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I gruppi sociali

I gruppi nella prospettiva della psicologia sociale

L’interesse per i gruppi nella psicologia sociale: rapida cronistoria critica. I gruppi dovrebbero essere un argomento nel cuore della psicologia sociale, ambito disciplinare che “ha come specifico campo di pertinenza lo studio dei modi e delle forme dell’articolazione fra il mondo psichico e quello sociale” e in specifico le zone in cui si intersecano queste due realtà ai diversi livelli dei rapporti umani.

La psicologia sociale si trova alla frontiera fra due discipline, la psicologia e la sociologia, di cui la prima studia il soggetto individuale e la seconda il soggetto collettivo, mentre la psicologia sociale consiste nel rinvenire nell’individuo, per quanto studiato isolatamente, le influenze delle sue appartenenze sociali. L’interesse per i gruppi da parte della psicologia sociale ha avuto fluttuazioni storiche, fatto che d’altra parte non è di per sé particolarmente eccezionale.

Il funzionamento dei gruppi diviene oggetto d’interesse scientifico negli Stati Uniti intorno agli anni ’30 sotto la spinta di eventi storici quali la grande crisi economica della fine degli anni ’20. In Europa si andava intanto affermando in vari paesi il totalitarismo, una forma politica di governo che per Arendt costituisce qualcosa di radicalmente diverso dalle altre forme di regime autoritario storicamente conosciute, poiché dove ha conquistato il potere ha distrutto le tradizioni politiche e sociali del paese per introdurne delle nuove, portando alle estreme conseguenze le caratteristiche della società di massa.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale, gli stermini di massa compiuti principalmente dai nazisti, furono eventi collettivi di una portata tale da avere effetti su molte discipline, nell’intento di capire cosa fosse successo, come fosse potuto accadere, come evitare che si ripetesse nel futuro. Gli psicologi sociali si sentirono chiamati al compito “più urgente e dinamico di scoprire in che modo l’azione sociale possa essere controllata e manipolata per cambiare gli atteggiamenti e il comportamento, invece di limitarsi a misurarlo”. Tale bisogno di comprensione non si manifesta solo nella psicologia sociale.

Oltre agli eventi storici, altre pressioni di natura scientifica avevano cominciato a porre in evidenza l’importanza dello studio dei gruppi ristretti: ci riferiamo alle ricerche condotte presso gli stabilimenti Hawthorne della Western Electric Company in cui Elton Mayo mise in evidenza l’incidenza dei “fattori umani” sulla produzione e del gruppo come forte organizzatore del comportamento degli individui. In generale si giunse alla conclusione che la produttività del gruppo era funzione della soddisfazione lavorativa dei suoi membri, soddisfazione che a sua volta dipendeva dalla struttura sociale che il gruppo si dava in maniera informale.

Nel 1945 Kurt Lewin fonda il “Research Centre for Group Dynamics” che diventa il cuore di una serie di ricerche e di elaborazioni teoriche sul gruppo, concepito gestalticamente come una totalità dinamica che evidenzia caratteristiche diverse da quelle risultanti dalla somma delle sue componenti. Si può fare risalire proprio a Lewin la fondazione dello statuto psicosociale della nozione di gruppo. L’interesse di Lewin per la comprensione dei fenomeni dinamici dei gruppi e per le sue applicazioni su varie problematiche sociali, ha avuto origine probabilmente anche dalla sua vicenda personale di ebreo tedesco emigrato negli Stati Uniti nel 1933.

Secondo al ricostruzione svolta da McGuire a proposito dei fulcri d’interesse della psicologia sociale, i processi di gruppo sono stati fiorenti negli Stati Uniti nel periodo grosso modo compreso fra la metà degli anni ’30 e la metà degli anni ’50, dopodiché la ricerca sui gruppi si spostò in Europa.

Oberlé affronta la questione dell’interesse per il gruppo nella psicologia sociale in un articolo intitolato esplicitamente “Il gruppo interessa sempre agli psicologi sociali?” in cui l’autore cita alcuni articoli di altri autori che si sono posti la stessa domanda. In tal senso vengono menzionati gli articoli di Steiner, in cui l’autore pur lamentando l’abbandono dell’interesse per i gruppi in psicologia sociale, ne prevedeva un rilancio alla fine degli anni ’70. Questa previsione si basava sull’ipotesi che l’interesse per i gruppi sia legato a periodi di conflittualità sociale.

