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l’architettura delle “signorie di castello”. Infatti, l’edilizia, per mancanza di spazio e per ragioni

difensive, si sviluppa in altezza in tessuti urbani esigui ma addensati, dando luogo alla tipologia di

torri isolate o riunite in un isolato-castellare controllato da una consorteria. All’interno delle città

italiane, i governi comunali realizzarono - o contribuirono a realizzare - i simboli dei nuovi equilibri

politici ed economici (i palazzi pubblici, le cattedrali, gli ospedali, gli oratori delle confraternite

assistenziali, i mercati coperti e spesso con portici), soprattutto nei secoli XIII-XIV. Dappertutto è

esplicito il richiamo continuo alla necessità di migliorare l’aspetto della città, di provvedere al suo

“decoro”. Dalla semplice ricerca decorativa si passa ad interventi edilizi secondo una costante,

portici, logge private e pubbliche, sedili, fontane e fonti coperte, ecc., per arrivare a interventi di

ristrutturazione urbana: tutto questo avviene in base a una precisa ideologia urbana. Ed in base

anche a una consapevole operazione d’arredo cittadino che privilegia la strada, con i ponti sui

corsi d’acqua e canali e soprattutto la piazza. La strada è continuazione della strada e della

bottega; la piazza luogo di scambio e d’incontro, nonché scena delle attività comunitarie e

pubbliche: la fontana pubblica, il sagrato, il mercato luoghi di incontro giornaliero. Botteghe e

laboratori della stessa merce e dello settore genere tendono a raggrupparsi nella stessa via e nello

stesso settore urbano, che prende spesso il nome appunto dal genere di commercio o di attività

che vi si svolgono.

Già nel 1290, a Firenze era ritenuto normale che le vie fossero lastricate. Ulteriore elemento

d’arredo sono i tabernacoli, straordinariamente diffusi ovunque. Le città tardo-medievali sono

articolate in “quartieri”, ciascuno con un suo centro, una sua strada principale con le botteghe, una

sua chiesa. Le abitazioni all’inizio presentano sostanzialmente un’identica tipologia, che è quella

della casa a schiera unifamiliare, “insieme luogo di residenza e luogo di lavoro con la bottega o il

laboratorio al pianterreno”. L’unica eccezione è ovviamente rappresentata dalla selva delle arcigne

torri nobiliari - erette con geniali sistemi costruttivi soprattutto nei secoli XI-XII - per chiare finalità di

controllo e difesa e dominanti un po’ tutto il paesaggio urbano almeno fino al XIII o XIV secolo. La

cura speciale dedicata all’edificazione della cattedrale romanica, o comunque delle chiese

principali, si spiega con il fatto che “essa è sintesi, articolazione, concentrazione di valori, di

simboli, di memorie…”

Ovviamente, il palazzo pubblico rappresenta il pendant di quello religioso, contribuendo ad

articolare la città in due poli che sono espressione degli altrettanti poteri, “la tipologia del palazzo

pubblico è diversa da area ad area, in rapporto alle differenti situazioni sociali”, oltreché culturali

delle città padane, si diffonde “la soluzione loggiata, cioè un’architettura aperta, rifacendosi alle

strade porticate. Nell’Italia centrale, invece, si può dire che la sede del potere cittadino (palazzi del

comune, dei priori, del podestà) costituisce un blocco plastico chiuso turrito che deriva dal castello

munito”. Le città nuove e le nuove aree urbane edificate nei secoli successivi al Mille, si

caratterizzano quasi sempre per la casa a schiera.

Dalla casa a schiera “si sviluppa anche la casa del ricco mercante medievale”. La casa mercantile

è organizzata in genere su tre livelli, con la bottega al pianoterra, al primo piano la camera da letto

dei padroni, utilizzata anche per ricevere gli ospiti, e la cucina e gli altri ambienti per la famiglia

all’ultimo. E’ l’abitazione di una famiglia estesa che, oltre ai membri consanguinei, accoglie gli

apprendisti e i dipendenti del capofamiglia”. Col tempo, nei secoli XIII e XIV, la casa del mercante

tende a qualificarsi maggiormente dal punto di vista architettonico, specialmente negli ambienti “di

rappresentanza e per le attività economiche”.

