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Riassunto esame Principi, fondamenti e organizzazione del servizio sociale, prof. Marsella, libro consigliato "Manuale dell'operatore sociale"

Riassunto per l'esame di Principi, fondamenti e organizzazione del servizio sociale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dal docente Marsella "Manuale dell'operatore sociale. Teoria, metodi e tecniche" (introduzione e primi dieci capitoli, mancano le "Letture"). Gli argomenti trattati sono: i concetti fondamentali del servizio sociale, l'identità tradizionale... Vedi di più

Esame di Principi, fondamenti e organizzazione del servizio sociale docente Prof. A. Marsella

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legislativo. È dalla interazione di questi tre momenti, nella loro relazione con la realtà sociale nella

sua totalità, che risulta la pratica quotidiana del servizio sociale e la sua effettiva articolazione.

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LETTURA: L’ECLISSI DEL CITTADINO NELLO STATO SOCIALE

CAP. 6. LAVORO SOCIALE E METODOLOGIE DI RETE. 6.1. IL LAVORO SOCIALE

Con l’espressione «lavoro sociale» si intende in Italia l’area di riflessione e di intervento

comune alle diverse professioni sociali. L’espressione è nata in Italia in seguito allo sviluppo del

welfare state e al moltiplicarsi e al diversificarsi sia degli ambiti di intervento e di operatività di tipo

sociale, sia – di conseguenza – delle figure professionali che la progressiva specializzazione di

ognuno di essi richiedeva. E il significato con cui tale espressione si è diffusa in Italia (ed in

Francia) è ben diverso da quello che ad essa viene attribuito nei Paesi anglosassoni, dove

l’espressione social work - soziale Arbeit indica più riduttivamente la specifica professione

dell’assistente sociale.

Lo sviluppo del welfare state è passato attraverso un radicale ripensamento del social work

classico e soprattutto attraverso quel processo di portata storica rappresentato dalla

deistituzionalizzazione. Questo importantissimo processo, è consistito dapprima in una fase di re-

istituzionalizzazione, durante la quale alle grandi strutture di ospitalità già esistenti si sono

affiancate strutture e residenze più a misura d’uomo; successiva con domiciliarizzazione delle cure

(home care) e conseguente permanenza del soggetto bisognoso d’aiuto nella sua residenza abituale:

il servizio d’aiuto viene erogato nella sua interezza, dall’accudimento personale alle cure e alle

terapie specialistiche. La strategia che vede le prestazioni d’aiuto spostarsi verso il soggetto e non il

contrario, viene usualmente chiamata community care. Essa è stata sperimentata in vari Paesi ed è

ormai pienamente formalizzata e attuata sin dal 1990 in Gran Bretagna, in seguito all’emanazione

del Community Care Act.

Definito cosa è il lavoro sociale, si comprende allora sia cosa si intenda per “sociale”, ossia

l’ambiente necessario all’aiuto personalizzato, sia cosa si intenda per “aiuto”, ossia la tendenza a

produrre guarigione, secondo una prospettiva esclusivamente clinica, o la tendenza “a prendersi

cura di”, secondo una più ampia e ormai consolidata prospettiva sociale.

Il lavoro sociale è la prassi operativa degli esperti di aiuto, che perciò si chiameranno

«operatori sociali».Tale prospettiva operativa non esclude che il lavoro sociale possa intendersi

anche come scienza, o – per dirla con Maritain – una “scienza pratica-pratica”: esso è infatti anche

l’insieme delle attività intellettuali e concettuali e dei metodi per riprodurle che supportano la prassi

3 da: Marcello Strazzeri, L’eclissi del cittadino. Attore e sistema sociale nella modernità, Piero Manni, 1993 - Lecce, pp. 137-150.

Per rendere più agevole la fruizione del brano abbiamo eliminato le note a piè di pagina di cui è, nell’originale, corredato. Vt. 65

operativa e tentano di spiegare la complessità di ogni problema sociale, dipendente sia dalle cause

delle diverse situazioni, sia dalle relazioni e dagli inevitabili condizionamenti che intercorrono tra i

soggetti interessati da un problema, che è sociale, proprio in quanto relativo ad una rete di individui.

Se il lavoro sociale è considerato come scienza e non solo come esclusiva operatività, ci si

può chiedere se esso abbia anche un suo oggetto epistemologico (quindi di conoscenza e riflessione,

prima ancora che di intervento) e se e in cosa questo oggetto sia diverso da quello della sociologia e

della psicologia, che sono senza dubbio le due scienze affini più rilevanti.

6.1.1. SERVIZIO SOCIALE E SOCIOLOGIA

La sociologia è, tautologicamente, la scienza della società.

Si parla di scienza, per l’appunto: in seguito alla profonda trasformazione subita dal concetto

di scienza nel corso del XIX e soprattutto del XX secolo, per cui è scienza non solo ciò che si

occupa del misurabile e quantitativamente definibile e analizzabile, ma anche ciò che si occupa del

problematizzabile, per la sociologia e le scienze sociali, considerate un tempo «scienze del vago» in

opposizione alle «scienze esatte», si è operato un processo di rivalutazione. Anzi, proprio la

problematicità che le caratterizza è vista oggi come uno dei tratti peculiari del pensiero scientifico.

Ancora: l’evoluzione del modo di concepire la scienza e la metodologia scientifica non solo hanno

fornito un respiro tutto nuovo e piena legittimazione di scienza dal punto di vista insieme teorico e

operativo alla sociologia, ma ha portato anche ad un generale ripensamento delle scienze particolari,

che non sono più definibili una volta per tutte, in maniera esclusiva, precisa.

Se la sociologia è la scienza della società, suo oggetto è il funzionamento della società nel suo

complesso, considerata come un organismo unitario. Ecco alcune precisazioni.

Non tutto ciò che per tradizione o logica è riferito o riferibile al lavoro sociale è anche oggetto

della sociologia. Oggetto della sociologia, in ogni caso, non è qualsiasi società, ma quella società,

storicamente matura, che è la società industriale moderna. La sociologia nasce alla metà del XIX

secolo, nel contesto dei grandi mutamenti apportati in Europa dalla rivoluzione industriale, e nel

fermento culturale delle rivoluzioni francese e americana. L’incremento demografico nelle città,

dovuto alla fuga dei contadini dalle campagne, l’industrializzazione massiccia e i conseguenti

problemi di ordine sociale cambiarono il volto di una società che fino ad allora appariva stabile.

La sociologia nasce proprio nel tentativo di comprendere le trasformazioni di ordine sociale ed

economico che sembravano minacciare la stabilità della società europea del tempo.

La sociologia da sola non basta a gestire fenomeni umani particolari, e poiché è una scienza

umana a forte valenza applicativa, essa deve essere interdisciplinare per sua costituzione. L’oggetto

della ricerca sociologica non può essere considerato una proprietà esclusiva della sociologia: ad

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esso guarderanno ciascuna con le proprie finalità, i propri strumenti e i propri metodi le scienze

sociali affini, tra cui l’antropologia culturale e la psicologia sociale. L’impostazione

interdisciplinare è una conquista relativamente recente, a cui si è giunti per gradi. Da una fase di

sociologismo intransigente, in cui nulla c’era al di fuori del sociale puro, si è passati al

riconoscimento e all’accettazione delle altre scienze sociali, ma ognuna indipendente e separata

dalle altre (per cui l’esperienza umana ne usciva parcellizzata, distinta in atomi slegati l’uno

dall’altro), per giungere infine ad una visione integrata di esse. Anche quest’ultima, ovviamente,

non è una visione definitiva: concordi sull’unico punto fermo che interdisciplinarità non è semplice

accostamento o fusione tra le singole scienze sociali, gli studiosi propongono interpretazioni anche

molto lontane dell’approccio interdisciplinare e della necessità di integrare tali scienze.

La sociologia guarda a fenomeni collettivi, siano essi macrofenomeni (ossia di vasta scala,

come il sistema sociale nella sua complessità) o microfenomeni (come le interazioni tra due

individui o del piccolo gruppo in normali contesti relazionali di vita quotidiana). Il lavoro sociale è

invece particolaristico. Le scienze sociali non hanno mai come oggetto d’analisi il singolo

individuo; pur partendo dall’individuo, esse mirano a descrivere, studiare, interpretare sempre

fenomeni sociali nel loro insieme. Individuo e società non sono in opposizione, come

nell’impostazione delle ricerche di sociologi come Spencer, considerato insieme a Durkheim

l’ispiratore della teoria funzionalista, riprendendo i problemi della statica e della dinamica sociale

analizzati da Comte. Individuo e società sono complementari e in rapporto dialettico, poiché non c’è

società senza individui e l’individuo non esiste se non nella società. L’individuo è frutto del sociale

e dei comportamenti collettivi in cui la società si esprime; esso, ovvio, non è mero soggetto passivo

del processo e delle dinamiche collettive, rispetto a cui interviene e reagisce anzi in maniera critica,

attiva, cosicché lo stesso insieme sociale ne risulta sollecitato, condizionato, modificato. Infatti

secondo il sociologo francese, la società svolge l’importante funzione di imporre dei limiti ai

desideri umani; quando tale funzione regolatrice della società, attuata con il controllo sociale, viene

meno, si verifica l’anomia, cioè l’assenza di norme che può riguardare la società nel suo complesso

o anche alcuni dei suoi componenti. In una situazione di anomia, gli individui, non trovando più una

regolamentazione ai proprio desideri in norme condivise sono privi di una guida morale.

6.1.2. SERVIZIO SOCIALE E PSICOLOGIA

La psicologia è la scienza dell’individuo. Riguardo ai rapporti tra psicologia, sociologia e

lavoro sociale, poiché si era partiti dal verificare se e in che modo il lavoro sociale possa avere un

proprio oggetto di conoscenza distinto da quello delle scienze sociali affini, senz’altro la psicologia

si è affiancata al lavoro sociale più facilmente e in modo più naturale di quanto sia successo per la

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sociologia. La psicologia ha come suo oggetto le strutture e le funzioni interne dell’individuo,

quindi come il lavoro sociale guarda al singolo soggetto e non a fenomeni collettivi (ai quali, come

si è visto, guarda invece principalmente la sociologia). Diverso è però il modo con cui psicologia e

lavoro sociale guardano al soggetto: il sociale cerca di capire come il soggetto emerga

dall’inevitabile forma che ne danno le forze sociali; la psicologia tenta di vedere se e come dalla

comprensione delle strutture psichiche del soggetto si passi a quella dell’azione finalizzata, ossia

all’esperienza umana integrata. La psicologia, inoltre, dopo una prima fase pionieristica di

riversamento assoluto sul soggetto (fase di introspezione dunque, che mancava del tutto dei requisiti

della scientificità), per non venire meno alla sua natura di scienza si è allontanata dal soggetto

inteso come individuo particolare, determinato, per indagare direttamente le ragioni dei

comportamenti pur individuali da cui ricavare dati incontrovertibili. Tra gli esempi più importanti

del passaggio dalla soggettività alla perdita del soggetto ci sono Watson, padre del

comportamentismo, con il suo Manifesto del 1913 (Meazzini 1980), e, qualche decennio dopo,

l’esponente più noto del movimento, F.B. Skinner (Skinner 1971). Il modello skinneriano, pur

psicologico, ha costituito un anello di congiungimento con la microsociologia, poiché ha visto il

comportamento dell’individuo nelle sue interrelazioni con il contesto situazionale ad esso esterno,

svincolato dunque da processi psichici sottostanti.

6.1.3. L’OGGETTO DEL LAVORO SOCIALE

Oggetto del lavoro sociale è il soggetto concepito nel duplice aspetto: intrapersonale, proprio

della psicologia, interpersonale ed extrapersonale, tema di pertinenza della sociologia e delle

scienze sociali.

Ritornando alla domanda di partenza, se il lavoro sociale abbia una sua autonomia

epistemologica, occorre vedere come questa autonomia possa di fatto emergere da un sapere,

applicativo e legato a due superdiscipline, psicologia e sociologia, che ne danno un quadro teorico.

Prerogativa del lavoro sociale è la capacità di azione e reazione nella gestione degli individui

di fronte a situazioni di «patologia sociale», ossia di limitazione o di carenza di benessere. E se è

vero che la «capacità di azione» è in sé oggetto della sociologia, il lavoro sociale si occupa allora

più propriamente, restringendo la sua sfera d’intervento a ciò che è specifico e peculiare di esso, di

ciò che è causa dell’incapacità di azione e, da qui, anche di ciò che può esserne soluzione. La stessa

patologia sociale sarà pertanto oggetto di volta in volta della sociologia o del lavoro sociale a

seconda, rispettivamente, che essa sia fenomeno collettivo della società nel suo complesso, o se

riguardi invece disfunzioni sociali concretizzate ed incarnate in situazioni di vita circoscritte, non

esclusive di un singolo individuo ma riferibili ad una umanità contingente, a dimensioni relazionali

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costruite da reti di soggetti in interazione. Il lavoro sociale ha come oggetto bersaglio del proprio

intervento di aiuto non la società vista come insieme, né il singolo individuo, ma una realtà

intermedia tra il collettivo e l’individuale. Inoltre, il lavoro sociale si occupa anche degli strumenti

pratici che sono al servizio degli interventi di aiuto; esso studia in particolare i metodi e le tecniche

operative funzionali a centrare l’interazione tra i soggetti coinvolti da problemi e le istituzioni

chiamate a risolverli. Si tratta di un lavoro di rete, una modalità di lavoro del tutto in linea con

quella dimensione reticolare a metà strada tra l’individuale e il collettivo di cui si è detto.

6.1.4. L’AREA PROFESSIONALE DEL LAVORO SOCIALE E I RAPPORTI

CON LE ALTRE PROFESSIONI D’AIUTO

Il lavoro sociale è un ramo del più vasto insieme delle professioni di aiuto, cioè di quelle

attività volte a curare e prevenire patologie e problemi di vita sia di livello micro, come quelle del

piccolo gruppo o di contesti familiari, sia di livello meso, che è qualcosa di più circoscritto del

macro, interessando fenomeni e temi sì collettivi, ma personalizzati e circostanziati (trattandosi

sempre, come premesso, non della società nel suo complesso, ma di sue articolazioni minori).

Le professioni di aiuto vanno distinte dalle professioni di sviluppo. Queste, come dice il

nome, riguardano la crescita (dei singoli soggetti nella società) a partire da situazioni già definite e

agiscono di fatto rispetto a problemi che sono già dati, codificati; esse possono anche intervenire a

prescindere dal problema stesso, almeno se si intende il problema come categoria logica e non solo

come dato-fatto-evento contingente. Le professioni di aiuto, al contrario, sono strettamente legate al

concetto di problema, rispetto a cui intervengono sia come modalità di protezione preventiva

affinché il problema – prevedibile e riconoscibile – possa non sorgere, sia soprattutto (è questa

l’idea centrale della professione di aiuto) come modalità di soccorso e riparazione una volta che il

problema sia effettivamente insorto, eventualità che per ovvi motivi si verifica di fatto con

frequenza molto maggiore della prima. Che cosa è il “problema”, viene da chiedersi. La risposta è

nella distinzione tra vera e propria patologia nel senso tecnico del termine, di cui si occupano come

loro oggetto principale le altre professioni di aiuto (la medicina, la psichiatria, la psicoterapia,

l’orto-pedagogia, ecc.), e disfunzione conseguente alla patologia e di ordine diverso rispetto ad essa.

Il lavoro sociale interviene a questo livello, occupandosi di tutti i problemi che sono correlati alla

patologia, ma che sono qualcosa di diverso dalla patologia. E vi interviene come aiuto ad un

problema che, anche se personale e individuale, va affrontato sempre in un’ottica sociale poiché è di

per sé, in definitiva, un problema sociale, nato e sviluppatosi in una rete di relazioni e di influenze

interne ed esterne all’individuo. Dal punto di vista del lavoro sociale affrontare un problema in

un’ottica sociale non equivale a ricercarne le cause, a scavare nel passato e ricostruire

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cronologicamente, o addirittura logicamente, i meccanismi che lo hanno determinato. Se nel lavoro

sociale l’aiuto mira, come detto, alla protezione dal danno o, più centralmente, al soccorso di esso,

il lavoro sociale nella pratica deve guardare pragmaticamente non alle cause ma alle situazioni e

alle caratteristiche in atto dell’azione intenzionale per risolvere i problemi. Aspetti importanti del

lavoro di aiuto sono la globalità dell’intervento, poiché ogni problema viene osservato nelle sue

svariate angolazioni, sia di tipo personale sia di tipo sociale, e la positività di pensiero, la

disponibilità cioè a vedere i singoli aspetti di ogni situazione sia in atto sia in potenza, e in

particolare a vederne gli aspetti positivi, i punti di forza e le possibilità di risoluzione.

6.1.5. RELAZIONI E LAVORO SOCIALE

Per la prima volta nella maniera più esplicita con Simmel, la sociologia vede nella relazione

sociale la sua fondamentale unità di analisi. «La società» - dice Simmel - «è [...] il nome che

designa un insieme di individui, uniti tra loro da rapporti di interazione» (Simmel 1983, pag. 14).

Per Simmel tutto avviene nella relazione sociale da lui definita come azione reciproca. La relazione

sociale è la categoria teorica di base, che deve essere intesa come interazione - azione reciproca.

“Il fenomeno sociale non è una emanazione di un soggetto e neppure di un sistema astratto

più o meno posto a-priori. Il sociale è il relazionale in quanto tale, ossia l’azione reciproca in quanto

inter-azione che produce, si incorpora e si manifesta in qualcosa che, pur non visibile, ha una sua

“solidità”.

Simmel spiega come si realizza questo processo fra individui che dà vita ad una realtà nuova e

che ha vita propria al di là degli elementi da cui deriva. La vita della società consiste nelle relazioni

reciproche dei suoi elementi-relazioni che in parte si sviluppano in azioni e reazioni momentanee ed

in parte si consolidano in strutture definite: in uffici e leggi, ordinamenti e proprietà, lingua e mezzi

di comunicazione. Tutti questi effetti sociali reciproci nascono sulla base di determinati interessi,

scopi ed impulsi. Questi formano al tempo stesso la materia che si realizza socialmente nello stare

insieme degli individui l’uno accanto all’altro, l’uno per l’altro o l’uno con l’altro.

La centralità dell’aspetto relazionale della vita sociale è ormai un dato acquisito e risulta

preliminare alla stessa definizione di società.

Afferma Donati: […] così come, nel sistema di riferimento organico,

l’uomo non può esistere senza aria e senza cibo, pur non

riducendosi né all’una né all’altro, nel sistema di riferimento

sociale l’essere umano non può esistere senza relazioni

sociali con gli altri. Questa relazione è il costitutivo

del suo poter essere persona, come lo sono l’aria e il cibo 70

per il corpo. Sospendete la relazione con l’altro e avrete

sospesa la relazione con il sé. Di questo e non di altro tratta

la sociologia. (Donati 1991, pag. 69).

L’aspetto relazionale è addirittura costitutivo per la concezione della persona.

Secondo Horkheimer e Adorno (1966, pp. 53-4), «affermando che la vita umana è

essenzialmente e non solo casualmente convivenza si rimette in questione il concetto dell’individuo

come atomo sociale ultimo. Se nel fondamento stesso del suo esistere l’uomo è attraverso altri, che

sono i suoi simili, e solo per essi è ciò che è, allora la sua definizione ultima non è quella di una

originaria indivisibilità e singolarità, ma piuttosto quella di una necessaria partecipazione e

comunicazione agli altri. Prima di essere - anche - individuo, l’uomo è uno dei simili, si rapporta ad

altri prima di riferirsi esplicitamente a se stesso, è un momento delle relazioni in cui vive prima di

poter giungere eventualmente ad autodeterminarsi. Tutto ciò viene espresso nel concetto della

“persona”…».

Persona vuol dire relazione, possibilità e capacità di porsi davanti all’altro e venire da esso

riconosciuto. La persona emerge presso tutti e presso ciascuno solo quando il ri-conoscimento

contiene in sé sia la designazione-indicazione empirico-cognitiva sia la reazione alla designazione-

indicazione stessa. La persona emerge quando la designazione fa scattare una reazione morale, e

quindi l’alter viene incluso nell’universo morale dell’ego collocandolo in una responsabilità priva

di sanzione e di contraccambio.

Le persone compongono la relazione che li avvolge, li comprende, li contiene, li trasforma

condizionandoli dall’esterno e stimolandoli dall’interno. La relazione allora diventa una realtà fra i

due o più, nata e alimentata dal loro essere e dal loro agire e, a sua volta, alimenta il loro essere e il

loro agire, li aiuta a crescere e maturare in un dato modo e con una crescente profondità di vita.

Seguendo Schutz, (1974) la relazione presuppone sempre agenti intenzionali in connessione,

dunque è sempre sociale. La relazione tra persone, come insegna Mead, presenta peculiarità e

risultati evidenti diversi e inaspettati, difficilmente riconducibili a qualche inesorabile “legge”

come è per le relazioni non umane. Il valoredell’opera mediana sta nel suo modello interpretativo

della realtà, che si rivela concettualmente produttivo per le scienze sociali, poiché apre prospettive

teoriche ed empiriche. L’analisi di Mead, sul formarsi della coscienza, pone le basi di uno dei più

autorevoli paradigmi del pensiero contemporaneo. Egli la identifica con l’agire razionale, che si

sviluppa nell’interazione sociale mediata da simboli. La razionalità umana compare come nucleo

del lavoro sociale e viene intesa non solo come esercizio delle facoltà intellettive (il pensiero come

tecnica), ma anche come ragione o unità del soggetto pensante (Kant). Si tratta, quindi, di un

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orientamento che va oltre il razionalismo individualista (Hegel) e si ricollega alla teoria

dell’interazionismo simbolico di Mead.

