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Introduzione

La crisi della razionalità e la condizione postmoderna

Che la si voglia intendere ancora come interna al progetto incompiuto della modernità, o la si voglia considerare come già inoltrata nella postmodernità, l’epoca attuale è esposta ad una grave crisi della razionalità, quasi a conferma della diagnosi weberiana a proposito degli esiti del capitalismo maturo. Al culmine del grandioso processo di razionalizzazione e di secolarizzazione, che accompagna e guida lo sviluppo capitalistico, non c’è solo la perdita delle certezze o un modello di società ritagliato sulla falsariga di una “gabbia d’acciaio”, c’è anche il trionfo di una solenne razionalità intrisa e innervata da una logica ispirata alla burocratizzazione crescente di tutti gli ambiti e i “mondi di vita”.

La crisi della razionalità, che Lyotard designa come la fine dei “grandi racconti” e il tramonto delle ideologie, non determina solo il diffuso “politeismo dei valori”, oggi di moda, o il prevalere di un relativismo culturale, diffusosi omogeneamente sino all’insinuarsi di uno strisciante nichilismo; la crisi di razionalità è anche lo specchio in cui si rifrange la crisi di legittimazione e quella di motivazione. L’incapacità dello Stato di gestire i problemi dell’economia e ad essere il motore dello sviluppo, la tendenza ormai di massa a non riconoscere legittimità alle istituzioni, il disintegrarsi del sistema culturale, l’eclissarsi dei valori e gli altri fenomeni tipici dell’età del capitalismo maturo caratterizzano complessivamente la condizione postmoderna.

Ciò non toglie che nelle società industriali avanzate sono stati raggiunti livelli di vita e di benessere materiale mai toccati in precedenza nella storia dell’uomo. È così che il formidabile progetto dell’illuminismo sembrerebbe essersi realizzato, all’insegna di un orgoglioso sentimento nei confronti del potere della ragione e di una sensazione di compiaciuto ottimismo per l’adempimento delle speranze più care all’umanità.

Il paradosso dell'illuminismo e il ruolo del rischio nella società avanzata

Eppure mai come oggi, specie dopo l’attentato alle Torri Gemelle e al significato simbolico che esse rivestivano per l’Occidente, nelle società progredite si è insinuato un male oscuro, un senso pungente di insicurezza, e non solo a causa del terrorismo. Il rischio è ormai diventato il contrassegno del modo d’essere e di funzionare di questa società. Per una sorta di tragico paradosso, il sogno dell’illuminismo sembra realizzato e franato contemporaneamente. A distanza di tempo dalla pubblicazione di Dialettica dell’illuminismo (1947), Horkheimer e Adorno sembrano aver colto nel segno: l’illuminismo ha la tendenza a rovesciarsi nel suo contrario, non solo nell’aperta barbarie dei regimi reazionari, ma anche nell’asservimento totalitario delle masse attraverso la blandizie dell’industria culturale.

Secondo la tesi sostenuta da questi autori, la libertà nella società è inseparabile dal pensiero illuministico. Il concetto stesso di questo pensiero, però, implica già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Per questo essi affermano che se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna, ed è perciò un dovere di tutti riflettere sull’aspetto tendenzialmente contraddittorio e distruttivo del progresso.

Contesto attuale e sfide per il servizio sociale

Quale che sia il livello di attendibilità di questo solenne enunciato interpretativo della modernità – che Habermas accusa di essere ispirato da uno “sfrenato scetticismo” – è innegabile che esso tocchi aspetti reali della situazione attuale, in un “Occidente diviso” non solo dal pericolo del terrorismo internazionale, dalla guerra in Iraq o dall’approvazione della Costituzione europea, ma anche dai grandi temi della politica economica, dalla strategia per fronteggiare la spietata concorrenza asiatica sui mercati internazionali, dalla legislazione sulla tutela e la garanzia dell’occupazione, in tempi di crisi irreversibile dei vecchi rapporti di lavoro.