Più in generale, dal lungo e differenziato Medioevo, “oltre ai centri della spiritualità ci sono arrivati

molti impianti urbani caratterizzati dalla tortuosità e dall’angustia degli spazi viari”, mentre

all’espressione urbanistica rinascimentale” sono dovute alcune “celebri addizioni o nuovi quartieri

dotati di vie larghe, piane, a geometria regolare che sembrano aprire all’uomo, finalmente

affrancato, un universo più ampio secondo gli ideali dell’Umanesimo”. A partire da Firenze,

“attraverso l’opera di Brunelleschi, Michelozzo, Alberti e il palazzo italiano trova la sua

codificazione tipologica ed espressiva. Il palazzo della nuova aristocrazia borghese si distingue per

le nuove e imponenti dimensioni, per il nuovo rapporto con il tessuto urbano e per la separazione

delle funzioni tradizionalmente integrate nella casa medievale. Ora “la tipologia residenziale della

borghesia mercantile assume un’importanza predominante”. Le case di dimensioni nuove,

inusitate, che i patrizi costruiscono possono meglio affermare il prestigio e il nuovo ruolo politico

sociale della classe che le realizza e della singola famiglia nelle aree più libere. Per la prima volta

residenza e luogo di lavoro si separano. Uno degli esempi più eccelsi dell’architettura di palazzo

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borghese quattrocentesca è costituito dal fiorentino palazzo Pitti, realizzato dal grande architetto

Filippo Brunelleschi: “viene creata la grande piazza, la prima davanti a un palazzo privato, e forse

anche il primo esempio di piazza rinascimentale chiusa su tre lati.

I diversi schemi mentali che stanno alla base della genesi del paesaggio agrario della mezzadria

risaltano nei due opposti versanti dell’Appennino tosco-emiliano: “il paesaggio toscano è in genere

molto più estetizzato di quello emiliano. Un elemento di questa estetizzazione è il cipresso”. Le

campagne padane organizzate inizialmente della mezzadria e poi dalla grande o media azienda

con salariati cominciano a esprimere il modello della casa “a corte”, o “cascina”, che sembra

derivare dalla domus romana. Il pianoterra di queste case era adibito a deposito, ricovero degli

animali e ambiente di lavoro; il primo piano serviva per l’abitazione vera e propria e il secondo, più

basso degli altri, era utilizzato come granaio. La “casa a corte” non è espressione solo dell’azienda

capitalistica padana e non si presenta solo con configurazione “chiusa”, soprattutto nelle aree di

bonifica più recente. Infatti, essa si ritrova pure in aree organizzate con la piccola azienda diretto-

coltivatrice in proprietà o in affitto ed enfiteusi o a mezzadria, oltre che in aree meridionali

incentrate su grandi imprese cerealicolo-pastorali estensive. La varietà tipologica straordinaria

delle case contadine e dei centri aziendali tradizionali che sono pervenuti all’attualità riflette non

solo i modelli culturali generali, ma esprime anche i diversi rapporti di lavoro, i diversi contesti

economici e le diverse funzioni sociali riferibili alle strutture rurali rappresentate.

La più grande azione pianificata dello spazio agrario - dopo quella romana - è stat prodotta dal

governo italiano nel 1950 con l’assegnazione di terre a oltre 100.000 coltivatori diretti e con la

costruzione di quasi 50.000 casette rurali sparse a uno o due piani.

Ugualmente differenziata risulta la casistica degli spesso ragguardevoli centri direzionali delle

fattorie appoderate a mezzadria(ville-fattorie), delle cascine o corti padane, anch’esse spesso

notevoli fulcri di medie e grandi imprese capitalistiche derivate dalle solide grance cistercensi dei

secoli XII-XIII.

L’origine di tutti questi tipi di insediamento agricolo e rurale è ugualmente da ricercare nei secoli

XII-XIII, anche se gli elementi si diffonderanno soprattutto negli ultimi secoli del Medioevo e nei

tempi moderni e contemporanei.

