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Esame "Principi, fondamenti e organizzazione del servizio sociale", libro adottato Marsella

Una introduzione per proporre questioni e aprire problemi

Non c’è dubbio che le grandi trasformazioni economiche e politiche intervenute con la globalizzazione e con la riflessione sul welfare hanno di fatto prodotto così profondi cambiamenti nella cultura e nella sensibilità sociale da rendere necessario e urgente riformulare i profili deontologici che sono alla base non solo del diverso modo con cui si intende ormai il servizio alla persona ma pure dell’ormai mutato profilo culturale con cui si declinano i diversi correlati del concetto di cittadinanza.

In questo lavoro l’autore intende scandagliare non solo i significati nuovi delle nozioni connesse alle discipline che tradizionalmente si occupano del disagio delle persone e dunque delle strategie sociali attivate se non per porvi rimedio per attutirne gli effetti su tutto l’arco sociale in qualche modo interessato – ma pure, ove possibile, per sondarne le possibili emergenze.

Per compiere una tale diagnosi occorrono strumenti culturali che negli ultimi anni hanno contribuito molto a far chiarezza teorica e pratica sugli specifici temi che qui utilizzerà per elaborare una migliore comprensione di tutto ciò che gravita intorno alla questione dei servizi sociali. Non si tratta, infatti, di acquisire una conoscenza puramente operativa – che di certo è importante per orientare alcune professionalità da impiegare nei servizi – ma invece di acquisire una conoscenza critica delle problematiche culturali su cui si fonda la filosofia stessa dei servizi.

Si tratta di acquisire conoscenze che si possono rubricare come immediatamente professionali, senza però rinunciare ad una presa di coscienza di tutto quanto possa concorrere al superamento di vecchie categorizzazioni assunte a fondamento del servizio alla persona. Si tratta, peraltro, di superare l’idea puramente assistenzialistica del servizio per implementarlo piuttosto sull’idea societaria della persona (P. Donati, 2000; 2003; 2009).

Ciò significa evitare la cultura degli aggiustamenti, magari sostenendola con semplici revisioni linguistiche giusto per adeguarsi epidermicamente alle mode culturali del momento, in quanto si tratta invece di avviare una ri-comprensione del soggetto a cui destinare il servizio. Questo obiettivo è ben lontano dall’idea che sarebbe sottesa ad un bisogno puramente teoretico di una semplice ri-definizione della persona – azione compiuta comunque a tavolino, mentre si ritiene qui di dover piuttosto pensare al modo per coinvolgere in una qualsivoglia definizione culturale le risorse della persona, le sue energie testimoniale perché il servizio non le risulti imposto.

Un tale focus proposto a coloro che operano nei servizi per dare sostentamento alle persone in situazione di disagio, comporta che solo da loro diventa lecito attendersi un uso responsabile delle azioni del servizio sociale. La ri-comprensione del soggetto di fatto riattiva una comunicazione costruttiva tra l’operatore del servizio e la persona in stato di bisogno, agevolando quei processi di ri-elaborazione delle metodologie del lavoro sociale con cui si conclude il processo innovativo che qui si sta cercando di cogliere nei suoi aspetti concettuali e culturali oltre che deontologici e sociali.

Un elemento di cambiamento – questo – che si crede di poter cogliere proprio dalla consapevolezza diffusa negli operatori dei servizi sociali, dal profilo culturale e scientifico garantito dal livello dei titoli di studio necessari per esercitare la professione, oltre che per il modo formale elaborato dalla ricerca in ordine agli standard di efficacia fissati per i servizi. Peraltro, il dibattito che ha consentito tali acquisizioni non ha esaurito la sua spinta propulsiva che ha trovato gli argomenti a sostegno nelle filosofie più accorte alle problematiche connesse così al concetto di persona come a quello di cittadinanza.

Proprio quest’ultima, infatti, ha consentito di riconsiderare il servizio sociale non più tanto come supporto per il disagio, ma come luogo in cui il sostegno e l’aiuto implicano una relazione solidale e collaborativa tra la persona in situazione di disagio e quella chiamata a darle sostegno. La nuova cultura che attraversa l’istituto non si limita ad affrontare e risolvere i “problemi” dell’utenza, per affrontare i quali vengono qui riconsideri invece i diritti che sono propri della persona e dunque guardando alla totalità della sua essenza ontologica (storicamente cifrata e socialmente collocata) e non solo a quella sua quota parte che necessita del sostegno e della solidarietà del servizio. Il quale, dunque, viene così sottratto ad una rappresentazione di tipo riduttivo, cioè di un’istituzione in cui vengono parcheggiati taluni che altri devono sostenere ed assistere.