Steiner riteneva che il rebound conseguente al periodo di turbative sociali legate alla guerra del Vietnam avrebbe prodotto un rilancio della ricerca sui gruppi. In un articolo più tardi degli anni ’80, ammetteva di essersi sbagliato e avanzava l’idea che il livello di conflittualità che spinge a fare ricerche sui gruppi non è quella interna ma quella con l’esterno. Infine, riconosce che l’abbandono dei gruppi da parte della psicologia sociale è dovuto alla tendenza di questa disciplina a privilegiare un approccio teorico sempre più individualistico e un ampio utilizzo di metodi di laboratorio, poco consoni allo studio dei gruppi.

Sherif aveva già a suo tempo affermato la necessità di studiare i gruppi con metodologie diverse: “principali fra queste sono il confronto storico e infraculturale e la misura degli atteggiamenti e del comportamento infrasettoriale attraverso varie tecniche, ossia interviste, scale di atteggiamento, tecniche indirette, analisi di contenuto e infine i metodi sperimentali”. Infine è corsivato dallo stesso autore, che aggiunge come i metodi sperimentali di laboratorio non possano essere assolutamente il punto di partenza dell’indagine su fenomeni della vita sociale in specifico i fenomeni di gruppo.

Moreland, Hogg e Hais compiono uno studio documentario volto ad accertare quanti articoli dedicati ai gruppi siano apparsi fra il 1975 e il 1993 nelle tre riviste internazionalmente più conosciute della psicologia sociale. Gli autori constatano che il gruppo non è utilizzato nella stessa prospettiva da tutti gli autori, poiché in una parte, facendo riferimento al gruppo, si studiano fenomeni individuali. Il gruppo può essere sia oggetto di studio sia un mezzo per studiare altri fenomeni.

Questo studio mostra che dopo il declino degli anni ’70 e ’80 l’interesse per i gruppi riprende negli anni ’90 principalmente sotto l’influsso di due nuove tendenze nell’ambito della psicologia sociale: l’approccio europeo e la social cognition. Gli psicologi sociali si differenziano fra coloro che adottano una prospettiva individualistica e una prospettiva collettivistica:

  • Prospettiva individualistica: si ritiene che la gente nei gruppi si comporti come farebbe in una diade o da sola e i processi di gruppo non sono niente di sostanzialmente diverso da processi interpersonali tra un certo numero di individui;
  • Prospettiva collettivistica: si ritiene che il comportamento della gente nei gruppi sia influenzato da processi sociali peculiari e da rappresentazioni cognitive che possono emergere solo in gruppo e solo da questo originarsi.

Il gruppo in psicologia sociale fra luci e ombre

Secondo Tajfel, esiste un pregiudizio epistemologico per cui l’uomo considerato singolarmente è un essere che procede nella conoscenza del mondo in modo razionale, mentre quando si trova in gruppo, piccolo o grande che sia, perde la propria razionalità e si comporta in modi prerazionali, quando non “primitivi”. Sostiene che per quanto riguarda la conoscenza del mondo naturale viene utilizzato un modello razionale di uomo, che usa le proprie capacità di indagine, di comprensione, mentre per quanto riguarda i fenomeni sociali viene impiegato prevalentemente un modello istintivo-viscerale di uomo, come se nella vita collettiva gli individui perdessero le proprie capacità razionali e fossero guidati da istinti del loro passato filogenetico. Questo “romanticismo viscerale” nel considerare l’uomo sociale ha una certa influenza anche sulla stessa psicologia sociale.

Moscovici e Doise si associano nel denunciare questa visione pessimistica dell’uomo sociale come di un individuo che appena si riunisce ad altri perde le proprie capacità come se fosse più difficile adattarsi ai propri simili che all’ambiente fisico. Essi affermano che “predomina una tendenza a dare per acquisito che gli svantaggi del gruppo sono superiori ai vantaggi. Il pensiero collettivo è quindi una specie di copia mal riuscita del pensiero individuale, eseguita da plagiari totalmente privi di immaginazione”.

Le ricerche scientifiche non sono “neutre”, in quanto nel loro modo di procedere presuppongono una visione di fondo che tuttavia influenza tanto la raccolta dei dati sperimentali quanto l’interpretazione dei fatti raccolti. Da una parte delle ricerche psicosociali emerge una visione minorativa delle risorse di gruppo cui fa spesso da contraltare una visione valorizzante dell’individuo, che è quanto meno sorprendente tenuto conto della specificità dell’ambito disciplinare della psicologia sociale, che dovrebbe avere per il gruppo una sorta di patto implicito di fiducia.

