La nascita delle arti industriali
Le arti del nostro tempo: architettura, fotografia, design, cinema, televisione, arte elettronica e digitale. L'avvio della ricerca è basata sull'idea che di esse sia possibile individuare uno statuto unitario. L'ipotesi suscita da subito interrogativi come: è lecito parlare di “arti”? E se sì quale valore assegnare all'aggettivo “industriali”. Oppure cosa autorizza a raccogliere sotto un'unica etichetta questi campi culturali così diversi?
Data la materia instabile, non ci sono risposte definitive, ma si premesse ipotetiche, deduttive, provvisorie. Nella nuova realtà moderna e ancor più in quella postmoderna, il processo della storia è stato bruscamente deviato: il mondo delle forme ha mutato la forma del mondo e in questa mutazione è stato il sistema formale a scindersi in esperienze diverse.
Così ciò che era sempre stato pervicacemente rifiutato come inferiore e spregevole (la produzione meccanica delle cose, l'apertura a una fruizione di massa) è emerso come condizione irrinunciabile per una creatività capace di dar conto di un mondo nuovo, ma anche di contribuire alla sua messa in forma.
Le arti industriali e la loro evoluzione
Per affrontare oggi il tema dell'arte occorrono strumenti nuovi. Le arti industriali si realizzano secondo principi di progettazione e produzione, sono generate da processi di ideazione che modificano in profondità la figura dell'autore, si pongono in una prospettiva di utilità e funzionalità che in qualche caso si interseca con motivazioni di mercato, presuppongono comportamenti di consumo differenziati.
In breve giustificano la definizione di arti industriali nella misura in cui si pongono dal punto di vista della produzione, della distribuzione e dell'uso tipico di qualunque prodotto manifatturiero. Cosa condividono con le arti tradizionali: la capacità di dar vita a forme, linguaggi, espressioni, sentimenti, rendendosi produttrici di senso.
Cosa le contraddistingue dalle arti tradizionali: la loro rivendicazione di bellezza deve superare una ragione critica che tenga conto della loro struttura tecnica, della loro finalità economica e della loro destinazione sociale.
L'inizio delle arti industriali
Delle arti industriali conta qui l'inizio a partire dal quale esse definirono progressivamente il nuovo orizzonte della nostra cultura. Punto di partenza viene fissato nel 1781 quando venne inaugurato il ponte in ferro di Coalbrookdale: non fu solo uno dei primi ponti in ferro creati per utilità, ma nacque come illustrazione delle possibilità offerte dai materiali in ferro all'edilizia con una funzione pubblicitaria sottolineata dal numero di disegni e pitture che lo raffiguravano e dalla loro diffusione.
In quel ponte emersero i caratteri distintivi dell'architettura rielaborata in versione industriale:
- Una tecnologia scaturita dalla logica della fabbrica da adattare all'edilizia
- La realizzazione tramite il montaggio di elementi seriali
- L'impiego di un materiale non direttamente reperibile in natura
- Il disvelamento di impensate potenzialità formali garantite dalla novità della materiale
- Motivazioni commerciali e di mercato dell'intera iniziativa
Questi caratteri (nelle biblioteche, stazioni, mercati) mutarono il volto dell'architettura. Le prime costruzioni in ferro venivano considerate solo di servizio. Emerge subito quindi il loro ruolo di utilità a discapito dell'estetica.
Ma con il passaggio da una committenza aristocratica a una borghese, l'architettura riuscirà a coniugare estetica con l'utilità per la collettività. Nel 1889 la Tour Eiffel segna la definitiva affermazione delle strutture in ferro. Non è più solo utile, ma viene legittimata la sua estetica e la sua pure inutilità. In quest'opera l'architettura moderna ha dichiarato il suo stretto rapporto con la tecnologia sottolineando anche la sua natura artistica.
La nascita della fotografia
Nel 1839, il creatore Daguerre perfezionò un marchingegno già elaborato precedentemente da Della Porta e Niepce. Il pittore Delaroche dichiarò la morte della pittura. Arago, fisico dell'accademia di Francia, era convinto che nella nuova tecnica ci fosse una capacità di indagine del reale che nessuna arte grafica avrebbe mai potuto raggiungere, strumento indispensabile per artisti e disegnatori.
La macchina fotografica economica, arte industriale e di massa, rivela però subito inquietanti interrogativi estetici: mette in discussione il concetto di autore. Nel 1863 in Francia, una legge sul diritto di autore viene promulgata, ma la sua legittimità estetica rimase dubbia. Infatti, spesso la fotografia veniva ridotta a puro valore documentario e comunque sospettata di una bruttezza troppo reale per reclamare il valore dell'arte.