Nei secoli XII-XIV, poi, gli spazi agricoli più prossimi alle città dell’Italia centro-settentrionale

vengono punteggiati anche di “ville”, cioè di residenze incastellate o urbane delle famiglie feudali:

la torre. Nel Rinascimento tali “caseforti” turrite, o turriformi case di campagna dei cittadini,

vengono accorpate in nuove più ampie e comode residenze che ora assumono caratteri

volumetrici e architettonici a sviluppo orizzontale che si richiamano alla proporzione e alla

simmetria dei modelli classici.

Ovviamente, tali residenze per la villeggiatura furono presto affiancate da elementi nuovi, come i

viali alberati di accesso sempre più monumentali, le cappelle e gli oratori, i geometrici giardini

“all’italiana” (con l’immancabile corredo dei giochi d’acqua) e i parchi alberati ove si voleva ricreare

la natura selvaggia.

Il giardino diventa un insieme di parti relazionate e proporzionate secondo un disegno generale. Il

giardino continua ad essere un luogo circoscritto, spesso con muri. Anche la villa si evolve; dal

volume compatto, essenzialmente chiuso, si passa a modelli più aperti, con ampi loggiati al

pianoterra e con gli edifici che si articolano con funzioni di paesaggio-teatro, cioè anche “per

accogliere il paesaggio quale parte integrante dell’architettura”.

Nel Rinascimento, questo ambiente del latifondo viene ad esprimere, anziché il sistema delle ville

signorili e borghesi, piccoli centri isolati di gestione dell’economia agro-pastorale estensiva che ora

si collegano con il lontano Appennino mediante una rete di strade e tratturi “doganali” obbligati di

transumanza. Per effetto del concilio di Trento e dell’operato della Controriforma, le campagne

italiane vedono la fioritura di un gran numero di santuari mariani.

Per i pellegrini, favoriti con ogni mezzo dalle autorità ecclesiastiche, si vengono ad organizzare

degli itinerari devozionali, che in molti casi assumono una precisa configurazione fisica, dando

luogo ad una categoria tipologica a sé, la via del santuario, definita in genere da forti pendenze, da

portici capaci di garantire l’affluenza dei fedeli in ogni stagione, da cappelle, oratori, scalee.

fontane ecc.

E’ certo che occorre attendere i secoli XVII-XVIII, perché “le aree extraurbane delle grandi città si

arricchiscano di strutture laiche (ville, giardini, parchi) o religiose (grandi santuari) e infrastrutture

(percorsi attrezzati), venendo a costituire veri e propri sistemi, con componenti anche “turistiche.

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La rivoluzione stradale dei secoli XVIII-XVX si tradusse nell’inserimento nel paesaggio di tanti

elementi caratteristici, oltre ai cippi militari, agli indicatori, alle opere d’arte (ponti e gallerie), alle

stazioni di posta per le diligenze e alle dogane fra i vari stati. Qualsiasi paesaggio italiano e

qualsiasi insediamento umano o impianto produttivo del passato sono da ritenere “valori della

storicità”, in quanto alimentati dalle forme più o meno antiche della cultura soprattutto locale e lo

studio del paesaggio non si può esaurire dalle caratteristiche fisico-naturali degli ambienti

interessati; deve anche tentare di definire il significato complessivo e scoprirne i contenuti culturali

dominanti, il ruolo e le funzioni affidate al sistema o all’oggetto spaziale da una determinata società

e cultura.

La città dei tempi dell’industria arriva a caratterizzarsi con aree occupate dalle grandi ville-parco,

anche suburbane, dei ceti aristocratici e borghesi, e con i “villini” piccolo-borghesi delle aree

periferiche, comunque sempre di alto o buon valore residenziale; dei palazzi cittadini dei ceti

borghesi che dalla residenza unifamiliare (a partire dai secoli XVII-XVIII) si articolano a

comprendere anche appartamenti per affitto e quindi per rendita, casermoni e “case minime”

popolari o dei villaggi operai aziendali realizzati a stretto contatto delle manifatture e delle stazioni

ferroviarie o degli scali marittimi.

