1. PIACERSI E SENTIRSI CAPACI
1.1. (S)valutarsi
“Valutazione globale di sé” è la definizione più comunemente accettata di autostima, sin da quando Rosenberg (1965)
ha introdotto questo concetto. Una stima globale ma né esaustiva né sommaria.
• Self-liking, mi piaccio. Star bene con se stessi.
• Self-competence, ho talento. Ritenere di avere potenzialità da dispiegare nel futuro.
Riguardano solo alcuni aspetti del nostro “guardare noi stessi”
Entrambe contribuiscono a definire il concetto di autostima intesa come “orientamento positivo o negativo verso se
stessi”, come “credere di valere”, frutto di un insieme di pensieri ed emozioni riferite a sé come “oggetto” di
valutazione.
• Self-evalutations, valutazioni di sé
o Self efficacy, autoefficacia
o Self determination, autodeterminazione, scelta di chi si vuole diventare e delle ragioni che spingono
a ciò
o Self control, autocontrollo
o Self regulation, capacità di coordinare, modulare, modificare strategie funzionali ad obiettivi da sé
definiti e in cui si crede
o Self concept, insieme di definizioni di sé in vari ambiti, non valutative
Nessuna di queste azioni autoriferite corrisponde all’autostima, ma molte di loro vi sono legate perché la favoriscono
o ne sono una conseguenza.
1. Voi non siete i vostri self. Autoefficacia, autostima, autodeterminazione, autocontrollo sono importantissimi
e svolgono funzioni rilevanti per la crescita, il benessere, l’integrazione, ma non costituiscono la vostra
essenza.
2. Come vi avvicinate ai vostri self e cosa ve ne fate può far cambiare la vita, vostra e di chi vi sta attorno.
Un conto è giudicarsi: bene o male poco cambia, è comunque un “chiudere” e spesso un “bloccare” che
rende vischiosi i processi. Ben diverso è accogliersi e lasciarsi fluire, spingere, direzionare, motivare, che è
comunque espressione di apertura e di crescita.
Sulle due dimensioni “approvato-disapprovato” oppure “forte-debole” si gioca la distinzione fra self liking e self
competence.
• Il self liking risulta legato all’essersi sentiti e al sentirsi accettati, accolti e sostenuti, ha natura affettiva, porta
a ricercare l’approvazione e sguardi positivi da parte degli altri. Ha un’origine sociale. È socialmente
dipendente, fa la differenza il modo in cui gli altri reagiscono.
• La self competence si riferisce al percepirsi capaci nell’ottenere ciò che si desidera e nell’apprezzare che i
propri sforzi producano effetti. Si sviluppa manipolando l’ambiente con successo e ottenendo risultati che
fanno sì che le interazioni si traducano in realtà. Ha una natura cognitiva che fa riferimento in particolare alle
aspettative di successo, al senso di efficacia personale, di controllo sul proprio agire.
Entrambi si sviluppano in un ambiente sociale e fanno perno sia sulle relazioni sviluppate nei primi anni di vita e poi
internalizzate, sia su quelle attuali e sulle possibilità presenti e future di sentirsi accolti e percepire di riuscire o di
venire rifiutati e fallire.
Le due dimensioni “piacersi” e “sentirsi capaci” sono fra loro correlate. Ciò significa che più una persona si sente
accettata più apprezza i risultati del proprio impegnarsi negli ambiti ritenuti importanti nella propria vita e viceversa. È
quindi possibile risollevare una dimensione agendo sull’altra e probabilmente c’è a monte un fattore comune legato al
volersi apprezzare.
Tafarodi e Swann hanno mostrato che il piacersi è correlato con il sentirsi accettati e sostenuti, mentre il sentirsi
capaci è legato all’apprezzamento della propria riuscita in ambiti importanti per sé. Trattandosi di valutazioni su fatti
percepiti, è possibile focalizzarsi, ricordare, rimuginare rifiuti e insuccessi, fallimenti, disapprovazioni; oppure ricordare
i casi in cui abbiamo sperimentato accettazione, accoglienza, buoni risultati, sforzi coronati da successi, realizzazioni
importanti per noi.
Siamo noi la fonte della nostra autostima e sta a noi decidere come valutarci e cosa farcene dei nostri eventuali
giudizi.
1.2. Piacere a chi?
La dimensione del self liking è socialmente dipendente. Fa la differenza il modo in cui gli altri reagiscono, se ci
incoraggiano o no, se ci accettano o ci rifiutano.
