Psicologia sociale dei gruppi
La realtà dei gruppi
Il concetto di gruppo
Significati diversi associati al termine “gruppo”. Per alcuni teorici, il fattore critico è l’esperienza di un destino comune. Per altri pensatori, l’elemento chiave è l’esistenza di una certa struttura sociale formale o implicita, di solito sotto forma di relazioni di status e di ruolo. Una terza scuola di pensiero suggerisce che queste relazioni strutturali hanno luogo per via di una caratteristica dei gruppi ancor più elementare, il fatto che siano composti da individui in interazione faccia-a-faccia.
Il secondo e il terzo tipo di definizioni sembrano in verità applicabili solo ai piccoli gruppi e sembrerebbero escludere categorie sociali su larga scala come i gruppi etnici o la classe sociale. E tuttavia, non c’è dubbio che l’essere parte di queste categorie possa influenzare il comportamento delle persone come accade nel gruppo faccia-a-faccia più coesivo.
Questo problema ha portato alcuni autori a proporre una definizione di gruppo molto più soggettiva nei termini dell’autocategorizzazione delle persone. Il valore di questa categorizzazione sta nella sua semplicità ed inclusività. È difficile immaginare un gruppo i cui membri non si riconoscono mentalmente come parte di esso.
Malgrado la sua attraente parsimonia, la definizione di Turner è forse un po’ troppo soggettiva: non sembra catturare una caratteristica importante dei gruppi, e cioè il fatto che la loro esistenza è normalmente nota alle altre persone. Un tema centrale di questo libro è la necessità di considerare i gruppi non solo come sistemi a sé stanti ma in relazione ad altri gruppi.
Estendendo la definizione di Turner: un gruppo esiste quando due o più individui definiscono se stessi come membri e quando la sua esistenza è riconosciuta da almeno un'altra persona, che può essere un singolo individuo o un gruppo di persone.
La relazione tra l'individuo e il gruppo
Ciò che Allport ha definito il “problema dei problemi” della psicologia sociale è: c’è qualcosa nei gruppi di più della somma degli individui che li compongono?
Lo stesso Allport non aveva alcun dubbio sulla risposta a questa domanda. In uno dei primi testi di psicologia sociale scriveva: “non esiste una psicologia dei gruppi che non sia fondamentalmente ed interamente una psicologia degli individui”. Questa osservazione era rivolta ad alcuni suoi contemporanei che sostenevano che i gruppi possiedono alcune proprietà mentali che sono al di sopra della consapevolezza dei loro membri.
Sia Le Bon sia McDougall parlarono di una folla dotata di una “mente di gruppo” che la induce a compiere azioni che sarebbero considerate impensabili dai singoli membri presi individualmente. Il punto fondamentale di Allport è che un termine come “mente di gruppo” non potrebbe essere sottoposto a una verifica indipendente; non è possibile toccare od osservare questa entità, che si suppone dotata di consapevolezza, separatamente dagli individui che la compongono.
In ciò aveva sicuramente ragione: parlare di un gruppo dotato di una “mente a sé” sembra costituire uno sfortunato passo falso nella metafisica. Tuttavia, nel respingere l’idea di una “mente di gruppo” Allport intendeva andare oltre e sbarazzarsi del concetto del gruppo nella sua globalità. Benchè negli scritti successivi sembrasse modificare la sua posizione, in fondo rimase un individualista, che credeva che i fenomeni di gruppo potessero essere ricondotti in definitiva a processi psicologici individuali.
Una conseguenza di ciò è stata che molte teorie e ricerche successive sulle dinamiche di gruppo hanno seguito la direzione da lui indicata, cercando di mostrare che fenomeni come il pregiudizio e il conflitto sono poco più che comportamento interpersonale su larga scala. Tuttavia, questa visione riduzionista non è rimasta completamente incontestata. Altri hanno affermato che rifiutare l’errore logico della “mente di gruppo” non significa necessariamente abbandonare lo studio dei processi di gruppo come tali.
Mead, Sherif, Asch e Lewin hanno posto in rilievo il carattere reale e distintivo dei gruppi sociali, ritenendoli dotati di proprietà uniche che emergono dalla rete di relazioni tra i singoli membri. Sia per Asch sia per Sherif la realtà dei gruppi emerge dalle percezioni comuni che le persone hanno di se stesse in qualità di membri della medesima unità sociale e nelle varie relazioni reciproche all’interno di tale unità.