In effetti, “il Rinascimento segna il passaggio da un’entità organica alla città quale manifestazione

e risultato della vita comunitaria, a un’entità premeditata e programmata dove prevalgono i valori

rappresentativi e simbolici del potere politico signorile: si realizza tutta una serie di interventi che

portano a una netta riconfigurazione della città come “scena del principe” o comunque del potere

statale.

La specializzazione delle funzioni e quindi delle diverse aree dell’organismo urbano, già avviata nel

Quattrocento, si accentua nel Cinquecento e poi ancora più diffusamente nel Seicento.

In ogni caso, nel XVI secolo, le nuove qualificazioni tipologiche, il numero degli edifici pubblici,

configurano la zona del governo e degli affari come centro direzionale, distinto dalle zone delle

attività produttive, portano da una parte alla ristrutturazione-reinterpretazione delle strutture

esistenti, dall’altra anche alla creazione di nuovi tipi per le attrezzature e i servizi urbani pubblici.

Le opere di fortificazione non svolgono più un ruolo puramente difensivo, ma corrispondono

anch’esse ad una accezione complessa della città come nucleo di potere in un sistema territoriale

più vasto.

Particolare cura viene ora prestata un pò in tutte le città maggiori, alla riorganizzazione delle strade

principale secondo i canoni dettati da Leon Battista Alberti: vale a dire, con la ricostruzione di vie

larghe e dritte e di incroci monumentali, per consentire la percezione prospettica immediata della

dimensione urbana. Opere che vengono valorizzate da edifici notevoli.

Modifiche assai più incisive si registrano nei tempi del razionalismo e dell’ottimismo illuministico,

quando gli stati imboccano la via delle riforme amministrative e giuridico-economiche, che porta

inevitabilmente a riconsiderare il significato e l’utilità reali della qualificazione tradizionale operata

sui grandi complessi, e “che tendono ad adeguare l’ambiente alle esigenze di rappresentazione e

di esercizio pubblico del governo.

A partire dalla seconda metà del secolo XVIII, nel moltiplicarsi dei lavori ‘utili’ per dotare città e

territori dei servizi essenziali “comincia a intervenire una nuova committenza: le imprese edilizie

non sono più promosse unicamente dal principe (o dallo Stato), dalla nobiltà e dal clero, ma anche

da operatori che appartengono ai quadri della borghesia.

Le città settecentesche sono interessate da una modesta attività di trasformazione urbana ma da

“una diffusa prassi di rinnovo edilizio, che investe non solo chiese e palazzi, ma anche il tessuto

residenziale ‘minore’, e contribuisce in misura preponderante a definire il volto attuale dei centri

storici”. Particolarmente importanti risultano gli interventi di arredo urbano alle strade e ai viali

cittadini e suburbani frequentati dal ‘passeggio’ dei ceti aristocratici e borghesi. “I viali alberati

Settecenteschi sono la prima affermazione del moderno gusto del verde nell’arredo stradale”.

Molte di queste strade nuove o rivitalizzate dal potere finiranno con il rappresentare lo spazio della

più intensa socializzazione urbana. Sono le vie sedi del potere comunale e statale, del culto,

dell’approvvigionamento quotidiano. E’ nelle strade centrali che si realizzano i primi impianti di

illuminazione pubblica a gas. E’ su di esse che si rinnova radicalmente l’arredo pubblico si pone in

evidenza l’arredo privato. Gli “spazi aperti” della campagna subiscono, insieme ai loro giardini,

l’influenza di valori del tutto estranei all’economia: vale a dire, i valori culturali e ideologici. Il ricco

borghese toscano era disposto a spendere il suo danaro in campagna unicamente mirando a far

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bello il paesaggio, anche a costo di non ricavarvi nulla, “dando quindi uno sbocco estetico, teatrale,

in definitiva culturale, a tutto il suo agire economico”.

La stessa interpretazione può essere addotta per un certo industrialismo che “oscillava,

nell’architettura e nel modo di essere della fabbrica nel paesaggio, tra modelli franco-inglesi e

tedeschi.

