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Introduzione

Le esposizioni universali rappresentano uno dei pochi soggetti di studio in grado di restituire la società di seconda metà del XIX secolo, le esposizioni non si presentano come avvenimenti autonomi, hanno un tipo di costruzione discontinua ma ciò che è evidente è che l'esposizione è utile soprattutto per quanto riguarda l'innovazione di un settore produttivo o merceologico.

Le esposizioni nello specchio delle esposizioni

È il 1683 e l’Accademia delle scienze propone la simulazione del lavoro industriale per favorire un trasferimento tecnologico, fondato ancora sul lavoro umano e sulla forme corporative di apprendimento. Il modello, è la macchina, continuerà a rappresentare la base delle molte iniziative: Vienna come a Londra e Parigi animeranno lungo il XVIII secolo una promozione della ricerca scientifica e tecnologica delle molte possibili facce. Accanto all’uso che ne fanno le accademie, i modelli saranno al centro delle discussioni delle philosophical societies che testimoniano quanto la discussione sull’innovazione tecnologica interessi anche l’orologiaio diventato meccanico. Il modello serve a fissare i termini della discussione inglese sui brevetti ma rappresenta anche oggetto fondamentale dello spionaggio industriale che divide Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Il modello esce di scena come protagonista centrale delle esposizioni industriali prima che la macchina conosca una diffusione rilevante nelle industrie Europei e nordamericani, segnando un mutamento nella promozione che anticipa i cambiamenti sul luogo di lavoro.

Quella che si apre a Parigi il 10 settembre del 1798 non è solo la prima esposizione francese, a carattere periodico, le esposizioni devono contribuire all’affermazione di nuovi valori, sociali e politici, prima che scientifici e tecnologici. La Prima dell’esposizione pubblica dei prodotti e dell’industria francese è promossa dal ministro dell’interno Francois de Neufchateau, l’arte non è ammessa, così come non lo sono le manifatture nazionali di Versailles, gli spazi per gli espositori sono gratuiti e gli oggetti possono essere venduti, a partire dal 1798 le esposizioni avrebbero dovuto essere annuali, ma le troppe difficoltà consentono solo nel 1801 di organizzare la seconda nella Court du Louvre, con la partecipazione di oltre 200 espositori e la presentazione in mostra del telaio di Jacquard.

Con la terza esposizione del 1802 la discussione sui principi ordinatori di un’esposizione si complessifica. Il primo elemento di riflessione riguarda la periodicità delle manifestazioni, il Secondo è relativo a quanto si espone, la scelta deve essere orientata verso la fabbricazione di industrie e dei prodotti per quantità, utilità e prezzo. Così nel 1806 vengono indotti dei premi finalizzati a vari miglioramenti industriali. La restaurazione non modifica la struttura organizzativa dell’esposizione ma con quella del 1819 viene dato spazio anche all’agricoltura e agli strumenti agricoli. Il problema nel 1823 diviene quello del significato e del valore della ricompensa, il reincarica una giuria di selezione tra i prodotti premiati. L’esposizione del 1827 è l’ultima organizzata al Louvre. Le dimensioni di quella del 1834 sono tali che si ritiene necessario costruire quattro padiglioni contemporanei sulla Place de la Concorde. La durata dell’apertura raggiunge i due mesi, si mettono in moto un gran numero di macchine a vapore. Alle esposizioni del 1839 e 1844 ormai agli Champs-Elysées la macchina vapore e le macchine utensili sono i nuclei centrali del pubblico.

Il 1844 costituisce l’occasione per una ridiscussione dei principi ordinatori di un’esposizione sotto la spinta di critiche, che investono la scelta degli oggetti esposti. Non c’è la minima traccia dell’arte e del gusto, i criteri di selezione dei premi è ormai ridotta ad un immenso bazar. La discussione riprende muovendo dalla periodicità dell’esposizione in relazione alla qualità dei prodotti esposti: mentre gli industriali chiedono più tempo per potersi preparare adeguatamente, molti si chiedono se non sarebbe più economico costruire una struttura espositiva permanente, evitando l’esborso per ogni esposizione di circa Fr. 200.000. La serie delle esposizioni nazionali francesi si chiude nel 1849 con un’esposizione per la durata di 6 mesi.