Collegati a tali percezioni vi sono vari prodotti del gruppo come slogan, norme e valori, e anche questi possono venir interiorizzati e assumere di conseguenza la funzione di guida per il comportamento dei singoli individui. Per queste ragioni è possibile accettare la critica di Allport alla “mente di gruppo” e allo stesso tempo essere in disaccordo con la sua conclusione secondo la quale il “gruppo” non ha posto in una psicologia sociale rigorosa.
Il continuum "interpersonale-gruppo"
Cosa significa affermare che una persona “si comporta come membro di un gruppo?” Tajfel, un importante teorico dei processi di gruppo, sottolinea anche l’esigenza di distinguere il comportamento interpersonale dal comportamento in situazioni di gruppo. Egli ha suggerito tre criteri che ci aiutano a porre questa distinzione:
- Il primo: è la presenza o l’assenza di almeno due categorie sociali chiaramente identificabili;
- Il secondo: è il grado di variabilità, basso o alto, negli atteggiamenti o nel comportamento delle persone che si trovano all’interno di ciascun gruppo. Il comportamento intergruppi è normalmente omogeneo e uniforme mentre il comportamento interpersonale è caratterizzato dalla gamma normale di differenze individuali.
- Il terzo: è il grado di variabilità negli atteggiamenti e nel comportamento di un individuo nei confronti dei membri degli altri gruppi. La stessa persona si comporta in modo simile nei confronti di numerose altre persone differenti o mostra una risposta differenziata? Tajfel colloca tutto il comportamento sociale lungo un continuum definito ella polarità “intergruppi” e “interpersonale”.
Secondo Turner il concetto di sé è formato da 2 elementi:
- L’identità personale: si riferisce ad autodescrizioni sulla base di caratteristiche individuali o idiosincratiche.
- L’identità sociale: denota descrizioni in termini di appartenenze a categorie.
Questa idea secondo cui l’appartenenza ad un gruppo è parte dell’identità delle persone costituisce un aspetto centrale nello studio dei processi di gruppo. Permette di attribuire un significato a numerosi comportamenti degli individui nei confronti di altri gruppi e inoltre ci aiuta a comprendere come mai i membri del gruppo mostrino così di frequente una tanto spiccata uniformità di atteggiamenti e di comportamenti.
La motivazione sottostante a questa uniformità, suggerisce Turner, è che nel definirsi come membri di un gruppo particolare, gli individui stabiliscono un’associazione tra se stessi e i vari attributi e le norme comuni che sperimentano nel far parte di quel gruppo. In tal modo, non solo gli individui vedono i membri di altri gruppi in modi stereotipati, ma vedono anche se stessi come esseri relativamente intercambiabili con gli altri nel proprio gruppo. Di conseguenza i loro atteggiamenti e le loro azioni assumono l’uniformità che è così caratteristica delle situazioni di gruppo.
A illustrazione di questa distinzione interpersonale-gruppo, consideriamo i risultati di 2 esperimenti:
- Il primo, condotto da Doise, Deschamps e Meyer a dei bambini veniva chiesto di osservare una serie di foto di ragazzi e successivamente una seconda serie di foto di ragazze e dovevano scegliere un aggettivo tra l’elenco che meglio si applicava all’immagine in questione. Nel gruppo sperimentale erano a conoscenza fin dall’inizio di due serie fotografiche. Nel gruppo di controllo no e quindi si può ipotizzare che la variabile genere fosse meno saliente per i soggetti nell’effettuare la prima serie di valutazioni. La seconda condizione di controllo potrebbe essere quindi classificata come più “impersonale” della prima condizione sperimentale, maggiormente “gruppale”. Le valutazioni effettuate dai bambini si sono dimostrate coerenti con questo assunto. Nella condizione sperimentale seguivano criteri di genere nel senso che le foto maschili e femminili difficilmente venivano qualificate in base agli stessi tratti. Nella condizione di controllo i bambini sembravano prestare maggiore attenzione alle caratteristiche specifiche di ciascuna immagine: le differenze percepite erano minori come minore era la somiglianza percepita all’interno di ciascuna categoria.