Diviene importante, dunque, focalizzare gli aspetti delle relazioni sociali che ci aiutano a

comprendere la logica del lavoro sociale.

Considerata dalla prospettiva dei due agenti, la relazione diventa, come sostiene G.Tarde, una

specie di “stato intermentale” circa loro stessi: è la reciproca consapevolezza, basata sull’empatia,

in una reciprocità relazionale. Dal punto di vista psicoanalitico, in particolare quello di Adler,

empatia è, come afferma R.R. Kopp,“vedere con gli occhi, ascoltare con le orecchie, sentire con il

cuore di un altro” (Kopp 1998, pag. 13).

Uno dei dinamismi dell’azione sociale è quello di essere reciproca. Già Weber, ispiratore

della teoria interazionista, considerando la sociologia come “la scienza comprensiva dell’azione

sociale” e concentrando l’attenzione sui singoli individui agenti piuttosto che sulle grandi strutture

sociali, si preoccupa del senso soggettivo che gli individui attribuiscono alle loro azioni ed

interazioni in specifici contesti sociali ed indica la reciprocità come un dinamismo dell’azione

sociale. Sia Weber che Simmel cercano di spiegare questa reciprocità: dettata da un senso dato dal

soggetto (Weber), o in vista di determinati scopi (Simmel).

La relazione è prima di tutto la probabilità di interazione, ovvero ciò che Max Weber

intendeva quando definiva la relazione sociale come “possibilità”di agire socialmente.

Si riporta la sua definizione:

Per relazione sociale si deve intendere un comportamento di

più individui instaurato reciprocamente secondo il suo contenuto di

senso e orientato in conformità. La relazione sociale consiste pertanto

esclusivamente nella possibilità che si agisca socialmente in

un dato modo (dotato di senso) quale sia la base su cui riposa tale

possibilità. (Weber, 1968, pag. 23-24).

La relazione si può pensare come una vera e propria azione sovraindividuale. Un’azione non

più sacrificata nei confini di un individuo o dell’altro, anche se le singole azioni dell’uno e dell’altro

sono parti integranti di essa. Ciascuna parte è ricompressa ma si combina in modo da dare, per chi

percepisce un esito diverso, irriducibile. Blumer chiama “azione congiunta” questa azione

ricombinata a partire da due azioni separate.

L’azione sociale è, dunque, il prodotto emergente di due o più azioni individuali, prodotto che

poi persiste di fatto e si trasforma in dato di realtà. 72

Donati chiama “bene comune” o “bene relazionale” ogni bene «che può essere prodotto

soltanto assieme, non è escludibile per nessuno che ne faccia parte, non è frazionabile e neppure

concepibile come somma di beni individuali».

La metodologia utilizzata dal lavoro sociale per entrare in relazione col proprio oggetto, cioè

l’individuo, inteso come essere pensante, è quella della comunicazione razionale.

La comunicazione razionale è la nervatura metodologica del servizio sociale, il mezzo che

rende possibile l’attuazione di interventi di trasformazione. È però anche il fine della professione

del servizio sociale, poiché può contribuire allo sviluppo della comunità, rafforzando l’agire

comunicativo e l’interazione simbolica.

Il concetto di comunicazione razionale è stato formulato per la prima volta nel 1971,

nell’ambito di una ricerca sul lavoro sociale con i gruppi. Si riassume il concetto nella formulazione

data da E. Di Carlo: La comunicazione razionale è l’elemento unificante del nostro

sistema di principi e di modalità operative. Essa costituisce l’orientamento

metodologico fondamentale su cui deve basarsi l’assistente

sociale per tentare di trasformare il proprio oggetto. […] La

metodologia di base, cioè la forma con cui il servizio sociale si relaziona

al proprio oggetto, è caratterizzata dal tentativo di trovare

una soluzione ai problemi che incontra, per operare delle trasformazioni

sociali, e si fonda su un rapporto dialogico con i soggetti

implicati. Questa nuova metodologia permette di operare delle trasformazioni

perché si basa su un esame razionale e partecipato: dei

condizionamenti esterni (positivi e negativi) relativi alla situazione;

delle risorse e delle capacità (pratiche, affettive, creative, ecc.) del

soggetto (sia attivate che potenziali); della giustezza, pertinenza e

gerarchia dei bisogni percepiti; delle possibilità di utilizzo di risorse

(comunitarie) disponibili; delle priorità, valutazioni, valori del

soggetto. In altri termini, l’analisi critico-razionale, (cioè l’esame

dei processi cognitivi impliciti in ogni problema), attuata in forma

dialogica e partecipativa, costituisce il nucleo centrale della metodologia

del servizio sociale.

Con il termine comunicazione si intende, dunque, il processo per il quale le persone

interagenti si scambiano esperienze individuali e ognuna si in-forma, nel senso proprio di “prendere

forma” della realtà dell’altro. Ci sono due angolature del concetto: l’idea della comunicazione

come scambio e l’idea dell’effetto di questo scambio, cioè la trasformazione interna o esterna delle

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persone che interagiscono. Due persone comunicano quando mettono in comune parti di se stesse,

elementi che più prosaicamente vengono di solito chiamati risorse ediventano con ciò più simili

l’una all’altra, letteralmente più accomunate e quindi anche pragmaticamente raccordate.

Comunicazione è cambiamento (Morcellini, 2003), è definizione e valorizzazione di uno stato

di cose. Comunicazione è anche cambiamento inteso come “racconto del nuovo”, come

stimolazione, sostegno, rafforzamento e messa in visibilità dei processi di trasformazione sociale.

La comunicazione è costitutiva dell’interazione: se c’è interazione, non può non esserci

comunicazione, come si evince dal famoso assioma “Non si può non comunicare”. Ogni

comportamento è comunicazione. Una o più unità (scambi singoli) di comunicazione fanno, cioè

danno sostanza ad un’interazione. Comunicazione, è ciò che succede interamente a ciascuna unità

di scambio. La comunicazione è l’insieme delle informazioni oggettive, emozionali e affettive che

cambiano di proprietà nell’interazione. Le interazioni, intese come unità di scambio tra due persone,

determinano invece la relazione. Senza mai nessuna interazione in assoluto non ci può essere

relazione. Vale però il contrario: ci può essere interazione senza relazione.

Una relazione regge o si consolida quando c’è parità relazionale, cioè quando il bilancio del

dare e dell’avere rimane in attivo per entrambe le persone contemporaneamente. Una persona che

solamente riceve, e non dà, si può sentire essa stessa insoddisfatta.

Come sostiene Folgheraiter:

Una persona è – o dovrebbe essere, per dare un senso alle proprie

esperienze – stazione di circolazione di risorse (di scambi,

appunto), non una sorta, potremmo dire, di statico magazzino di

raccolta. Ogni soggetto deve essere polo attivo nella relazione

sociale. Dal punto di vista strutturale, perché una relazione “si

mantenga” - conservi nel tempo la qualità, la soddisfazione, ecc.

– occorre che entrambi i poli della relazione, Ego e Alter, diano e

ricevano non proprio pariteticamente, ché non ci sarebbe movimento

e forse neppure lo scambio stesso, ma sempre comunque in

gradi che tengano all’equità. Quanto più la relazione arriva ad

essere strutturalmente sbilanciata, tanto più diventa fragile e a

rischio: rischio di esaurimento da un lato e rischio di dipendenza/

insoddisfazione dall’altro (Folgheraiter 1994, pag. 188).

Il mutamento sociale, il continuo rinnovarsi delle società umane, vede al fondo questo lavorio

delle relazioni, sia delle microazioni umane nei contatti quotidiani, sia di quei loro precipitati (o

condensati) che definiamo invece istituzioni e che anch’essi possono tra loro ricombinarsi. 74

Si va verso un tipo di società (che Donati chiama “relazionale”) in cui tra i fondamentali

diritti di cittadinanza c’è anche quello di poter decidere con chi e anche come essere legati.

Un numero sempre maggiore di relazioni in effetti stanno in piedi solo se, per così dire, hanno

sostanziali buone gambe. Un decisivo contributo a fare in questa direzione lo ha dato il

miglioramento delle condizioni materiali di vita, che ha alleggerito la più stringente necessità

dell’interdipendenza, quella economica. In corrispondenza con l’allentamento della morsa delle

necessità materiali si è anche progressivamente indebolito il collante socioculturale. La coscienza

collettiva non suggestiona più così tanto i singoli allo stare assieme. Li lascia maggiormente liberi

di fare il proprio personale calcolo dei costi-benefici, come imporrebbe la legge dello scambio.

Il loro immediato sentire individuale – il puro aspetto espressivo – emerge in primo piano.

I singoli si possono muovere più liberi sullo scacchiere delle relazioni. Con i punti di forza e

di criticità, che una realtà di questo tipo comporta. Dal punto di vista pratico del lavoro sociale, gli

effetti di questa tendenza societaria sono, ancora una volta, ambivalenti. La persona possiede una

maggiore autonomia e quindi è più libera di operare i propri aggiustamenti per migliorare la sua

situazione o per sottrarsi al disagio, quando lo avverte. Questo aumento delle opzioni, secondo una

visione liberal(e) è un bene, è un’espressione di maggiori “chances de vie” (Dahrendorf ,1995).

Rompere le “legature”, come le chiama Dahrendorf, è sempre un’impresa che ha le sue

difficoltà. Per diversi motivi: in primis perché, quando si è dentro qualcosa, è difficile vedere

dall’esterno il “contenitore” (la relazione). E allora, ciò che si può giudicare come un esito

obiettivamente sconveniente di una relazione, ammesso che si possa mai arrivare a un giudizio di

questo ordine, può non essere riconosciuto come tale in modo soggettivo. La persona che

immagazzina ansie o carenze o delusioni dalla relazione può non essere in grado di attribuire

onestamente alla relazione ciò che accade. Un altro motivo che tiene insieme le persone è che la

scelta per la rottura di un legame, quand’anche ne fosse avvertita la reale convenienza, presenta dei

costi psichici e materiali che anch’essi andrebbero messi nel consuntivo finale di quella relazione.

Leibniz scrive: “Il legame non è altro che il rapporto o la relazione”. A volte anche una relazione

controproduttiva, cioè di fatto debilitante per entrambe le persone, può contenere delle gratificazioni

psichiche immotivate. Le persone restano unite malgrado gli alti costi individuali per via di giochi

psichici non subito decodificabili secondo il senso comune. È la relazione che si può definire

patologica. La patologia (non individuale, ma relazionale) funziona come una sorta di cemento che

impedisce all’uno e all’altro di cercare vie di fuga rispetto ai danni dell’interazione, favorendo

l’omeostasi del sistema. I litigi cronici di due persone che stanno assieme in famiglia, ad esempio

marito e moglie, possono essere sostenuti da meccanismi di questo tipo. Un po’ le persone non si

separano perché c’è una costrizione situazionale, un po’ perché va bene così. La patologia risiede in

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un capovolgimento totale della soggettività per cui ciò che per la gran parte delle persone sarebbe

una sottrazione di risorse, ad es. essere psichicamente attaccati, viene vissuto come un rinforzo.

6.2. SISTEMA DI RELAZIONI E RETE SOCIALE

L’idea della strutturazione della relazione duale permette di fare un passo avanti verso due

nozioni fondamentali per le scienze dell’aiuto, e cioè quella di “sistema relazionale” e quella di

“rete sociale”. Questi due concetti sono spesso confusi, o usati in modo interscambiabile. Il primo,

più rilevante per la psicoterapia, il secondo, per il lavoro sociale. Ambedue i concetti, di sistema e

di rete, si riferiscono a complessi di relazioni, alle relazioni al plurale. Quindi, se si parte dal

proprio ipotetico Io ci si riferisce non più solo alla relazione che questi può avere con l’altro, ma

piuttosto alla possibilità di interazione con una serie aperta di suoi eventuali interlocutori. Quando si

passa dalla relazione duale alla relazione plurale, si accede nel complesso mondo del sociale, il

quale ha una sua logica, per dirla con Boudon, che trascende le singole individualità che lo

compongono. Tale logica però si manifesta con vigore variabile rispetto a un ideale rapporto di

strutturazione, a un terminale nel quale si un sistema mentre dall’altro capo c’è la rete.

Ogni sistema si costruisce secondo una logica immanente che le è propria (autopoiesi) e tende

a funzionare secondo necessità proprie, di cui può avere o meno coscienza (autoreferenzialità),

ricercando meccanicamente il punto che lo mantiene in equilibrio (omeostasi).

Una descrizione chiara di “sistema” la si può trovare in Collins:

Che cos’è un sistema? Un sistema è tutto ciò che è composto

di parti connesse le une con le altre. Le parti possono essere di

qualsiasi specie: congegni metallici, organismi biologici, molecole,

informazioni, idee, emozioni, comportamenti – tutto ciò che esiste

in una certa condizione in un dato tempo. Il sistema può essere

materiale o ideale, vivente o inorganico, immaginario o reale; può

essere anche una combinazione di tipi differenti di elementi, come

nel caso di un sistema ecologico che implica sia specie viventi sia

caratteristiche geologiche. Le connessioni tra le parti possono essere

legami fisici oppure flussi; comunicazioni, segni o atti di significazione;

o anche connessioni concettuali o matematiche puramente

astratte (Collins 1992, pag. 65).

Secondo il sociologo americano Talcott Parsons, il sistema sociale appare come un insieme di

posizioni connesse ai ruoli tramite i quali l’energia del sistema della personalità viene ad essere

76

incanalata: il ruolo, infatti, come insieme coerente di modelli di comportamento orientati

all’espletamento di una funzione (il ruolo di padre, di madre, di insegnante ecc.) diventa per Parsons

il punto di incontro, nel sistema sociale, del sistema della personalità con il sistema cultura.

Il limite della teoria parsonsiana che verrà ripreso dai sociologi della prospettiva interazionista

(Garfinkel H., Cicourel A.), è insito proprio nel suo carattere prevalentemente descrittivo

concettuale e nella povertà dei suoi modelli esplicativi che riproducono il problema del rapporto di

causalità instaurato tra funzioni e strutture date dal sistema e nella dimensione dell’equivalenza

funzionale. Il limite che si riconosce a questa teoria è l’analisi dei processi che generano le strutture

del sistema sociale, oltre che una riflessione epistemologica sui valori e sui significati del sistema

della cultura a partire dall’azione e dall’esperienza dei soggetti. Come in Durkheim, in Parsons il

punto cruciale di tutta l’analisi sociologica è l’ordine sociale e il problema del suo mantenimento.

Il funzionalismo presuppone quindi che la società sia un sistema organizzato, dotato di stabilità,

dove al suo interno i soggetti condividono in maniera omogenea valori e interessi fondamentali.

I sistemi relazionali di cui si tratta sono peculiari perché le parti che li combinano, e che si

intersecano stabilmente, non sono pezzi meccanici o comunque concreti, piuttosto relazioni fra

persone. Tali sistemi vanno distinti dai sistemi sociali, termine con il quale si indicano, da Parsons

in poi, le società ad alto grado di differenziazione. Una società differenziata è un sistema sociale

non tanto perché gli elementi o le parti che lo fondano sono relazioni, ma perché le parti che

interagiscono in un sistema sociale sono entità macrosociologiche, istituzioni o corpi di una società.

I sistemi relazionali appartengono invece alla sfera microsociologica, e poggiano sull’intrinseca

proprietà di organizzarsi che è propria delle unità basali di interazione (le cosiddette relazioni

interpersonali), proprietà che principalmente si evidenzia quando le relazioni si ritrovano esposte ai

rinforzi in un ambiente dove i confini sono definiti.

Tipico esempio di questo genere di sistema può essere la famiglia, dove le relazioni tra

persone e tra le stesse generazioni si possono facilmente tipizzare sulla base di ruoli e norme, o

anche semplicemente sulla base di pure contingenze di rinforzamento o di abitudini. In condizioni

normali, gli elementi del sistema sociale, quali la famiglia, tendono ad adattarsi gli uni agli altri,

contribuendo al mantenimento della stabilità. In una famiglia, un sistema relazionale, stabilizzato,

rimane in genere immutato entro tempi circoscritti, più o meno prolungati, che vanno intesi come

cicli di vita. Per converso, in presenza di forti cambiamenti si verificano degli “effetti

disgregativi”in seno al sistema stesso: ad esempio il capovolgimento di posizioni che si verificano

al sopraggiungere dell’adolescenza dei figli o della loro maturità, con le fatali tensioni e tribolazioni

che simili mutamenti tendono a generare. Tali effetti tendono però con il tempo a scomparire con

il conseguente ripristino dell’equilibrio iniziale. 77

Il sistema presenta una sua natura “rigida” in quanto è visto come un insieme di persone le cui

relazioni si congiungono in virtù di un loro funzionamento proprio e in virtù di una loro struttura di

azione, che da un dato punto in avanti diventa rigida. Una rete dà invece l’idea di un insieme di

persone che interagiscono in una struttura libera, e quindi in maniera sufficientemente libera.

Più persone (o istituzioni) che hanno relazioni o legami tra loro costituiscono una rete sociale a

questa condizione: non è importante il modo in cui questa loro “sociazione”, per dirla con Simmel,

si è strutturata per funzionare, bensì il fatto che tra loro ci siano possibilità aperte di interazione.

La struttura di una rete, si legge in Morin (1989, p. 30) «non è gerarchica perché nessun

livello è più fondamentale di altri» (Morin 1989, pag. 30). Le parti si dispongono sullo stesso piano,

ciascuna dotata di uno stesso “potere” di interazione, ciascuna come un’unità capace di azione

autonoma. Praticamente le differenziazioni di potere, di ruolo, di competenze, ecc. tra le persone

sussistono sempre, ovviamente, ma tali caratteristiche non delimitano interamente l’azione. In una

rete, queste differenze non si guardano. Si guarda alla pura possibilità astratta di relazioni. Nella

rete le relazioni sono fluide. Alcune di queste tuttavia, con il passare del tempo, possono

“concentrarsi”, tramite i rinforzi, dando luogo a uno o più sistemi. Da ciò si deduce che l’idea di

rete è più generale di quella di sistema.

Volendo approfondire il concetto di rete, si può partire da una delle definizioni più conosciuta

di “rete sociale”, cioè quella dell’antropologo J.A. Barnes, al quale si deve anche il primo utilizzo

del nome, che è il titolo di un suo famoso libro (Social Networks, 1972). Barnes nel 1954 realizzò

una ricerca in una piccola comunità norvegese di pescatori, usò lo studio delle reti per comprendere

il sistema sociale di classe e il funzionamento dell’azione collettiva. Egli individuò alcune

caratteristiche salienti della rete quali l’ampiezza, la densità, i tipi di scambi interpersonali, distinse

il network o rete centrata su di una singola persona (rete personale o egocentrata), cioè quella

particolare configurazione di legami che circondano un singolo individuo, della rete centrata o rete

sociale che descrive l’insieme dei legami che si realizzano fra tutti i membri di una popolazione.

Barnes elaborò una prima definizione di rete: «un insieme di punti congiunti da linee; i punti

rappresentano persone e anche gruppi e le linee indicano quali persone siano in relazione con ogni

altra» (Barnes 1972, pag. 43). La lunghezza delle linee di congiunzione, la vicinanza dei punti, può

essere adoperata per segnalare il grado di attaccamento o la forza di ciascun legame. Ma volendo

fare un passo indietro il concetto di rete lo si ritrova già nel 1934 con Moreno che per primo utilizzò

l’immagine di ponte come congiunzione tra le reti e di densità come grado di interconnessione

reciproca tra i membri della rete.

Dagli antropologi sociali le caratteristiche delle reti sono state adoperate per spiegare i

comportamenti individuali e familiari, i processi di socializzazione, di interiorizzazione di norma e

valori, di definizione degli status e dell’identità e di elaborazione di modelli di classe e di prestigio.

78

Dagli anni ‘60 invece, l’analisi di rete viene utilizzata principalmente nella sociologia

strutturale americana all’interno di altri paradigmi e si concentra sia sulle reti egocentrate di

parentela, amicizia e vicinato (per studiare ad esempio la struttura di comunicazione interpersonale)

sia sull’intera rete, descrivendo in questo ultimo caso, le relazioni che legano tutti i membri di un

sistema sociale, ad esempio le reti del potere, le reti finanziarie ecc. Dall’approccio strutturale è

possibile dedurre come le strutture sociali vengano considerate come reti: i nodi possono essere

gruppi, organizzazioni o singole persone; i legami possono essere relazioni di dipendenza o flussi di

risorse, o legami con parenti ed amici. Coerentemente con il loro approccio gli analisti strutturali

hanno proposto il modello della “comunità liberata” (dai limiti e dai vincoli dello spazio). La

comunità non dovrebbe essere più definita spazialmente, ma dovrebbe essere vista come

un’aggregazione delle reti delle risorse interpersonali. Questo modello coglie, però, solo alcuni

aspetti della comunità, anche se può essere utile per intendere ad esempio i rapporti di potere e i

rapporti fra gruppi nel suo interno.

