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Psicologia clinica

Psicopatologia

La cerca di definire, classificare, spiegare e trattare i comportamenti patologici.

Psicologia clinica

È un insieme di discipline accomunate da uno scopo (aiutare il paziente a risolvere un disagio) e dalla conoscenza del paziente nella sua individualità, che si differenziano per teorie, strumenti e metodi. La professione di psicologo implica l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, la riabilitazione, il sostegno, la sperimentazione, la ricerca e la didattica in ambito psicologico. La riforma del 2001 ha diviso gli psicologi iscritti alla sezione A (laurea magistrale) e alla sezione B (lauree triennali) degli albi professionali. Gli iscritti alla sezione B, o psicologi junior, si occupano di attività tecnico-operative (uso di colloqui, interviste, test, raccolta ed elaborazione di dati).

Concetti chiave

Al fine di distinguere i comportamenti normali da quelli patologici, ci si basa su 6 concetti chiave:

  • Importanza del contesto: si può definire “patologico” un comportamento solo considerando il contesto in cui avviene e l’incidenza delle categorie demografiche (genere, età, classe sociale). Comportamenti normali in un contesto potrebbero essere patologici in un altro.
  • Continuum tra comportamento normale e patologico: i comportamenti normali e patologici si situano su un continuum da lieve a grave. La normalità sfuma gradualmente nella psicopatologia: molti comportamenti patologici sono visti come esagerazioni di emozioni e comportamenti normali.
  • Relativismo storico e culturale: ogni definizione e classificazione di psicopatologia non è da considerarsi universale, ma relativa al contesto storico, sociale e culturale in cui si colloca.
  • Vantaggi e limiti della diagnosi: la classificazione diagnostica annovera diversi vantaggi:
    • Permette ai clinici, ai ricercatori e agli insegnanti di comunicare in modo più efficace.
    • Facilita la ricerca delle cause dei disturbi.
    • Facilita la scelta del trattamento più efficace per particolari disturbi.
    Tuttavia, il sistema diagnostico è altresì esposto ad una serie di svantaggi:
    • Ipersemplifica problemi complessi.
    • Non permette di cogliere l’unicità dei problemi emozionali del paziente.
    • Etichetta, stigmatizza e discrimina la persona che riceve una diagnosi di psicopatologia.
  • Principio di causalità multipla: molti disturbi mentali implicano l’interazione di molteplici cause.
  • Connessione tra mente e corpo: per spiegare e trattare la psicopatologia, si deve analizzare la relazione interattiva tra funzionamento psicologico e fisico del soggetto (modello bio-psicosociale).

Definire il comportamento patologico

I criteri per stabilire se un comportamento è normale o patologico sono:

  • Ricerca di aiuto: questo criterio, impreciso e fuorviante, implica che le persone che vanno in cerca di servizi per il trattamento della salute mentale debbano avere un disturbo mentale.
  • Violazione di norme sociali: racchiude sia la pericolosità/irrazionalità che la devianza, ossia la tendenza a manifestare comportamenti e sentimenti estremi e inusuali che indicano un mancato conformismo alle norme e alle convenzioni sociali tipiche di un contesto storico-culturale.
  • Distress emozionale: include manifestazioni di sofferenza emozionale associate alla propria condizione, uno stato di angoscia, di paura, di riduzione della libertà.
  • Disfunzione: comprende le alterazioni associate al disturbo mentale, di carattere biologico, psicologico (processi cognitivi, affettivi o comportamentali) o socio-relazionale.
  • Disabilità: un danno che incida sulle funzioni della persona o, più precisamente, la compromissione di almeno una delle aree importanti di funzionamento.

Approcci e prospettive teoriche

In psicologia clinica si usa distinguere due diversi approcci:

  • Approccio nomotetico: orientato alla conoscenza di leggi generali, non di singoli casi (ricerca).
  • Approccio idiografico: orientato alla conoscenza del disagio del singolo paziente (diagnosi).

L’attuale panorama della psicologia clinica è caratterizzato da molteplici quadri teorici di riferimento, o paradigmi, ovvero l’insieme di assunti, teorie di riferimento e metodi di studio.