Secondo Moscovici e Doise, il presupposto di base di molte ricerche psicosociali attinenti i gruppi consiste nella concezione dell’uomo-massa, che ha una lunga filiazione a partire dalla psicologia delle folle di inizio secolo, la folla composta di individui anonimi, suggestionabili. Questa concezione pessimistica nei riguardi della vita in comune è stata codificata dalla psicologia sociale contemporanea, anche se tradotta in termini più moderni con quella di cognitive miser, cioè di economizzatore di energie cognitive.

L’essere umano è per sua natura sociale, in quanto predisposto geneticamente al rapporto con gli altri, senza i quali la sua sopravvivenza sarebbe impossibile. La nostra specie è caratterizzata dal fatto che alla nascita l’essere umano è ancora incompleto e richiede per un certo numero di anni l’intervento di altri individui per sopravvivere e svilupparsi. La socialità umana si svolge in parte non trascurabile nei gruppi, da quello della famiglia, a quello dei compagni di gioco, delle aule scolastiche ecc.

Queste considerazioni così generali da apparire ovvie hanno lo scopo di sottolineare che al di là del loro “destino scientifico” i gruppi costituiscono una “ineluttabile esperienza sociale” per la totalità degli esseri umani, in una permanente dialettica per cui gli individui influenzano il gruppo e da questo sono influenzati, in modo piuttosto provocatorio da Moscovici. Studiare i gruppi nell’ottica della psicologia sociale significa occuparsi sia dell’individuo che si rapporta nei modi più svariati con le realtà gruppali, sia dei modi di funzionare del gruppo stesso, modi che non sono una semplice addizione delle individualità che lo compongono, sia dei rapporti fra gruppi.

  • All’immagine della folla come gruppo depersonalizzante e irrazionale si oppone quella di un gruppo in cui l’identità sociale degli individui diviene saliente e i bersagli d’azione non sono irrazionali, ma scelti in funzione di obiettivi precisi.
  • In alcuni tipi di gruppo la produttività effettiva gruppale arriva a superare la produttività potenziale;
  • I conflitti sociocognitivi nella risoluzione dei problemi possono fare avanzare il livello cognitivo del singoli;
  • Nel gruppo non si costruiscono solo uniformità e conformismo ma anche dissenso e innovazione.

Anche il sociologo Elias sottolinea che molti aspetti delle società umane non possono essere spiegati in termini di contributi e di idee individuali, neppure pensando in termini di un’accumulazione di quelle idee, ma devono essere spiegati in termini di “sviluppo sociale”, espressione che si riferisce al continuo intrecciarsi dei piani e delle azioni degli esseri umani che agiscono in gruppo. Secondo l’autore, il termine “interazione” è troppo debole per rendere conto della potente interdipendenza fra individui e gruppi.

Lewin è stato il primo autore che ha mostrato come le decisioni di gruppo possano essere tecniche di mutamento di costumi consolidati. Egli osserva che l’atto del mangiare è ben più complicato della pura e semplice nutrizione e per comprendere il perché gli individui abbiano particolari abitudini alimentari è necessario analizzare fattori psicologici e fattori non psicologici che si intersecano tra loro. Prima di sperimentare qualunque mutamento secondo Lewin è necessario svolgere indagini sulle ragioni per cui le persone si alimentano in un determinato modo e per questo è necessario intervistare i “guardiani” del cibo, le massaie.

Questa indagine venne svolta presso una città negli Stati Uniti nel 1942 su 5 gruppi:

  • Popolazione bianca americana (alto, medio e basso reddito)
  • Popolazione di minoranza (cecoslovacca – nera)

I dati raccolti mostrano che le abitudini alimentari sono un complesso insieme di fattori in cui è importante il sistema di valori che sta alla base delle decisioni circa i cibi da consumare. Questi valori si differenziano fra i gruppi etnici e fra le stratificazioni sociali ad esempio la salute è il valore primario dei ceti alti, il costo dei bassi. Nell’indagine si evidenziano alcuni sensi di appartenenza a “gruppi alimentari”, nel complesso ben strutturati e in tutta evidenza piuttosto resistenti al cambiamento, che Lewin doveva cercare di introdurre.