Tuttavia, pochi decenni dopo, quella stessa verità avrebbe formato l'ideale estetico di una intera stagione artistica e letteraria che sognò di emulare la fredda indifferenza dell'obiettivo: i pittori iniziarono a dipingere ritratti guardando le foto e Verga arrivò a vagheggiare un racconto che sembrasse essersi fatto da sé.
L'arte applicata all'industria
La data da cui si iniziò a parlare di arte applicata all'industria è il 1851 con la Great Exhibition di Londra. Emerse il problema della forma del prodotto. Per la prima volta, la questione artistica, propria fino ad allora di una committenza aristocratica e legata alla prassi dell'artigianato di lusso, divenne un fatto collettivo, soggetto a una committenza indifferenziata.
Si mirava alla creazione di una nuova figura di progettista con funzioni di mediazione tra la pura creatività e le ragioni della produzione e del mercato. La formula “arte applicata all'industria” è esatta per definire il campo culturale che si andava prefigurando. La Gran Bretagna, per prima, e poi anche altri paesi europei, si dotarono di scuole dove educare futuri disegnatori industriali.
Bisognava non solo eliminare la congenita bruttezza degli oggetti realizzati a macchina, rivelata dall'esposizione di Londra, ma anche conferire al prodotto industriale una dignità estetica. Situazione particolarmente difficile poiché si stava evolvendo il concetto di arte non più legato solo al godimento estetico, ma ora legato anche all'utilità, alla tecnologia. Infatti, Hermann Muthesius nel 1907 diceva: l'arte industriale moderna ha insieme un'importanza artistica, culturale ed economica.
Esigenza dell'epoca: far sì che si creasse una nuova classe di consumatori sensibili a una nuova qualità formale delle cose. Behrens, nel 1910, affermò: “l'industria ha la possibilità di creare cultura realizzando l'unione dell'arte e della tecnica”.
Il cinema: narrativa in movimento
La prima pellicola proiettata in pubblico fu “La sortie des usines” dei Lumiere nel 1895. Nel dicembre la proiettarono nel Salon Indien vicino all'Opera. La storia del cinema si fa coincidere con questa proiezione. L'origine della nuova arte si situa nel cuore di un complesso intreccio tra immaginazione, tecnologia, produzione industriale e consumo di massa.
La tecnologia permetteva di creare illusioni. Méliès fu il primo a usare la tecnica della sparizione, della dissolvenza. Il cinema, nato come semplice curiosità scientifica, colpì l'immaginazione di un pubblico di massa che ne fece uno spettacolo capace di suscitare emozioni diverse.
All'inizio, poche sale erano destinate al cinema, poi con l'espansione dei luoghi di proiezione, divenne un fenomeno quotidiano e vide nascere nuove figure professionali: la figura dell'autore risultava frammentata in un intrico di specializzazioni come registi, attori, tecnici, scenografi, sceneggiatori. Il pubblico del cinema era indifferenziato e il cinema iniziò a educarne le modalità di percezione, i gusti, le tendenze.
La storia della televisione
È difficile decidere il punto di partenza. Bakewell, nel 1851, ideò il primo apparecchio per scannerizzazione immagini. Baird, nel 1925, trasmise a distanza in un centro commerciale di Londra, alcune immagini ridotte a semplici sagome. La figura di Taynton, fattorino di Baird, nel 1925 fu la prima testimonianza della trasformazione delle cose in evanescenti figure. È qui che inizia la storia non della televisione, ma di un nuovo modello di informazione, documentazione, racconto.
Nel 1930, la prima rappresentazione teatrale per la televisione fu "Pirandello, L'uomo dal fiore in bocca". La televisione annulla lo spazio (la distanza fisica tra la cosa e la sua immagine) e annulla il tempo. Il pubblico della televisione è di massa, ma può fruire della televisione in maniera individuale. La televisione ha da subito una forte natura industriale che ben si adatta in un clima di capitalismo, ma ha anche una forte creatività che le permette di farsi vettore di nuove energie estetiche.
La nascita del digitale
Nel 1971, tre ingegneri dell'Intel condensano in un minuscolo frammento di silicio una impensabile quantità di informazioni dando vita al primo microchip. Si spalanca un nuovo mondo. Tutte le arti trovano nuove soluzioni. La paventata passività del soggetto dinnanzi allo strapotere della tecnica è sconfessata dalla crescente centralità dell'utente nella gestione delle prestazioni digitali.