Secondo il paradigma psicodinamico, la psicopatologia si genera quando i conflitti emozionali che coinvolgono l’Es, l’Io, il Super Io e la realtà non sono mediati con successo da meccanismi di difesa (rimozione, proiezione, intellettualizzazione, sublimazione) e da strategie di coping adattivo. L’obiettivo della terapia psicodinamica è aiutare il cliente a raggiungere una migliore comprensione e padronanza di sé e dei propri conflitti emozionali (elaborazione analitica), tramite l’interpretazione dei sogni, le associazioni libere, l’analisi del transfert e delle resistenze.

Il paradigma umanistico esistenziale (Rogers) assume che gli esseri umani siano sani e guidati da una motivazione generale: crescere e sviluppare le proprie potenzialità. La malattia mentale è una distorsione del normale processo di crescita verso il benessere individuale. La psicopatologia nasce dall’incongruenza fra Sé reale e ideale, dalla mancanza di autostima e considerazione di sé, derivanti dal fallimento dei genitori e di altre figure affettive nel fornire calore, supporto e conferme. La terapia umanistico esistenziale è centrata sul cliente, soggetto attivo, e finalizzata a ricostruire l’autostima e a ripristinare la congruenza tra Sé reale e ideale attraverso la relazione empatica con il terapeuta (ascolto attivo, empatia, considerazione positiva incondizionata del cliente).

Il paradigma comportamentista teorizza una visione meccanicistica dell’uomo, rifiutando concetti non osservabili e abbracciando un approccio empirista. Distingue 3 tipi di apprendimento:

  • Condizionamento classico: apprendimento mediante associazioni automatiche che la mente stabilisce tra eventi che accadono in simultanea o in rapida successione (contiguità temporale).
  • Condizionamento operante: comportamenti seguiti da conseguenze piacevoli (rinforzi) tendono ad essere ripetuti, mentre quelli seguiti da conseguenze spiacevoli (punizioni) tendono a diradarsi.
  • Apprendimento sociale (modeling): si realizza osservando e imitando il comportamento altrui.

Le terapie basate sul condizionamento classico mirano ad annullare l’associazione patologica con l’estinzione, ossia la ripetuta presentazione dello stimolo condizionato in assenza di quello incondizionato, per interrompere l’associazione automatica tra i due fenomeni (esposizione e desensibilizzazione sistematica). Tramite la terapia aversiva, invece, un comportamento o impulso indesiderato viene abbinato a uno stimolo indesiderato (lieve shock elettrico).

La terapia basata sul condizionamento operante, nota come gestione delle contingenze, mira ad eliminare i rinforzi positivi per i comportamenti patologici, aggiungendo rinforzi positivi a favore del comportamento adattivo. La token economy si serve di monete o gettoni come ricompense, mentre il training delle abilità sociali è basato sul rinforzo e sul modeling di comportamenti sociali adeguati.

Il paradigma cognitivista sottolinea l’influenza sul comportamento di credenze, schemi cognitivi, attribuzioni e stili esplicativi degli individui. Distorsioni cognitive patologiche derivano da assunzioni e credenze irrazionali (amplificazioni, ipergeneralizzazioni, astrazioni selettive), alla base dei pensieri automatici negativi che riguardano sé stessi, il proprio futuro e il proprio mondo (triade cognitiva). Le terapie cognitiviste mirano al cambiamento di credenze e pensieri problematici ed irrazionali:

  • Ristrutturazione cognitiva
  • Analisi dei pensieri automatici negativi e sostituzione con pensieri positivi
  • Messa in discussione delle credenze irrazionali (terapia razionale-emotiva)

L’approccio socioculturale studia l’influenza delle forze sociali e culturali sull’uomo: i disturbi mentali sono appresi e influenzati da istituzioni sociali, pressioni ambientali ed eventi stressanti. La prospettiva sistemico familiare si focalizza sulle dinamiche disadattive della famiglia. Dato che le famiglie tendono a mantenere stabilità ed omeostasi, un cambiamento in una parte crea disequilibrio all’intero sistema: la psicopatologia è un segnale del malfunzionamento del sistema familiare.

Le organizzazioni familiari possono distinguersi a livello di confini interpersonali in:

  • Famiglie invischiate: i confini tra i membri della famiglia sono pochi e confusi.
  • Famiglie disimpegnate: le relazioni fra i membri della famiglia sono fredde, distaccate e distanti.