- Il secondo, condotto da Deutsch e Gerard sul conformismo. Lo studio è modellato sull’esperimento di Asch, che dimostra che gli individui possono essere indotti a fornire risposte sbagliate ad un quesito fisico elementare dalla presenza di una maggioranza che dà giudizi unanimi ma scorretti. Hanno mostrato che è possibile incrementare in maniera vistosa questo conformismo semplicemente definendo l’insieme dei soggetti che fanno parte dell’esperimento come un gruppo dotato di uno scopo definito. L’introduzione di questo “indice di raggruppamento” produce uno spostamento della situazione verso il polo “gruppo” del continuum comportamentale, con un aumento corrispondente nell’uniformità del comportamento tra gli individui.
Prima di concludere vorrei fare 3 osservazioni:
- Ciò che distingue il comportamento interpersonale dal comportamento di gruppo non è principalmente il numero di persone coinvolte. L’aspetto che caratterizza tale interazione come comportamento di gruppo è l’uniformità nelle azioni degli individui che lascia supporre che i partecipanti stessero interagendo in base alla loro appartenenza ad un gruppo piuttosto che delle loro caratteristiche personali particolari. Questo dato è importante perché gli scambi sociali sono spesso piuttosto ambigui da definire.
- La distinzione interpersonale-gruppo è basata su una dimensione continua e non costituisce una dicotomia. La maggior parte delle situazioni sociali contiene elementi che sono parte di entrambi i comportamenti, interpersonale e di gruppo. Dopotutto, persino nell’interazione più basata sull’appartenenza ad un gruppo i partecipanti hanno alle spalle una storia personale unica e un insieme di disposizioni personali, mentre dal lato opposto persino lo scambio più intimo tra due amanti contiene alcune caratteristiche degli stereotipi dei gruppi. Mentre ciò complica l’analisi completa di ogni situazione particolare, poiché entrano in gioco entrambi i tipi di processi, non impedisce l’esigenza di disporre di una chiara comprensione delle diversità tra questi tipi di processi e del modo in cui interagiscono.
- L’accettazione dell’esistenza di queste differenze rende necessarie delle teorie piuttosto diverse per comprendere i processi di gruppo rispetto a quelle che utilizziamo normalmente per spiegare il comportamento interpersonale. Le teorie del comportamento interpersonale tendono a invocare due tipi di processi congiuntamente:
- L’azione di qualche fattore interno all’individuo;
- La natura della relazione tra gli individui.
Le variazioni nel comportamento individuale quindi sono spiegate o in termini di differenze fra le persone o in termini di differenza fra le relazioni.
Nascita del comportamento collettivo: la folla come gruppo
Nella primavera del 1980 a Bristol ci fu una “rivolta”, in seguito ad una retata della polizia all’interno di un bar locale, riguardante un’indagine sul consumo illegale di alcolici e droghe, inizialmente produsse reazioni limitate, ma nel giro di un’ora gli astanti cominciarono a scagliare pietre contro i poliziotti. La polizia fece giungere i rinforzi, ma a quel punto la situazione si era riscaldata e si era raccolta una folla di diverse centinaia di persone. I tentativi della polizia per disperdere questa folla non ebbero esito positivo e più tardi i loro veicoli vennero dati alle fiamme e le vetrine di alcuni negozi finirono in frantumi.
In rapporto a ciò che sarebbe accaduto l’anno successivo, le rivolte di Liverpool e di Londra del 1981, questo avvenimento fu abbastanza insignificante. Tuttavia, come esempio di comportamento delle folle è molto utile. È utile menzionare 4 punti a proposito di questa “rivolta”:
- La violenza non era diretta in modo indiscriminato o incontrollato, ma aveva bersagli molto specifici;
- La folla era composta nella quasi totalità da individui che vivevano nelle immediate vicinanze e che si conoscevano.
- La violenza era contenuta geograficamente.
- I commenti spontanei prodotti dai membri della folla riflettevano l’esistenza di un forte orgoglio e di un’identificazione con la comunità, una sensazione di agire allo scopo di difendere se stessi dagli “estranei”.
Per la stessa ragione, la polizia considerava i “rivoltosi” come un gruppo, sia pure un gruppo che “si era fatto giustizia da sé”.
