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La motivazione

Motivi e motivazioni

Per definizione, la motivazione è quell'insieme di spinte che determinano in un dato ambiente l'emergere di obiettivi, valori e convinzioni che sostengono l'agire, la persistenza o l'eventuale evitamento di un'azione, compito o attività. La motivazione, dunque, indica il movimento del soggetto verso un obiettivo desiderato e l'eventuale corrispondente fuga da uno che è invece temuto. È il fattore che determina il cambiamento persistente da uno stato a un altro (inizio), la determinazione di fronte alle difficoltà (intensità) e la scelta di un obiettivo piuttosto che un altro (direzione). Questi non sono solo spiegati dalla motivazione, ma sono anche indici di motivazione.

La motivazione è sorretta da due principali pilastri: la percezione di essere capaci e il dare valore, i quali si innestano in un ambiente sociale che trasmette obiettivi, valori e convinzioni.

Bisogni, convinzioni e obiettivi

Ci sono diversi fattori che determinano differenze individuali nella percezione della motivazione. Un primo fattore è rappresentato dai bisogni, i quali sono importanti forme di motivazione. Da un punto di vista psicofisiologico, essi ci arrecano piacere e benessere nel momento in cui vengono soddisfatti, e questo sembrerebbe correlato con la stimolazione di una particolare area del cervello connessa al sistema di ricompensa (reward) e con il centro del piacere. Da un punto di vista cognitivo, invece, la teoria dei costrutti personali elaborata da Kelly spiegherebbe come a ogni termine gli individui assegnino un significato personale che dipende dallo schema interpretativo e dal sistema di esperienze che ognuno di noi possiede; ciò suggerisce che a motivarci non è tanto il bisogno in sé, quanto il significato che quest’ultimo ha per noi.

Secondo il modello dei bisogni di Dweck, si possono distinguere tre fondamentali bisogni:

  • Sentirsi accolti, compresi e percepire che altri hanno piacere a stare con noi
  • Sentirsi competenti e capaci
  • Sentirsi in grado di fare previsioni e anticipare eventi

Dall’unione tra accettazione e competenza originerebbe l’autostima, dall’unione tra competenza e predicibilità si determinerebbe il bisogno di percepire controllo e, infine, dall’unione tra predicibilità e accettazione si genererebbe il bisogno di fiducia. Per ultimo è presente un bisogno che si origina dalla congiunzione tra questi tre, ossia la coerenza di sé. In altri termini, sentirsi connessi, capaci e in grado di prevedere renderebbe sicuri attraverso la percezione di controllo, fiducia e autostima.

Strettamente collegati ai bisogni sono i motivi, ossia tendenze a base affettiva presenti in misura diversa in ciascun individuo, che orientano a raggiungere o a evitare specifici stimoli. Ogni motivo presenta due dimensioni: avvicinamento (hope) e evitamento (fear), determinando l’intensità e l’eventuale inizio o blocco del processo motivazionale (Murray).

Particolarmente rilevante in questa prospettiva è infine il temperamento, descritto come una predisposizione biologica innata ad agire a determinati stimoli, che coinvolge emotività, attività e socievolezza. Secondo Eysenck, dunque, questi hanno delle conseguenze sugli aspetti motivazionali, favorendo lo sviluppo di obiettivi e rappresentazioni, nonché tendenze comportamentali coerenti con i tratti temperamentali del soggetto.

Un secondo fattore è rappresentato dalle convinzioni, definite come un insieme strutturato di pensieri, atteggiamenti e modi di agire modellati dall’ambiente sociale e culturale, le quali direzionano non solo i comportamenti ma anche il modo in cui la realtà viene percepita e interpretata. Ad esempio, alcune convinzioni che influenzano il piano motivazionale possono riguardare le spiegazioni date agli insuccessi o l’idea che ci siano persone più portate e altre meno capaci.

I bisogni e le convinzioni sono quindi importanti precursori del comportamento motivato. A questo proposito, molto significativo è il modello della sequenza del processo motivazionale descritto da Dweck; i bisogni influenzano gli obiettivi attraverso un sistema di rappresentazione definito CET (convinzioni, emozioni, tendenza all’azione), e a loro volta gli obiettivi influenzano il comportamento e l’insieme di atteggiamenti e pensieri.