La terapia non è riservata al singolo individuo (paziente designato), ma all’intera famiglia:

  • Terapie strutturali della famiglia: esame dei ruoli svolti dai membri della famiglia e dei confini.
  • Terapie strategiche della famiglia: alla famiglia si dice di incrementare i propri comportamenti problematici, poiché questo indurrà la reazione opposta (provocazione, prescrizione del sintomo).

I terapeuti solitamente costruiscono un genogramma, cioè un diagramma del sistema familiare.

Il paradigma biologico, o delle neuroscienze, si concentra sulle anomalie di processi e strutture neurali che concorrono a determinare il comportamento patologico. La terapia biologica fa ricorso a farmaci in grado di agire in modo diretto sulle funzioni cerebrali a livello di neurotrasmettitori.

Il paradigma genetico esamina il contributo dei geni nei disturbi mentali, e può dividersi in:

  • Genetica del comportamento: studio di differenze individuali attribuibili al patrimonio genetico.
  • Genetica molecolare: studio di quali geni sono responsabili delle differenze nel comportamento.
  • Interazione geni-ambiente: studia l’influenza dell’ambiente sull’espressione fenotipica dei geni.
  • Interazione reciproca geni-ambiente: studia in che modo i geni possono influire sulla ricerca di particolari ambienti in grado di favorire l’espressione del patrimonio genetico.
  • Ricerca epigenetica: studia in che modo le esperienze regolano l’attivazione funzionale dei geni.

Etiologia dei disturbi mentali

Il paradigma diatesi stress costituisce una cornice che permette di integrare la maggior parte dei paradigmi. Lo sviluppo di un disturbo richiede un’interazione tra:

  • Diatesi: cause predisponenti, predisposizione costituzionale alla malattia. Il disturbo insorge quando esistono nella persona o nel suo ambiente dei fattori di rischio, o vulnerabilità, cioè fattori dimostratamente capaci di aumentare la probabilità di sviluppare un disturbo. Si distinguono:
    • Fattori di rischio generali: aumentano la probabilità di presentare una qualche forma di disagio.
    • Fattori di rischio specifici: aumentano la probabilità di presentare uno specifico disturbo.
  • Stress: cause precipitanti, eventi e condizioni ambientali in grado di perturbare l’equilibrio, che si associano all’esordio del disturbo mentale (traumi, eventi di vita stressanti).

Meno studiati sono i moderatori, che includono:

  • Fattori di protezione: fattori che attenuano l’impatto dei fattori di rischio.
  • Fattori di potenziamento: fattori che amplificano l’impatto dei fattori di rischio.

Per dimostrare l’esistenza di fattori di rischio, di protezione e di potenziamento sono necessari studi longitudinali o sperimentali. In merito, si usa distinguere tra:

  • Fattori di rischio causali: si identificano nell’ambito di una manipolazione sperimentale.
  • Fattori di rischio prossimali: si identificano in assenza di manipolazione sperimentale.

Mentre i fattori di rischio sono oggetto di interventi di prevenzione, i fattori di mantenimento sono oggetto di trattamento. Inoltre, se la manipolazione di un fattore di mantenimento produce una riduzione o un incremento dei sintomi, si parla di fattore di mantenimento causale.

Principi metodologici

Nonostante tutti costruiscano le proprie “teorie” sul mondo, su sé stessi e sugli altri, le teorie scientifiche si differenziano da tali teorie ingenue riguardo il metodo adoperato per produrre conoscenza. McBurney raggruppa i mezzi di conoscenza in 2 classi:

Metodi empirici

  • Intuizione: attribuire caratteristiche a persone e oggetti in modo immediato e non riflessivo:
    • Misticismo: la conoscenza deriva da pratiche associate ad alterazioni degli usuali stati di coscienza e dei processi di ragionamento.
    • Senso comune: si basa su convinzioni condivise sul mondo fisico e sociale e su principi di ragionevolezza. Il riferimento alle tradizioni culturali fa sì che i criteri del senso comune cambino in funzione del tempo e della cultura. A differenza del metodo scientifico, non richiede l’osservazione sistematica dei risultati di una prassi, e pertanto:
      • Non permette di prevedere quando la prassi “non funzionerà”.
      • Non porta un aumento della conoscenza.
  • Metodo scientifico: basato sulla raccolta sistematica di dati obiettivi e ripetibili, comporta un aumento di conoscenze tramite l’autocorrezione, l’accumulo e la ripetizione di osservazioni. L’osservazione empirica, sistematica e obiettiva deriva da una teoria e contribuisce al suo sviluppo.