L’esperienza inglese

Per quanto riguarda invece l’esperienza inglese, essa è sempre stata legata alla Royal society of art che nasce a Londra nel 1754 con l’intento di incoraggiare le attività industriali e commerciali. Due anni dopo nel 1756 organizza la prima esposizione industriale ed agricola, manifestazione che a partire dal 1761 diviene annuale, dura quindici giorni e si conclude con l’assegnazione di premi. Ma la promozione dell’innovazione tecnologica non passa in Gran Bretagna fino alla fine degli anni quaranta dell’ 800 attraverso lo strumento delle esposizioni che non si carica dei valori simbolici come in Francia.

Ciò che passa in Gran Bretagna attraverso l’esposizione è il riconoscimento del valore intellettuale e non artigianale di una professione tecnica. Il governo che la Royal Accademy di Londra fa a partire dal 1834 dell’accesso all’esposizione, sancisce soprattutto regole trasparenti e restrittive. Negli anni quaranta dell’ottocento la Accademy tende a rinforzare legami tra le esposizioni industriali e le scuole del design. Il governo inizia ad acquistare collezione di oggetti esposti, e renderle disponibile per l’attività didattica. Dal 1847 le esposizioni assumono carattere nazionale e dimensioni rilevanti, per esempio nel 1848 si contano a Londra più di 700 oggetti esposti.

La mancata unità politica fa sì che l’Italia debba attendere fino al 1861 per vedere realizzata la prima esposizione nazionale. Tra le prime esposizioni industriali ricordiamo quelle organizzate a Milano dalla società patriottica. Nell’800 hanno periodiche esposizioni industriali a Milano dove si segnalano l’esposizione del 1832, 1834, 1837, Napoli e a partire dal 1818 ma soprattutto Torino. Quasi a conferma della non completa indipendenza tra sviluppo industriale e pubblica esposizioni è il regno di Sardegna ad offrire gli esempi più interessanti quando ancora non si può parlare di industrializzazione urbana. Con un decreto di Carlo Felice del 1827 si istituiscono a partire dal 1829 le pubbliche triennali esposizione dei prodotti della patria industriale, dal 1838 con cadenza spostata a sei anni, promosse al castello del Valentino della reggia camera di agricoltura di commercio di Torino con il sostegno delle camere di Genova e Nizza. Sono esposizioni aperte ad industriali e artigiani con premi finali e consentono la vendita degli oggetti esposti. Nel 1844 nel 1850 si invitano anche alcuni artisti stranieri ad esporre, cresce la figura della relatore per una valutazione dettagliata degli oggetti. Nel 1850 si aggiunge la Camera di Commercio di Sassari e le esposizioni assumono un respiro quasi nazionale.

Le esposizioni in Germania e negli Stati Uniti

La Germania conosce le prime esposizioni reali, per dei prodotti di tutti gli stati tedeschi a partire dagli anni quaranta, e già l’esposizione di Berlino e Lipsia del 1845-50 sono oggetto di interesse per i funzionari e gli industriali stranieri. La geografia delle esposizioni vede prevalere Bavaria, Sassonia, Prussia. Ma quella più importante delle esposizioni industriali sarà quella della metà dell’800 e quella di Dusseldorf del 1838.

Negli Stati Uniti le prime esposizioni sono incentrate sulle macchine utensili e sulla valorizzazione delle invenzioni. A organizzazione periodica sono i centri privati di ricerca e di divulgazione scientifica come Ohio Mechanic’s Institute e il Franklin Institute di Philadelphia che diventerà il più prestigioso istituto di ricerca tecnologica degli Stati Uniti di metà 800.

La prima esposizione internazionale del 1851 ha alle spalle una lunga storia ma anche strategie diverse che hanno cercato di costruire relazioni coincidenti tra industria e società. A Londra, Parigi, Philadelphia, Sydney, Bruxelles e Roma, le esposizioni universali sono espressioni dello spirito di emulazione, creatività e sviluppo commerciale e industriale dello stato dei rapporti economici internazionali, dell’affermazione del prestigio nazionale della valorizzazione educativa specchio della società, della politica, mezzo di propaganda dimostrazione di potere fine non a se stesse. Le esposizioni hanno luogo quasi sempre nelle città capitali.