Deindividuazione e comportamento nei gruppi
Si ipotizzò in un primo momento che fosse il contesto della folla a far regredire le persone a modalità di condotta primitive e istintive. Secondo Le Bon, l’anonimato, il contagio e la suggestionabilità, fattori che riteneva endemici delle folle, determinano nei singoli una perdita di razionalità e identità, creando invece una “mente di gruppo”. Sotto l’influsso di questa si scatenano gli istinti distruttivi degli individui dando luogo ad una violenza sfrenata e ad un comportamento irrazionale.
Benchè l’ipotesi di Le Bon della “mente di gruppo” sia stata largamente rifiutata, le sue speculazioni sugli effetti dell’anonimato nella folla si sono dimostrate di un’influenza enorme per i tentativi successivi di spiegare il comportamento collettivo. Zimbardo ha preso spunto da molte idee di Le Bon formalizzandole all’interno di un modello contenente numerose variabili di entrata (input), alcuni cambiamenti psicologici intervenienti e il comportamento risultante.
Per i nostri scopi i 3 input più importanti sono l’anonimato, la responsabilità diffusa e l’ampiezza del gruppo. Secondo Zimbardo, essere parte di un ampio gruppo fornisce agli individui un velo di anonimato e diffonde la responsabilità personale per le conseguenze delle proprie azioni. L’autore ritiene che ciò conduca ad una perdita di identità e ad una minore preoccupazione per la valutazione sociale. Questo è ciò che Zimbardo definisce come stato psicologico di deindividuazione. Il comportamento “in uscita” risultante è soggetto all’abituale controllo sociale e personale.
Benchè ammetta che questo comportamento disinibito possa assumere forme prosociali, il punto principale di questa teoria è quello di suggerire che il comportamento degli individui subisce un processo degenerativo in situazioni di folla. Per Zimbardo, il comportamento violento della folla a Bristol ne è un esempio.
Per provare la sua teoria realizzò vari esperimenti di laboratorio, nel corso dei quali, sotto il pretesto di svolgere un “esperimento sull’apprendimento”, veniva fornita ai gruppi di partecipanti l’opportunità di somministrare scariche elettriche leggere, ma che a loro apparivano come reali, al presunto “allievo” nell’esperimento. In alcune condizioni questi partecipanti venivano deindividuati, in altre condizioni conservavano la loro identità, che veniva sottolineata da grandi cartelli con scritto il loro nome.
Nel primo esperimento, che utilizzava studenti, i risultati confermarono la sua teoria: la durata media delle scariche somministrate fu di lunghezza quasi doppia nella condizione di deindividuazione di quanto avvenne nella condizione di individuazione. Tuttavia, in un esperimento successivo, condotto con soldati belgi, si ottenne un risultato esattamente opposto: coloro che erano inclusi nella condizione di anonimato somministrarono costantemente scariche di lunghezza più breve di coloro che erano identificabili.
In una spiegazione di questo risultato inaspettato Zimbardo suggerì che i soldati, essendo in uniforme, erano già deindividuati prima dell’inizio dell’esperimento. L’effetto di indossare i camici e i cappucci nella condizione di deindividuazione fu quello di riindividuarli.
Altre ricerche hanno ottenuto risultati che confermano la teoria di Zimbardo. Watson ha riscontrato una correlazione evidente tra le culture che adottano pratiche molto aggressive nei confronti dei loro nemici e quelle i cui membri hanno l’usanza di modificare il proprio aspetto fisico prima delle battaglie. La teoria di Zimbardo ha ottenuto conferme anche in uno studio sperimentale più rigoroso di Jaffe e Yinon nel quale gli autori hanno semplicemente posto a confronto l’intensità media delle “scariche” somministrate da singoli individui con quelle fornite da gruppi composti da 3 persone. Come previsto, coloro che parteciparono come membri di un gruppo somministrarono regolarmente “scariche” molto più forti di coloro che agivano da soli. Questa differenza fu evidente anche alla prova iniziale prima che potesse aver luogo una qualsiasi discussione all’interno del gruppo.
Secondo alcuni un esempio più attuale di deindividuazione della condotta può essere ritrovato nell’attuale mania per la comunicazione elettronica. In queste diverse forme l’interazione avviene attraverso un terminale elettronico.
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