Un terzo e ultimo fattore è rappresentato dagli obiettivi, ossia rappresentazioni cognitive di situazioni, eventi, compiti futuri da affrontare o evitare, a seconda del prevalere della tendenza all’avvicinamento o all’allontanamento. Gli obiettivi sono, quindi, consapevoli e intenzionali, anche se possono venir attivati e operare in maniera automatica e meno consapevole.

Tuttavia, esistono diversi livelli di motivazione che risultano poco accessibili e difficilmente verbalizzabili - come ad esempio i motivi impliciti, le pulsioni e gli istinti - contrapposti ad altri che, invece, sono più consapevoli come, appunto, gli obiettivi. Inoltre, in alcuni casi lo scopo è l’attività stessa, mentre in altri casi l’obiettivo primario è qualcosa al di fuori dell’attività.

Conoscere e prendere consapevolezza delle proprie motivazioni, dunque, significa avere il controllo su di esse e riconoscere che possono non solo essere misurate, ma anche migliorate e modificate.

Il modello unitario

Il modello unitario prevede tre livelli di consapevolezza crescente: spinta, impegno e significato. Tutti nasciamo motivati con una serie di spinte primarie - bisogni e motivi - in un ambiente che ci fa sentire accolti o rifiutati, favorendo o sminuendo il senso di sicurezza. Al secondo livello, potenzialmente consapevole, possiamo collocare l’impegno che si concretizza in obiettivi che favoriscono il senso di padronanza e il controllo, determinando l’agire sull’ambiente. Anche a questo livello può esservi un blocco e una mancanza di sostegno che porterebbero a dubitare della propria riuscita. Infine, il terzo livello, assolutamente consapevole, riguarda i significati; a partire da una spinta a fare cose che hanno senso per sé, l’ambiente può suggerire significato e valorizzarne la spinta. Tutto ciò porterebbe alla consapevolezza delle proprie motivazioni.

Tale processo può essere esemplificato considerando un motivo molto comune, ossia quello alla riuscita. Le persone amano, difatti, cimentarsi in compiti e ottenere risultati positivi, determinando di per sé lo sviluppo di percezioni di autoefficacia. Viene quindi a superarsi la classica contrapposizione tra motivazioni intrinseche e estrinseche e tra una centratura sull’attività o sullo scopo, portando a identificare piuttosto la presenza di un processo sostanzialmente tutto intrinseco; le attività e gli scopi attraggono nella misura in cui hanno significato e valore.

L’ambivalenza

In qualsiasi processo motivazionale è possibile distinguere due orientamenti: quello all’avvicinamento (porta verso stimoli) e quello all’allontanamento (allontana gli stimoli). A determinare l’uno o l’altro orientamento vi sono tre classi di giudizi che sono spesso sovrapponibili:

  1. Benefico-dannoso
  2. Piacevole-spiacevole
  3. Desiderabile-indesiderabile

Ciò determina l’ambivalenza, la quale può essere facilmente spiegata attraverso il conflitto appetitivo-avversivo proposto da Miller. Le persone nell’avvicinarsi a dei potenziali obiettivi vivono una conflittualità interna che sono motivate a risolvere. Questa conflittualità origina dal fatto che vi sono per ogni alternativa possibile aspetti valutati come più o meno attraenti o repellenti, i quali vengono definiti come gradienti di avvicinamento (pensieri, emozioni, aspettative che rendono attraente il compito e ci spingono ad affrontarlo) e gradienti di evitamento (pensieri, emozioni, aspettative che portano alla rinuncia). Mentre i primi si presentano anche a lunga distanza di tempo, dunque molto prima di decidere se affrontare o meno una data situazione, i secondi emergono quando stiamo quasi per decidere se affrontare o evitare un evento. Ci sarà, dunque, un momento di forte conflittualità tra gradienti di opposta direzione dato dall’incrocio tra i due segmenti (punto di decisione in figura). A questo punto la scelta andrà sul valore cui più si tiene e solo a distanza di tempo l’alternativa a cui abbiamo rinunciato riprenderà a possedere solo i gradienti di avvicinamento.

Valutare le componenti motivazionali

La prima e principale fonte di motivazione nell’uomo è stabilire e mantenere significato, cioè percepire di affrontare compiti e attività in linea con i propri valori e obiettivi, la quale si riflette nella consapevolezza dei propri processi motivazionali, ossia nella metamotivazione. Quest’ultima è differente dai motivi impliciti e una delle principali distinzioni sta proprio nell’accessibilità; mentre la metamotivazione è controllabile e accessibile alla conoscenza, i motivi impliciti sono inconsci e non controllabili. È importante notare che i due livelli implicito ed esplicito sono distinti e coesistono, ma tuttavia non correlano, e ciò ha delle importanti ripercussioni sul piano della qualità della motivazione.