In questo scenario, in cui Habermas, Honneth ed altri studiosi vedono l’individuo impegnato in una dura e snervante “lotta per il riconoscimento”, che riprende ed attualizza la vecchia dialettica hegeliana del rapporto di signoria e servitù, bisogna convenire che la lotta per la rivendicazione dei propri diritti ha un costo in termini di disagio esistenziale, di precarietà della propria condizione e di emarginazione sociale. Di fronte a questa situazione, mettersi ad almanaccare per stabilire l’esatta eziologia o genealogia di tale profondo malessere sociale è, forse, importante dal punto di vista dell’analisi sociale, ma sostanzialmente inutile praticamente: è sufficiente la constatazione che nelle società tardo-moderne c’è una crescente domanda di “aiuto personale”.

La sfida del welfare state

Su questo sfondo, qui sinteticamente richiamato, si apre un dibattito di grande interesse, in un momento di grave stagnazione economica in cui la “crisi fiscale dello Stato” conduce ad una potatura selvaggia dei “rami secchi” dei servizi sociali. Si è cioè in presenza di uno stridente contrasto, di una evidente strozzatura tra obiettivi, bisogni crescenti di “aiuto” e minori risorse destinate al welfare state. Questa è una prima amara constatazione.

Ancora: un intero settore del welfare state, tradizionalmente definito “assistenziale” o dei “servizi sociali personali” (personal social service) si trova spiazzato e disarmato di fronte ai compiti dell’attuale complessità sociale, perché opera in base ad obsolete metodologie e parametri di intervento o a estemporanee ed eccentriche intuizioni del singolo operatore, in ogni caso ad un ambiguo concetto di “aiuto”.

Tutto ciò espone una pur complessa catena di servizi e strutture riabilitanti, come quelle italiane, ad una sfida cruciale: o continuare a navigare in mare aperto senza bussola e quindi candidarsi al fallimento, o ritrovare ragioni profonde per essere all’altezza dei tempi, ancorando le proprie strategie d’intervento a puntelli e metodi che rendano possibile l’attuazione di adeguati ed efficaci programmi operativi, rafforzando l’agire comunicativo e la prospettiva di rete.

È a partire da questa consapevolezza e dalla percezione di questa funzione che prende le mosse il manuale. Che è tale non tanto perché fornisce la sintesi di ricerche consolidate quanto perché fornisce la sintesi dei punti di aggancio possibili che quelle ricerche possono avere nell’attuale panorama socio politico ed economico.

Il manuale e la necessità di un nuovo approccio

Non c’è dunque, in queste pagine, la “summa” di saperi riferibili a prassi da lungo tempo esposte a verifiche e riprove, sia teoriche che funzionali, ma c’è principalmente la loro discussione e il loro adattamento critico e operativo alle esigenze del momento presente che chiede una revisione sostanziale nell’approccio da tenere con i cosiddetti servizi sociali.

Questo libro prende perciò avvio dalla proposta di una sintetica, e si spera completa ed organica, introduzione alla teoria e alla pratica dell’operatore sociale, e per essere un testo concepito specificatamente per la didattica e l’aggiornamento, è privilegiata la griglia metodico-applicativa del lavoro sociale, con la doverosa sottolineatura dell’importanza dell’analisi e del lavoro di rete.

Una ulteriore implicita premessa al lavoro risiede nella convinzione che l’analisi della crisi in cui versano le attuali politiche pubbliche di welfare abbia spesso trascurato un elemento essenziale di tale crisi: gli atteggiamenti e le pratiche sul campo degli operatori sociali professionali, impegnati in quello che gli anglosassoni chiamano “lavoro di frontiera” (front line work).

Questa anomalia paradigmatica suggerisce di rivedere quegli approcci al servizio sociale che hanno focalizzato l’attenzione su questioni di ordine generale o sistemico, come la razionalità delle politiche o delle pianificazioni, trascurando la dinamica concreta degli aiuti che in base al quadro normativo dovrebbero effettuarsi. Da ciò trae spunto una prima conseguenza, cioè che bisogna individuare un’altra “logica” per tali interventi.

Detto in termini epistemologici: si tratta di superare una vecchia impostazione ferma al general-generico ed individuare una “logica specifica dell’oggetto specifico”. Solo all’interno di un ben strutturato frame of reference può dispiegarsi un efficace intervento sul campo, che quindi non può intedersi come presupposto ed in conseguenza di decisioni di policy generaliste.

Tale assunto di carattere programmatico non intende affatto mettere in dubbio la serietà, competenza e professionalità delle attuali helping professions. La tesi che si intende sostenere è che l’azione diretta sul campo costituisce un nodo problematico, teorico e pratico, dotato di una propria autonomia, specie dal punto di vista sociologico, proprio perché l’evidenza empirica dimostra in modo incontestabile che esso non è affatto scontato.