Per quel che riguarda lo studio e la quantificazione delle relazioni sociali si ritrova il ruolo

della network analysis. Da pura tecnica descrittiva qual era stata concepita in origine, la network

analysis diviene la base metodologica di un’epistemologia delle grandi possibilità analitiche. La

network analysis è soprattutto un metodo di ricerca sociale e ancora un metodo poco applicato al

lavoro sociale, nonostante qualche pregevole contributo cerchi di andare in questa direzione. Le sue

applicazioni anche molto complesse sul piano matematico e dell’elaborazione dei dati servono a

scopi più analitici che operativi. L’esperto che svolge sul campo il lavoro sociale deve conoscere le

reti con le quali interagisce, ma quasi mai al livello sofisticato di analisi che consentirebbe il

metodo di cui si parla.

Si legge in Wasserman e Faust:

La social network analysis è essenzialmente un’impresa

interdisciplinare. I suoi concetti si sono sviluppati per una fortunata

convergenza della teoria sociologica, e delle sue applicazioni,

con la metodologia della matematica formale, della

statistica e dell’informatica […]. Il fatto che un gran numero

di ricercatori, provenienti da discipline diverse, abbiano quasi

simultaneamente scoperto la prospettiva dell’analisi di rete,

non è sorprendente. La sua utilità è grande, e i problemi a cui

può rispondere sono numerosi, trasversali a una vasta gamma

di discipline. (Wasserman e Faust 1994, pag. 10). 79

Gli studiosi della network analysis hanno definito le seguenti variabili che riguardano la rete:

-ampiezza (range) o numero di elementi compresi in una rete; -densità (density) o quantità di

relazioni attive tra gli elementi di una rete. Questa variabile misura quanto i singoli membri della

rete si “conoscono” o sono in contatto tra di loro;-interconnessione (reachability) o il n. medio di

legami necessario per connettere ogni due elementi nel percorso più breve; - settorialità (clustering)

o il grado in cui la rete si dimostra suddividibile in grappoli di legami o sottounità distinte.

Alcune delle variabili, spesso usate nella lettura dei legami diadici in una determinata rete

sociale sono: -multiplessità (multiplessity) o il numero di ruoli o tipi di relazioni che

contraddistinguono il legame; -reciprocità (simmetry) o il grado empirico di equità o bilanciatura

negli scambi di risorse o nel potere che si stabilisce tra le due persone coinvolte nel legame studiato;

-intensità (intensity) o il grado di coinvolgimento e di vicinanza tra le due persone;

È bene ribadire la differenza tra un utilizzo dei dati relazionali per scopi di ricerca e di

quantificazione oggettiva e un utilizzo per scopi applicativi in un intervento sociale.

La network analisys porta a considerare la rete sociale come un insieme di legami sociali, e

cioè come una struttura, pur se assai debole e flessibile. Questo metodo parla di ideali collegamenti

tra persone, di una trama di filamenti che le congiungono.

I meccanismi che portano una rete a non funzionare, generando così un problema sociale,

sono molto più complicati di quelli che portano a non funzionare una persona. Una persona

malfunziona o disfunziona per stati di fatto che rimangono dentro di lei, o attorno a lei, che

comunque sono osservabili come entità unitarie, e con un solo colpo d’occhio. Una rete invece non

funziona per stati di fattori multipli, per carenze sparse qua e là, che collegano assieme

all’osservazione solo grazie a un’ermeneutica di sintesi, un atto creativo della percezione capace di

interpretare e far emergere l’insieme.

Secondo logica, una rete di aiuto può non funzionare, creando potenzialmente un problema,

per almeno quattro ragioni, che si possono anche sovrapporre in una particolare contingenza reale:

-per insufficienza quantitativa, cioè per carenza di differenziazione, cioè perché esistono

insufficienti elementi che compongono quella rete; -per insufficienza qualitativa, cioè perché gli

elementi di una rete non possiedono, in un dato momento in cui li si osserva, le risorse o le qualità

richieste dal compito; -per insufficienza di connessione, perché gli elementi della rete, pur

sufficienti per quantità/qualità, non sono adeguatamente interconnessi; -per insufficienza di

percezione, cioè perché i membri della rete non percepiscono il compito come loro.

La rete, in altre parole, non funziona come tale, cioè i singoli elementi non interagiscono,

rimangono in qualche modo ognuno a sé. Mancano le relazioni che producono quell’unità di azione

richiesta dal compito, e che è propria di una rete che tale possa definirsi. 80

La connessione è ciò che “fa” rete. Se mancano le connessioni o le interazioni multiple

orientate a uno scopo, manca la rete come dinamica.

L’approccio sistemico insegna che la patologia nasce dalle relazioni interpersonali. Una

persona si ammala psichicamente o vive in stati cronici di disagio o sviluppa comportamenti

disfunzionali a causa della struttura delle relazioni umane che la circondano. Si potrebbe dire così:

una persona singola risulta influenzata, o meglio determinata, nella sua struttura psichica o di

personalità, dai contenuti e dalle forme delle sue comunicazioni diurne con le persone significative.

L’approccio sistemico si differenzia dall’approccio di rete per il fatto di percepire il problema

come un disfunzionamento di relazioni, il quale provoca poi di solito un disfunzionamento di una

singola persona in un sistema. Il metodo di rete invece non focalizza l’essenza patologica delle

relazioni, cioè i disturbi strutturali della comunicazione e il prodotto individuale che in questo modo

si genera, ma la loro insufficienza di fronte a un compito, compito che può anche essere, in molti

casi, l’incapacità di gestire lo stesso individuo malforgiato, per così dire, da quelle stesse relazioni.

Un’altra differenza tra i due approcci si evidenzia nel modo di concettualizzare (o di sentire)

l’intervento, cioè la ricerca della soluzione. Il modello sistemico, concentrandosi su una patologia

delle relazioni, dando per scontato che il disturbo sia un fatto tecnico, da risolvere tecnicamente,

rimane pesantemente centrato sull’operatore esperto. Ragionare in termini di patologia e

risanamento di relazioni richiama il modello medico – dunque, paradossalmente, un atteggiamento

non relazionale – in forma estrema. Se effettuare le procedure di diagnosi/trattamento di una

patologia individuale richiede l’utilizzo di perizia tecnica, variabile a seconda del tipo di patologia,

di sintomi, ecc., fare una diagnosi e definire un protocollo di trattamento per le patologie

relazionali, come avviene ad esempio nella terapia familiare, richiede un tasso di tecnicità

necessariamente superiore.

Un conto è controllare e manipolare l’essenza (disturbata) di un singolo come tale, un altro è

fare altrettanto con l’essenza (disturbata) della logica di interazione di tante singole interconnessi

Il lavoro sociale di rete – come sostiene Folgheraiter – opera

sinergicamente “con” i sistemi, non tenta di ripararli ad uno ad

uno. Agisce a partire dai punti di forza, non diagnostica e attacca

i punti di debolezza. Crea coinvolgimento, movimenti e automatismi

nel sociale, non isola un sistema (la famiglia) dagli altri (altre

famiglie, altri interessi, ecc.) per trafiggerlo con tattiche e controtattiche

terapeutiche, come fossero freccette acuminate, dentro una

stanza di terapia. Crea cura, maturazione o sviluppo (dunque:

anche riduzione o risanamento dalla “patologia”) procedendo a

latere di eventuali o possibili patologie. Crea premesse al benessere, 81

non lo realizza direttamente di propria mano. Il lavoro sociale

facilita lo sviluppo del possibile, non la costruzione autoritaria dell’improbabile

(Folgheraiter 1994, pag. 187)

6.2.1. IL SUPPORTO SOCIALE

Il “supporto sociale” (social support) si può immaginare come il prodotto statico di una rete.

Lo si potrebbe definire come quell’insieme di risorse o di beni in gran parte inintenzionali o

automatici – tra i quali calore affettivo, vicinanza, senso di appartenenza, di sicurezza, ecc. – che

arrivano all’individuo per un meccanismo di mera diffusione, cioè per il semplice fatto di ritrovarsi

collocato in una data rete di relazioni sociali, meglio se in una rete a maglie chiuse o ad alta densità.

L’interesse degli psicologi per il sostegno sociale, e di conseguenza per le reti, si manifesta

negli anni ‘70 congiuntamente all’importante contributo dei medici epidemiologici con forte

interesse psicosociale. Essi sostennero la centralità delle relazioni sociali e del sostegno nel

mantenimento della salute enfatizzando la loro potenzialità nel governare o “tamponare” gli eventi

stressanti o a rischio.

Per definire meglio il concetto di sostegno sociale è opportuno tenere disgiunto il concetto di

“rete sociale” da quello di “sostegno sociale”. In una dimensione bidirezionale ma distinta, il

sostegno sociale è una delle più rilevanti funzioni svolte dalla rete sociale, desumendo che le reti

sociali contengono risorse potenzialmente supportive. Ad esempio per Cobb il sostegno sociale è

l’informazione che induce la persona a sentirsi amata, stimata e inclusa in una rete di comunicazioni

e di obblighi reciproci. Attualmente però il sostegno viene considerato un metacostrutto, un termine

omnibus. Infatti, il suo significato è troppo ampio ed è utile distinguere (Prezza e Sgarro 1992) un

aspetto oggettivo, dato dai comportamenti supportivi che potrebbero essere dedotti anche da un

osservatore esterno (sostegno ricevuto), da un aspetto soggettivo, concernente la soddisfazione e ai

significati che sono attribuiti alle relazioni e ai comportamenti supportivi del percepiente.

Il sostegno sociale percepito è relativo alla valutazione soggettiva di essere sostenuti: per Heller e

Lakey è la misura in cui una persona percepisce che i suoi bisogni di sostegno sono stati soddisfatti;

per Sarason B. R., Sarason I. G., Pierce G. R., è attraverso la credenza individuale che si può

ottenere aiuto o empatia quando se ne ha bisogno.

La soddisfazione rispetto al sostegno può riportarsi al sostegno di cui si è già usufruito, o a

quello che si percepisce come disponibile. Heller e Swindle introducono pure il concetto di

ricerca del sostegno (support seeking) che subentra come risposta ad una pericolo imminente e in

seguito all’esigenza di ricevere aiutoe/o informazione.

Ma che legame c’è fra i diversi aspetti del sostegno e fra questi e le caratteristiche di rete? 82

È manifesto che l’appartenenza ad una rete sociale è la condizione minima per poter usufruire

di comportamenti supportivi. Numerose ricerche hanno confermato relazioni significative, anche se

di modesta entità, fra alcune caratteristiche della rete, il sostegno sociale ricevuto e quello percepito,

mentre correlazioni più forti si sono trovate fra diverse misure dello stesso costrutto (ad esempio fra

diverse misure del sostegno percepito o della soddisfazione verso il sostegno).

Un tipo particolare di supporto è l’assistenza o l’aiuto (care o helping) che si sviluppa nella

rete in funzione di una specifica richiesta percepita. Quale che sia il livello basale di sociale

support, di cui una persona può disporre, essa può trovarsi in circostanze in cui le persone della sua

rete devono, nei suoi confronti, attivarsi, e non solo esserci.

6.2.2. LA DINAMICA DELL’AIUTO

Anche se la prassi professionale è la forma attraverso cui il lavoro sociale acquista un senso

solidale e costruttivo per/con l’uomo e per il miglioramento della società, l’efficacia di un

intervento dipende principalmente dalla capacità degli operatori. Come sostiene N. Olson “gli

operatori sociali si devono occupare di individui concreti, non di astrazioni sociologiche o di

aggregati collettivi impersonali”.

Afferma Kierkegaard:

Ogni vera attività di aiuto prende il via dall’umiltà. Chi aiuta

deve essere umile nel suo atteggiamento verso la persona che desidera

aiutare. Egli deve capire che aiutare non è dominare, ma servire.

L’aiuto richiede pazienza così come disponibilità ad accettare

di non essere sempre nel giusto e di non presumere di capire

sempre ciò che l’altra persona capisce (Kierkegaard 1989).

A sua volta Popper osserva:

Secondo la teoria dell’autoespressione, la qualità del nostro

lavoro dipende da quanto siamo bravi. Dipende soltanto dai nostri

talenti, dalla nostra psicologia e, forse, dai nostri stati psicologici.

Ritengo che questa teoria sia falsa, viziata e deprimente […] non

esiste una relazione così semplice. Esiste, al contrario, un’interazione

tra una persona e il suo lavoro. Si può svolgere il proprio lavoro,

e crescere attraverso di esso in modo da farlo in modo

migliore – e crescere di nuovo attraverso questo lavoro migliore, e

così via (Popper 1996, pag. 186). 83

Ragionando in chiave relazionale: il problema dell’utente deve pure diventare il problema

dell’operatore, e viceversa, affinché sia il problema di tutti e due. Questa intuizione va ampiamente

oltre la classica idea dell’empatia, raccomandata già da Kierkegaard e ora trattata in ogni manuale

di lavoro sociale. L’importanza che l’operatore agisca su un problema, cioè implementi l’ipotesi

ideativa, non prima di essersi collegato al vissuto di chi quell’intervento è destinato a ricevere. La

base di partenza di una relazione di aiuto è che l’aiuto (l’intervento) sia portato solo quando

l’operatore comprende la persona e il problema come questa lo vive.

In generale, col termine relazione di aiuto (helping relationship) si intende il legame che si

fissa tra una persona capace di dare aiuto (helper) e un’altra che ha bisogno di riceverlo (helpee).

Afferma Kierkegaard:

Se desideri veramente aiutare qualcuno, per prima cosa devi

trovare quel qualcuno laddove egli è, e partire da lì. Questo è il

segreto dell’aiuto. Se non riesci a fare questo, l’aiuto è solo un’illusione,

se hai a che fare con un essere umano diverso da te stesso.

Aiutare qualcuno richiede che tu capisca te stesso più che colui

che aiuti, ma in ogni caso tu devi capire che cosa egli capisce.

(Kierkegaard 1989).

Parafrasando Popper, che “la conoscenza parte da problemi e si conclude con problemi, se

mai si conclude” (Popper 1996, pag. 22), si dovrebbe affermare che l’intervento sociale parte da un

problema e si conclude, se si conclude, con un nuovo problema riformulato.

I problemi sociali sono difficoltà che si producono, e quindi debbono essere indagate, a valle,

non a monte, della difficoltà individuale. Non è problema il prodotto di relazioni disfunzionali, ad

esempio un bambino caratteriale, ma è problema la mancanza di relazioni adeguate in prospettiva.

La differenza è sostanziale. Dire problema sociale o problema relazionale, pensando alle relazioni

come “azioni necessarie per”, è esattamente la stessa cosa. Mentre un problema umano può essere,

o non essere, una derivazione relazionale, cioè essere o non essere conseguenza di relazioni, un

problema sociale è relazione nell’esatto e pieno senso del termine. È l’insufficienza del sociale

(delle relazioni) a gestire (fronteggiare) una dinamica sociale proiettata nel futuro

Un problema sociale è quella difficoltà diffusa, cioè sentita da più persone, derivante da un

compito potenzialmente attribuibile a più persone e non affrontato adeguatamente da queste stesse.

I problemi sociali emergono da relazioni che “non ci sono”, cioè da mancate combinazioni di

azioni, piuttosto che da relazioni attive. Come un problema sociale non è un oggetto statico, bensì

una costruzione che muta di continuo, sia sul versante dei compiti che su quello delle persone in

rete, altrettanto è per la soluzione. “La soluzione dei problemi che riguardano la humana conditio,

84

per dirla con Norbert Elias, non è mai né uno stato lampante delle cose, né uno stato ultimo e

definitivo. È una riformulazione di quello stato di cose insoddisfacente che anteriormente faceva

dire che “c’era un problema” e che ora fa dire che “non c’è più”, o meglio che c’è un problema

differente”. Nel sociale, ogni “soluzione” è un miglioramento del problema di partenza; però che

cosa sia un miglioramento, e se esista un miglioramento assoluto per cui alla fine il problema sia

sparito davvero, cioè si sia prodotta una soluzione nel pieno senso del termine, è sempre difficile

dire. In mano all’operatore non esiste uno speciale sensore che misuri gli incrementi di qualità nella

dinamica delle situazioni.

Una costante preoccupazione della ricerca scientifica è il criterio di oggettività che

presuppone, tra le sue condizioni essenziali, la competenza metodologica del ricercatore in

relazione al suo ambito specifico. L’uso di una metodologia appropriata è uno dei presupposti

indispensabili in qualsiasi campo della conoscenza scientifica.

L’esperto porta nella situazione il senso oggettivo. Questo senso può derivare dal passaggio

dei dati di realtà attraverso il filtro dei suoi concetti tecnici o delle sue teorie, cioè delle sue

conoscenze logico-analitiche. O può anche solo derivare dalla stessa esperienza dell’operatore, il

quale ha già visto altre situazioni in parte simili, e può quindi comparare quella presente, che ora sta

osservando, con altre che ha già assimilato. L’esperto filtra i dati dell’osservazione dentro i propri

schemi di riferimento, che sono oggettivi nel senso popperiano di non essere solo espressione della

propria contingenza di vissuto

Gli interessati esprimono nella situazione il senso soggettivo, il sentimento, le visioni e le

conoscenze di parte di chi è, a titolo diverso, direttamente toccato dal problema, che lo vive dal di

dentro, così come viene. Questo sentire dal di dentro – la soggettività – è, per dirla con Husserl,“un

enigma” per le scienze positive. Ma è un senso di cui il lavoro sociale professionale non può fare a

meno, anche se è un senso che risiede fuori da se stesso.

Allora, per intervento sociale si può genericamente intendere un intervento universalistico

sulla società in generale o un intervento particolaristico su questa o quella rete di persone in

situazione. Come si ricorderà, nel primo caso si è nel dominio della politica sociale, nel secondo in

quello del lavoro sociale. In entrambi questi livelli operativi, chi progetta l’intervento – che sia un

policy maker o un front-line worker – deve sapere che la programmazione ex ante, di tipo lineare,

offre ampi margini di incertezza.

L’intervento di aiuto sociale è come un “viaggio avventuroso”, dove bisogna prendere

decisioni in ogni momento, rischiando di sbagliare e di doversi correggere.

L’esperto operatore sociale deve dotarsi, nel suo piccolo, di un’epistemologia pratica simile a

quella raccomandata da Karl Popper nella sua celebre opera La società aperta e i suoi nemici.

Popper ovviamente si riferisce all’azione politica, ma l’analogia con quel particolare genere di

85

politica in piccolo che è l’intervento sociale è palese. Lungo tutta la storia sociale dell’uomo, il

«sogno della certezza» – culminato nel welfare state, con la sua pur ammirevole tensione a diritti

certi, a interventi certi, e così via – «ha accompagnato la realtà dell’incertezza».

CAPITOLO 7. PROFILI CHE MUTANO

Le contestazioni operaie e studentesche degli anni ‘60 e ‘70, la successiva crisi del Welfare

State, l’ingresso in Europa, nonché le varie iniziative legislative che hanno ridisegnato l’assetto

istituzionale ed amministrativo della società, hanno determinato un ripensamento funzionale ed una

sostanziale ridefinizione dell’identità professionale dell’assistente sociale. È andata sempre più

consolidandosi la consapevolezza relativa al limite intrinseco di una professione, quella

dell’assistente sociale, relegata all’esercizio della sola funzione curativo/riparativa. I compiti di

cura e di tamponamento del disagio sociale, motori, prassi dello slogan “aiutare gli altri ad aiutarsi”,

risultavano essere marginali e poco incisivi in realtà problematiche sempre più complesse. Ecco

perché, via via, l’ambito d’intervento dell’assistente sociale si è allargato e diversificato, chiamato

oggi a rispondere al mutamento sociale, a “leggere” le cause del disagio, a cogliere nel loro divenire

le differenti variabili concorrenti all’insorgenza e alla problematicizzazione dei bisogni sociali.

L’assistente sociale in quanto attore primario del Servizio sociale può essere considerato un

agente della comunicazione interistituzionale nella misura in cui grazie al suo lavoro interi

sottosistemi sociali entrano in comunicazione e interagiscono secondo una logica di rete, mirata a

offrire risposte reali a bisogni che gli individui e i gruppi in qualche modo rappresentano.

Ciò rimanda alla grande complessità della pratica del lavoro sociale, il quale deve misurarsi

con una pluralità di dimensioni: individuali, etiche, sociali, istituzionali, politiche. L’assistente

sociale costituisce una specie di “giunto” e in quanto tale deve dimostrarsi in grado di assorbire le

frizioni causate dal misurarsi, attraverso la sua persona, di valori simbolici provenienti da

differenziati universi di senso. Posto sulla frontiera egli deve farsi carico dell’onere proprio delle

figure che sono nei punti di interconnessione sistemica. Un universo simbolico che lo sollecita è

innanzitutto quello rappresentato dal mondo vitale degli utenti, a cui l’assistente sociale deve poter

in qualche modo, in quanto agente del Servizio sociale, rispondere in termini di prestazioni, di

consulenza, di supporto. Si tratta ora di capire in che termini egli possa effettivamente contribuire,

con il suo lavoro, a rappresentare l’istanza di solidarietà sociale, di cui, in virtù della sua

professionalità, egli deve farsi interprete. Lo deve fare secondo i canoni di una professionalità, che

si vuole fondata sulla conoscenza della teoria e sulla consapevolezza delle tecniche. L’intervento

d’aiuto si è ormai sottratto dalla tutela del paradigma religioso e pretende, giustamente, di

qualificarsi in termini di compiuta e laica professionalità. Da qui nasce l’esigenza, avvertita da parte

86

della società e riconosciuta dallo Stato, di dotarsi di figure professionali specifiche, capaci di dare

corpo alla solidarietà sociale, attraverso interventi non episodici, non arbitrari, ma ispirati ad una

cultura del servizio sociale, ad una riflessività teorico-pratica, maturata attraverso

l’implementazione nella definizione del lavoro sociale di apporti provenienti da ambiti scientifici

differenziati: pedagogia, medicina, sociologia, diritto. La nascita di queste figure sorregge il

cosiddetto svilupparsi del Welfare State, il quale, nell’esigenza di dare sostanza alla universalità

giuridicamente fondata dei diritti sociali, struttura una complessa organizzazione volta ad assicurare

al cittadino prestazioni in grado di soddisfare i suoi bisogni di ricevere garanzie da parte di uno

Stato che lo ha preso in carico.