Una delle principali fonti di autostima è il reflected appraisal, “valutazione riflessa”, le persone tendono a basare i
propri personali giudizi di autostima sulle opinioni e sulle percezioni che altri esprimono sulla loro persona o anche sul
gruppo. La parola reflected richiama uno specchio, quasi ci fosse la tendenza a guardarci come gli altri ci vedono, per
come appariamo o magari cerchiamo di mostrarci. Le cose cambiano se l’accettazione o il rifiuto che percepiamo
riguardano ciò che abbiamo fatto o la persona che siamo. Nel primo caso si può mantenere un “sistema di fiducia” che
porta a credere di poter comunque cambiare, migliorare e crescere. Nel secondo si può sviluppare un “sistema di
paura” che può portare a dubitare delle proprie caratteristiche e capacità, come pure a vivere nel costante timore di
“non essere all’altezza” o di “doversi mostrare bravi abbastanza”.
A fare la differenza è la convinzione sottostante, nutrita sia da chi si esprime sia dalla persona verso cui
l’apprezzamento o il rifiuto sono rivolti.
Dweck (1999) distingue fra una:
• Modalità entitaria, tipica di chi crede che le persone abbiano caratteristiche, capacità e competenze
predeterminate. Una persona che nutre tali convinzioni tenderà a giudicare, classificare, confermare attese
ed esprimersi con toni perentori.
• Modalità incrementale, che muove dalla convinzione che le capacità, le competenze e persino il carattere si
sviluppino nel tempo. Chi nutre tali convinzioni tenderà a scindere la persona dal suo comportamento,
pensando che è possibile cambiare, migliorare, atteggiarsi diversamente. E come può cambiare la realtà, così
anche la persona può ritrovarsi diversa.
Gli esiti derivanti dalle due convinzioni sono contrapposti. Fa la differenza se ci rivolgono uno sguardo ‘giudicante’,
tenderemo a pensare che ‘siamo proprio così’ e ‘saremo così per sempre’, o ‘aperto’, potremo credere di cambiare,
quando addirittura non saremo incoraggiati in tale direzione.
Analogamente cambia se noi stessi ci vediamo come creature da classificare e definire o come espressioni di continuo
mutamento.
‘piacere a chi?’. Agli altri che ci offrono materiale su cui riflettere, ma soprattutto a noi stessi. Indipendentemente dal
modo più entitario o incrementale con cui gli altri si esprimono, sta a noi scegliere di accoglierci in modo incrementale
e con questo piacerci e migliorarci.
Bisogna lavorare non per la propria immagine ma per la propria persona, con tutte le potenzialità e le debolezze. È
proprio davanti alle difficoltà che si ha più bisogno di piacersi, per andare avanti, e lo sguardo che rivolgiamo a noi
stessi e l’atteggiamento con cui ci accogliamo fanno la differenza e possono motivarci e renderci felici.
1.3. Riesco quindi valgo
Contingent self worth, ‘sentire di valere in base alle contingenze, ai risultati positivi, ai meriti’. Vi sono persone che più
di altre fanno dipendere il valore di sé, quindi l’autostima, dai risultati ottenuti, secondo un meccanismo del tipo
‘riesco quindi valgo’. In alcune persone l’autostima cresce di fronte a risultati in linea con le attese o superiori,
diminuisce in caso contrario, con la conseguenza di avere una ‘autostima instabile’. Quest’ultima, se particolarmente
accentuata, quando cioè il valore di sé è fatto dipendere solo o quasi unicamente dai risultati ottenuti, unitamente
allo sperimentare eventi di vita stressanti, è un fattore che predispone alla depressione.
Dati di ricerca hanno dimostrato che chi fa dipendere in misura eccessiva il valore di sé dai risultati ottenuti manifesta
un consistente calo nell’autostima quando ottiene risultati inferiori alle attese, mentre non ha un corrispondente
incremento dell’autostima quando le cose vanno bene e i risultati confermano il suo valore. È disfunzionale, inoltre,
può condurre alla depressione o a mollare (disengagement).
Crocker et al. (2003) si è osservato che chi non lega il valore di sé alle prestazioni accresce in modo consistente
l’autostima quando i risultati vanno nella direzione attesa, perché apprezza il successo e non vive nella costante paura
di ‘perdere’. Se poi le cose non vanno nella direzione auspicata, l’autostima subisce solo una lieve flessione o, in
qualche caso, addirittura migliora.
