è sulla realizzazione delle intenzioni.

Heckhausen ha sviluppato un modello denominato Rubicone. Il modello presuppone l’esistenza di un momento in cui, dopo un più o meno lungo soppesare di intenzioni, si passa alla fase attuativa in cui, al primo comparire delle condizioni adatte, si agisce. Il tutto termina con un momento di valutazione che può aiutare nelle successive fasi di rimotivazione e di scelta.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/02 Psicobiologia e psicologia fisiologica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Arianna21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della motivazione e delle emozioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Moè Angelica.
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