L’articolo 38 della Costituzione, in maniera coerente con questa impostazione, prevede che i

diritti della persona impongano allo Stato di strutturare ed organizzare prestazioni adeguate a dare

sostanza alla cittadinanza, che prevede il diritto, in caso di bisogno, alla solidarietà sociale.

E’ propriamente con lo svilupparsi nelle società occidentali del Welfare State che si passa

dalla pratica meritoria della carità individuale, alla assegnazione allo Stato di compiti finalizzati a

dare concretezza ai diritti di eguaglianza e solidarietà. E la prima parte della Costituzione italiana

impegna lo Stato italiano ad agire in conformità con questa esigenza culturale e politica affermatasi

in Europa nei primi decenni del XX secolo.

La società, nel suo tumultuoso sviluppo, produce disuguaglianze e disparità, il compito dello

Stato è quello di realizzare politiche sociali in grado di contrastarle, di compensarle, di risarcirle, in

qualche modo.

L’affermarsi di questa nuova nozione dell’assistenza sociale non nega il ruolo etico inerente

l’attività professionale dell’assistente sociale. L’assistente sociale si sente investito da questo

compito etico, solo in virtù di ciò infatti è possibile che la relazione operatore sociale vs utente

sfugga alla dimensione dell’adempimento burocratico e si elevi alla relazione fra esseri umani,

bisognosi di una reciprocità di riconoscimento.

Ha sicuramente ragione Toscano (1996) quando afferma: “vi è un’etica della relazione perché

vi è un’etica individuale preesistente. È sia nell’operatore sociale che ha scelto, sia nell’utente che

non ha scelto, si affida”; ma nel momento in cui si affida, non esercita solo ma innesca un rapporto

fiduciario che per potersi realizzare presuppone ascolto, comunicazione, disponibilità.

In altri termini si può dire che il valore solidarietà è costituito dalla figura dell’assistente

sociale e dalla sua dimensione etica: la solidarietà di cui parlava Durkheim(1969) quale forma

imprescindibile del vivere sociale trova nell’assistente sociale la sua configurazione

al contempo individuale e sociale.

Da quanto si è finora detto assume contorni sempre più marcati il carattere oggettivamente

sempre più transistituzionale della figura dell’assistente sociale. Ciò non significa svalutare il

87

significato della sua funzione rispetto a quella di altri operatori per così dire “specialistici”

(psicologi, medici, pedagogisti, sociologi, esperti del diritto), semmai vuol dire evidenziare quello

che è l’elemento caratterizzante della sua identità professionale: egli è al pari degli altri, uno

specialista non settoriale, ma come direbbe Edgar Morin (1989) uno “specialista delle

interconnessioni”, cioè di quelle aree di frontiera in cui i saperi specialistici rimuovono, come se

fosse una “terra di nessuno”, ma che in realtà è il luogo in cui è possibile ricomporre la persona

nella sua dimensione individuale e sociale. Nasce da questa impostazione per così dire

epistemologica la necessità di un confronto serrato tra l’assistente sociale che opera nella sua

specifica istituzione e gli operatori che operano in altre istituzioni. Se è vero, come sostengono

Berger e Luckman, (1969) che ogni istituzione è depositaria di un sapere e che come sostiene Mary

Douglas (1991) che le “istituzioni pensano e che ognuna di esse contiene un sapere descrittivo

attraverso cui si autoidentificano, e un sapere prescrittivo rivolto a coloro che operano al suo

interno”, si può comprendere quanto e come l’assistente sociale non deve solo dialogare, come

giustamente sostiene Toscano, con le altre istituzioni coinvolte nelle altre politiche sociali, ma

anche dire e soprattutto coordinare tali saperi in funzione della soluzione del caso sempre nuovo e

diverso nella sua singolarità, irrepetibilità, che egli si trova ad affrontare. E’ questa, a ben vedere, la

pratica del cosiddetto counseling.

Non a caso la pratica del servizio sociale è costantemente minacciata proprio a causa della sua

assunzione prevalente in termini di politiche pubbliche dai rischi della serializzazione,

burocratizzazione, spersonalizzazione delle prestazioni. Il rischio di ridurre a pratica

assistenzialistica il servizio sociale può certo dipendere da limiti soggettivi dell’operatore, ma

spesso dipende dalla sufficienza, se non dalla superficialità, con cui gli operatori di altri settori

istituzionali trattano con l’assistente sociale. Il rimedio è il rafforzamento della professionalità

dell’operatore, attraverso una formazione solida e una profonda coscienza deontologica.

Tutto questo è possibile, attraverso un lavoro scientifico, verificabile, trasmissibile, nonché

attraverso un lavoro che gestito in maniera transdisciplinare a stretto contatto col territorio, con le

agenzie di sviluppo e con i destinatari del servizio, non più solo soggetti di diritto all’assistenza e

alla solidarietà, ma perno attorno al quale imbastire con attività di programmazione e gestione, altre

attività di prevenzione e promozione delle risorse personali.

Oggi, quindi, sono proprie del servizio sociale oltre alla funzione curativo/riparativa: - la

funzione organizzativa/gestionale nelle organizzazioni, per orientare efficacemente ed

adeguatamente il cambiamento dei servizi e delle risorse, nella direzione di quello relativo alla

domanda sociale; -la funzione preventivo/promozionale tesa a favorire una maggiore

consapevolezza e responsabilità sociale, caratterizzata da tratti quali l’accoglienza, la solidarietà e la

partecipazione, attraverso la promozione di processi di integrazione sul versante di programmazioni

88

condivise fra servizi, attraverso l’attivazione di un efficace management sociale, ed infine,

attraverso una migliore attività conoscitiva e valutativa.

L’unitarietà ed irripetibilità della persona e del suo problema nella sua imprescindibile

relazione con il contesto di vita, la comunicazione come strumento fondante la relazione e valore

caratterizzante l’essere umano, la fiducia nel cambiamento a livello individuale,

ambientale,comunitario e sociale,la“dignità” e la “libertà” della persona (Masini, Sanicola, 1988,

22), sono i principi etici a cui la professione dell’assistente sociale è saldamente ancorata, e

orientano i contenuti del lavoro e la metodologia dell’intervento d’aiuto nella prassi.

Spesso si è portati a considerare che la teoria e la pratica siano due elementi distinti della

ricerca e del lavoro sociale. In realtà, esse sono le due facce di una stessa medaglia la cui unità

discorsiva convalida, in modo significativo, un insieme di concetti, di assunti sul mondo e la

relazione che esiste tra loro. Si può affermare che la teoria fa parlare i fatti della vita sociale

rendendo comprensibile eventuali connessioni tra loro, o permettendo di individuare, in un quadro

di riferimento generale, causa ed effetto, e spiegare l’ordine degli avvenimenti.

Oggetto e obiettivo dell’azione professionale è la relazione persona/ambiente/istituzioni.

L’intervento si esplicita nel sostegno e nell’implementazione di processi d’aiuto concreti finalizzati

alla risoluzione di problemi aventi origine nelle relazioni distorte, carenti, disagiate fra le persone, il

loro ambito di vita e le istituzioni (Ciolfi, 1980).

Tale complessità richiama l’adozione di un’ottica unitaria e globale d’intervento, che permetta

di ricomporre le variabili concorrenti alla formazione e al superamento di eventi o situazioni

problematici (Neve, 2000), attraverso connessioni logico/interpretative e processuali/operative

sistemiche ed intrasistemiche. 4

LETTURA: IL CAMBIAMENTO COME SFONDO E COME ORIZZONTE (di M. Morcellini)

CAPITOLO 8. GLI STRUMENTI DEL LAVORO SOCIALE

Se teoria e prassi sono facce di una stessa medaglia, entrambe risultano essenziali nella misura

in cui la prima fonda la seconda e quest’ultima convalida la prima. La conoscenza teorica, infatti,

stimola e orienta la pratica sociale e quest’ultima convalida, corregge, smentisce la teoria. Questo

alternarsi dalla generalizzazione alla verifica empirica, è un processo continuo con cui si accumula

consapevolezza e quindi conoscenza. Gli strumenti del lavoro sociale, usati in maniera

metodologicamente corretta, consentono la raccolta dei dati e delle informazioni utili alla

4 Morcellini M., Lezione di Comunicazione, Esselibri, Napoli, 2003. Per rendere più agevole la

. Vt.

fruizione del brano abbiamo eliminato le note a piè di pagina di cui è, nell’originale, corredato 89

definizione del problema, la loro interpretazione e, soprattutto, i modi con cui possono essere

controllati.

In rapporto alle differenti fasi del processo d’aiuto (l’individuazione del problema e la sua

presa in carico, l’analisi del problema, la valutazione preliminare e l’enucleazione degli obiettivi

dell’intervento, l’elaborazione del progetto e la sua implementazione), l’assistente sociale dispone

di strumenti per l’intervento diretto con l’utenza, singola o collettiva, e per gli interventi indiretti,

caratterizzati da valenze comunicative e, comunque, miranti all’implementazione del processo di

aiuto o all’attivazione di risorse sociali spendibili nella progettazione dell’aiuto o, per fini di

cambiamento.

In relazione alla funzione, associata all’intervento professionale, si possono distinguere

differenti tipologie di strumenti: - strumenti professionali veri e propri, mutuati dalle discipline

psico/sociali, che soddisfano gli obiettivi di conoscenza, aiuto e cambiamento; - strumenti connessi

alla funzione organizzativo/gestionale, che, per lo più, hanno a che fare con la progettazione, la

promozione e l’amministrazione delle risorse, con la ricerca e lo studio dell’ambiente, tutto relativo

alla conoscenza della comunità.

Di seguito verranno illustrati sinteticamente alcuni strumenti classici del lavoro dell’assistente

sociale; ci si soffermerà su ciascuno di essi, con l’avvertenza che tali strumenti possono essere usati

singolarmente o congiuntamente, a seconda delle esigenze dell’operatore e dell’indagine; ognuno di

essi presenta dei pregi e dei difetti, di cui l’abilità del ricercatore dovrà tener conto.

8.1. IL COLLOQUIO

Il colloquio è il principale strumento professionale di cui l’assistente sociale si avvale nel suo

intervento operativo per produrre cambiamento.

Il colloquio può essere richiesto: -dall’utente all’assistente sociale; -dall’assistente sociale

all’utente; -dall’assistente sociale ad altre persone da coinvolgere nel processo di aiuto;

- dall’assistente sociale ad altri soggetti, operatori, professionisti, ecc.; - da altre persone comunque

legate all’assistente sociale.

Nel caso in cui il colloquio sia richiesto direttamente dall’utenza, si può supporre che il grado

di coscienza rispetto alla condizione di disagio e di motivazione al cambiamento siano tali da

muoverla all’azione.

Diverso è il caso in cui la richiesta giunga da una terza persona, o da un’istituzione, o ancora

più complesso quando non c’è richiesta, ma una segnalazione di casi di situazioni problematiche, o

conflittuali, o di disagio. In questo caso l’assistente sociale deve agire con prudenza e analizzare la

richiesta o la segnalazione. 90

La singolarità del richiedente e la modalità attraverso cui avviene la richiesta indirizzano,

inoltre, la scelta e l’utilizzo dello strumento comunicativo. Tale strumento, infatti, è di volta in volta

calibrato in relazione alla specificità del contesto e degli attori coinvolti. Pertanto è errato

stereotipare il colloquio e la sua conduzione. Il colloquio professionale, “è una forma di

comunicazione interpersonale guidata dall’assistente sociale verso uno scopo o una molteplicità di

scopi al fine di instaurare con la persona una relazione che favorisca la comprensione reciproca

della situazione in esame, permetta di intravedere soluzioni possibili e motivi gli interessati a

impegnarsi nella realizzazione dei compiti connessi con le soluzioni prospettate” (Dal Pra

Ponticelli, 1987).

Per realizzare un colloquio professionale è necessario che l’assistente sociale dimostri oltre a

delle competenze professionali specifiche (Lis, 1991; Scalpellini in Trentini, 1980;Trentini, 1989):

-maturità psicologica, un importante elemento per la comprensione delle complesse dinamiche

relazionali, che intervengono durante il colloquio e delle difese che l’utenza può attuare (seduzione

ed evasione); -disponibilità psichica, che implica la curiosità verso il mondo interiore proprio ed

altrui (cioè l’empatia).

Se ciò non avviene, l’assistente sociale assume una posizionale relazionale up rispetto a quella

dell’utente, tenuta rigidamente down e questo in contrasto con il processo di autonomia. La

relazione di aiuto, per essere funzionale, passa da momenti alternati di complementarietà dei

rapporti (up/down), in cui il cliente riconosce all’assistente sociale la competenza per aiutarlo ad

affrontare e superare la sua situazione di disagio, a momenti di simmetria “positiva” (up-up), ossia

di parità relazionale.

Il colloquio di servizio sociale è un colloquio di aiuto che presenta gradi di complessità e

difficoltà non indifferenti che spesso nella prassi sono tralasciati (Kaneklin, 1981, 155-156).

Nel colloquio l’assistente sociale mira di regola a due tipi di scopi: gli obiettivi di aiuto e di

cambiamento e gli obiettivi propri di ogni fase del processo di aiuto.

Il colloquio viene, infatti, adoperato in diversi e particolari fasi del processo di aiuto e per

scopi diversi, ad esempio la presa in carico dell’utente, l’analisi del bisogno, la valutazione della

situazione, la verifica dei mutamenti realizzati con un intervento o processo di aiuto, la definizione

del contratto, ecc.

Il colloquio di servizio sociale è, pertanto, una tipica relazione dialogica indirizzata alla

promozione di percorsi, consapevoli e condivisi, per la soluzione e/o il cambiamento di problemi e

bisogni sulla base delle competenze tecniche dell’assistente sociale, delle motivazioni e delle

risorse dell’utenza e di quelle disponibili a livello istituzionale ed ambientale.

Il colloquio professionale, però, non è solo una relazione bilaterale, bensì una situazione

relazionale complessa in cui interagiscono l’operatore, l’utenza, l’Ente, giacché si svolge, di norma,

91

in un contesto istituzionale che legittima, con apposito mandato, l’operatore a prendere in carico

professionalmente l’utenza stessa per sostenerla, attivando i mezzi e le opportunità di cui

l’istituzione dispone per competenza normativamente definita, nonché le risorse formali e/o

informali del contesto ambientale e/o del territorio.

Nel colloquio professionale l’assistente sociale deve accertare, insieme all’utente, il livello di

coscienza ed il significato attribuito al problema, nonché il grado di motivazione al cambiamento; in

particolare deve analizzare la natura del disagio e definire gli aspetti cui dare precedenza, chiarire

gli elementi che hanno determinato la comparsa, o l’aggravarsi della situazione problematica,

mettere in evidenza le cose fatte per risolvere o tentare di risolvere il problema, il perché si è rivolto

all’assistente sociale, e a quel servizio in particolare, e quali sono le sue aspettative di soluzione o di

risposta rispetto all’Ente ed al professionista.

Il colloquio professionale non è semplicemente uno scambio di parole tra soggetti in

comunicazione, ma è anche ascolto, osservazione e dialogo (Masini, Sanicola;Tiberio, Fortuna).

Ascoltare, parlare ed osservare: si tratta di abilità che compongono un piccolo atlante, una

sorta di “bussola” di orientamento per l’operatore, che dovrebbe imparare ad usare con saggezza.

L’osservazione e l’ascolto rappresentano le matrici elementari del codice binario, mediante il

quale l’operatore si mette in rapporto ed in ascolto del cliente.

Il colloquio professionale richiede un tempo ed uno spazio di svolgimento.

Il tempo, concepito qui come tempo fisico, legato alla sua dimensione organizzativa, è una

variabile essenziale nella gestione del colloquio e va inteso sia come un vincolo che come una

risposta. Non è tempo infinito, ma tempo circoscritto a contesti e relazioni precisi. La durata del

colloquio è in parte definita dall’obiettivo che si intende raggiungere, dalla capacità di mantenere

costante la curva dell’attenzione individuale: dal livello emotivo dell’interazione. Il tempo è un

vincolo da rispettare,“vincolo” che non significa “gabbia rigida” e assoluta, ma orientamento e

guida di modalità operative assimilabili nella pratica quotidiana ad un modus operandi dello

specifico professionale e del contesto relazionale dell’intervento che si intende attivare.

Lo spazio del colloquio deve essere inteso sia come spazio mentale sia come spazio fisico.

“Spazio” vuol dire definire la distanza/vicinanza fisica e cogliere la presenza/assenza di barriere

oggettive che possono essere di supporto o di ostacolo alla relazione. “Spazio” significa rispettare

l’altro nel suo spazio vitale senza indagini invasive, ma sviluppare una graduale sintonia attraverso

un rapporto di fiducia e di stima reciproci, al di là del problema presentato (Zini, Miodini, 1997).

La relazione dialogica ed empatica che si istituisce con il colloquio professionale si

contraddistingue per essere una relazione di supporto all’autodeterminazione della persona,

indirizzata all’aiuto ed al cambiamento e, quindi, indirizzata a comprendere, dal punto di vista

dell’utente, il problema nella sua singolarità e specificità ed a conoscere i punti di forza e di

92

debolezza dello stesso e del suo ambito rispetto alla eventualità di determinazione, o limitazione,

del problema oggetti dell’intervento.

È possibile, dunque, definire alcune regole che l’assistente sociale utilizza come ratio

stilistica dei diversi casi: - stabilire un’intesa con il proprio interlocutore, per poter analizzare il

contesto comunicativo; - ascoltare prima di parlare ed intercalare sempre le parole all’ascolto del

cliente; - omettere la propria opinione o punto di vista, salvo esprimerlo su esplicita richiesta

dell’utente e di assumere sempre nei confronti del proprio utente un atteggiamento neutro e non

giudicante; - porre attenzione alla comunicazione non-verbale, ai segnali comunicativi della persona

rispetto al suo presentarsi, al suo atteggiarsi, ecc.; - essere consapevoli dei rischi valutativi connessi

con la “soggettività” nella lettura dei bisogni; essere consapevoli della complementarietà dei ruoli.

Queste brevi indicazioni operative sono indispensabili per non far fallire la relazione con

l’utente nel momento stesso in cui questa si stabilisce; il counseling funziona quindi da arte-tecnica

del colloquio e del dialogo.

Dal punto di vista degli obiettivi, nel servizio sociale si incontrano sostanzialmente tre tipi di

colloqui (Zini, Miodini,1997): - informativi (in cui ricercare od offrire dati/messaggi); - diagnostici

(indirizzati a comprendere il significato della richiesta); - terapeutici (rivolti al cambiamento della

situazione problematica).

Ogni colloquio (specie il primo) si sviluppa secondo momenti specifici, in genere in

successione: - la fase sociale di accoglienza; - la fase di indagine, nella quale si pongono domande

informative, di chiarimento, di valutazione e si ascolta il problema dal punto di vista del contenuto e

degli aspetti relazionali; - la fase interattiva, nella quale si cerca di comprendere i patterns

relazionali dei sistemi significativi di appartenenza; - la fase operativa, in cui si definiscono le

attività in rapporto ai risultati attesi. 8.2. LE INCHIESTE

Le inchieste sono lo strumento più frequentemente usato nel lavoro sociale e nella ricerca

sociologica quando si vuole indagare un fatto, per esempio, come il rapporto tra estrazione sociale

dei genitori e opinioni politiche degli studenti. In tal caso, l’insieme di tutte le persone le cui

opinioni politiche si vogliono indagare costituisce l’universo della popolazione. Dal momento che

spesso l’universo della popolazione considerata è di entità tale che sarebbe lungo e dispendioso

sottoporre ad indagine tutte le persone che lo compongono, si ricorre ad un campione comprendente

un numero limitato di individui che fanno parte dell’universo della popolazione.

Il campione, ovviamente, deve essere rappresentativo dell’universo della popolazione di cui

deve esprimere le caratteristiche, in percentuale proporzionale all’universo della popolazione

93

globalmente considerato. Ciò significa che il campione sarà tanto più rappresentativo, quanto più la

sua articolazione interna si avvicineràa quella dell’universo della popolazione. La dimensione

quantitativa del campione tiene conto dell’entità dell’universo della popolazione, ma la sua

rappresentatitività ed esattezza prescinde dalla sua grandezza quantitativa. Si vuole dire che un

campione molto più piccolo numericamente può essere meglio rappresentativo di uno molto più

grande, a condizione che l’articolazione tra le diverse variabili che lo compongono sia

proporzionalmente più fedele di un campione costruito su scala più estesa.

8.3. QUESTIONARI E INTERVISTE

Un’inchiesta può usare questionari, interviste o anche entrambi. Il questionario viene

somministrato dal ricercatore direttamente o per posta e restituito al mittente, per posta o ritirato da

quest’ultimo. Se si utilizza la tecnica dell’intervista è il ricercatore a porre direttamente le domande.