La vera e propria sperimentazione sul cambiamento delle abitudini alimentari è stata preceduta dall’indagine di cui abbiamo appena parlato, poiché secondo Lewin, è necessaria un’indagine di sfondo di tipo sociologico per sapere quale tipo di psicologia deve essere analizzata o chi deve essere preparato a un mutamento sociale da realizzarsi. L’idea innovativa di Lewin fu quella di non ricorrere a tecniche di persuasione individuale, ma di tentare di mutare delle norme di gruppo, più potenti poiché possono determinare cambiamenti individuali.

Egli utilizzò due tipi di sperimentazione su gruppi di donne volontarie: un metodo consisteva in lezioni-conferenze sui vantaggi dietetici delle frattaglie, l’altro nella partecipazione attiva a discussioni di gruppo sulla stessa tematica con la conduzione di un animatore, discussione che si concludeva con la decisione a cucinare tale alimento. Si constatò che il primo metodo produsse scarso cambiamento mentre il secondo consistente modificazione.

Per Lewin una conferenza e una discussione possono essere efficaci nel suscitare motivazioni ma la motivazione da sola non è in grado di produrre il mutamento, che presuppone invece un legame tra motivazione e azione. Tale legame è fornito dalla decisione di gruppo, che sembra avere un “effetto consolidante” dovuto alla tendenza dell’individuo ad essere coerente con la decisione presa e fedele all’impegno preso nei confronti del gruppo.

Le ricerche di Lewin non sono solo finalizzate a conoscerne i fenomeni dinamici, ma anche a mettere a fuoco il problema del cambiamento sociale. L’autore stesso riconosce che ha mostrato come la società abbia bisogno di avere strumenti per avere la meglio contro le forze distruttive che l’uomo ha liberato in seguito all’uso della scienza naturale. In questa logica nascono l’action-research (ricerca-azione) e il T-group.

L’action-research è una ricerca in cui sono attivi sia i soggetti-oggetti della medesima, sia i ricercatori in essa impegnati. Con questa Lewin proponeva alla psicologia sociale una metodologia di ricerca che consente da un lato di intervenire sulla realtà sociale, dall’altro di trarre dalle esperienze concrete nuovi elementi di conoscenza in un vitale e dinamico rapporto fra teorie e pratica sociale.

Il T-group è un metodo di formazione attiva di gruppo, i cui principi vengono alla luce in modo quasi fortuito in una sperimentazione formativa presieduta da Lerin e Lippitt. I lavori erano svolti a piccoli gruppi e un osservatore registrava i comportamenti dei partecipanti. Alcuni partecipanti chiesero di partecipare alle riunioni in cui si esaminavano le osservazioni svolte sui gruppi e ne ottennero il permesso. Il programma di lavoro divenne qualcosa di nuovo in cui veniva analizzato l’hic et nunc delle relazioni fra i membri del gruppo in un clima di fiducia reciproca. Nel 1947 a Berhel nasceva ufficialmente il metodo T-group, che aveva lo scopo di permettere l’acquisizione di conoscenze su 3 livelli del comportamento:

  • Interpersonale
  • Di gruppo
  • Fra gruppi

La novità di questo metodo consiste nella necessità per ciascun partecipante di diventare responsabile attivo del proprio apprendimento e cambiamento, poiché il conduttore del gruppo ha un ruolo diverso da quello di insegnante in quanto non trasmette le sue conoscenze come nel contesto abituale di una lezione ma ha il ruolo di facilitare la presa di coscienza dei partecipanti su quanto avviene nel “qui e ora” del gruppo.

Ciò che preme sottolineare è la convinzione di Lewin sull’importanza del gruppo nei processi di cambiamento sia individuale sia sociale e sulla coerenza con cui egli ha portato avanti una sfida che non ha effettivamente avuto seguito dopo di lui. D’altra parte i gruppi non sono solo motori di cambiamento, ma anche contesti di resistenza al mutamento, di conservazione dello status quo e Lewin ne era perfettamente consapevole quando parlava dell’equilibrio sociale come di equilibri “quasi-stazionari”, mantenuti da forze uguali e contrarie sulle quali si poteva intervenire o aggiungendo forze nella direzione desiderata o abbassando quelle contrarie.

Un programma di mutamento sociale doveva essere concepito come un processo a 3 fasi:

  • Disgelamento del livello precedente
  • Mutamento di tale livello
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

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