Ciò che c'è di diverso è il tipo di libertà creativa. Di fronte a un mezzo digitale, la creatività umana è vincolata dalle possibilità che il mezzo stesso ha.
Il rifiuto degli dei
Perché si fa ancora fatica ad accettare le arti industriali come arte? In principio fu il marchio della manualità, dell'artigianato, dell'utilità, dell'arte popolare a segnare tutte le attività sospette di appesantire il puro diletto della creazione con competenze inquinanti: l'orrore per la materia, il lavoro, la corporeità, la funzionalità ha tenuto lontane dalle arti liberali perfino l'architettura.
Il rifiuto di tutto ciò che attenta alla sacralità della vita ha una storia la cui provvisoria conclusione è nella nostra cultura contemporanea. L'inizio del rifiuto è da ricercare in un'operetta enciclopedica e didattica del V secolo di Marziano Capella: De nuptiis Philologiae et Mercurii. Marziano condensò e classificò in un'allegoria le conoscenze del suo tempo creando un modello per i secoli successivi.
Struttura narrativa
Mercurio sposa Filologia e come dono le offre le arti del suo tempo: Grammatica, Dialettica, Retorica, Aritmetica, Geometria, Astronomia, Musica. La sfilata è una rappresentazione della cultura dell'epoca. Il sistema dell'istruzione era basato sulle sette arti suddivise in quelle del trivio (grammatica, retorica e dialettica) e quelle del quadrivio. Però nella cultura romana se ne avevano 9: architettura e medicina. In Marziano non ci sono. E non ci saranno nei secoli successivi. Come mai?
Quando nel racconto giunge il turno di architettura e medicina, vista la noia di Venere e degli altri, Apollo dice: visto che queste due arti hanno cura delle cose mortali e non hanno a che fare con il cielo, è il caso che le interroghi Filologia. Filologia era la personificazione della ragione umana di qui il marchio dell'architettura e medicina come protagoniste nel mondo della storia e delle cose: erano le arti del futuro destinate come la loro madrina ad avere radici nel mondo per tendere alle stelle.
La distinzione tra arti liberali e arti meccaniche
Si snoda in un lungo percorso. La condanna alle arti meccaniche sembra dissolversi solo con l'economia industriale. Nasceva una nuova figura: l'ingegnere. Nel 1818, in Gran Bretagna, venne istituita l’associazione degli ingegneri civili a cui veniva affidata l'arte di indirizzare le grandi fonti di energia in natura a uso e convenienza dell'uomo. L'ingegneria si concentra su come i fenomeni si presentano e sui modi per riprodurli a piacere.
Con le industrie, la capacità di produrre meccanicamente, le opinioni si dividono, frammentano, tra chi le rifiutava categoricamente e chi invece ne esaltava le potenzialità. Morris parlava del recupero dell'artigianato; Carlyle difendeva il pezzo unico contro l'uniformità del prodotto industriale; i Bohemiens disprezzavano il gusto borghese; la Scapigliatura e il Decadentismo; anche chi si opponeva alla tecnologia come i Preraffaelliti in realtà se ne serviva, ad esempio, utilizzavano la fotografia per le loro opere.
In generale permaneva l'antica diffidenza per le arti meccaniche, ma si ammetteva l'impiego delle nuove tecniche in opere ispirate alla tradizione. In Butler, scrittore del 1835 a Londra, c'era già la consapevolezza che la presenza dei nuovi mezzi tecnici avrebbe modificato la stessa struttura antropologica dell'essere umano.
Arte e industria nel XX secolo
Nel 1800, arte e industria si erano incrociate e specchiate, solo nel 1900 si ebbe vero binomio arte e industria che divenne parola d'ordine del disegno industriale inaugurato dal Bauhaus. In Boccioni all'inizio del 1900 ritraeva una donna con una macchina per cucire, rappresentando la modernità. Canudo parlò del cinema come settima arte. Il disegno industriale penetrava in tutte le elaborazioni, dal telefono all'automobile, agli apparecchi domestici. Nuove forme, nuove percezioni, nuovo mondo.
Con l'avvento dei regimi totalitari, l'architettura, il cinema e la radio furono assunte per le loro potenzialità simboliche e la capacità di diffondersi capillarmente nelle masse a mo' di arma propagandistica. Walter Benjamin vedeva nello sviluppo una involuzione che avrebbe portato l'opera d'arte al livello della merce, ma sapeva che il gioco era pericoloso.
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