L’autostima è a rischio quando vi sono aspettative elevate in ambiti ritenuti centrali per sé: se vengono disattese si
rischia di disistimarsi. Far corrispondere il proprio valore e far discendere la propria autostima dai risultati crea quindi
vulnerabilità, persino quando i risultati sono buoni. Non è quindi un modo funzionale per costruire l’autostima.
Per sostenere l’autostima:
1. Bisogna ridurre il confronto sociale, tipica modalità con cui si costruisce l’autostima. ‘slittamento degli
standard’ (shifting standards), meccanismo a scopo di difesa che serve ad accrescere l’autostima. Modalità
dagli effetti dubbi: da un lato vorrebbe porre il termine di paragone a un livello più adeguato (basso),
dall’altro rischia di svilire o limitare. Tale svalutazione diventa ancora più rilevante allorché si attingono
informazioni sulla propria adeguatezza e autostima dalle immagini culturalmente trasmesse.
2. ‘pesce grosso nello stagno piccolo’ (big fish little pond effect), consiste nel porsi in ambienti nei quali il
paragone fa uscire vincenti. Modalità di confronto che può indurre (o nascere da) timore, incertezza,
vergogna e rendere più difficile una libera espressione di sé, caratterizzata da soddisfazione, gioia, senso di
realizzazione.
3. Definizione di sé, elaborata personalemente e non in base all’immagine di noi che gli altri ci trasmettono.
Secondo Markus e Nurius (1986) è possibile distinguere un sé reale, che include le nostre rappresentazioni di
chi siamo, da un sé ideale di chi vorremmo essere (sogni e desideri) e da un sé imperativo di chi crediamo di
dover essere. Le persone tendono a sperimentare maggiori livelli di autostima quanto più il sé reale si
avvicina a quello ideale. Vi è una motivazione che spinge in questa direzione e vi sono meccanismi che
possono condurre ad aggiustamenti, fra cui ridimensionare il contenuto del sé ideale, re-interpretare il
contenuto del sé reale, focalizzarsi su ambiti in cui si riesce meglio, cioè autoaffermarsi.
1.4. Preoccupati o fiduciosi?
La tendenza a cercare un punto d’appoggio e a ragionare, valutare, giudicare, utilizziamo dei termini di confronto e in
base a questi diciamo ‘è meglio’ oppure ‘è peggio’.
Fa la differenza se l’eventuale ‘giudizio’ che formuliamo nei confronti di noi stessi suona come una sentenza oppure
serve a individuare modalità per migliorarci.
L’approccio self worrying è caratterizzato da incertezza, preoccupazione, valutazioni negative di sé, paura di sbagliare,
desiderio di compiacere, timore di non valere, e si osserva più spesso nel genere femminile, in quanto richiama lo
stereotipo di donna passiva e dipendente. Può comportare ansia e depressione. Favorisce un tipo di motivazione
mossa da paura e volta a dimostrarsi capace.
L’approccio self confident è caratterizzato da fiducia e senso di sfida, valutazione positiva di sé, desiderio di
competere, sicurezza di valere ed è più frequente nel genere maschile, poiché richiama lo stereotipo di uomo forte e
dominante. Sostiene forme motivazionali caratterizzate da speranza e mirate a percepirsi capace.
In questi processi che portano a ‘volersi dimostrare’ o a ‘percepirsi’ capaci giocano un ruolo importante le emozioni.
Ad originare i diversi vissuti emotivi possono essere diversi fattori. Indipendentemente dalla loro origine, le emozioni
possono bloccare o favorire il processo che porta a costruire l’autostima. La paura del rifiuto può condurre ad
atteggiamenti esternalizzanti di aggressività e ostilità, o internalizzanti quali eccessiva autocritica, ritiro in se stessi e
depressione, che non favoriscono l’autostima e la valorizzazione di sé, ma portano ad essere sempre ‘sulla difensiva’,
nell’eccessivo timore dei giudizi e del rifiuto da parte degli altri, rischiando di generare quel rifiuto che pure si teme.
Risulta quindi importante, per ‘conoscere chi siamo’ e stimarci, favorire emozioni propositive e motivazioni funzionali.
Ciò risulterà tanto più facile quanto più la costruzione personale dell’autostima potrà attingere, senza
necessariamente esservi legata, alle percezioni di competenza che rileviamo dal nostro agire.