Questi valori spesso rispondono a visioni pluralistiche e locali, e quindi si differenziano socialmente

e spazialmente, all’interno di modelli generali che improntano le arti nelle lunghe fasi temporali in

qualche modo già considerate, come ad esempio il classicismo antico, il romanico, il gotico e il

classicismo rinascimentale, ovviamente anche in virtù delle scelte individualistiche effettuate dai

ceti egemoni.

E’ importante sottolineare il significato del sistema dei santuari, delle edicole e cappelle, dei

tabernacoli e vie crucis e di altri oggetti ancora che - specialmente nell’età della Controriforma -

sacralizzano capillarmente lo spazio alpino, prealpino e appenninico (noti anche come “Sacri

Monti”), esprimendo la profonda spiritualità e religiosità di popolazioni montane aduse, comunque,

a combattere strenuamente contro le difficoltà di ambienti avversi o poco generosi, sono

“l’assimilazione spontanea e popolaresca del messaggio biblico.

Il fatto che ogni regione e microregione italiana del passato “aveva un suo paesaggio”

inconfondibile. L’originalità italiana “era quella di avere tanti e differenti paesaggi. Quando un

qualsiasi abitante del contado “pensava a un ‘centro’ del suo spazio vissuto, lo individuava

istintivamente nel paese o nella cittadina vicina. E’ ovvio che con simili rapporti psicologici e

spaziali si creano un sentimento forte e un’identificazione profonda con lo spazio vissuto” non solo

rurale ma anche con quello della città dominante.

Anteriormente al secolo scorso, la città italiana aveva funzioni magari diverse ma sempre piuttosto

limitate ad un dintorno di non grandi dimensioni con il quale hanno vissuto sempre in intima

unione. La peculiarità dei diversi paesaggi del passato esprimeva, in funzione di questi rapporti

locali o a livello di città e del suo dintorno, originalità di adattamenti culturali e mesologici.

Come già evidenziato per le città medievali, rinascimentali e moderne, molti sono poi, e

spazialmente assai diffusi, i casi di paesaggi ed insediamenti “costruiti d’autorità, per esprimere un

determinato concetto politico”, con caratteri formali e funzionali finalizzati all’esaltazione del potere,

soprattutto di quello “assoluto o dittatoriale” (con palazzi pubblici per l’assistenza amministrativa,

giudiziaria, ospedaliera e religiosa). Innumerevoli insediamenti urbani che furono “creati da una

singola volontà, o ispirati comunque da una determinata filosofia o scuola architettonica o

urbanistica”, talmente forte da improntare durevolmente la loro configurazione. E’ il caso delle città

di fondazione greca e soprattutto romana, con la loro maglia impostata su assi ortogonali.

In ogni epoca - a partire da quella antica - è dunque ovunque visibile il ruolo affidato dal potere

all’urbanistica e specialmente all’architettura, nella strategia della ricerca del consenso sociale e

più in generale del rafforzamento (anche militare) del sistema politico. Così, “le opere

architettoniche e gli interventi urbanistici nelle città italiane durante il periodo napoleonico rivelano

chiaramente la prevalenza di scopi celebrativi o di rappresentanza. Così, gli sventramenti

urbanistici dei vecchi e consolidati centri urbani effettuati tra la seconda metà del XIX secolo e la

seconda guerra mondiale, sia dai governi liberali e sia specialmente da quello fascista, con

l’apertura di grandi piazze ed ampi viali, assumono un significato preciso ed inequivocabile: che è

quello di creare assi di scorrimento e ampliamenti, cioè nuovi tessuti abitativi e produttivi,

operazioni massive realizzate non tanto per i conclamati fini igienici e sociali, bensì per motivi

essenzialmente politico-militari ed economico-speculativi insieme. Si trattava di impedire la

minaccia delle rivolte del proletariato cittadino nell’intrico difficilmente controllabile dei tessuti edilizi

medievali; e di aprire agli usi residenziali ed economici la borghesia che si andava edificando con

forme architettoniche e moduli costruttivi tipicamente improntati dal decoro borghese. Anche per

effetto di tali interventi, la città contemporanea viene ad essere gravemente alterata nei caratteri