Il servizio, semmai, diventa finalmente il luogo in cui vengono offerte condizioni di ri-attivazione delle energie di una persona, seppur in situazione di disagio, così come anche la persona che interviene per offrire sostegno vi trova le condizioni per prendere consapevolezza del tipo di aiuto che deve offrire. Il servizio forse in questo senso è davvero sociale. Nel suo ambito, cioè, agiscono soggetti con diversi bisogni – e proprio nello spazio in cui si istituzionalizza la loro collaborazione (C. Castoriadis, 1995;1998) si realizzano quelle forme di cambiamento in cui propriamente consiste la dinamizzazione attuale dei servizi sociali.

Il servizio sociale si propone, insomma, come un laboratorio in cui profili di diverse e differenti soggettività interagiscono per istituire una comune mission. Ma è pure un laboratorio in cui gli attori che ne occupano la scena sociale di fatto non sono classificabili in modo oppositivo – quanto meno perché di fatto ognuno è influenzato non tanto dall’altro ma dalla relazione che ha con l’altro e che, in qualche modo, concorre a determinare.

In questo senso si può affermare che gli attori del servizio – così inteso – di fatto subiscono un effetto clinico, cioè un cambiamento prodotto proprio dalla relazione reciproca di cui prendono coscienza e conoscenza nel mentre viene elaborandosi. Considerazioni che l’autore ritiene in qualche modo implicite al modello di servizio che da qualche anno fa valere una sostanziale differenziazione – altrimenti incomprensibile – tra la nozione di programmazione e quella di pianificazione e progettazione.

Come ignorare, peraltro, che proprio da tali differenziazioni emergono le ancor più complesse questioni connesse ai problemi della comunicazione e dello scambio comunicativo istituzionale. Un aspetto in cui pare complicarsi molto la questione di come garantire forme di efficacia del servizio in coerenza con le ri-considerazioni che vengono imponendosi per il mutato clima culturale del nuovo millennio. Non è un caso che si avverta sempre più chiaramente un bisogno di de-burocratizzazione dei servizi.

Questa tendenza è in parte dovuta alla ricerca teorica che tende a ridisegnare un profilo dei servizi sociali coerente con quello degli altri servizi pubblici – e in parte è dovuta all’emancipazione culturale degli operatori che hanno di fatto maturato una diversa sensibilità deontologica e la consapevolezza che nessun rispetto sarà mai offerto alla persona in stato di bisogno se non agito in piena libertà e responsabilità da parte dell’operatore che lo abbia annesso nell’orizzonte della propria giurisdizione deontologica (P. Donati, 2009).

L’ampiezza dei temi che son venuti qui prefigurandosi, in qualche modo impone l’obbligo di delineare con precisione metodologica l’ambito dei saperi di riferimento. La complessa fenomenologia delle questioni tipiche del servizio sociale, la necessità di approcci multidisciplinari, l’esigenza di non scollegare le questioni teoriche da quelle pratiche – inducono a tenere sotto rigoroso controllo critico il profilo del welfare, e a non abbassare il livello di elaborazione democratica di qualsivoglia dispositivo a qualsiasi livello.

Già da tempo – ed insistendo sulla sua implicita problematicità (A. Marsella, 1990; 1994; 1999; 2000; 2004; 2005/a-b; 2007) – l’autore insiste sulla inscindibilità di taluni nodi concettuali che sovrintendono all’elaborazione dei modelli di ricerca ed alla costruzione del profilo istituzionale dei servizi. Marsella ritiene, infatti, che teoria e pratica – cioè la definizione dei servizi e la loro coordinazione operativa – siano da considerare due ambiti che, seppur distinti, debbano risultare funzionalmente inter-connessi.

Cioè, è il tipo di organizzazione del lavoro che realizza concretamente l’azione sociale del servizio – a condizione che al suo interno venga attivata una corretta comunicazione implementata sulla consapevolezza critica di attori che declinino un’intenzionalità incardinata sui parametri della libertà e della responsabilità.