L’intervista può essere strutturata o non strutturata, con una variabileintermedia, l’intervista

semistrutturata. Ecco l’analisi delle differenze:

Nel primo caso, le domande poste ai rispondenti di un eventuale pre-individuato campione

sono le stesse per tutti e per tutti poste nello stesso ordine. All’intervistato si chiede di rispondere a

ciascuna domanda con un “si/no/non so”, o anche, a seconda del tipo di domanda, con

“molto/abbastanza/poco/per niente”.

L’intervista strutturata, come tutte le tecniche di rilevazione presenta vantaggi e svantaggi.

I vantaggi sono costituiti dalla possibilità, consentita dal ricercatore, di elaborare tabelle molto

precise in tempi rapidi. Si possono in tal modo ottenere coefficienti di correlazioni tra variabili del

tipo età, sesso, istruzione, reddito, misurabili in modo quantitativamente certo, per cui il ricercatore,

attraverso il controllo statistico della frequenza delle correlazioni, può stabilire rapidamente i nessi

di causazione tra variabili dipendenti e variabili indipendenti.

L’intervista non strutturata ha il vantaggio di poter rappresentare meglio gli atteggiamenti

dell’intervistato, lasciandolo libero di rispondere, al di là dei “si/no/non so”. Tuttavia questa tecnica,

che consente certamente di comprendere ciò che il singolo intervistato pensa su una determinata

questione, ha il limite rappresentato dalla difficoltà di comparazione tra le varie risposte date dai

diversi intervistati. Se da un lato questo tipo di intervista consente di articolare meglio la

soggettività delle risposte degli intervistati e di segnare i loro eventuali commenti, dall’altro non è

misurabile con lo stesso tasso di precisione con cui è possibile farlo in una intervista strutturata. Ma

come si costruisce un’intervista? Innanzitutto le domande devono essere formulate in modo chiaro e

neutrale, avendo cura, nella loro predisposizione che tutti gli intervistati le interpretino nello stesso

modo. Occorre evitare ancora che una stessa domanda riguardi due oggetti o temi diversi. Sarà

94

necessario altresì, evitare domande che implicitamente predispongono ad una risposta, piuttosto che

ad un’altra. Infine, i vantaggi e gli svantaggi dell’intervista strutturata e di quella semistrutturata

possono accumularsi o mitigarsi reciprocamente. Spetta alla perizia e alla professionalità

dell’operatore, individuare, a seconda del tipo di inchiesta, quale tecnica usare.

8.4. L’OSSERVAZIONE

Questi studi si fondano sull’analisi intensiva di un gruppo, un avvenimento,un processo

sociale particolare. L’operatore sociale, il ricercatore che adotta tale tecnica, deve astenersi

dall’influenzare la realtà osservata, se vuole darne una descrizione il più possibile accurata.

L’osservazione può essere effettuata in laboratorio o sul campo. In tal caso, il ricercatore cerca di

formare un gruppo con l’obiettivo, per esempio, di osservare come di fronte ad uno stesso problema

da risolvere emerga un leader o si prendano decisioni. L’osservatore può seguire le modalità di

interazione dei componenti il gruppo in relazione al problema attraverso registrazioni o attraverso

uno specchio, al fine di non influenzare con la sua presenza la spontaneità della dinamica interna al

gruppo osservato. Questo perché il ricercatore deve evitare scrupolosamente di modificare le

condizioni della situazione osservata. In realtà la maggior parte degli studi fondati sull’osservazione

avviene sul campo. Lo studio di un caso è la forma più comune di questa metodologia. Il

ricercatore, può ricostruire, ricorrendo a dati esterni (articoli di stampa, testimonianze orali),

avvenimenti già accaduti; può descrivere fatti nel corso del loro stesso svolgimento (preziosa risulta

essere la utilizzazione di testimoni oculari). Il ricercatore può, ancora, a seconda della sua

valutazione, ma anche dalle circostanze date, scegliere se essere osservatore distaccato o

osservatore partecipante. Nel primo caso, i soggetti coinvolti nella situazione studiata, non sanno di

essere osservati; nel secondo caso, al ricercatore si prospetta una ulteriore scelta:quella di essere un

osservatore partecipante noto o di essere un osservatore partecipante sconosciuto che si dissimula

nel gruppo. Quest’ultima scelta ha il vantaggio di non fare pesare sul gruppo la presenza di un

osservatore estraneo, che potrebbe turbare lo sviluppo spontaneo delle interazioni, inibendo i loro

naturale evolversi e dispiegarsi. Tale scelta consente di realizzare l’accesso a gruppi chiusi (gang

giovanili, tossicodipendenti, malati psichiatrici istituzionalizzati). Per questa tecnica si pongono per

il ricercatore però delle questionietiche, dal momento che ogni forma di dissimulazione è pur

sempre un inganno, attraverso cui si osserva la vita di altre persone. Furono i ricercatori americani

ad utilizzare per primi tale tecnica. In questa sede si ricordano alcuni studi: quello di Robert ed

Helen Lynd sulla vita quotidiana di una piccola città dell’Indiana; quello di William Whyte a

conclusione di un osservazione partecipante dissimulata in un quartiere povero di italiani di una

95

grande metropoli americana (1943); quello di Erving Goffman, il più noto di tutti, il quale trascorse

molti mesi come assistente in un ospedale psichiatrico avendo la possibilità, a conclusione della sua

ricerca, di dimostrare l’effetto spersonalizzante di una struttura che aggrava la loro patologia

(Robertson,1992, pag. 23). Questa tecnica impone al ricercatore obblighi rigorosi quali la garanzia

dell’anonimato per gli informatori, l’esigenza di annotare subito ciò che si osserva, la necessità di

non turbare con la sua presenza, nota o dissimulata, lo svolgimento di ciò che si descrive.

Importante, nella realizzazione dell’osservazione la fase definita della negoziazione di accesso

soprattutto se il ricercatore è noto, attraverso la conquista della fiducia da parte dei membri del

gruppo. L’accesso infatti, non è sempre facile, talvolta impossibile, in considerazione del fatto che

quasi sempre l’osservatore è molto distante socialmente e culturalmente dal contesto che vuol

descrivere. Certe situazioni, certi eventi, infatti possono essere descritti e compresi solo dall’interno.

I limiti ditale tecnica, basata sull’osservazione partecipante, sono costituiti dalla scarsa

generalizzabilità dei risultati della ricerca, dalla loro incerta fondatezza scientifica; i pregi sono

costituiti dalla possibilità di penetrare in profondità ambienti, situazioni, processi che anni di ricerca

quantitativa non sono riusciti a comprendere nella loro dinamica interna, nella loro modalità di

costruzione, di senso, vale a dire, dal punto di vista di chi quella realtà quotidianamente costruisce.

8.5. IL LAVORO DI GRUPPO

Nel servizio sociale professionale il lavoro di gruppo si sviluppa come “metodo

professionale” negli anni ’20, negli Usa, dove era di fondamentale importanza l’investimento delle

politiche educative del Paese in interventi volti a migliorare l’integrazione sociale.

Nella realtà italiana il lavoro di gruppo si sviluppa nel dopoguerra nell’esperienza dei centri

sociali e in seguito si caratterizza come “metodo” privilegiato in ambiti operativi all’interno dei

quali il servizio sociale si indirizza ad un’utenza collettiva, a differenza dei servizi di base in cui si

predilige il lavoro individuale.

Negli anni ’70 con i mutamenti attuati nell’organizzazione dei servizi che ha segnato la

collocazione di figure professionali nuove accanto all’assistente sciale, si avvia il lavoro in gruppo.

Anche il lavoro di gruppo viene rivalutato in questa nuova fase storica della professione,

poiché l’attenzione si sposta dalla dimensione individuale alla dimensione collettiva, in

corrispondenza dell’evoluzione dei valori, professionali e politico-sociali, della partecipazione, del

decentramento dei servizi alla persona, che focalizza l’attenzione sui bisogni sociali, culturali,

economici e sanitari, intesi, non più solo come manifestazione dei singoli individui, ma espressione

di un contesto di tensione al benessere proprio di una comunità che è portatrice anche di risorse. 96

Nel processo di evoluzione della metodologia di lavoro che abbandona la diversificazione dei

“cinque metodi” per il concetto di unitarietà del metodo, il lavoro di gruppo si trasforma in uno

strumento professionale che si riferisce ad una pluralità di soggetti, ma avente sempre come

riferimento metodologico lo stesso che caratterizza ogni intervento del Servizio Sociale. Tutto

questo implica il necessario utilizzo di tecniche attinenti la conduzione di incontri e riunioni a fini

terapeutici, diagnostici o di sviluppo e di miglioramento di ogni singolo individuo e del gruppo nel

suo insieme, considerato nella sua peculiarità.

L’assistente sociale nel suo lavoro, oltre a partecipare ad una pluralità di gruppi istituzionali,

viene a contatto con una molteplicità di gruppi, caratterizzati da una diversa tipologia di destinatari

(utenti, cittadini, organizzazioni e non), portatori di bisogni e di istanze e/o di risorse sempre diversi

da sostenere, coordinare, accrescere, per la promozione di adeguate soluzioni ai problemi

individuali o collettivi, secondo il principio della partecipazione ai processi e progetti di aiuto e di

cambiamento consapevole e condiviso.

Il lavoro gruppo è una metodologia d’azione efficace, con cui, i diversi componenti si

coordinano per lavorare meglio in ordine agli obiettivi da raggiungere, nel rispetto dei ruoli e delle

funzioni.

L’obiettivo non è un “dato” acquisito all’inizio del lavoro del gruppo per diverse ragioni: in

primo luogo, perché ciascun individuo porterà con sé nel lavoro un insieme più o meno definito di

competenze, stili di pensiero, aspettative personali, bisogni; in secondo luogo, perché ciascun

membro del gruppo tenderà a dare un’interpretazione personale all’obiettivo assegnato,

mantenendola, anche in modo inconsapevole, il più tenacemente possibile.

Saranno dunque indispensabili, nella fase di costituzione del gruppo, due condizioni

fondamentali che permetteranno al gruppo di essere efficace nel lavoro: la prima, è, che ciascun

componente del gruppo conosca con precisione quali obiettivi esso deve raggiungere; la seconda è

che sia possibile una forma di identificazione dei membri con l’obiettivo comune, che permetta a

ciascuno di appropriarsene e di inserirlo nel contesto delle mete individuali da perseguire e dei

bisogni da soddisfare. Questo consente a tutti di contribuire pienamente al lavoro di gruppo e al

conseguimento dei risultati, riducendo al minimo lo scarto, che pure continuerà a esistere, tra gli

obiettivi individuali e quelli del gruppo. Per raggiungere queste condizioni è necessario che il

gruppo dedichi, nella sua fase di costituzione, una parte del tempo alla chiarificazione e

condivisione dell’obiettivo e che svolga delle attività specifiche finalizzate alla loro conoscenza e

alla discussione, fino a ottenere la loro condivisione da parte di tutti i componenti.

L’obiettivo, come si è detto, è la definizione del risultato atteso; quindi, per essere chiaro e

condiviso dai membri deve descrivere il punto di arrivo concreto e misurabile al quale il gruppo

tende e per il quale si impegna a lavorare. 97

La sua descrizione accurata e l’interpretazione univoca stanno alla base del contratto tra i

membri del gruppo: sono il primo riferimento per la fondazione del lavoro di gruppo.

Se si riflette sul fatto che ciascun membro è anche un “osservatore”, si deve considerare che,

come tale, ciascuno ha una particolare visione dell’obiettivo del gruppo, che deriva da valide e

documentate ragioni di carattere professionale, come l’esperienza e le conoscenze, e da ragioni

personali, quali le aspettative e i bisogni. In un gruppo, quindi, ciascuno vede l’obiettivo da una sua

particolare prospettiva e, posto che tutte le prospettive abbiano lo stesso valore di verità, il problema

della chiarezza si pone nei termini della determinazione di un solo significato, di un’interpretazione

della fattibilità e delle azioni correlate al suo raggiungimento, che sia uguale per tutti. Non occorre

guardare dallo stesso punto di vista, poiché, così facendo, si vanificherebbe il senso del lavorare in

gruppo, ma occorre articolare i diversi punti di vista per costruire una prospettiva più ampia di

quella proposta da ciascuno, riconosciuta da tutti.

La condivisione sancisce un contratto psicologico e operativo tra individuo e gruppo.

Condividere l’obiettivo significa impegnare il proprio sistema di competenze per raggiungerlo e per

far funzionare al meglio il gruppo, accettando i vincoli imposti dalla presenza e dai bisogni degli

altri membri.

Sul piano della rappresentazione e dell’ideale, definire l’obiettivo di un gruppo significa pure

costruire una realtà futura, ignota ma possibile, sulla base di una realtà presente e nota. In realtà

significa avviare un’attività di confronto e negoziazione, ma pure di ipotesi e di progetto.

In definitiva l’obiettivo di un gruppo di lavoro efficace deve essere: - definito in termini di

risultato: specificare l’elemento di risultato associato all’obiettivo significa descrivere

accuratamente il prodotto finale che il gruppo vuole ottenere, utilizzando un linguaggio comune

comprensibile a tutti, in modo tale che ciascuno attribuisca alle parole e alle intenzioni lo stesso

significato. L’obiettivo deve essere prima di tutto scritto, non per una questione formale, ma per una

questione sostanziale di riconoscimento e di condivisione da parte di tutti; solo se è scritto ciascuno

può confrontare quanto corrisponde a quello che aveva pensato individualmente e negoziare gli

aggiustamenti necessari con gli altri. La definizione precisa e puntuale in termini di risultato lo

rende misurabile sia in termini quantitativi, quindi economici sia in termini qualitativi, quindi di

innovazione; - costruito sui fatti, sui dati osservabili e le risorse disponibili: la condizione di

partenza per costruire un obiettivo è determinare cosa si vuol fare, con quali risorse e con quali

vincoli, in quanto tempo. La raccolta dei dati disponibili è il primo passo necessario per rispondere

a queste domande. I dati necessitano di interpretazione e a questo provvederà la diversa esperienza e

competenza dei membri: è su queste diverse interpretazioni che si costruisce un obiettivo comune;

- finalizzato in modo esplicito: al gruppo di lavoro deve essere chiara la finalità organizzativa cui

tende l’obiettivo, perché trovino una ragione i vincoli e le difficoltà che il gruppo incontra e perché

98

vi sia un contesto nel quale inserire il lavoro che viene svolto; -chiarito e articolato in compiti:

quando la descrizione è completa, chiara, e trova riscontro nella condivisione, è necessario che si

proceda alla determinazione dei compiti e delle fasi di lavoro che il gruppo deve affrontare per

raggiungerlo. La definizione delle cose da fare deve comunque seguire, e non precedere, la

determinazione del risultato che si vuole ottenere; - perseguibile: la logica del lavoro di gruppo

impone già di per sé che il compito adatto a un gruppo è quello che per difficoltà, varietà e rischi

non può essere affrontato da un solo individuo. L’obiettivo del gruppo, pertanto, deve essere

perseguibile utilizzando tutte le risorse umane e tecniche disponibili; - valutato: se è stato definito in

termini di risultato, l’obiettivo del gruppo ha le caratteristiche che lo rendono misurabile e

sottoponibile a valutazione sia da parte del gruppo che da parte dell’organizzazione. La valutazione

effettuata con strumenti coerenti, definiti dall’inizio dei lavori, da un lato diminuisce sensibilmente

la paura della valutazione stessa e quindi favorisce l’instaurarsi di una logica di problem solving nel

gruppo, dall’altro, rende possibile lo sviluppo del gruppo attraverso l’analisi dei suoi risultati.

I fondamenti di un efficace lavoro di gruppo sono rintracciabili in un atteggiamento positivo e

di apertura verso gli altri, di rispetto delle personalità individuali e del gruppo nel suo insieme, di

riconoscimento e valorizzazione del valore delle esperienze altrui, di disponibilità al confronto e al

“rischio” di mettersi in discussione. Sinteticamente, gli “ingredienti” base del gruppo di lavoro: - si

tratta di un insieme di individui che sono psicologicamente consapevoli l’uno dell’altro e si

percepiscono come un insieme; - hanno uno scopo comune e la consapevolezza dell’interesse

generale; - mettono in opera, per conseguirli, una serie di interventi concordati e concepiti

all’interno di un progetto comune; - praticano un’«apertura» nei confronti dell’interno e

dell’esterno del gruppo; suddividono in modo concordato i compiti e tendono all’armonizzazione

dei diversi contributi personali, dei ruoli e delle diverse funzioni; - elaborano una cultura comune.

Sulla base di quanto detto, le attività con i gruppi comportano: la conoscenza delle ragioni e

delle finalità per le quali il gruppo stesso si è, o è stato, costituito; - la conoscenza del gruppo

(numero dei componenti, età media, livello di scolarizzazione, grado di conoscenza tra i soggetti

componenti il gruppo, ambiente di provenienza, profilo culturale, presenza di soggetti leader nel

gruppo); - l’identificazione degli obiettivi che il gruppo e i suoi componenti intendono raggiungere,

o debbono raggiungere; - la caratterizzazione dei ruoli nel gruppo; - il riconoscimento della

leadership; - l’attuazione di norme condivise di funzionamento; - l’individuazione di una

metodologia funzionale alle peculiarità del gruppo; - la definizione di un disegno di lavoro (fasi,

tempi, strumenti e risorse); - la socializzazione delle informazioni, delle abilità e dei risultati attesi;

- la documentazione, il monitoraggio e la valutazione delle attività.

Nel lavoro con i gruppi è di fondamentale importanza considerare: - i bisogni e le aspettative

di ogni singolo soggetto; - i rapporti interpersonali significativi che esistono o che si costituiscono

99

tra i soggetti appartenenti al gruppo; i sottogruppi che si costituiscono nel macro-gruppo e che si

presentano come un “rischio” per la stabilità del gruppo relativamente agli obiettivi che lo stesso

intende o deve perseguire; le qualità di ciascun componente e la necessità di valorizzare ogni

singolo individuo nell’ambito delle regole e dei ruoli determinati e partecipati da tutti; - le diversità,

le diffidenze, le ostilità, le intese, gli accordi, che si definiscono tra i componenti del gruppo durante

lo svolgimento delle varie attività; le opportunità di cambiamento degli individui e del gruppo nel

suo insieme; le angosce, le riluttanze, le positività, le dinamiche evolutive o involutive, che si

rivelano nella vita del gruppo.

Per lavorare con i gruppi è spesso indispensabile che il professionista, nella fase organizzativa

e nella fase operativa, svolga dei colloqui, delle riunioni preliminari, connesse ad una puntuale

conoscenza delle condizioni personali e di ambiente, all’informazione, sensibilizzazione,

motivazione e al supporto dei differenti soggetti, tutto relativamente al percorso da avviare e ai

compiti che ne derivano, al coinvolgimento efficiente degli interlocutori sulla base degli esiti che si

intendono perseguire. In questo contesto, i colloqui professionali vanno adeguatamente pre-

organizzati, condotti e documentati relativamente alle attività che si andranno, o che si stanno,

attuando con il gruppo in vista del conseguimento degli obiettivi specifici.

A conclusione si richiamano alcuni concetti che possono essere assunti quali criteri orientativi

dell’azione dell’assistente sociale nei confronti di qualsiasi tipo di gruppo: - l’assistente sociale

deve programmare il lavoro sulla base di un progetto mirato alla specificità del gruppo ed agli

obiettivi dello stesso; - l’assistente sociale può, in linea di principio, partecipare alle attività dei

singoli gruppi con ruoli diversi facendo attenzione al tipo di gruppo e al tipo di ruolo che ricopre; -

l’assistente sociale deve sempre agire professionalmente; - - l’assistente sociale che lavora con i

gruppi deve evitare ogni possibile tentativo di manipolazione e di strumentalizzazione; - l’assistente

sociale che lavora con i gruppi deve possedere e sviluppare competenze e abilità che gli permettano

il raggiungimento degli obiettivi prefissati; - l’assistente sociale deve porre in essere interventi

cadenzati e finalizzati al raggiungimento di risultati possibili e verificabili; - l’assistente sociale che

lavora con i gruppi deve documentare con puntualità e precisione tutti i momenti della vita del

gruppo, evidenziandone gli elementi significativi in rapporto alla tipologia e peculiarità dello stesso

e delle sue finalità. 8.6. LA VISITA DOMICILIARE

La visita domiciliare è un altro strumento professionale utilizzato dall’assistente sociale. La si

potrebbe definire come un incontro, una comunicazione, un colloquio di tipo particolare con

l’utente realizzato nel suo ambiente quotidiano di vita, generalmente coincidente con la sua casa.

100

L’assistente sociale fa ricorso alla visita domiciliare quando, in fase conoscitiva e/o operativa,

ritiene necessario utilizzare questo strumento per ottenere indicazioni circa il contesto, le relazioni

familiari, l’ambiente nel suo complesso, sullo stile di vita, o, a fini di controllo o di aiuto a seconda

delle situazioni che si stanno seguendo e delle fasi del processo di aiuto in atto. Si ricorre alla visita,

inoltre, in situazioni di emergenza, oltre che nei casi in cui le persone siano nell’impossibilità di

recarsi presso il servizio.

La visita domiciliare, tuttavia, non deve essere avviata indistintamente, ma solo nei casi in cui

sia estremamente necessario. Lungi dall’essere un automatismo procedurale, si ricorre alla visita

domiciliare, in conseguenza ad una specifica decisione, accettata ed assunta in relazione a motivi

chiari che ne legittimano il ricorso, anche a rischio di attivare emozioni e/o reazioni discordanti di

cui, tuttavia, si deve essere consapevoli per poter far fronte costruttivamente.