Nell’accingersi a valutare le componenti motivazionali, dunque, è necessario domandarsi cosa valutare e quali sono gli obiettivi di tale valutazione. A tal proposito di particolare rilevanza è la classificazione proposta da Rheinberg. È evidente che esistono diversi tipi di problemi motivazionali ed eventuali deficit, a seconda dei quali varieranno gli strumenti necessari per la valutazione. Una volta compreso il tipo di motivazione da valutare, è quindi utile stabilire quale livello di motivazione si intende misurare, ossia se esplicito, attraverso ad esempio la verbalizzazione, o implicito, attraverso l’utilizzo di test come il TAT o lo IAT.

Infine, molto importante è la preferenza per le attività, una valutazione a base osservativa. Se una persona si sente bene nello svolgere certe attività si presume che implicitamente abbia una disposizione verso esse, soprattutto nel momento in cui si sperimenta un'esperienza di flusso. La componente esplicita della motivazione è invece, come abbiamo anticipato, verbalizzabile e rilevabile attraverso colloqui, interviste o questionari.

La prospettiva biologica

Istinti e pulsioni

I bisogni primari e secondari convivono e si intrecciano, e il grado di soddisfacimento degli uni incide su quello degli altri. In particolare, i bisogni primari trovano soddisfacimento nella realizzazione di reazioni istintuali, che generano dunque delle spinte in grado di produrre determinati effetti senza che vi sia un apprendimento ad agire in quel determinato modo. Gli istinti, dunque, si caratterizzano per la presenza di sequenze rigide e agite in maniera stereotipata e per la mancanza di una rappresentazione cognitiva dell’azione e del suo scopo; i comportamenti stereotipati, difatti, vengono messi in atto non solo senza averli appresi, ma anche ignorando la ragione per cui vengono svolti; il tutto avviene attraverso schemi innati.

Simili agli istinti sono le propensities teorizzate da McDougall, descritte come disposizioni a manifestare certi comportamenti in presenza di stimoli chiave che li innescano.

Diversamente, le pulsioni non necessitano di stimoli chiave e possono trovare soddisfacimento in comportamenti sempre differenti, esse generano spinte interne indipendentemente dall’ambiente. Tutte queste teorie (istinti, pulsioni e propensities) fanno riferimento al cosiddetto modello idraulico del fenomeno motivazionale, ossia alla presenza di un’energia a base pulsionale che preme per essere scaricata o di un istinto che attende lo stimolo target per venire messo in atto. Tuttavia, tale visione si riferisce alla quantità della motivazione piuttosto che, come proposto da concezioni più attuali, all’importanza della qualità e della consapevolezza. Difatti, la motivazione umana consiste per lo più nella consapevolezza di essere motivati, attraverso la quale si concretizza la possibilità di riportare i propri tratti motivazionali.

Reiss propose, dunque, una classificazione di tali tratti, sottolineando come ogni motivo possa condurre a uno specifico desiderio e a una diversa espressione emotiva o percezione. Secondo tale prospettiva, quindi, non sarebbe la ricerca di piacere o l’evitamento del dolore a motivare, ma il singolo motivo, come ad esempio la curiosità o il desiderio di vincere.

I motivi impliciti

Motivazione e motivi sono due concetti completamente differenti nella psicologia della motivazione. Infatti, mentre i motivi possono essere definiti come tendenze costantemente presenti nelle persone come elementi di personalità, che si traducono in motivazioni, la motivazione designa invece un processo che si basa sull’incrocio tra disposizioni, caratteristiche motivazionali e situazioni che consentono di soddisfare i motivi. I motivi, inoltre, presentano caratteristiche tendenzialmente stabili e una base affettiva. Tra i motivi più studiati sono rilevanti i tre bisogni di base individuati da Murray:

  • Riuscita: bisogno di cimentarsi con dei compiti per confermare le proprie abilità
  • Dominanza: bisogno di controllare e dominare gli altri
  • Accettazione: bisogno di stabilire relazioni

Ogni motivo presenta una componente genetica e modi di esplicarsi che dipendono dall’ambiente e dal modo in cui la situazione viene percepita, nonché dalla presenza di emozioni anticipate. Ad esempio, anche a fronte di un motivo debole e quindi di poca motivazione a base genetica, se le emozioni anticipate e la speranza di riuscita sono alte, la componente di avvicinamento farà in modo che la persona risulti comunque motivata.

