Geografia storica dell'Italia
Indice
- Parte I: Gli strumenti della ricerca: ambiente e paesaggi
- Capitolo 1: I concetti, i metodi e le fonti della geografia storica
- 1.1 La geografia storica: concetti, metodi, finalità
- 1.2 Le fonti della geografia storica e della storia del territorio
- 1.3 Le cartografie, le iconografie e le altre rappresentazioni spaziali
- 1.4 Le fonti scritte. Legislazioni e normative
- 1.5 I censimenti fiscali ed economici
- 1.6 Le fonti demografiche
- 1.7 Le relazioni e memorie corografiche
- 1.8 Le relazioni e memorie itinerarie
- 1.9 Il terreno come documento. La toponomastica
- Capitolo 2: Storia, paesaggio e beni culturali
- 2.1 Il mosaico ambientale italiano
- 2.2 I paesaggi umanizzati ereditati dalla storia
- 2.3 Il paesaggio: struttura e rappresentazione
- 2.4 Per il 'riconoscimento' e la 'lettura' dei valori paesistici, insediativi, architettonici e storici
- Capitolo 3: Le basi fisico-ambientali della storia territoriale italiana
- 3.1 Clima e ambiente: agricoltura e organizzazione socio-ambientale
- 3.2 I connotati 'strutturali' del clima italiano
- 3.3 I mutamenti climatici storici. Le grandi oscillazioni climatiche dell'età glaciale a oggi
- 3.4 Effetti dei mutamenti climatici storici sulla vita agricola e sociale
- 3.5 Il suolo e l'agricoltura
- 3.6 L'integrazione clima/suolo/idrografia: le vocazioni naturali e umane della Padania felix e del piano-colle italiano
- 3.7 Sistemazioni idrauliche e agricoltura
- 3.8 L'ambiente montano e la mobilità di una società 'conservatrice'
- 3.9 Vegetazione naturale e ambiente
- Capitolo 1: I concetti, i metodi e le fonti della geografia storica
- Parte II: L'antichità e il medioevo
- Capitolo 1: Città, territorio e sistemi agrari nell'Italia antica
- 1.1 La città come "fuoco della civilizzazione" e dell'organizzazione territoriale
- 1.2 L'agricoltura
- Capitolo 2: L'alto Medioevo: dalle corti ai castelli al primo risveglio delle città di mare
- 2.1 Città rovinate, feudalesimo e sistema curtense
- 2.2 La civiltà dei castelli
- 2.3 Il mare e il primo risveglio urbano a cavallo del Mille
- Capitolo 3: L'Italia della crescita comunale e della crisi basso-medievale
- 3.1 I secoli del primato: trend demografico e 'rivoluzione' comunale
- 3.2 La crisi demografica ed economica tardo-medievale
- 3.3 I caratteri urbani di una società rurale. La ripresa delle città e dei centri minori
- 3.4 Le nuove fondazioni di città e villaggi ("terre nuove")
- 3.5 Bonifiche, dissodamenti e sviluppo dell'agricoltura
- 3.6 La differenziazione dei sistemi e dei paesaggi agrari italiani. I sistemi di mercato evoluti
- 3.7 La differenziazione dei sistemi e dei paesaggi agrari italiani. I sistemi di sussistenza o di mercato arretrati
- Capitolo 1: Città, territorio e sistemi agrari nell'Italia antica
- Parte III: I tempi moderni e preunitari
- Capitolo 1: La graduale ruralizzazione della società italiana nell'età moderna
- 1.1 Un territorio forte, ma sempre più ruralizzato
- 1.2 Le oscillazioni demografiche
- 1.3 Le città 'ridisegnate' dall'urbanistica del potere
- 1.4 Le campagne tra sviluppo rinascimentale e "rifeudalizzazione" settecentesca
- 1.5 La ripresa sei-settecentesca
- Capitolo 2: Sviluppo demografico e allargamento dello spazio agrario tra sette e ottocento
- 2.1 La 'rivoluzione' demografica e urbanistica
- 2.2 L'allargamento dello spazio agrario
- Capitolo 1: La graduale ruralizzazione della società italiana nell'età moderna
- Parte IV: Dall'Unità a oggi
- Capitolo 1: L'età unitaria: i tempi dell'industria e dell'urbanizzazione
- 1.1 L'Italia delle varietà geo-antropiche e socio-culturali. Il mosaico dei sistemi agrari al tempo dell'unificazione nazionale
- 1.2 Industrializzazione, urbanesimo e nuovi equilibri demografici
- 1.3 L'agricoltura tra modernizzazione e crisi
- 1.4 La città e i nuovi equilibri (e squilibri) territoriali nell'età della rivoluzione industriale