Metodi non empirici

  • Autorità
  • Logica

Teorie, ipotesi e leggi

Un’ipotesi è una specifica affermazione riguardo la possibile esistenza di uno specifico legame fra variabili (“se…allora”). Deriva dalla teoria, riguarda solo uno specifico aspetto della teoria e può essere vera o falsa, ma si assume che sia vera per poterla mettere alla prova. Una legge è una specifica affermazione riguardo il tipo di legame esistente fra specifiche variabili all’interno di una teoria, ossia un legame documentato da osservazioni sistematiche. Una teoria è un insieme generale di asserzioni circa la natura e le relazioni fra gli eventi. Per poter essere definita “buona”, una teoria deve possedere alcune caratteristiche:

  • Deve permettere di fare previsioni univoche, e non multiple, cioè ipotesi specifiche e testabili rispetto a dati osservabili inter-soggettivamente.
  • Deve permettere di ideare studi così specifici da essere replicabili.
  • Deve avere buona estensione: le sue predizioni debbono poter essere applicate a più situazioni.
  • Deve essere parsimoniosa.

Variabili

Una variabile può essere definita come una proprietà che può assumere valori diversi:

  • Variabile indipendente (VI): la variabile manipolata dallo sperimentatore all’interno di un disegno di ricerca sperimentale (può ritenersi la “causa” dei cambiamenti osservati sul comportamento).
  • Variabile dipendente (VD): la variabile misurata dallo sperimentatore all’interno di un disegno di ricerca sperimentale (sulla quale si rilevano i cambiamenti determinati dalla manipolazione sulla VI).
  • Predittore (variabile predittrice): l’equivalente della VI in un disegno quasi sperimentale o non sperimentale (lo sperimentatore si limita ad osservare la variabile e a classificare i soggetti in gruppi).
  • Criterio: la variabile i cui cambiamenti vengono osservati dallo sperimentatore in concomitanza con i cambiamenti del predittore. È l’equivalente della VD all’interno di un disegno di ricerca quasi sperimentale o non sperimentale: i cambiamenti osservati nella variabile criterio sono da attribuire ad una relazione di covariazione fra la suddetta e il predittore (non a una relazione causa-effetto).

Inoltre, le variabili possono essere distinte tra:

  • Quantitative / Qualitative: sono variabili quantitative le variabili che variano “in quantità” (età, dosaggi), mentre le variabili qualitative variano “in qualità” (tipo di farmaco, genere).
  • Discrete / Continue: sono variabili discrete quelle i cui cambiamenti possono essere descritti attraverso categorie (variabili qualitative) o attraverso la corrispondenza con i numeri interi (variabili quantitative). In ogni caso, si assume che fra una classe e l’altra non vi siano valori intermedi. Sono variabili continue, invece, le variabili quantitative i cui cambiamenti sono descritti attraverso la corrispondenza con i numeri reali.

Dato che in psicologia si misurano generalmente caratteristiche psicologiche, dei costrutti ipotetici che non sono direttamente osservabili, v’è la necessità di collegare un concetto teorico con la variabile misurata o manipolata. Questa operazione di collegamento è detta operazionalizzazione, ed implica l’esplicitazione di quali operazioni di misurazione occorre fare per tradurre il concetto teorico in dato, ovvero, quali aspetti della realtà o del fenomeno vanno rilevati e quali, invece, trascurati. Solo attraverso i metodi sperimentali è possibile identificare con certezza relazioni di causa-effetto!

Per studio sperimentale si intende, infatti, uno studio empirico condotto in condizioni in cui tutte le variabili di disturbo sono controllate. Tuttavia, possono sussistere cambiamenti sistematici diversi da quelli relativi alla manipolazione, a causa della presenza di:

  • Variabili confuse: variabili che variano sistematicamente col predittore (sono da esso inscindibili).
  • Variabili di disturbo (variabili intervenienti): possono intervenire anche in un vero esperimento. Alcune riguardano le ricerche che comportano una ripetuta misurazione nel tempo:
    • Mortalità o perdita dei soggetti sperimentali.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davril86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Lombardo Caterina.
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