Dal punto di vista relazionale l’utente, inserito nel proprio ambiente di appartenenza, può

sviluppare comportamenti seduttivi, o, al contrario, può manifestare aggressività. L’assistente

sociale può imbattersi in rilevanti difficoltà nel processo di comunicazione, in quanto deve tener

conto dell’interazione nel sovrasistema famiglia/operatore e dei messaggi analogici inviati

dall’abitazione stessa e delle sue influenze.

Come tutti i colloqui, anche nella visita domiciliare è necessario valutare le variabili presenti,

l’utilità e l’obiettivo da perseguire attraverso l’intervento, per acquisire ulteriori informazioni sullo

stile di vita dell’utente e per osservare i partrners relazionali presenti nel sistema familiare.

In linea di massima la visita domiciliare avviene dopo la fase conoscitiva con l’utente sia nel

rispetto della persona, sia per motivi di riservatezza. Può anche essere, però, preannunciata da una

semplice lettera, o telefonata, o con una comunicazione, ma sempre tuttavia motivata in modo tale

che la persona possa accettarla o meno.

La visita domiciliare viene generalmente utilizzata per esaminare la situazione problematica,

soprattutto per quanto concerne gli aspetti ambientali, ma anche per valutare le risorse personali e di

contesto disponibili, o attivabili, nel processo di aiuto.

Non è possibile stabilire a priori su cosa orientare l’osservazione o l’approfondimento in

quanto dipende dalla tipologia del problema e dalla finalità attribuita alla visita domiciliare. Diventa

di estrema importanza definire l’obiettivo della visita da parte dell’assistente sociale, la definizione

processuale del significato che si attribuisce alla stessa e cioè se, a seconda dei casi, domina

l’aspetto dell’aiuto o del controllo; spetta comunque, all’abilità dell’assistente sociale indirizzare ed

utilizzare, nel contesto del processo di aiuto, le funzioni di aiuto o di controllo, proprie della visita

domiciliare, in prospettiva, per la prima funzione, di crescita, sostegno e cambiamento e, per la

seconda funzione, di verifica e valutazione dell’efficacia del percorso. 101

8.7. LA DOCUMENTAZIONE PROFESSIONALE

La documentazione professionale si presenta come una raccolta organica, coerente e

funzionale di tutte le informazioni di tipo conoscitivo, indicativo, sistematico ed operativo utili ed

adoperabili per lo svolgimento delle attività professionali, le quali per natura si distinguono come

attività ad alto contenuto relazionale. La documentazione è, pertanto, uno strumento principalmente

comunicativo, più oggettivato rispetto alla fonte dell’informazione, in quanto mediato dal tempo di

elaborazione e riflessione e dai supporti (cartacei, informatici ecc.) esterni alla fonte stessa. La

documentazione è, inoltre, uno strumento trasversale in quanto non solo viene avviato con la prassi

ma si collega, operativamente parlando, con i diversi strumenti adoperati nella prassi, specie con

quelli annessi al processo di aiuto. La documentazione è la base empirica fondamentale per la

teorizzazione degli interventi e per aggiornamento dinamico degli stessi alla effettività e

modificabilità della prassi; è un mezzo di tutela per l’assistente sociale e per l’utenza, in quanto

capace di registrare informazioni relative al profilo tecnico-professionale, e a quello

amministrativo-procedurale.

La documentazione può presentarsi sotto varie forme, discriminate da elementi quali: gli

obiettivi, i contenuti comunicativi, le fasi temporali in cui essa stessa è usata, i soggetti fruitori del

processo d’aiuto. Una prima distinzione in merito alla tipologia della documentazione, è quella che

fa riferimento agli obiettivi della stessa: - documentazione generale: si tratta della raccolta di

informazioni, dati, norme e scadenze programmate per l’esercizio delle funzioni dell’operatore; -

documentazione operativa: questa si divide in documentazione di esercizio: per l’espletamento delle

attività amministrative in rapporto all’utenza e nell’ambito delle direttive, dei regolamenti dell’ente

e documentazione di governo: al fine di dare indicazioni e supporti conoscitivi all’Ente nella fase

decisionale (studi, ricerche ecc.); - documentazione tecnica e professionale: si tratta della

documentazione necessaria all’assistente sociale per lo svolgimento degli interventi con l’utenza in

funzione dell’impostazione, verifica e valutazione del processo di aiuto (diario, relazioni sociali,

progetti di aiuto ecc.).. Si tratta di tutta la documentazione espositiva delle tappe del processo di

aiuto, della modulistica finalizzata ad ottenere l’erogazione di prestazioni e della documentazione

del lavoro interprofessionale ed interorganizzativo (Ducci,1989). –documentazione per

informazione a terzi: si tratta di unadocumentazione relativa ai casi di trasferimento, trattamento

congiunto, invio di informazioni ad altri operatori e/o Enti.

La documentazione può essere anche classificata, in relazione ai flussi comunicativi ed ai contenuti

degli stessi in:-documentazione in entrata (informazioni e documentazione di carattere tecnico-

organizzativo); -documentazione in uscita (informazioni che gli operatori debbono comunicare

all’esterno); -documentazione interna (prodotta ed usata solo nei servizi e nell’attività). 102

La documentazione può essere classificata rispetto al modo in cui viene redatta in:

documentazione di processo (che dia conto dello sviluppo processuale, ad es. registrazioni di

colloqui); documentazione sommaria (riporta solo elementi essenziali); documentazione valutativa

(da cui emergono i dati in funzione della presa di decisioni da parte degli operatori);

documentazione espositivo-documentaria (redatta per prendere coscienza di alcuni problemi in

funzione di un progetto modificato).

Dal Pra Ponticelli (1987, 187) descrive gli scopi della documentazione sostenendo che un

utilizzo adeguato favorisce l’efficienza del servizio, in quanto: -garantisce una continuità al

servizio; - aiuta a controllare la qualità del servizio prestato; - serve al raggiungimento dei fini del

Servizio Sociale; - è indispensabile per ottenere le prestazioni necessarie all’utente; - serve a

descrivere e documentare l’attività svolta dall’operatore sociale e dai servizi coinvolti in un

determinato arco di tempo.

La documentazione riguarda il processo di aiuto, le fasi, gli adempimenti tecnico-procedurali

connessi; per questo motivo i contenuti della stessa si riferiscono a: - l’insieme delle informazioni

raccolte utili relativamente alla situazione presa in esame; - gli scopi iniziali dell’intervento e quelli

definiti in seguito con la persona; - le risorse esistenti e/o attivabili; - la definizione del progetto e la

formulazione del contratto; - la determinazione dei compiti dell’assistente sociale; - le attività

realizzate direttamente dall’ente; - le attività realizzate direttamente dall’ente; - gli ostacoli che

hanno interferito nella relazione con la persona e/o con gli altri soggetti del sistema di aiuto; - la

verifica e la valutazione dei risultati raggiunti.

Gli strumenti documentativi più usati dall’assistente sociale sono: -il diario giornaliero; -la

cartella sociale; -la registrazione di colloqui; -la relazione sociale; -il verbale di riunioni;

-il contratto scritto. 8.9. LA CARTELLA SOCIALE

Se si accetta l’idea che obiettivo generale dell’intervento sociale sia quello di produrre

benessere all’interno di una comunità, ne deriva per l’operatore sociale la necessità di strumentarsi

per: osservare i bisogni sociali, fare diagnosi sui fenomeni e i processi che generano problemi e

patologie sociali, attivare una guida relazionale dei soggetti sociali.

La cartella sociale è uno strumento documentativo consolidato, da sempre nelle mani, in

particolare degli assistenti sociali, ma forse poco usato, e spesso affiancato da una miriade di altri

strumenti di raccolta di “dati” sull’utente, che si presentano parcellizzati e quindi difficilmente

integrabili. Spesso nei servizi il numero, la codificazione, la scrittura sono considerate qualcosa di

103

freddo, di impersonale che non giova nella relazione con l’utente, che non aiuta. Il rapporto con i

dati e l’operare, sono due funzioni separate.

Nel lavoro con l’utenza, l’assistente sociale si avvale della cartella per mettere in evidenza i

dati che gli hanno permesso di formulare una valutazione sulla situazione problematica dell’utente,

la definizione degli obiettivi che intende raggiungere insieme al soggetto, il progetto di intervento,

con l’indicazione delle scadenze e dei rispettivi impegni assunti.

In linea orientativa la cartella deve contenere (Dal Pra Ponticelli, 1987): - i dati oggettivi

dell’utenza e della situazione socio-economica, sanitaria, culturale, ecc.; - la valutazione della

situazione problematica e l’individuazione degli aspetti di priorità; - le risorse utilizzabili o da

promuovere; - il progetto di intervento, con l’indicazione degli obiettivi prefissati dai soggetti

coinvolti nel progetto di aiuto, dei tempi, nelle modalità e degli strumenti di verifica e di

valutazione; - il diario del processo di aiuto, ovvero la registrazione cronologica dei vari interventi

effettuati, delle prestazioni erogate e dei servizi dei quali l’utenza ha usufruito; - le eventuali

registrazioni di colloqui significativi; - i verbali delle riunioni e/o degli incontri effettuati nel

processo di aiuto; - la copia delle relazioni inviate agli altri Enti; - le indicazioni circa la

conclusione del processo di aiuto, i risultati raggiunti, le eventuali scadenze per impegni futuri.

La cartella “è e deve essere uno strumento del servizio e pertanto è necessario che sia

leggibile non solo da parte di chi ha inserito i dati e le informazioni ma pure da parte di chiunque

altro sia legittimato a farlo ed abbia bisogno quindi di consultarla e usarla” (La Mendola, 1993, 53).

Gli obiettivi di uno strumento operativo di questo tipo possono essere così sinteticamente

individuati: - conoscere la realtà degli utenti e delle loro famiglie, per ogni differente tipo di

servizio socio-sanitario. Questo renderebbe possibile accumulare oltre ad un’esperienza diretta con

le famiglie con cui si opera, anche un materiale empirico, su cui fermarsi a riflettere, a livello più

generale, senza l’ansia della risposta immediata da offrire; -valutare gli interventi che si sono attuati

e quali esiti è possibile individuare al termine di un percorso di aiuto/cura. Qualsiasi intervento,

infatti, non può essere in alcun modo rigorosamente valutato se non si sono registrate, fin dall’inizio

tutta una serie di informazioni relative al “punto di partenza”. La prima fase (della identità

dell’inviante e del soggetto/i in condizione di bisogno) è solitamente un aspetto sottovalutato nel

processo assistenziale, eppure è proprio all’avvio del processo di aiuto che si definiscono significato

e immagini dei contesti relazionali in cui ci si trova ad operare; comunicare con gli altri operatori

attraverso uno strumento unitario, o almeno categorie unitarie di lettura delle situazioni. Spesso il

solo lavoro di stesura di strumenti di rilevazione permette che un gruppo di operatori si ritrovi e

discuta sul contenuto, sui metodi, sugli strumenti del suo lavoro psicosociale. L’adozione di

strumenti condivisi è un sicuro passo verso la possibilità di una reale integrazione degli interventi;

- prevenire il livello di rischio sociale in differenti nuclei familiari, la diffusione di alcune

104

problematiche, le difficoltà in un determinato territorio, e la loro conseguente documentazione può

permettere con maggiore ragionevolezza di predisporre degli interventi di prevenzione a specifiche

forme di disagio sociale. Indicatori, informatori, markers, sono potenzialmente illimitati, ma il

lavoro professionale consiste proprio nell’ operare una selezione, con un duplice scopo: quello di

verificare che indicazioni di senso comune corrispondano a determinismi (o probabilità e

possibilità) effettivi, e di rendere gli insiemi di indicazioni, scelte, validi, attendibili, comparabili,

coerenti, congruenti;e da ultimo, il disporre di dati già ordinati, ma ancora di più l’avere

incominciato a mettersi nella prospettiva di pensare a delle rilevazioni ordinate, potrà rendere

possibile l’implementazione di una banca dati informatizzata utile non solo all’esterno dei servizi

(Ausl, Regione), ma funzionale alla programmazione concreta degli operatori. Le condizioni perché

sia possibile attivare questo sono legate essenzialmente ad un cambiamento di mentalità/cultura

rispetto al rapporto che gli operatori dell’area socio-assistenziale hanno con il dato empirico, con la

rilevazione e l’elaborazione di questi dati, con il loro uso ai fini dell’intervento e dell’azione e con il

rapporto che possono attivare con ricercatori/esperti esterni ai servizi.

La cartella sociale, dunque, può rappresentare, se sistematicamente compilata, pure un utile

strumento di conoscenza e di monitoraggio “in tempo reale” dell’evolversi dei bisogni sociali e

individuali, dei fenomeni emergenti, del modificarsi della domanda sociale, dei risultati ottenuti…

Finalizzare la cartella sociale alle attività conoscitive, oltre che alle esigenze operative, aiuta,

pertanto, l’operatore ed il servizio a valutare i risultati degli interventi, a programmare le attività in

senso preventivo, a porre attenzione al rapporto costi/benefici e ad implementare percorsi di qualità

e di efficacia.

CAPITOLO 9. GLI STRUMENTI LEGISLATIVI, L’ORGANIZZAZIONE DI SERVIZI

9.1. IL COMUNE

Gli enti pubblici in cui opera l’assistente sociale sono: il Comune, le Aziende Sanitarie Locali,

il Ministero della Giustizia.

Premessa la funzione di ponte fra utente, struttura assistenziale e comunità svolta all’operatore

sociale, ne consegue l’importanza della capacità, da parte sua, di analizzare strutture organizzative,

capire la dinamica delle decisioni amministrative e conoscere i percorsi burocratici della pubblica

amministrazione addetta all’erogazione dei servizi specifici. La mediazione si ha, in effetti, fra

l’aspetto giuridico, amministrativo ed economico, e l’aspetto delle relazioni umane ed esistenziali.

Sul piano dei ruoli, l’armonizzazione viene effettuata fra l’utente, interessato alla soddisfazione

immediata delle proprie richieste e dei propri bisogni, l’amministratore, preoccupato principalmente

105

delle necessità dell’organizzazione e del rispetto dei tempi istituzionali, e l’operatore, combattuto

fra l’urgenza dei problemi da risolvere e i ritmi dell’istituzione.

Rispetto al processo di cambiamento sociale, l’operatore si trova nella posizione di dover

conformare l’organizzazione alle esigenze che vanno col tempo via via mutando. Per fare questo,

l’operatore ha a disposizione la sua conoscenza diretta della realtà sociale della comunità in cui

opera e la sua appartenenza – e quindi, conoscenza diretta – all’utente territoriale che si occupa

dell’amministrazione e della gestione della comunità residente nel proprio territorio: il Comune.

Con il DPR 616/1977, furono definite le competenze dell’attuale sistema assistenziale ed il

passaggio, da un sistema centralistico e frammentario, ad un assetto organico che prefigurava

l’attuale assetto della politica sociale. Le funzioni amministrative in tema di servizi sociali sono

attribuite tutte ai Comuni, tranne alcune limitate materie che erano rimaste nella competenza delle

Province (assistenza ex OMNI per i minori illegittimi, l’assistenza ai ciechi ed ai sordomuti).

Ma, l’aver ricondotto alla titolarità di un unico ente, il Comune, tutte le funzioni assistenziali

(salvo quelle residuali rimaste in capo alle Province), senza un riordino organico di tutta la materia,

come invece era avvenuto per l’assistenza sanitaria, comportò il fatto che i Comuni si trovassero a

svolgere, nel migliore dei casi, lo stesso ruolo che avevano gli enti nazionali e locali soppressi.

L’operatore sociale che è dipendente del/o opera in regime di convenzione nel Comune, può

essere responsabile dell’unità organizzativa all’interno del servizio (Unità operativa), gestendo

interventi, di tipo semplice e/o di tipo complesso, in ambiti specifici della materia. Il tipo

dell’intervento dipende dalla carriera interna effettuata e dalla tipologia del Comune di

appartenenza, stabilita per legge da apposite tabelle che contengono, per l’appunto, le differenti

tipologie correlate con la dimensione dei singoli Comuni.

La legge n. 142 dell’8 giugno 1990 ha introdotto importanti novità nel campo

dell’amministrazione degli enti locali, in particolare, prevede alcune fondamentali innovazioni:

- introduzione del principio della differenziazione di competenze e attribuzioni, in base al contesto

socio-economico e territoriale di riferimento; - autonomia statutaria; - regolamentazione di forme

associate e coordinate fra Enti, al fine di realizzare singoli interventi e servizi; - rafforzamento del

ruolo della Provincia quale ente intermedio fra Comune e Regione.

In particolare all’art. 4 “Autonomia statutaria e potestà regolamentare” ogni Provincia e

Comune dovrà dotarsi di un proprio statuto il quale, nell’ambito dei principi stabiliti dalla legge,

fisserà le norme fondamentali per l’organizzazione dell’Ente stesso.

In sintesi, l’autonomia statutaria (già sancita dall’art. 5 della Costituzione) rappresenta la

possibilità per Province e Comuni di dotarsi di norme procedurali e operative in grado di aderire e

rispondere alle esigenze mutevoli del territorio. 106

Questo articolo, e la legge 142/90 in generale, si traduce nell’acquisizione di ampi spazi di

autonomia e iniziativa per gli Enti locali.

Inoltre essa individua tre livelli nella gestione dell’Ente: Consiglio, Giunta, Dirigenza.

Al Consiglio la legge assegna solo competenze in ordine agli indirizzi politico-amministrativi

in materie di particolare rilievo, che poi la giunta si preoccuperà di attuare.

Alla Giunta spettano, quindi, gli atti esecutivi e di amministrazione. Il Sindaco convoca e

presiede la giunta.

Sulla base delle ultime leggi elettorali, questi è eletto direttamente dalla base elettorale ed è

sostenuto da quelle forze che ne condividono i programmi. I funzionari, e in generale la burocrazia

dell’Ente, acquistano, con la legge n.142, una responsabilità ben maggiore che in passato. Tuttavia

risultano nettamente separate competenze e responsabilità tra gli organi politici e quelli burocratici.

9.2. LA PROVINCIA

A norma dell’art. 2 della L. 142/90 la Provincia è definita un ente locale intermedio fra Comune e

Regione con il compito principale di curare gli interessi e promuovere lo sviluppo della comunità

provinciale. Gode di autonomia statutaria e finanziaria e concorre alla determinazione degli

obiettivi contenuti nei programmi statali e regionali, provvedendo alla loro attuazione, per quanto

di propria competenza. 9.2.1. FUNZIONI

Alla Provincia spettano, in primis, in base all’ex art. 14 della citata legge 142/90, le funzioni

amministrative di interesse provinciale in determinati settori quali: -la difesa del suolo, la tutela e

valorizzazione dell’ambiente e la prevenzione delle calamità naturali; - la valorizzazione dei beni

culturali; - la tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche; - la viabilità e trasporti; - la

protezione di flora, fauna, parchi e riserve naturali; -la caccia e pesca nelle acque interne;

-l’organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, il rilevamento, la disciplina e il

controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore; -i servizi sanitari

d’igiene e profilassi pubblica, attribuiti da leggi statali o regionali; -i compiti relativi all’istruzione

secondaria di secondo grado, artistica e alla la formazione professionale, l’edilizia scolastica

(attribuiti dalla legislazione statale e regionale); - la raccolta ed elaborazione dati e assistenza

tecnico-amministrativa agli enti locali. 107

Inoltre alle Province sono delegati compiti di promozione, coordinamento di attività; la

realizzazione di opere di rilevante interesse nel settore economico, turistico, sociale, culturale e

sportivo (art. 142, L. 142/90).

Un altro compito peculiare della Provincia è predisporre ed adottare il «piano territoriale di

coordinamento», che definisce gli indirizzi generali di assetto del territorio cioè le diverse

destinazioni del territorio, la localizzazione delle principali vie di comunicazione, gli obiettivi e i

modi d’intervento per la sistemazione idrica etc. In pratica, se da un lato la Regione fissa, con legge,

le procedure d’approvazione dei piani ed il concorso dei Comuni alla formazione dei programmi

pluriennali e dei piani territoriali di coordinamento, in effetti è compito della Provincia accertare e

determinare la compatibilità degli strumenti di pianificazione territoriale predisposti dai Comuni.

9.2.2. ORGANI DELLA PROVINCIA

In base alla L. 142/90, essi sono: -il Consiglio provinciale, composto di un numero variabile

di consiglieri in rapporto alla popolazione della Provincia (da un minimo di 24 ad un massimo di

45), dura in carica quattro anni. È l’organo deliberativo dell’ente e decide su tutte le questioni e

materie di competenza della Provincia; -la Giunta provinciale: l’organo esecutivo, quello cioè cui

spetta assicurare l’attuazione dei deliberati del Consiglio, e che si può ad esso sostituire nei casi di

urgenza, salvo ratifica di quest’ultimo; -il Presidente della Provincia, organo individuale che

convoca e presiede il Consiglio e la Giunta e rappresenta la Provincia. Esercita le funzioni

attribuitegli dalle leggi, dallo Statuto e dai regolamenti nonché di quelle delegategli dallo Stato e

dalle regioni; - il Direttore Generale, con la funzione principale di consulente giuridico-

amministrativo dell’Ente in ordine alla conformità dell’azione amministrativa alle leggi, allo statuto

ai regolamenti.