I problemi sociali che si intendono affrontare possono restare tali e non essere risolti non solo nel caso che gli interventi siano realizzati male, ma anche quando gli operatori sociali abbiano agito correttamente, nel quadro però di orientamenti convenzionali. Il fatto è che però quegli orientamenti, non contemplando un’autonomia funzionale al momento dell’erogazione dell’aiuto, rivelano un fondo di rigidità e di impostazione dirigistica, tale che non consente di realizzare quel livello di adeguatezza relazionale che solo l’approccio di rete permette di raggiungere.

L'evoluzione del servizio sociale e le nuove sfide

Nel passaggio dal modello concorrenziale di società industriale, relativamente semplice dal punto di vista delle stratificazioni sociali, a quello monopolistico fino all’attuale postmoderno, caratterizzato da quell’estrema complessità e variabilità delle relazioni sociali su cui ha giustamente insistito Morin, si è enormemente dilatato il ventaglio delle particolari difficoltà di vita che le singole persone e le singole formazioni sociali vivono in mondi vitali estremamente differenziati tra loro.

La specializzazione delle professioni e delle prestazioni di lavoro ha portato alla formazione di autentiche nicchie e di reticoli sociali non riconducibili ad una logica sistemica. Quest’atomismo e parcellizzazione sociale ha fatto emergere sintomi di disagio e di malessere sociale spesso poco visibili e gestibili per lo Stato e per le sue istituzioni formali di aiuto.

Se il lavoro sociale (social work) è la risposta ad un ordine ben definito e circostanziato di problemi, bisogna allora riconoscere che i servizi istituzionali debbano attrezzarsi dotandosi di competenze più flessibili e ispirate a maggiore autonomia.

La storia dei rapporti fra politiche di welfare e professioni sociali si è già incamminata in questa direzione: peccato che non vi sia mai stata un’autentica tematizzazione della loro relazione. Ma è significativo lo svolgimento storico in cui si è configurata l’articolazione del servizio sociale.

Nato all’interno dei movimenti e delle organizzazioni caritative dell’Ottocento, esso ha preceduto il welfare state postbellico fornendogli anche un tessuto di analisi critica capace di offrire spunti per un primo inquadramento epistemologico.

Con il vorticoso sviluppo dei welfare nazionali, gli assistenti sociali sono finiti ingabbiati nelle loro organizzazioni, e con profilo professionale talvolta schiacciato su figure assimilate al lavoro di sportello o a impiegati impegnati nella erogazione delle provisions pubbliche.

Un notevole fattore di dinamismo è intervenuto con l’emergere e l’affermarsi delle organizzazioni del “terzo settore”, più agili e meno formali di quelle tipiche dell’amministrazione pubblica, dove l’assistente sociale ha potuto sperimentare meglio la propria autonomia operativa rispetto alle logiche burocratiche che serpeggiano all’interno di enti ingessati nelle linee d’azione anche in forza di un quadro di riferimento normativo rigido e vincolante.

Ricerca di un nuovo metodo per il lavoro sociale

In questo contesto – facendo tesoro delle esperienze finora accumulate, aggiornando e ridefinendo la mappa dei nuovi bisogni e delle nuove emergenze sociali e non rinunciando alla epistemologia fallibilistica di Popper che invita a rimettersi continuamente in gioco – è importante trovare, per il lavoro sociale, una nuova dimensione, che non carichi lo Stato sociale di eccessivi oneri e non ceda alla mercificazione imperante nella società.

Non si tratta solo di fissare una nuova carta dei servizi o di delineare i tratti di una nuova deontologia professionale. Per un compito così impegnativo, occorre una epistemologia radicalmente innovativa, saldata a solidi criteri di autonomia organizzativa e disposta a fare a meno dell’ombrello protettivo del Welfare state. Si apre una prospettiva di grande incertezza, ma aperta anche ad una sfida ambiziosa, quella di umanizzare un intero settore che rischia di diventare un carrozzone autoreferenziale scisso e distante dalle acerbe difficoltà del presente.

Un aiuto importante in questa direzione viene dagli indirizzi della sociologia relazionale di Donati (e fatti propri e specificati nell’ambito del servizio sociale da Folgheraiter ed altri) a cui in parte si ispira il presente lavoro.