Spesso sono presentate come possibili focolai di epidemie, occasioni di speculazione sugli affitti degli immobili, sui prezzi di prodotti di largo consumo, spreco di risorse soprattutto nella politica economica del paese. Si sottolinea così inadeguatezza delle Infrastrutture, le possibili complicazioni nell’ordine pubblico e l’eventualità per lo Stato organizzatore di non figurare in modo adeguato. A Londra nel 1851 la commissione reale inglese tenta di cooptare il duca di Richmond leader dei protezionisti nella struttura organizzativa, quando nel 1849 Cole e Wyatt danno avvio alle procedure che porteranno alla grande esposizione, l’Inghilterra pare il paese dove più trasparente sembra il significato che l’esposizione poteva prendere. Perché sembrava aver trovato nell’industrializzazione urbana, nello sviluppo delle infrastrutture, nella formazione dell’amministrazione il grado di produrre una forte capacità organizzativa. L’Inghilterra era il paese che si era sempre presentato all’esposizione industriale con la selezione di prodotti e riconoscimenti.

Le esposizioni non inglesi hanno sempre invece percorso strade diverse, cercando di rilanciare un’immagine nazionale ed individuare vie d’uscita da situazioni di isolamento. Come succede a New York nel 1853 quando si vuole affermare l’efficienza del mondo imprenditoriale nordico di fronte all’oligarchia agraria e schiavista del sud. Ma casi del genere si trovano anche a Parigi, Vienna e Philadelphia. Nel 1851 il discorso inaugurale del principe Albert riassume alcuni punti di riflessione sul peso delle moderne invenzioni e sui metodi di lavoro. L’idea espressa alla fine del 1851 è quella di organizzare esposizioni annuali a carattere internazionale dedicati a temi specifici che completino nell’arco di dieci anni un ciclo comprendente tutti i settori industriali, lasciando ancora una volta le sezioni artistiche in secondo piano. In realtà vengono realizzate soltanto le prime quattro esposizione delle dieci previste cioè quelle nel 1871-72-73-74 ospitate in un modesto edificio in mattoni costruito per £ 74.000 a South Kensington. Le esposizioni affrontano ogni volta pochi e selezionati temi in modo da garantire un approfondimento della materia in questione. Ma già la prima ha un numero piuttosto limitato di visitatori che diminuisce ancora di più nella successiva.

L’esposizione industriale di Milano del 1871 è dedicata al settore delle costruzioni e agli oggetti di uso quotidiano. Ma in ogni caso quello che si evince è che l’utilità di un’esposizione internazionale non può essere legata alle dimensioni ma ai criteri di selezione e alla quantità degli oggetti. Il paese organizzatore deve fornire una struttura espositiva adeguata inoltre essenziali sono le relazioni finali, anche se poche di tutte queste raccomandazioni verranno recepite. La prima idea di esposizione universale italiana è prevista per il 1872 ma non verrà mai realizzata, già l’esposizione industriale di Torino del 1858 era stata ritardata di due anni perché si sovrapponeva con quella di Parigi, la sede avrebbe dovuto essere a Torino nell’area di piazza d’Armi, l’esposizione avrebbe occupato una superficie di 140.000 m², c’erano finanziamenti dallo Stato, enti locali, 2500 espositori italiani e stranieri, divisi in 24 settori.

Le esposizioni universali sono state anche dirottate da una serie di congiunture politiche ma anche economiche, come per esempio la guerra prima con la Francia e l’Italia poi con la Prussia, indicata come causa dei numerosi spostamenti che subisce l’esposizione di Vienna inizialmente prevista per il 1859 e realizzata solo nel 1873. Una politicizzazione dell’esposizione sono presenti anche a Filadelfia nel 1877. L’Esposizione universale del 1876 è anche l’occasione per discutere degli Stati Uniti e in Europa sull’opportunità di modificare le pesanti tariffe doganali americane che gravavano dal 30 al 70 % sul valore delle merci introdotte, Philadelphia viene scelta come sede dell’esposizione universale, perché è il simbolo dell’indipendenza americana nonostante non sia una città capitale, però è la seconda città americana per dimensioni e la sesta nel mondo. Una città in pieno sviluppo economico piena di edifici costruiti, industrie e cantieri navali. Qui hanno sede prestigiose istituzioni nazionali come la Public Library fondata da Benjamin Franklin nel 1731.