- 1.5 Alle origini di uno stato senza nazione: stato e autonomie locali dopo l'unificazione
- 1.6 La destrutturazione delle antiche "piccole patrie", l'artificio regionale provinciale
- Capitolo 2: La questione e la politica ambientale nel XX secolo
- 2.1 La politica ambientale agli inizi del Novecento
- 2.2 Le aree protette e i parchi naturali e culturali
- Capitolo 1: L'età unitaria: i tempi dell'industria e dell'urbanizzazione
Parte I: Gli strumenti della ricerca: ambiente e paesaggi
Capitolo 1: I concetti, i metodi e le fonti della geografia storica
1.1 La geografia storica: concetti, metodi, finalità
La geografia storica, in diverse fasi, ha coinciso con la geografia nel suo complesso, nel corso della seconda metà dell’Ottocento e della prima metà del Novecento si è venuta a creare una differenziazione fra la geografia umana, come scienza puramente contemporaneistica, cioè del presente, e una geografia storica, intesa come studio delle strutture spaziali di età passate. Riflessioni e temi, in senso contemporaneista, sono sviluppati in modo pressoché generale. Uniche eccezioni, le dimostrazioni di interessi verso la definizione l’affermazione della geografia umana storica, espresse soprattutto da Giuseppe Caraci nel 1939 e da Arrigo Lorenzi nel 1949 con il saggio sulle trasformazioni del paesaggio italiano, con il quale si conferma l’importanza dell’analisi storica per la comprensione delle forme e delle funzioni, con la loro genesi, del paesaggio attuale.
Il geografo italiano più sensibile a un riesame approfondito delle ragioni di fondo della geografia è Lucio Gambi. Negli anni Cinquanta e Sessanta, egli ritiene superato il tradizionale concetto per cui la geografia basa la sua originalità su un certo modo di vedere o di “cogliere” in termini spaziali le interazioni che i più vari fenomeni ambientali e sociali proiettano. Invece egli pensa che la geografia è formata da un nodo di specifici problemi e vive in funzione di quei problemi, e che solo l’indagine preliminare delle strutture giuridiche e socio-economiche può consentire lo studio adeguato di come una società ha conquistato e ricreato l’ambiente dove vive.
La riflessione con la quale Gambi ha aperto la discussione sulla geografia umana storica dalla metà degli anni Cinquanta, si collega alla cultura illuministica, allo storico Fernand Braudel e alla nuova generazione di geografi umani e geo-storici francesi della scuola di Marc Bloch; infatti, essa ferma l’attenzione su un’idea di paesaggio inteso non come sintesi di elementi visibili ma come “struttura” che dall’attività degli uomini è prodotta nel corso della storia, come “complesso costitutivo di una civiltà”, composto da diversi elementi ognuno dei quali ha una propria temporalità.
Con Gambi, in Italia, si affacciano il possibilismo e lo storicismo, nell’ambito di una geografia umana da lui interpretata come “storia della conquista conoscitiva e della elaborazione regionale della Terra, in funzione di come è venuta a organizzarsi la società”. L’evoluzione degli inquadramenti ambientali, assai lenta nelle ere geologiche che precedono la storia umana, conosce un’accelerazione straordinaria per effetto delle modificazioni e degli aggiustamenti che l’opera dell’uomo ha prodotto sulla topografia del territorio, creando diverse forme paesistiche che sono il risultato di differenti forme di organizzazione sociale.
Ogni quadro ambientale è il risultato del modo in cui l’ambiente è stato, dice Gambi, “incorporato nella storia”: valore che l’uomo, facendo suoi i fenomeni della natura, ha assegnato ad esso, riconoscendone diversi gradi di potenzialità, e quindi promuovendone vocazioni di vario livello, a seconda dello stadio più o meno progredito della propria organizzazione sociale. In altri termini, ciascuna comunità umana uscita “dal chiuso impianto sussistenziale” plasma lo spazio in base alle proprie strutture di ordine economico, giuridico, scientifico.