1.5. Fino a quando?
Uno studio longitudinale di Erol e Orth (2011) campione di 7.100 partecipanti, 51% uomini, 49% donne, contattati ogni
due anni dall’età di 14 anni fino ai 30, ha misurato lo sviluppo dell’autostima, della personalità, del senso di
padronanza, della propensione al rischio, della valutazione del proprio stato di salute e del reddito, considerati come
possibili modulatori dell’eventuale crescita dell’autostima. Dati di ricerca precedenti avevano dimostrato che gli
individui con elevata autostima tendono ad essere emotivamente stabili, estroversi, coscienziosi, amicali e aperti
all’esperienza, che la percezione di controllo sulla propria vita influenza l’autostima, che la tendenza ad assumersi
rischi cresce nell’adolescenza e ha relazioni non chiare con l’autostima, che l’autostima è associata alla salute fisica e
che forse in modo indiretto, attraverso la percezione di competenza e di riuscita, anche il reddito incide
sull’autostima.
Risultati:
• L’autostima cresce fino ai 21-23 anni, dopo di che ha un incremento minimo
• Nel livello di crescita non ci sono differenze di genere
• Le curve distinte in base all’etnia sono sovrapponibili, in particolare a partire dai 21 anni
• Tra i fattori di personalità, la stabilità emotiva e l’estroversione sono le due dimensioni che maggiormente
influenzano l’autostima
• La percezione dello stato di salute ha un effetto minimo in senso positivo, mentre influenza negativamente la
tendenza all’assunzione di rischi
• Il reddito non ha influenza sulla crescita dell’autostima, almeno per la fascia d’età presa in esame
• La crescita dell’autostima è particolarmente frenata se non cresce la percezione di controllo cosiddetto
mastery o senso di padronanza. Quest’ultimo è il risultato più rilevante e dimostra come il non percepire
controllo, autodeterminazione, autoefficacia rappresenti un fattore in grado di bloccare la crescita
dell’autostima, innesca un meccanismo di rifiuto e di timore per l’esclusione sociale, di non riuscire a
costruire nella propria vita, di non saper gestire la concretezza come pure il vissuto emotivo.
Un altro studio ha esaminato un arco di vita 25-104 anni, 3167 partecipanti, 62% donne, testati nel 1986, 1989,1994 e
2002. In base ai dati raccolti si sono costruite le curve di sviluppo. L’autostima continua a crescere nel tempo e
raggiunge un picco verso i 60 anni, 50 in uno studio parallelo, 16-97 anni, 30 secondo una metaanalisi di Huang, che
però individua una traiettoria stabile anziché un declino dai 31 anni in poi. Ulteriori indagini hanno considerato diversi
elementi e hanno dimostrato che a generare il calo successivo sono i cambiamenti dello stato socio-economico e nella
salute fisica, mentre sembrano essere meno rilevanti aspetti quali la presenza di eventi stressanti e le relazioni, che
probabilmente si mantengono buone e che invece influiscono sull’autostima nell’età adulta, forse perché aiutano a
costruire una visione positiva di sé e a far sentire completi, fattori che rappresentano le due primarie fonti di
autostima.
Vi sono delle differenze di genere. Le donne presentano livelli di autostima inferiori a quelli degli uomini, una
differenza che si assottiglia nell’età senile fino ad annullarsi intorno ai 90 anni. La crescita nella fascia 25-60 è la stessa
per entrambi i generi. Quando uomini e donne vengono appaiati per livello socioeconomico e stato di salute, la
differenza di genere scompare. Ad incidere negativamente sull’autostima delle donne sono le reali condizioni di vita.
Indipendentemente dal genere, chi ha un livello di istruzione superiore mantiene una maggiore autostima per tutto
l’arco della vita. Vi sono relazioni circolari per cui persone più coscienziose raggiungono livelli superiori di istruzione,
svolgono un lavoro più soddisfacente, stabiliscono relazioni amicali, non sviluppano patologie e quindi mantengono un
buon livello di autostima.
Una dimensione critica sembra essere la presenza di controllo. Un secondo aspetto, che può parzialmente spiegare
anche le presunte o reali differenze di genere, riguarda la modalità self worrying, sottostimarsi, deprimersi, sviluppare
ansia, bloccarsi, ed è spesso assunta dalle donne perché la scelgono, non perché sia un loro destino, o self confident,
spinge all’azione, alla competizione, alla risoluzione di eventuali problemi e difficoltà ed è spesso preferita dagli
uomini.
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