Le esposizioni nelle terre lontane

A ovest le esposizioni universali sembrano segnare l’orizzonte dello sviluppo economico di mondi nuovi e continenti in parti ancora inesplorate, così dopo l’America è la volta dell’Australia e della Nuova Zelanda. L’esposizione di Sydney si inaugura nel settembre del 1879, nasce da un’idea dei commissari australiani Casey e Levey maturata all’esposizione di Parigi l’anno precedente, è in realtà il modesto segnale di un’altra congiuntura: i numerosi e ricchi giacimenti auriferi scoperti a partire dalla metà dell’ottocento, una speranza di lavoro per tanti emigrati. L’anno seguente è la volta di Melbourne, dove l’esposizione ha carattere più industriale e meno agricolo e dove gli organizzatori ottengono la partecipazione di quasi tutti i paesi europei, numerose colonie inglesi e americani e naturalmente il Giappone. Nel 1888 Melbourne organizza una seconda esposizione internazionale per le macchine utensili per quelle agricole ma la scarsa esperienza organizzativa conduce ad un disastro finanziario.

Pian piano le esposizioni diventano una complicata macchina propagandistica che vuole sedurre più che uniformare, fatta su misura per un tipo di pubblico che sembra desiderare soprattutto il consumo di uno spettacolo e muoversi su un orizzonte tanto ampio e variegato quanto dispersivo e superficiale, vengono meno i motivi che spingono i diversi milieu tecnologici e scientifici al confronto, si accompagna infatti una istituzionalizzazione delle forme dello scambio scientifico e tecnologico. Tocca a Parigi chiudere con l’esposizione del 1900 il capitolo non solo ottocentesco delle esposizioni universali, la data costituisce ancora una barriera simbolica importante, sul dibattito, da considerare l’ultimo dell’anno del vecchio secolo o il primo del nuovo, dura quasi un anno. Dal dibattito si evince il grande dispendio di energia, sui prezzi dei beni di consumo, la tensione sui salari per l’edificazione dell’esposizione, la disoccupazione degli operai impiegati momentaneamente dei cantieri. Dal 1900 il dibattito e le domande sull’ utilità delle esposizioni universali si moltiplicano.

Particolarmente interessante la proposta alternativa illustrata nell’articolo di Austin sul National Geographic magazine del febbraio del 1901 che parla di un’esposizione itinerante, composta da una mezza dozzina di navi ognuna dedicata ad un settore produttivo, che potrebbe portare campioni di prodotti americani in tutto il mondo, proseguendo verso ovest e lungo le coste dei continenti e fermandosi nei porti più importanti, con un viaggio della durata di due o tre anni.

Le regole definitive

Il 30 giugno del 1849 in una riunione a Buckingham Palace si mettono a punto le regole definitive delle future esposizioni, a partire da quella del 1851: il carattere internazionale, la precarietà dell’edificio destinato ad ospitarle, l’assegnazione dei premi, la raccolta di sottoscrizioni, l’istituzione di una commissione reale per la selezione dei partecipanti e la cadenza quinquennale. La commissione reale istituita il 3 gennaio del 1850 continuerà a lavorare per quasi un secolo, e ne fanno parte presidenti, rappresentanti di istituzioni e società culturale. La commissione opera attraverso un comitato esecutivo responsabile di tutte le decisioni operative. La responsabilità delle azioni straniere è delegata ai singoli paesi ed alle loro rispettive commissioni.

Una struttura più semplice presiede l’organizzazione dell’esposizione internazionale di Dublino del 1853. Mentre a New York nello stesso anno il modello organizzativo quasi obbligatorio è molto simile a quello di Londra. La diversità delle istituzioni politiche americane, il mancato coinvolgimento di enti e istituti specializzati nei settori produttivi e museali, annullano la possibilità di realizzare l’esposizione dello stato di un New York l’11 marzo del 1852. Il problema delle tariffe doganali condiziona spesso la partecipazione degli espositori Stranieri, ma il primo atto formale che porta all’esposizione del 1876 di USA, si deve soprattutto alla Franklin Institute e Accademia di belle arti di Philadelphia, l’organizzazione vuole risolvere innanzitutto il problema del trasporto di ciò che si intende esporre per evitare delle spese elevate. Vengono di conseguenza stabilite delle tariffe per il trasporto degli oggetti da Parigi a Philadelphia ossia Fr. 50 ogni mille chili. Oltre alle spese per il trasporto dell’allestimento è a carico degli espositori il servizio di sorveglianza. Particolarmente interessante saranno però anche i problemi della lontananza di alcune esposizioni universali, soprattutto quelle australiane ma in parte anche quelle americane che si pongono seri problemi alla partecipazione dei paesi europei dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista relativo alla sicurezza dei materiali.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/03 Storia dell'arte contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vanderwoodsen di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Produzione artistica e società industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Rusconi Paolo.
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