I Circondari, articolazioni territoriali della Provincia che può definire in base all’ampiezza e

alle caratteristiche del territorio, alle esigenze della popolazione ed alla funzionalità dei servizi.

Sebbene la legge di riforma non specifichi quale debba essere lo strumento giuridico per

procedere a queste suddivisioni, è molto probabile che il legislatore abbia voluto implicitamente

intendere che i Circondari provinciali siano previsti dallo statuto provinciale.

Le circoscrizioni provinciali rappresentano la suddivisione dell’ambito territoriale della

Provincia, ossia esprimono le dimensioni ed i confini delle Province. 108

5

9.3. LA REGIONE

Le Regioni ordinarie sono relativamente giovani e solo da pochi anni ad esse sono state

trasferite le funzioni prima di competenza dello Stato. Alla fondamentale l. n° 382/75, che regolava

le funzioni e l’organizzazione delle Regioni e disponeva il trasferimento alle stesse delle funzioni

amministrative indicate dall’art. 117 della Costituzione, si è aggiunta più di recente la l. n°

142/1990. 9.3.1. L’AUTONOMIA

Le Regioni ordinarie godono delle seguenti forme di autonomia: -Autonomia statutaria: Gli

Statuti regionali sono deliberati dai Consigli regionali, che li trasmettono al Parlamento che li

approva con Legge ordinaria dello Stato. Gli Statuti contengono le norme relative alla

organizzazione interna della Regione. -Autonomia legislativa: le Regioni possono emanare leggi,

che hanno lo stesso grado e valore delle leggi dello Stato (solo nel territorio di ogni Regione), in

particolari materie definite dalla Costituzione (art. 117). La potestà legislativa delle Regioni,

comunque, non è senza limiti, ma deve rispettare i principi generali dell’ordinamento dello Stato, e i

principi generali stabiliti, per le singole materie, da leggi statali (le cosiddette leggi-cornice). –

Autonomia amministrativa: Le Regioni possono emanare atti amministrativi propri, e svolgere

autonomamente la loro attività amministrativa, nelle stesse materie in cui hanno autonomia

legislativa. – Autonomia finanziaria: Nell’autonomia finanziaria delle Regioni ordinarie è possibile

distinguere fra una “finanza ordinaria” e una “finanza straordinaria”. La prima comprende tutte le

entrate ordinarie della Regione, secondo quanto stabilito dall’art. 119 della Costituzione, la seconda

è quella prevista dal terzo comma dell’art. 119 della Costituzione, secondo cui,“per provvedere a

scopi determinati …”, lo Stato assegna per legge, a singole Regioni, contributi speciali”.

9.4. L’ORGANIZZAZIONE REGIONALE 9.4.1. GLI ORGANI DELLA REGIONE

Organi essenziali dell’organizzazione regionale sono: - il Corpo regionale elettorale, costituito

da tutti i cittadini italiani residenti nella Regione ed iscritti alle liste elettorali dei Comuni. Esso

elegge i membri del Consiglio regionale; -il Consiglio regionale è l’organo che esercita la potestà

legislativa e regolamentare; si tratta di funzioni esclusive, che cioè non possono essere delegate ad

altri organi regionali; -la Giunta regionale è l’organo esecutivo della Regione e svolge le funzioni

esecutive e amministrative; la Giunta è eletta dal Consiglio regionale e ha potere di iniziativa

Lo Stato italiano è articolato in 20 Regioni, di cui 5 dotate di una forma particolare di

5

autonomia (definite Regioni a statuto speciale); queste ultime furono istituite già nel 1948,

immediatamente dopo l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana; le Regioni

ordinarie furono invece istituite solo nel 1970, con i D.P.R. 616, 617 e 618 del 29/08/1977

109

legislativa regionale, cioè può presentare al Consiglio proposte per disegni di legge o regolamenti

regionali; - il Presidente della Regione ha due gruppi di attribuzioni: 1. rappresentanza della

regione, sia politica che giuridica 2. direzione dell’attività esecutiva e dei lavori della Giunta, in

qualità di presidente della stessa. Il Presidente della Regione fa da tramite fra gli organi

amministrativi e politici dello Stato (Governo e Commissario del Governo) e la Regione stessa.

Le Regioni esercitano le proprie funzioni amministrative o delegandole alle Province, ai

Comuni e ad altri Enti locali (Consorzi, Aziende Sanitarie Locali, ecc.), o avvalendosi dei loro

uffici. Ciò è stato disposto per evitare il replicare, presso le Regioni, di un altro apparato burocratico

simile a quello statale o di altri Enti locali e tale da paralizzare l’azione delle Regioni.

La partecipazione e l’informazione sono, dalle nuove normative, favorite ed incentivate,

perciò risulta obiettivamente ridotta la distanza fra cittadini e amministratori.

9.5. LA LEGISLAZIONE DOPO L’AVVENTO DELLE REGIONI

9.5.1. I DECRETI TRA IL 1972 E IL 1977

Con l’avvio delle Regioni a statuto ordinario, sancito dalla l. 5/5 1970 n. 281 si producono i

primi concreti interventi legislativi per una realizzazione più organica del sistema assistenziale

ereditato dal 1898, anno di emanazione della prima legge sulla previdenza sociale in Italia.

Fino al 1970, in effetti, il modello di amministrazione pubblica dell’assistenza si era

caratterizzato per la sussidiarietà della molteplicità di soggetti, per la sussidiarietà degli interventi

pubblici rispetto all’assistenza offerta ordinariamente da famiglie e da istituti religiosi.

Un momento molto significativo del processo di riforma, che si sta descrivendo, è

effettivamente segnato dalla sentenza del 24/71972, n. 139, della Corte Costituzionale

sull’importante distinzione concettuale tra “beneficenza” ed “assistenza sociale”. Nello stesso

periodo erano stati emanati altri importanti decreti: il DPR 14/1/1972, n. 4, sull’assistenza sanitaria

e ospedaliera. Con la legge 22/7/1975, n. 382, si delega poi il Governo ad emanare altri decreti per

completate il trasferimento delle funzioni amministrative, ovvero delle competenze, alle Regioni.

La l. 25/7/1975, n. 383 sopprime infine l’ormai inutile Ente Nazionale per la Distribuzione

dei soccorsi in Italia, e la l. 23/12/1975, n 698, sopprime l’Omni (Opera, Maternità, Infanzia),

ripartendo le sue attribuzioni fra stato, regioni, province, comuni. Con ciò si dà inizio al processo di

riaggregazione delle competenze assistenziali nell’ambito degli enti territoriali; un orientamento,

quest’ultimo, convalidato dai decreti delegati applicativi della l. delega 382/1975, avvenuta nel

1977, e dal DPR 24/7/1977, n. 616.

Con questo decreto, il sistema di servizio sociale, fondato su un mosaico di circa 50.000 enti

assistenziali nazionali e locali, viene destrutturato a favore di un orientamento organico che trova

110

nella regione il riferimento programmatico e di coordinamento e, nel comune la sede di gestione

unitaria dei servizi.

I servizi sociali comprendono: pulizia locali, beneficenza pubblica, assistenza sanitaria e

ospedaliera, istruzione artigiana e professionale, assistenza scolastica, beni culturali. Questa

concezione dei servizi sociali riconosce la molteplicità dei campi in cui si esprime la vita sociale. E’

evidente il grande passo in avanti compiuto rispetto al concetto di pura beneficenza pubblica. In

essa rientrano, come specificato all’art. 22 del DPR 616/77: “tutte le attività che attengono nel

quadro della sicurezza sociale, alla predisposizione ed erogazione dei servizi gratuiti o a pagamento,

o di prestazioni economiche sia in denaro che in natura, a favore di singoli o gruppi, qualunque sia

il titolo in base al quale sono individuati i destinatari, anche quando si tratti di forme di assistenza a

categorie determinate, escluse soltanto le funzioni relative alle prestazioni economiche di natura

previdenziale”. Si tratta di un riconoscimento giuridico della politica di welfare attuata nel senso

dell’universalismo: i servizi sono rivolti a tutti i cittadini e non solo a gruppi marginali. Nel

concetto di assistenza pubblica vengono pertanto ad essere integrate tanto le funzioni svolte dal

Ministero della Giustizia e le opere di protezione sociale. Tutte le attività relative all’assistenza

economica a favore di famiglie bisognose dei detenuti, all’assistenza post-penitenziaria, alla

prevenzione del disadattamento dei minori, sia internato che in esternato, tutti gli interventi di

carattere civile (adozione e affidamenti familiari, potestà genitoriale, tutela dei minori, diritto di

famiglia, ecc.) che venivano svolte dai “consigli di aiuto sociale” e dagli uffici distrettuali di

servizio sociale per i minorenni, vengono ora attribuite direttamente ai comuni. Viene inoltre

riconosciuto l’esercizio delle funzioni di organizzazione da parte della regione, a cui viene data la

possibilità di individuare “ambiti territoriali adeguati dei servizi sociali e sanitari, promovendo

forme di cooperazione fra gli enti territoriali”.

Con la riforma infine dell’assistenza e delle autonomie locali si vedranno assegnate alle

amministrazioni provinciali, competenze in relazione agli infermi di mente, ai minori illegittimi e

abbandonati, ai ciechi e ai sordomuti rieducabili. Allo Stato rimangono i compiti di orientamento e

di programmazione generale e alcune attività amministrative quali l’erogazione delle pensioni

sociali e di assegni continuativi ad invalidi civili e ad altre categorie previste dalla legge, oltre agli

interventi in caso di calamità (art. 24).

Nel nuovo quadro assistenziale risultano quindi ridimensionati tutti gli enti istituzionali a

carattere nazionale e locale e scompaiono le suddivisioni per categorie, presenti nel vecchio

modello di sistema assistenziale.

Le modificazioni avvenute sono tanto più significative quando si pensa che viene richiesta

una reale integrazione del servizio Sanitario con l’assistenza sanitaria e ospedaliera, con l’assistenza

scolastica, con l’istruzione professionale, con i beni culturali, ecc. Si tratta dunque della fondazione

111

di una nuova politica sociale che verte sul diritto alla partecipazione dì tutti i cittadini e non solo

degli utenti; sul principio di territorialità come ambito indispensabile alla integrazione dei servizi;

sulla universalità delle prestazioni, concepite come rivolte a tutti i cittadini indistintamente.

9.5.2. LA LEGGE 23 DICEMBRE 1978: LA RIFORMA SANITARIA

Dagli inizi del ‘78 due progetti di legge, sulle riforme dell’assistenza e sulla riforma della

sanità, attendono di essere approvate dal Parlamento. Il dibattito in corso già da vari anni non si

risolve con l’approvazione contemporanea dei due disegni di legge. Si giunge così all’approvazione

della sola riforma sanitaria. Con la legge 23/12/1978, n. 833, viene istituito il servizio sanitario

nazionale: “Tutto il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività, destinati

alla prevenzione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la

popolazione, senza distinzioni di condizioni individuali e sociali e secondo modalità che assicurano

l’uguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio” (art. 1). Questa legge rappresenta di fatto un

superamento dell’assistenza mutualistica. Il trattamento differenziato in relazione alle categorie di

lavoro ed alla mutua di appartenenza di ogni cittadino viene ad essere così abolito. La nuova

struttura istituzionale assegna allo stato le funzioni di indirizzo e di coordinamento, come già in

precedenza, mentre alle regioni vengono affidate la programmazione,l’organizzazione ed il

controllo, attribuendo ai comuni le dirette responsabilità della gestione dei servizi. Alle province

sono invece assegnati i compiti quali la localizzazione dei presidi sanitari e la definizione dei limiti

territoriali delle Unità sanitarie locali. I palesi obiettivi delle riforme sono la globalità

dell’intervento, inteso come prevenzione. Allo stesso tempo si assicura l’integrazione degli

interventi di tipo socio-sanitario (art. 15).

In questo nuovo contesto di unitarietà ed integrazione del servizio sociale e delle varie istanze

che concorrono alla sua attuazione, vengono attribuiti ruoli significativi alle associazioni di

volontariato, riconosciute come capaci obiettivi del servizio sanitario ed a stabilire una sorta di

equilibrio fra interventi pubblici ed interventi privati.

9.6. L’UNITÀ SANITARIA LOCALE

La legge di “Riforma Sanitaria” del '78 stabilì che tutte le funzioni amministrative relative

all'assistenza sanitaria e ospedaliera non espressamente riservate allo Stato e alle Regioni, sono

esercitate dal Comune tramite la USL. Allo stesso modo, tutte le funzioni amministrative relative

all'assistenza sociale di cui il Comune è titolare devono essere assunte dalla USL. L'USL fa parte

112

integrante del servizio sanitario nazionale. Ne costituisce, anzi, la struttura portante, garantendo che

l'assistenza socio sanitaria sia articolata in modo uniforme sull'intero territorio nazionale.

Per quanto riguarda la sua struttura organizzativa, la USL – prevedeva la “Riforma” del ‘78 -

è articolata in distretti di base, cioè in “strutture tecnico-funzionali per l’erogazione dei servizi di

primo livello”, secondo criteri stabiliti con legge regionale. Gli organi politici che hanno la

responsabilità della gestione amministrativa sono il Consiglio Comunale, il comitato di gestione e il

presidente. Le veci del consiglio comunale sono assunte dall’assemblea intercomunale, quando

l’USL coincide con il territorio in cui la USL ha giurisdizione. Il comitato di gestione è composto

dal presidente, da quattro - sei membri eletti dal consiglio comunale o dall’associazione

intercomunale, anche fra quanti pur non appartenenti a questi due organismi, possono dimostrare

esperienza di amministrazione e di direzione; il presidente è eletto dal comitato di gestione al suo

interno. Successive norme – come si vedrà - modificheranno queste previsioni, dopo la verifica

offerta dei fatti di scarsa funzionalità di taluni di questi organismi.

In alcune regioni viene previsto un modulo organizzativo dei servizi con parziale o inesistente

integrazione sociale e sanitaria.

Gli interventi socio assistenziali, in questi casi, non sono affidati alla gestione della USL,

nell'ambito di uno specifico settore con pari autonomia ed incisività degli altri, ma al Comune. In

questo caso, tutti i servizi possono essere a carico del Comune; o solo alcuni di essi sono di

pertinenza delle USL – ad esempio, i consultori familiari, i servizi di igiene mentale, i servizi ai

soggetti a rischio di emarginazione, ecc. mentre gli altri dipendono dal Comune. Questa tipologia di

organizzazione di servizi si allontana dalla concezione di globalità ed unitarietà dell'intervento.

Anche le più elementari forme di integrazione tra sociale e sanitario perdono ogni possibilità di

realizzazione, perfino nei casi in cui sono previsti interventi socio-sanitari da parte delle USL. Un

altro modello organizzativo dell'apparato tecnico amministrativo permette invece la piena

integrazione socio sanitaria: esso prevede che il Comune o l'associazione intercomunale affidino

alle USI, la gestione completa del settore sociale. Allo stesso tempo si istituisce un ufficio di

direzione con funzioni di coordinamento fra servizi sanitari e servizi amministrativi. Alcune

Regioni, oltre a prevedere un coordinatore dei servizi sanitari e un coordinatore dei servizi

amministrativi, istituiscono una specifica figura di coordinatore dei servizi di assistenza sociale

(Abruzzo, Calabria,Valle d'Aosta,Veneto) o, limitatamente alle questioni socio-assistenziali,

prevedono che un responsabile del servizio sociale partecipi, all'ufficio di direzione con funzioni

consultive (Friuli, Molise).

In questo caso, il servizio di assistenza sociale,viene ad essere integrato a pieno titolo nella

struttura della USL, tanto che il personale di assistenza dei Comuni, pur restando nella pianta

organica di questo ente, è funzionalmente assegnato alle USL. Inoltre, confluisce nel Sas anche il

113

personale ad orientamento sociale della USL. In questo modo è possibile operare in modo articolato

e globale sull'intero territorio corrispondente al livello distrettuale della USL, offrendo tutte le

prestazioni necessarie alle esigenze socio sanitarie degli utenti in modo coordinato ed armonico. Le

unità operative (Uo) di servizio sociale si collegano interagendo con le unità operative del servizio

sanitario e di altri servizi della USL, confluendo in dipartimenti (materno infantile, anziani, salute

mentale, ecc.) che garantiscono l'interdisciplinarietà del lavoro e l'unitarietà dell'intervento.

9.7.VERSO IL RIORDINO DELLA SANITÀ

Nel 1991 è intervenuta una nuova legge (la l. n. 111 del 4/4/1991), che detta una serie di

norme sulla gestione transitoria delle Unità Sanitarie Locali.

Secondo tale legge, in attesa del riordinamento del Servizio Sanitario Nazionale, tutti i poteri

di gestione della USL vengono esercitati da un amministratore straordinario, nominato dal

Presidente della Giunta della regione (o della provincia autonoma), scelto in un elenco di aspiranti,

in possesso di adeguati requisiti, diploma di laurea, attestati di qualificate attività professionali di

direzione tecnica o amministrativa di enti o strutture pubbliche o private - valutati da apposita

commissione di esperti (art. 7).

La carica di amministratore straordinario della USL è incompatibile con le cariche di

consigliere comunale o provinciale o regionale, di sindaco, di assessore comunale, di presidente o di

assessore di comunità montana. È altresì incompatibile con ruoli di consulenza già intrapresi nella

USL e con ruoli di consulenza svolti per organismi concorrenziali rispetto alla USL (art. 7).

In caso di inerzia da parte delle sezioni (o delle province autonome) provvede il Ministro della

Sanità (art. 8).

L’ordinamento transitorio della USL si completa con la presenza di un altro soggetto

importante: il Comitato di garanti delle Unità sanitarie locali che formula le linee di indirizzo per

l’impostazione programmatica delle attività; esamina e adatta, entro 15 giorni dal ricevimento, il

bilancio di previsione, le variazioni di bilancio e il conto consuntivo, che sono redatti

dall’Amministratore straordinario e sono rimessi alla Giunta Regionale o della Provincia

autonoma; procede poi a verifiche generali sull’andamento dell’attività totale della USL (art. 5).

L’Amministratore è coadiuvato nella sua attività dal Coordinatore sanitario e, ove esiste, dal

coordinatore dei servizi sociali (art. 9).

Il Decreto Legislativo 30/12/1992, n. 502 ha proceduto ad un riordino della disciplina in

materia sanitaria, riordino che prelude ad una da più parti invocata radicale riforma del settore.

Nel Decreto Legislativo richiamato all’art. 1 si specifica che “gli obiettivi fondamentali di

prevenzione, cura e riabilitazione” sono stabiliti con il ‘Piano Sanitario Nazionale”, che ha durata

114

triennale ed indica: - “le aree prioritarie di intervento anche ai fini di un riequilibrio territoriale delle

condizioni sanitarie della popolazione”; - “livelli uniformi di assistenza sanitaria da individuare

sulla base di dati epidemiologici e clinici”; - “i progetti, obiettivo da realizzare anche mediante la

integrazione funzionale e operativa dei servizi sanitari e dei servizi socio-assistenziali degli enti

locali”; - “le esigenze prioritarie in materia di ricerca biomedica e di ricerca sanitaria”; - “gli

indirizzi relativi alla formazione di base del personale”.

Fissati i criteri di spesa, mediante il Piano, l’organizzazione dei servizi e delle attività è

demandata alle Regioni (art. 2).

L’art. 3 dà una definizione della USL e detta norme in ordine all’organizzazione della stessa.

Essa è qualificata come “azienda”, “ente strumentale della regione, dotato di personalità giuridica

pubblica, autonomia organizzativa, amministrativa patrimoniale contabile, gestionale e tecnica”.

Organi della ASL sono il direttore generale, il collegio dei revisori.

Il direttore generale è coordinato dal direttore amministrativo, dal direttore sanitario, dal

consiglio dei sanitari e dal coordinatore dei servizi sociali.

Il decreto legislativo sempre all’art. 3 prescrive alle Regioni alcuni adempimenti formalizzati

ad una razionalizzazione organizzativa delle UUSSLL.

A tale scopo suggerisce: la drastica riduzione delle Unità Sanitarie Locali, l’articolazione

delle unità sanitarie locali in distretti.

L’art. 4 prevede la cosiddetta “azienda ospedaliera”. Possono accedere a questo status

“ospedali di rilievo nazionale e di alta specializzazione”, “politecnici universitari”.

Gli ospedali non costituiti in azienda ospedaliera vengono definiti presidi ospedalieri e sono

inseriti nella struttura delle Unità Sanitarie Locali.

L’art. 9 introduce forme differenziate di assistenza che consistono nella possibilità per le

regioni di concorrere alla spesa sostenuta dal malato per la fruizione di spese a pagamento; di

affidare a soggetti singoli o consortili, comprese le mutue volontarie ‘Ia facoltà di negoziare, per

conto della generalità degli aderenti o per soggetti appartenenti a categorie predeterminate, con gli

erogatori delle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale, modalità e condizioni allo scopo di

assicurare qualità e costi ottimali.

A livello territoriale, premessa la coincidenza delle USL con l’ambito provinciale, il D.Lgs.

502/92 all’art. 3 ne prevede l’articolazione in distretti che realizzano il collegamento capillare del

S.S.N. con la popolazione sulla base di un sistema di intervento sanitario sul territorio.