Esistono anche delle evidenze a sostegno del fatto che la soddisfazione dei motivi impliciti produca il rilascio di ormoni che funzionano da rinforzo, quali la vasopressina per il motivo di riuscita, la norepinefrina e il testosterone per il motivo alla dominanza e la dopamina e l’ossitocina per il motivo di accettazione.

Inoltre, il modo in cui i motivi si traducono in comportamenti è soggetto a sviluppo e ciò è stato studiato soprattutto in relazione al motivo alla dominanza e dunque alla capacità di produrre effetti prevedibili nella condotta o nei sentimenti di un altro individuo. Tenendo conto, dunque, della necessità di tale motivo di essere soddisfatto, si può distinguere un orientamento socializzato e uno individualizzato; nel primo la persona rafforza sé stessa in contesti socialmente approvati (es. volontariato, insegnamento) e il soggetto prova piacere nel momento in cui l’esercizio della dominanza risulta utile agli altri, mentre nel secondo il soggetto rafforza sé stesso senza ottenere ricadute a beneficio degli altri (es. sport agonistici) e prova piacere nel dominarli o nel sentirsi più importante di loro.

È importante, dunque, cogliere la matrice motivazionale, in quanto uno stesso comportamento può sottendere un motivo alla dominanza come anche altri motivi, i quali non si escludono a vicenda ma molto spesso coesistono, anche se uno può presentarsi con maggiore forza.

Per quanto riguarda, come anticipato, lo sviluppo, di particolare rilevanza è la proposta di McClelland, il quale ha individuato la presenza di diversi stadi che possono essere correlati con le fasi dello sviluppo psicoaffettivo proposte da Freud. In una prima fase ci si sente potenti per il potere e la dominanza che altri esercitano su di sé e questo corrisponde allo stadio orale (espressioni comportamentali come seguire il potere e il dominare degli altri attraverso film o letture). In una seconda fase, invece, la persona si sente potente perché riesce ad esercitare dominanza su di sé e questo corrisponde con lo stadio anale (espressioni comportamentali come il collezionismo o l’eccessivo controllo sui propri comportamenti). La terza fase si riferisce al potere e alla dominanza come aventi origine in sé ed espressione di dominare gli altri e questo corrisponde allo stadio fallico (espressioni comportamentali come la tendenza a sentirsi realizzati qualora si domini sugli altri, ad esempio in ambito lavorativo). Infine, la quarta fase è caratterizzata dal ricercare dominanza esternamente a sé, ossia il potere deriva dagli altri e viene esercitato sugli altri e questo corrisponde allo stadio genitale. Tale parallelismo esprime, dunque, la vicinanza tra aspetti motivazionali ed elementi di personalità.

I sistemi dopaminegico ed endorfinergico

È presente in tutti gli esseri viventi un’importante spinta motivazionale che porta a voler ottenere dei rinforzi, quindi degli incentivi che risultano piacevoli e capaci di soddisfare dei bisogni. Tale spinta determina l’attivazione delle aree mesolimbiche del sistema di ricompensa che comprende a sua volta due sottoinsiemi:

  • Sistema Liking (endorfinergico): piacere nell’ottenere il rinforzo. Un comportamento viene ricercato perché genera emozioni piacevoli e quindi un oggetto o un obiettivo diventano motivanti per il piacere che se ne trae.
  • Sistema Wanting (dopaminergico): un oggetto ci attrae perché è saliente per noi e lo vogliamo e si riferisce a quanto tale oggetto o comportamento venga percepito come rinforzante, in base alla storia passata di rinforzi e a una serie di apprendimenti.

In entrambi i casi ciò che conta è sempre il fattore anticipatorio; ci aspettiamo che una cosa ci arrechi piacere e quindi la ricerchiamo, ovvero ne siamo motivati. Solitamente i sistemi volere e piacere agiscono in modo sinergico, tuttavia in alcuni casi può succedere di volere cose che invece non ci arrecano piacere, come ad esempio...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Marti.Cesc di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di psicologia della motivazione e delle emozioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Moè Angelica.
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