Carlo Cattaneo svela il ruolo politico della geografia e le assegna la funzione di progresso sociale. Le riflessioni gambiane illuminano il valore che, per la geografia, hanno concetti basilari come quelli di spazio e di ambiente. “Lo spazio assume una dignità di potenza storica, continuamente diversa, perché l’uomo ci vive e ci opera; e quindi lo fa suo e gli dà valori continuamente nuovi. E così l’ambiente: questa grande forza con la quale si creano le società e i loro generi di vita, e certi loro ritmi e destini collettivi”.
Ma avrà il valore di realtà fisica o il valore di realtà umana solo perché l’uomo esiste e quando esso ne ha conoscenza. È l’uomo quindi l’origine del valore. È “la struttura della loro cultura che, in ogni paese e tempo, crea un genere di vita particolare”, mediante un irradiarsi e un confluire di relazioni interne ed esterne, e che finiscono per estrinsecarsi in città o centri minori e in insediamenti rurali, in paesaggi agrari e industriali, ciascuno dei quali “è una unità, ha un’anima” che si qualifica per un proprio valore squisitamente umano, mutevole nel tempo.
Gli insediamenti e i paesaggi umani, anche quando sembrano simili per forme, hanno personalità che richiamano la genesi storica e le matrici socio-culturali con la loro “disparità di eventi storici” e la “varietà di strutture sociali” di cui cui ogni insediamento è una componente, tanto da non potere “essere riguardato fuori di esse”. Questa esigenza è stata ampiamente convalidata da molte indagini recenti sugli insediamenti rurali, specialmente su quelli abbandonati per le trasformazioni che l’assetto territoriale subisce, ieri come oggi, per effetto del mutare delle forme di utilizzazione del suolo, dei rapporti città-campagna, dei sistemi economici e dei mercati.
Mentre la geografia fisica riguarda i fenomeni naturali della Terra e si può fare solo con adeguata mentalità naturalistica, la geografia umana viene “svolta secondo la mentalità delle scienze umane” e riguarda “le vicende con cui l’uomo si espande sugli spazi della Terra e i modi con cui egli ha scelto - da sé, liberamente - tra la rosa di occasioni, di favori, di vocazioni e di predisposizioni, che quello o quelli meglio adeguati con i suoi bisogni o con le sue aspirazioni, e il lavoro con cui egli tratta gli elementi fisici e le creature vegetali e animali come materia prima.
A differenza che per il naturalista: “la realtà scorre unicamente in una direzione originale, senza leggi precostruite e valide per ogni tempo, ma che fa, disfa e rifà da sé volta in volta le sue costruzioni, secondo che la coscienza degli uomini detta”. I valori, di contro ai principi considerati dalle scienze della natura come oggettivi e stabili, sono mutevoli. “Qualunque cosa di questo mondo non ha continuativamente un medesimo valore, ma lo muta secondo gli uomini i quali la prendono in considerazione”.
“Ogni nuova metodologia, ogni nuova strumentazione di indagine portata dalle evoluzioni della tecnologia deve essere aperta” alla geografia umana. E ciò, perché “l’azione di colui che si chiama geografo, se vuol avere giustificazione e presa nella società di oggi, deve sostenere fini politici”, cioè dare un contributo concreto alla conoscenza e alla risoluzione dei problemi che pesano sopra la società. Nessun metodo può venire rifiutato a priori, in effetti, “la realtà è una sola”, e quindi non può esistere un unico approccio di ricerca: “tutto ha relazione con tutto nella vita di una città” o di un territorio rurale. “Ogni questione relativa al nostro argomento ha insieme aspetti politici, economici, sociologici, ecc.”.
Nel riflettere sulle possibili connessioni fra ricerca geografica e storica, Quaini sente superata la separazione che, all’inizio del Novecento, ancora faceva tra storia e scienza degli avvenimenti e geografia come scienza dei luoghi. Quaini contesta la tendenza a considerare la storia come una superscienza che possa, da sola, assolvere al ruolo di scienze limitrofe, quali la geografia. Quaini ritiene che il punto di vista della storia sia quello di esaminare il fattore geografico come elemento esplicativo della storia stessa, e quindi il paesaggio geografico nella sua evoluzione, mentre il punto di vista della geografia consiste nello studio dell’ambiente geografico del passato, nella sua evoluzione temporale.
Affermata la dimensione temporale come componente fondamentale del territorio, e quindi della geografia, Quaini ricerca i punti di connessione fra il tempo della natura e il tempo della storia e propone come campo di ricerca della geografia il complesso spazio-temporale a scale e fonti integrate ove, in un certo senso, si realizza la fusione di geografia umana e storia. Con Quaini, il senso nuovo della geografia umana sta ricostruendo il mutamento geografico attraverso il tempo, ricercando le cause del mutamento stesso, studiandone i meccanismi responsabili.