L’Azienda Sanitaria Locale è un’organizzazione pubblica ed i servizi territoriali, che ne sono

l’articolazione periferica, fanno anch’essi parte della pubblica amministrazione. Al loro interno, il

rapporto di lavoro dei dipendenti, cioè degli operatori sociali è regolamentato sulla base delle norme

vigenti per la pubblica amministrazione. Questo aspetto del servizio territoriale fa si che l’équipe di

115

lavoro non si aggreghino in base ai solo criteri di affinità degli approcci teorici o di condivisione di

un sistema di valori, o ancora simili “visioni della vita”, ma si formino indipendentemente, in linea

di massima, dalla volontà dei singoli, seguendo un iter amministrativo e burocratico.

Questa forma territoriale dell’organizzazione pubblica, che traduce ed attua la volontà

progettuale e programmatica dello Stato rispetto alla salute della comunità, ha destato, insieme alle

critiche ed alle perplessità di molti, anche un generale e sentito interesse da parte della stragrande

maggioranza degli studiosi. Lo stesso processo di decentralizzazione dei servizi pubblici su base

territoriale, con il riconoscimento di un contesto ambientale e culturale in cui attuare l’interazione

tra operatori e utenti, rappresenta di per sé una notevole innovazione, in linea con le moderne

concezioni del lavoro di comunità e del processo di aiuto.

Molti studiosi si sono rivolti a precisare e ridefinire il modello legislativo, contribuendo ad

arricchire l’insieme delle prescrizioni sull’articolazione dei servizi nelle Aziende Sanitarie Locali,

ma non tralasciando la descrizione del funzionamento dei distretti, la precisazione delle figure

professionali e dei collegamenti tra livello zonale, multinazionale e regionale. Si tratta,

sostanzialmente, di lavori di specificazione e interpretazione delle indicazioni legislative, volte a

risolvere le ambiguità iscritte in normativa.

È auspicabile un intervento legislativo che renda di fatto funzionale il S.S.N all’utenza:

riconoscendo il malato come soggetto portatore di diritti a godere di una sanità preoccupata di

salvaguardare personalizzazione e umanizzazione dell’assistenza, diritti all’informazione.

LETTURA. PER UN WELFARE POST-MATERIALE: LA SALUTE COME

6

COSTRUZIONE COMPLESSA (di Domenico Secondulfo)

CAP. 10 VERSO UN NUOVO PARADIGMA CULTURALE DELLE POLITICHE SOCIALI

10.1. LEGGE QUADRO PER LA REALIZZAZIONE DEL SISTEMA INTEGRATO

DI INTERVENTI E SERVIZI SOCIALI (L. 8/11/ 2000, N. 328)

Nel novembre del 2000 è stata approvata la Legge n. 328 “Legge quadro per la realizzazione

del sistema integrato di interventi e servizi sociali”. Con l’approvazione di questa legge si sono

poste le basi per una completa ridefinizione del sistema di welfare nazionale, regionale e locale.

La legge di riforma introduce nel comparto delle politiche sociali profonde innovazioni ed

assegna alle Regioni un ruolo di “cabina di regia” nella predisposizione degli strumenti attuativi:

6 DE VITA R., DONATI P., SGRITTA G. B., La politica sociale oltre la crisi del Welfare State, Franco Angeli, Milano 1994

Per rendere più agevole la fruizione del brano abbiamo eliminato le note a piè di pagina di cui è, nell’originale, corredato. Vt. 116

- il processo di programmazione, con l’adozione del piano sociale regionale e dei piani di zona;

- il processo di regolazione, con l’individuazione di regole per l’autorizzazione al funzionamento e

per l’accreditamento, la fissazione di livelli essenziali di assistenza, sono i principali strumenti,

previsti dalla Legge di riforma, che troveranno nella legge regionale di attuazione, la sede per una

loro precisa definizione.

Il Programma, coerentemente all’esigenza di finalizzare le risorse del Fondo nazionale agli

obiettivi di politica sociale individuati a livello nazionale e regionale, indica le principali linee di

indirizzo, in anticipazione del Piano sociale regionale ed in coerenza con gli obiettivi fissati dal

“Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2001-2003”, pubblicato nel Supplemento

ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 181 del 6/8/ 2001. Il Programma prevede inoltre la

predisposizione, in via sperimentale, di Piani di zona quali strumenti fondamentali per la

definizione e costruzione del sistema integrato delineato dalla legge di riforma.

A quest’ultimo scopo, per consentire ai Comuni di ricostruire il quadro conoscitivo delle

risorse regionali assegnate nel 2001 (risorse regionali proprie e risorse sia indistinte che finalizzate

provenienti dal riparto del Fondo nazionale) per la definizione ed attuazione dei Piani di zona,

l’atto con cui verrà effettuata la ripartizione conterrà una apposita tabella indicante, per ciascuna

zona come definita successivamente, le risorse disponibili di assegnazione regionale.

Gli Enti locali dovranno a loro volta indicare, sulla base dei Piani di zona predisposti, le

risorse che ogni singolo Ente mette a disposizione per i Servizi Sociali, per iniziare a definire un

profilo “finanziario” complessivo di ogni singola zona, che sarà la base conoscitiva per il Piano

sociale regionale per i prossimi Piani di zona.

10.2. IL PIANO NAZIONALE

Il primo Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2001-2003 viene predisposto in

tempi assai più ristretti rispetto a quelli previsti dalla l. 328/2000 in risposta all’esigenza dell’intero

sistema di definire tempestivamente obiettivi strategici e indirizzi generali, indispensabili affinché

tutti i soggetti chiamati a concorrere alla programmazione e alla realizzazione del sistema integrato

di interventi e servizi sociali possano impegnarsi nell’attuazione delle legge quadro sull’assistenza.

Il pluralismo istituzionale e sociale, il principio di sussidiarietà, sanciti dalla Legge quadro,

richiedono che il Piano assuma la logica e le metodologie proprie della programmazione strategica e

partecipata.

Il sistema integrato di interventi e servizi sociali non può che realizzarsi con il concorso di

una pluralità di attori, istituzionali e non, pubblici e privati, rispetto ai quali sono distribuiti ruoli e

responsabilità, competenze e risorse. In tale contesto, il Piano nazionale ha la funzione principale di

117

orientare e mobilitare i diversi soggetti affinché ciascuno “faccia la propria parte” e affinché nel

loro insieme si integrino, attivando una rete progettuale (prima) e gestionale (poi).

La programmazione sociale va infatti intesa come processo a più attori, collocati a più livelli,

che apportano competenze, ideazioni e risorse ad una progettazione che esigenze ideali e di

efficacia vogliono partecipata. Il primo Piano sociale, sin dal richiamo degli elementi fondanti le

nuove politiche sociali (parte I), intende evidenziare gli obiettivi prioritari (parte II) ed elaborare

indicazioni per lo sviluppo del sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali (parte III).

Il Piano delinea inoltre le modalità e gli strumenti per il suo monitoraggio e per la verifica dei

processi in atto e dei risultati via via conseguiti, per permettere agli organi di governo (ai diversi

livelli) di effettuare le necessarie valutazioni e di introdurre, se del caso, gli opportuni correttivi.

Attraverso questi passaggi con il Piano si cerca di individuare le linee e gli elementi unificanti

le diverse esperienze regionali e locali, e gli spazi di possibile loro articolazione, differenziazione

e sperimentazione nelle modalità organizzative e operative adeguate ai diversi contesti locali

La realizzazione del sistema integrato di cui alla L. 328/2000 richiede l’avvio di un profondo

cambiamento culturale nella società intera e propone un sistema in cui - il cittadino e la famiglia

non è considerato solo come utente, - la rete non si rivolge solo agli ultimi, l’assistenza non è solo

sostegno economico, l’approccio non è solo di tipo riparatorio, il disagio non è solo economico, il

sapere non è solo professionale, gli interventi sociali non sono opzionali.

Al contrario, il sistema integrato di interventi e servizi sociali deve essere progettato e

realizzato a livello locale, promovendo la partecipazione attiva di tutte le persone, e le esperienze

aggregative, assicurando livelli essenziali in tutte le realtà territoriali, - potenziando i servizi alla

persona, favorendo la diversificazione e la personalizzazione degli interventi, valorizzando le

esperienze, le risorse esistenti, le professioni sociali, il sapere quotidiano, la progettualità,

- prevedendo un sistema allargato di governo.

La legge quadro sul sistema integrato di interventi e servizi sociali fissa le politiche sociali

come politiche universalistiche, rivolte a tutti gli individui, senza alcun vincolo di appartenenza.

Esse mirano ad accompagnare gli individui e le famiglie lungo l’intero percorso della vita,

specie a sostenere le fragilità, rispondendo ai bisogni che sorgono nel corso della vita quotidiana e

nei diversi momenti dell’esistenza (in relazione all’età, alla presenza di responsabilità familiari o

all’esigenza di conciliare queste ultime con quelle lavorative), sostenendo e promovendo le capacità

individuali e le reti familiari. Più in generale, il sistema mira a costruire comunità locali

“amichevoli”, favorendo e offrendo gli interventi e i modelli organizzativi che promuovono e

incoraggiano la libertà; la cittadinanza attiva e le iniziative di auto e mutuo aiuto.

Le politiche sociali perseguono obiettivi di ben-essere sociale attraverso la piena realizzazione

del Sistema integrato dei servizi. 118

10.3. LA PROGRAMMAZIONE PARTECIPATA

In coerenza con la legge 328/2000, il Piano Nazionale Sociale 2001-2003 promuove lo

sviluppo del welfare delle responsabilità, cioè di un welfare che può essere definito” plurale”,

perché costruito e sorretto da responsabilità condivise, in una logica di sistema allargato di governo,

che valorizzi il federalismo solidale.

Al Comune, ente territoriale più vicino ai cittadini, è affidata la “regia” delle azioni dei

diversi attori, in un’ottica di condivisione degli obiettivi e di verifica dei risultati.

La sussidiarietà dev’essere realizzata attraverso la concertazione a tutti i livelli istituzionali

(comprese le Regioni e gli Enti locali) con le organizzazioni sindacali che hanno il compito di

formulare gli obiettivi di benessere sociale e di verificarne il raggiungimento, valorizzando il ruolo

del volontariato, del terzo settore nella co-progettazione e nella realizzazione dei servizi.

La concertazione a tutti i livelli istituzionali è, altresì, volta a valorizzare tutti gli attori

istituzionali (Ipab) e gli attori sociali (volontariato, terzo settore) nella progettazione e realizzazione

del sistema integrato”.

Le formulazioni del concetto fanno riferimento principalmente ai tre approcci di tipo

ideologico (Tiberio A., Fortuna F., 2001, pag. 493) che sono descritti sotto.

Fondativo, derivante dalla dottrina sociale della Chiesa, che considera l’uomo soggetto della

vita sociale. Partendo da questa premessa, il principio afferma che tutte le forme societarie devono

essere al servizio dell’uomo. Tale servizio si dispiega nell’aiuto che le forme societarie

strutturalmente superiori danno a quelle inferiori, affinché queste ottengano gli scopi per cui sono

volute. È il caso dei servizi che lo Stato dovrebbe garantire alle famiglie.

Politico-ideologico, “è, ad esempio, quello tendenzialmente anti-statalista, approvato dalla

bicamerale nel giugno 1997 e poi successivamente emendato, relativo alla prima parte dell’art. 56

della Costituzione, lì dove si affermava che “le funzioni che non possono essere più adeguatamente

svolte dall’autonomia dei privati sono ripartite fra le comunità locali (organizzate in Comuni e

Province), le Regioni e lo Stato, in base al principio di sussidiarietà e di differenziazione, nel

rispetto delle autonomie funzionali, riconosciute dalla legge” (Campedelli, 1998).

Procedurale, dove la sussidiarietà è un principi regolatore delle competenze. Questo principio

si esplica in modo chiaro, se si considera quanto accade nell’Unione Europea. La sussidiarietà non è

un criterio per assegnare all’Unione competenze: la competenza nazionale è la regola. L’Unione

interviene solo se gli Stati non sono in grado di raggiungere autonomamente gli obiettivi prefissati,

ovvero se gli Stati non si impegnano sufficientemente a realizzarli (Campedelli, 1998).

Il principio di sussidiarietà trova la sua affermazione sia in senso verticale che orizzontale. 119

Secondo il principio della “sussidiarietà verticale”, fra le Istituzioni pubbliche, “l’esercizio

delle responsabilità pubbliche deve, in linea di massima, incombere di preferenza sulle autorità più

vicine ai cittadini” (art, 4 della Carta Europea).

Secondo il principio della “sussidiarietà orizzontale”, fra Istituzioni pubbliche e società civile

(intesa, quest’ultima, come l’insieme dei soggetti individuali e collettivi che la compongono e

rispetto ai quali l’ordinamento giuridico esprime una valutazione positiva di valore), per renderne

compatibile l’applicazione con l’adeguatezza del livello di risposta ai bisogni, è necessario che

l’Ente locale titolare delle funzioni sociali svolga pienamente le funzioni di lettura dei bisogni, di

pianificazione e programmazione dei servizi e degli interventi, di definizione dei livelli di

esigibilità, di valutazione della qualità e dei risultati.

Risulta in primo luogo, confermata la scelta che privilegia i comuni quali titolari delle

funzioni relative ai servizi sociali offerti a livello locale (scelta già presente nel d.lgs. 616/77 e nel

d.lgs. 112/98), con alcune specificazioni connesse al concetto di rete. Relativamente alle

competenze comunali, si passa dai compiti di erogazione di servizi all’attribuzione della titolarità

delle funzioni (comprendenti la programmazione e la realizzazione in ambito locale; l’erogazione di

servizi e prestazioni economiche; le attività di autorizzazione, accreditamento e vigilanza delle

strutture erogatrici; la definizione dei parametri per l’individuazione delle persone destinatarie con

priorità degli interventi). Assume anche particolare rilievo la prevista partecipazione dei Comuni al

procedimento regionale per l’individuazione degli ambiti territoriali del sistema locale della rete di

servizi. La natura delle funzioni attribuite ai Comuni è ulteriormente connotata dall’elenco, non

esaustivo, previsto dall’art. 6 della legge quadro.

Le province concorrono alla programmazione del sistema integrato secondo quanto previsto

dalla normativa e con le modalità definite dalle Regioni.

Alle Regioni sono dati compiti di programmazione, coordinamento e indirizzo degli interventi

sociali, di verifica dell’attuazione del sistema integrato nell’ambito territoriale di competenza.

Infine sembra utile sottolineare la necessità che nell’accordo di programma si specifichino gli

organi di governo del patto tra i soggetti, per garantire non solo l’immediata operatività del piano,

dopo la sua approvazione, ma anche la soluzione di eventuali difficoltà che potrebbero insorgere nel

corso della sua implementazione.

10.4. MINORI DA CORREGGERE MINORI DA RECUPERARE

La giustizia minorile ha verificato un modificarsi dei principi ispiratori verso la fine degli anni

‘70, col varo delle Regioni e il conseguente trasferimento ad esse di numerose competenze, prima

prerogative dello Stato, e poi con le nuove disposizioni relative al processo penale minorile.

I riferimenti legislativi sono costituiti dal DPR 616/77 e dal DPR 448/88. 120

Negli anni ‘70 si critica il modello fino ad allora vigente che vedeva nel minore che delinque,

un soggetto da isolare dal suo ambiente sociale per essere sottoposto ad una disciplina, un rigore,

quale un luogo deputato può garantire per dotarlo del rispetto dell’autorità della legge e della

considerazione degli altri, considerati i principali freni all’azione delittuosa. Queste misure

appaiono inadeguate se si considera il ruolo repressivo ed emarginante delle istituzioni e le gravi

conseguenze sul piano dell’evoluzione della personalità.

Negli anni ‘70 non si vuole più isolare dal contesto di appartenenza, ma si reputa necessaria la

programmazione di interventi a più largo raggio, capaci di coinvolgere l’intero sistema sociale.

Acquista una importanza dapprima del tutto sconosciuta la nozione di prevenzione.

I provvedimenti nei confronti dei minori vengono orientati, col DPR 616/77, verso gli

interventi sul territorio ad opera degli Enti Locali. Le competenze che un tempo erano attribuite al

Servizio Sociale per i minorenni, sono ora demandate a Comuni, Province, Regioni, che possono

programmare interventi più capillari e mirati.

Il DPR 22/9/ 1988, n. 448 ha stabilito norme inerenti il processo penale minorile.

Il nuovo processo penale minorile segna il punto più alto dell’evoluzione della giustizia

minorile. La filosofia che sottende la nuova normativa si ispira a innovazioni e indicazioni elaborate

a livello internazionale.

Esse stabiliscono che l’intervento della giustizia minorile va collocato nella fascia della

prevenzione e che, in quanto tale, non deve avere la sola connotazione del controllo sociale ma deve

avere contemporaneamente e prevalentemente, la connotazione di sostegno, di aiuto e di recupero.

Si preoccupano anche che il minore abbia garanzie processuali che prevengano i danni derivanti dal

contatto con l’apparato della giustizia e dal suo ingresso nel sistema penale. In questa direzione

sono sollecitati provvedimenti che consentano la chiusura anticipata del processo nei casi di reato

lieve e la rapida uscita dal circuito penale attraverso interventi di sostegno. Nella stessa direzione va

la raccomandazione della specializzazione del personale che opera nel sistema della giustizia.

I principi cardine del nuovo processo penale minorile riguardano: le particolari condizioni

psicologiche del minore, la sua maturità e le sue esigenze educative e inoltre il suo diritto di essere

sempre giudicato dal suo giudice naturale specializzato. Una specializzazione che deve potersi

tradurre in una effettiva preparazione e professionalità di tutti gli operatori che operano nel processo

minorile. Sulla base dell’art. 9 poi, si stabilisce la necessità di acquisire “elementi circa le

condizioni e le risorse personali, familiari, sociali ed ambientali del minorenne al fine di accertarne

l’imputabilità e il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del fatto, nonché disporre le

adeguate misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili”.

Per quanto concerne i provvedimenti che il giudice può adottare, emerge la possibilità di

differenziare le misure non solo in funzione dell’entità del reato, ma anche dei bisogni specifici del

121

minore per il quale si deve tener conto, in via di principio, della necessità di non interrompere i

processi educativi in atto.

Un istituto di notevole importanza è quello relativo alla sospensione del procedimento con la

messa alla prova che, nel caso si concluda con esito positivo,viene seguita da una sentenza

pienamente liberatoria.

Nel cammino di radicale innovazione della Giustizia minorile un ruolo importante è assegnato

ai Servizi sociali del Ministero di Grazia e Giustizia e degli Enti Locali che, nello spirito della

legge, devono trovare costanti momenti di collaborazione e di integrazione.

Il minore, con le sue difficoltà esistenziali, sociali e ambientali, assume con le nuove

disposizioni un ruolo di centralità. Con il nuovo processo penale, gli interventi in sede penale

assumono sempre meno la connotazione di difesa sociale per abbracciare invece quella

dell’integrazione. I provvedimenti di istituzionalizzazione sono, secondo lo spirito, della legge,

transitori e marginali e altre misure sostitutive e alternative alla detenzione devono essere attuate.

Nel caso in cui il minore entri nelle istituzioni penali, l’obiettivo è quello di ridurre al minimo

la sua permanenza e, soprattutto, far sì che sia sempre accompagnata dalle più chiare garanzie e da

interventi che siano anche caratterizzati dall’attenzione alla personalità del minore e dal “criterio

dell’utilità” della misura, che viene vista nel senso di favorire un processo di responsabilizzazione

del minore, dal quale ci si aspetta che impari a confrontarsi con la sua azione delittuosa e le reazioni

sociali per essa previste.

Va sottolineato il ruolo che il nuovo processo penale minorile assegna ai servizi sociali. L’art

6 dispone che in “ogni stato e grado del procedimento, l’autorità giudiziaria si avvale dei Servizi

minorili dell’amministrazione della giustizia” e “si avvale altresì dei servizi di assistenza istituiti

dagli enti locali”.

Con le nuove disposizioni sembrano essere cadute tutte le barriere che limitavano le

competenze dei servizi del territorio all’esclusiva area amministrativa, con l’esclusione di ogni tipo

di intervento correlato alla sfera penale e alle funzioni di controllo.

Il coinvolgimento dei servizi sociali degli enti locali trova la sua ragione nella dinamica della

realtà sociale. Nella maggioranza dei casi, il comportamento deviante è in stretta relazione con altri

tipi di problemi (scolastici, familiari) i quali, devono trovare soluzione in un ambito appropriato che

è quello territoriale.

I servizi sociali nel nuovo processo penale minorile si configurano come necessari

interlocutori ed organi ausiliari dell’autorità giudiziaria e dei quali essa si avvale in ogni stato e

grado del processo.

In base a quanto previsto dal DPR 448/88 ai servizi sociali sono affidati i seguenti compiti:

accertamenti sulla personalità; assistenza affettiva e psicologica; affidamento del minore nel caso di

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Principi, fondamenti e organizzazione del servizio sociale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dal docente Marsella "Manuale dell'operatore sociale. Teoria, metodi e tecniche" (introduzione e primi dieci capitoli, mancano le "Letture"). Gli argomenti trattati sono: i concetti fondamentali del servizio sociale, l'identità tradizionale e/o innovativa dell'assistente sociale, teorie e politiche sociali,tra tradizione e nuovi paradigmi culturali, teoria dell'intervento sociale, lavoro sociale e metodologia di rete, gli strumenti del lavoro sociale, gli strumenti legislativi e l'organizzazione dei servizi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher miservonoriassunti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Principi, fondamenti e organizzazione del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Marsella Antonio.

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