La riflessione filosofica viene sostenendo la fatica concettuale di chi voglia elaborare un atteggiamento critico nei confronti delle questioni connesse al dialogo, alla comunicazione – offrendo peraltro argomenti ulteriori a chi si sforzi di trovare validi fondamenti all’etica del dialogo su cui vengono fondandosi le corrette strategie di ascolto e le conseguenti pratiche solidali. È dentro ad una tale tessitura di codici culturali e linguistici che possono enunciarsi principi e dispositivi che poi si ritrovano alla base dei paradigmi di una sussidiarietà capace di declinarsi in percorsi esistenziali che consentono di scorgere la presenza di un altro che si coglie nei gesti della relazione comunicativa (l’autore rinvia al non databile volume curato da Armando Rigobello, Lessico della persona umana, del 1986).

In questi anni l’autore ha continuato a far tesoro della sua attività didattica, che è sempre occasione di riflessione e di confronto per comprendere, in situazione, la tenuta di certe sue riflessioni, di certe elaborazioni con cui egli va configurandosi una rappresentazione possibile dei servizi sociali – il campo di cui si occupa.

Nel confronto didattico e seminariale con i suoi studenti i temi che emergono sono quasi sempre gli stessi – ma le risposte sono sempre diverse, anzi nuove. Pure qui, come in alcuni suoi testi precedenti (2000, 2001, 2004, 2005/a-b), l’attenzione è rivolta ai tre pilastri che reggono l’edificio del lavoro sociale: la progettazione, la valutazione e la comunicazione.

Ciò di cui l’autore nel frattempo si è reso conto è che non si tratta di consegnare al lettore una impalcatura unitaria di questi tre pilastri, anche perché, indipendentemente dallo sforzo concettuale di chicchessia, nella prassi di fatto essi si intrecciano e dunque non c’è alcuna fondata necessità di una loro preventiva rappresentazione unitaria. Quando, infatti, tale operazione viene concettualmente anticipata, di fatto se ne produce una rappresentazione ideologica, nel senso che risulta destituita di quel fondamento tipico dell’azione sociale che è appunto l’esperienza.

Così, si capisce perché, in corso d’opera, si è venuta imponendo la necessità di una ri-comprensione dei profili degli attori sociali implicati nell’azione tipica dei servizi sociali. Ri-comprensione che deve poter passare da una messa a fuoco dei congegni e degli impianti semantici che costruiscono i saperi di cui l’autore si sta qui occupando, altresì preoccupandosi – su di un piano che non è solo didattico – di orientare lo sguardo di chi stia attendendo all’elaborazione di quadri concettuali adeguati per entrare in una professione che richiede non solo conoscenze già formalizzate ma pure una sensibilità a verificarne la tenuta sia in termini di solidarietà che di criticità.

Si considerino, ad esempio, gli effetti del mutevole destino delle parole che le pratiche umane riescono a sovraccaricare di significati eccedenti, sgretolandone l’originaria semantica fra gli ingranaggi di un uso quotidiano e sciatto, fino a sfumare e dissipare l’efficienza nella stereotipia, trasformando la prevedibilità in rigidità.

Ne consegue, in questo fronte di pressappochismo, una sorta di smarrimento delle parole che non indicano più alcun sapere formalizzato, inducendo coloro che ne abusano a produrre una dimensione di comportamenti omologati su cui prende corpo una rassegnata cultura della burocratizzazione. All’impoverimento del linguaggio corrisponde, dunque, una de-costruzione di quei saperi che si erano costituiti proprio in forza delle opzioni linguistiche liberamente e responsabilmente esercitate in situazione.

Non c’è dubbio, infatti, che una scienza ha una propria rigorosa tessitura linguistica, un proprio vocabolario attraverso il quale se ne riconoscono le problematiche. Ciò comporta che un qualunque contributo che intenda concorrere criticamente ad ogni possibile approfondimento concettuale di tale scienza, occorre che agisca proprio sul suo telaio semantico – ovviamente utilizzandone il vocabolario, quel rosario di parole di cui va rispettata la storia che, prima ancora di essere declinata nell’ambito di esperienze personali, è esperienza collettiva ed istituzionale (si vedano più avanti i riferimenti a Karl-Otto Apel).