In questo inizio di Millennio, ridiscutere del lavoro sociale e cercare di riappropriarsi di un metodo che risponda a sfide lanciate dalle nuove frontiere del disagio sociale, significa rinunciare ad ogni definitività e continuare a tracciare itinerari, mappe, cartografie di percorsi teorici possibili.

Si tratta di accogliere l’idea dell’inesistenza e, al tempo stesso, dell’esistenza di un “metodo”.

Porre in tensione dialettica queste due opposte esigenze significa, per un verso, accrescere l’adeguatezza dell’intervento sociale esaltando il valore dell’autonomia, per poter calibrare meglio la specificità dell’aiuto, adottando il procedimento per congetture e confutazioni ovvero per tentativi ed errori (lo skinneriano trial and error) o ancora meglio, il metodo problemi-ipotesi-prove, che consiste nel rispondere ad un problema, mediante un’ipotesi che deve venire sottoposta al vaglio critico dell’esperienza.

Per un altro verso, significa rinunciare ad ogni spontaneismo e occasionalità nella scelta dell’intervento da porre in essere, perché il razionalismo epistemologico, mentre non prevede alcun metodo per scoprire una teoria scientifica, esige comunque la fondazione di un metodo da cui partire, fermo restando che la confutazione o la non corroborazione della via intrapresa comporta il cambiamento della strategia.

Conclusioni e prospettive future

In questo orizzonte teorico sono poi delineate alcune idee-guida da tener presenti nel concreto dispiegarsi del lavoro sociale.

Il punto di partenza è una ferma posizione critica nei confronti del positivismo tecnico-terapeutico, secondo il quale gli aiuti professionali possono seguire uno schema meccanico e preordinato che scandisce una rigida dinamica del rapporto di causa ed effetto. Il lavoro sociale non può mutuare parametri estranei, di ascendenza medico organicistica, che guardano alla sanitarizzazione come alla panacea di tutti i mali.

Il rifiuto di questa prospettiva medicalistica è ben fondato e argomentato se riesce ad indicare una pista alternativa e a dimostrarla come praticabile e sensata. Il tentativo qui intrapreso è quello di segnalare l’opportunità di un approccio operativo nell’ambito dei servizi sociali che privilegi il “lavoro sociale di rete”.

La tesi di fondo dell’approccio relazionale consiste nell’avanzare l’idea che i problemi e le soluzioni rinviano essenzialmente a relazioni sociali, cioè non sono né questioni meramente individuali né fenomeni ascrivibili a collettività astratte. In quest’ottica, i problemi non vengono percepiti come patologie di qualche utente singolarmente preso o aggregato per ragioni di convenienza.

Con l’adozione di una guida relazionale, il social work tende a spostare il suo asse metodologico dalla psicologia da cui finora ha prevalentemente mutuato la sua copertura teorica, alla sociologia, che ha il vantaggio di offrire un’ottica relazionale e suggerire un’azione intersoggettiva “dotata di senso”.

Il lavoro sociale improntato alla metodologia di rete, rivendica la centralità dell’aspetto relazionale della vita sociale. D’altronde, sulla scia di un’acuta percezione di Simmel, la sociologia vede nella relazione sociale la sua fondamentale unità di analisi intesa come interazione, ossia come azione reciproca; e la relazione sociale diventa la categoria teorica centrale anche per il lavoro sociale.

Data questa assunzione, ne consegue l’importanza di focalizzare gli aspetti delle relazioni sociali che aiutino a comprendere la logica entro cui deve muoversi il lavoro sociale. Una prima decisiva implicazione di carattere metodologico, è quella secondo cui, per entrare in relazione con il proprio oggetto, cioè l’utente concepito come persona morale libera ed uguale, il lavoro sociale deve articolare una strategia dialogica ispirata alla comunicazione razionale.

Questo tipo di comunicazione costituisce la nervatura metodologica del servizio sociale, il mezzo che rende possibile l’attuazione di interventi di trasformazione. È però anche il fine della professione del servizio sociale, poiché può contribuire allo sviluppo della comunità, rafforzando l’agire comunicativo e l’interazione simbolica.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher miservonoriassunti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Principi, fondamenti e organizzazione del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Marsella Antonio.
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