Quaini ha applicato il metodo spazio-temporale all’interpretazione dell’organizzazione paesistico-territoriale di una regione mediterranea d’antica impronta rurale, la Liguria. Lo studio di Quaini sulla Liguria non si limita a ricostruire le fasi evolutive del territorio, via via destoricizzando, ma si propone pure la finalità prospettica nella direzione di una politica di pianificazione e dei beni culturali alternativa ed equilibrata: una politica che miri alla proposizione di uno sviluppo diverso, aperto sì al progresso, ma anche all’eredità culturale della società rurale.
Oggi, un crescente stuolo di geografi umani concorda con le posizioni storicistiche che assegnano alla geografia umana un ruolo problematico attivo, per il quale le mutevoli “cose del mondo” potranno essere penetrate in modo originale solo indagando a fondo le modalità e motivazioni di come una società ha ricreato, nel tempo, l’ambiente dove vive. La geografia storica nella fase temporale in cui viviamo è di grande importanza culturale e politica, verifica il carattere storicamente determinato dello spazio socializzato che ci circonda, e impara a leggere criticamente la fisionomia dei luoghi, urbani e agricoli, che noi abitiamo.
Un paesaggio nel suo insieme, oppure una sua singola componente, quando hanno perduto la loro funzione storica sono inevitabilmente destinati alla degradazione al puro stato di “forma residuale”, a “fossile” se non interviene una riutilizzazione funzionale che inserisce nuovamente l’oggetto in questione nel contesto del territorio circostante. Per fare ciò, occorre ricostituire identità culturali che non possono non fare riferimento ai luoghi e alle unità spaziali, alle loro specificità determinate dall’interazione uomo/natura nel lungo periodo della storia.
Ma proprio perché il paesaggio, o territorio storico-culturale, è una struttura storicamente assai complessa, qualsiasi analisi dell’assetto territoriale non appare convincente né esauriente se trascura l’aspetto storico del territorio per privilegiare quello funzionale socio-economico. La geografia deve essere “al tempo stesso critica ed operativa”. Critica nel senso che non deve accattare “di rappresentare la realtà in nome di un potere o di un ordine dato, senza esercitare sul rapporto tra questo e il territorio una riflessione e un giudizio di merito. Operativa nel senso che non deve limitarsi “a dibattere e criticare”, ma deve anche intervenire praticamente, “esplorando e indagando in modo sistematico le condizioni geografiche della trasformazione, assieme alle forze sociali capaci di trasformarla”.
L’approccio regionale in apparenza appare il più adatto alle finalità critico-operative che ci si deve prefiggere. Esso costituisce però un problema complesso e presenta limiti evidenti: è chiaro invece che all’interno di una moderna analisi territoriale, capace perciò stesso di un diverso e più fecondo rapporto con la prassi sociale è necessario integrare diversi punti di vista e scale spaziali: allo stesso modo in cui, all’interno della “storia totale”, si integrano diversi punti di vista o livelli di concettualizzazione della dimensione temporale. Consente di abbracciare certi fenomeni e certe strutture, ma nello stesso tempo comporta la deformazione o l’occultamento di altri fenomeni e altre strutture non meno essenziali.
Così Quaini presenta il rimedio: queste, dunque, sono le scale - locale e regionale, continentale e planetaria - che lo studio deve sempre necessariamente integrare, pena la parzialità o la deformazione dei risultati conoscitivi raggiunti dalla ricerca. In ogni caso, fin dall’età antica, specialmente per l’Italia, la città con la sua società che si articola in classi - deve essere considerata il vero e proprio “fuoco” o “motore” dell’appropriazione duratura e della trasformazione incessante delle campagne e dell’intero spazio geografico. Si creano, con ciò, le “strutture territoriali”, ove nulla è permanente intendendosi con tale definizione il complesso delle componenti materiali del territorio, che sono il prodotto dei rapporti sociali. Tali strutture si evolvono, il processo evolutivo si ripercuote sulla città e sul territorio rurale, finché il cambiamento attivato non determina una svolta storica: cioè il passaggio da una data organizzazione a un’altra nuova.
I fattori del cambiamento strutturale sono: il potere politico con le sue scelte, e il quadro giuridico, che legittima l'appropriazione del suolo.
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