L’impoverimento linguistico può alimentare l’arroganza, ma è ancora più grave l’effetto dell’estraneamento – per cui ognuno finge di aver compreso il messaggio che coordina certe funzioni istituzionali, mentre a funzionare resta appena la struttura, ed a subirne il disservizio sono le persone il cui stato di bisogno avrebbe dovuto essere l’unico fine del servizio.

È per tali ragioni che in questa sua “fatica” l’autore insisterà sull’esigenza di una pulizia semantica delle parole che si trovano nel vocabolario specifico del servizio sociale, non già per eccessivo zelo di tipo filologico – una sorta di accanimento dovuto alla fin troppo evidente precarietà con cui molti operatori insistono nell’abusarne secondo filtri che, in qualche modo, possono aver a che fare con l’omologazione culturale, o più sgomentevolmente prendendo atto di un’inadeguata preparazione di base che ancora insiste nel settore – quanto piuttosto per avviare una possibile discussione che possa indurre a guardare criticamente gli elementi che rendono precaria la configurazione istituzionale del servizio sociale.

E non è solo il caso delle parole cardinali dell’universo disciplinare in cui si aggregano le scienze teoriche e pratiche che si riferiscono al servizio sociale, come di certo risultano quella di metodo o quella di metodologia. Ma è il contorno semantico di queste che offre molti spunti di riflessione al tipo di approccio che qui si intende proporre in modo radicale, comportando ognuna di esse un potenziale rinvio non solo a significati che in qualche modo conservino significati disciplinari, ma pure a polisemie che, perdendo in profondità e spessore, lascino perfino intravedere sintomi di incertezza e di disorientamento (si rinvia per questi particolari aspetti alla prima parte – – del volume curato da Luigino Binanti: Identità, educazione e socializzazione, del 2007, con importanti riflessioni di Umberto Margiotta, Marcello Strazzeri, Paolo Impara et al).

Notevole è lo scarto percettivo che si registra nella comunicazione distonica tra chi (ab)-usa di questo bacino semantico in cui risulta accucciato un profilo professionale pigro e indolente che con superbia corporativa mantiene un’assurda distanza con chi quel vocabolario è costretto a subire – rimanendone schiacciato.

Peraltro, va pure osservato che un tale spiaggiamento lessicale non è affatto un risultato di astratta elaborazione a tavolino, risultando piuttosto l’effetto di una comunicazione distonica presente nelle situazioni in cui agiscono gli operatori sociali – ai quali è stato fatto assimilare un linguaggio intermedio (tra il livello teorico e quello pratico) e dunque poco spendibile per una corretta comunicazione.

Ciò che è peggio è che tali operatori, a causa del tipo di formazione fruita, non hanno costruito la consapevolezza di quanto il servizio possa qualificarsi per il loro specifico e particolare contributo in servizio. Si tratta allora di liberare le loro risorse elaborative a partire da una strategica attivazione della loro implicazione – e soprattutto rimodulando, in funzione di questa, la struttura organizzativa del servizio, oltrepassando finalmente ogni residua presenza di un burocratismo che fin qui è riuscito ad essere lesivo degli interessi tanto delle persone in stato di bisogno quanto dei professionisti chiamati a prendersene cura.

Questo significa che dall’operatore del servizio non ci si può più attendere una mera capacità di applicare procedure pre-confezionate, perché semmai si è imposta la necessità di offrirgli una ratio – cioè un pensiero critico che orienti e spieghi, perché di questo si tratta quanto si voglia tratteggiare il profilo di un operatore di servizi qualificati ed efficienti: un professionista capace di aggiornare dall’interno i congegni di un servizio che sia stato assunto consapevolmente sia per tutelare la dignità della persona in stato di bisogno sia la dignità della persona che se ne prende cura.

Ciò vuol dire, allora, che la strategia critica che deve sollecitare l’innovazione del servizio a partire dalla ridefinizione dei ruoli e dell’organizzazione, può aspirare legittimamente non solo alla piena efficientizzazione del servizio, alla gratificazione delle p

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher miservonoriassunti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Principi, fondamenti e organizzazione del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Marsella Antonio.
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