“delle strutture e dell’ambiente antico”, con compiuta dissociazione delle diverse funzioni urbane;

“la realtà urbana si scompone in parti distinte, per funzioni separate. Più che nel passato, gli

interventi nel Ventennio hanno avuto la forza di improntare la forma e talora anche le funzioni delle

città, a partire ovviamente dalla capitale, specialmente con il Foro Italico, il Vittoriano e

l’Esposizione Universale Romana (EUR). 18 di 56

Valori paesistici e insediativi

1.Antichità

Civiltà greca: città in piano o in modesti rialzi/portualità marittima/agri pianificati su impianto

a) geometrico/giardino mediterraneo coltivato specialmente a vite e olivo/santuari

Civiltà etrusca: città d’altura dominata dall’acropoli/portualità marittima/cunicoli sotterranei/vie

b) cave/santuari/miniere-metallurgia/terme/cipresso

Civiltà romana: città coloniale (forma a graticola)/portualità marittima/strade consolari con

c) ponti/ canali naviganti/acquedotti/agri centuriati/ville rustiche/villaggi agricoli e circoscrizioni

amministrative di base/santuari e templi isolati/miniere-metallurgia/terme/pinete costiere

2.Alto Medioevo

Insediamenti: corti/guardinghi-torri isolate/castelli/mercatali/mulini ad acqua/ cenobi e abbazie

a) benedettini/pievi/spedali

Vie di comunicazione: strade (tortuosità)/vie romee

b) Strutture produttive: sistema curtense/beni comuni e usi civici/chiuse arborate/giardino

c) ‘chiuso’ irriguo arabo-siciliano

3. Basso Medioevo

Insediamenti: castelli/città nuove/mercatali/palazzi turriti di campagna e castelli ridotti a ville/

a) corti-cascine padane/case mezzadrili ‘chiuse’/mulini ad acqua e a vento/ saline costiere/torri

costiere/miniere-metallurgia/spedali e locande stradali/terme/pievi e chiese-canoniche/abbazie

cluniacensi-cistercensi/conventi degli ordini monastici

Vie di comunicazione e infrastrutture: strade e ponti nuovi/tabernacoli/canali navigabili/

b) canali irrigui

Strutture produttive: piantata padana-alberata tosco-umbro-marchigiana/prato irriguo/risaia/

c) gelsi/castagneti collinari-montani/abetine montane/peschiere

4.Rinascimento

Insediamenti: città geometriche/fortificazioni bastionate/santuari mariani-conventi-cappelle-

a) oratori-tabernacoli/opifici ad acqua/mulini a venti/miniere/saline/case coloniche ‘aperte’

Vie di comunicazione e infrastrutture: strade e poste-dogane/canali navigabili/canali irrigui/

b) acquedotti

Strutture produttive: piantana padana-alberata tosco-umbro-marchigiana/prato irriguo/risaia/

c) gelsi/giardino mediterraneo ‘chiuso’ irriguo nel Meridione/sistemazioni idraulico-agrarie

orizzontali

5.Età Moderna

Insediamenti: città nuove regolari e villaggi di colonizzazione baronale in Sicilia/palazzi

a) principeschi e aristocratici nelle città/terme/forti, dogane e lazzaretti costieri/saline/opifici

andanti ad acqua/mulini a vento/manifatture moderne/santuari mariani-Sacri Monti-tabernacoli-

cappelle-oratori

Vie di comunicazione e infrastrutture: strade rotabili, grandi ponti e poste-dogane/canali

b) navigabili/ponti con cateratte per navigazione e bonifica/canali irrigui/acquedotti

Strutture produttive: bonifiche idrauliche e sistemazioni fluviali/sistemazioni idraulico-agrarie

c) e forestali/prati irrigui/risaie/gelsi/piantagioni meridionali/pinete costiere/peschiere

6. Età Contemporanea

Insediamenti: centri e sedi di vacanza e tempo libero/città pianificate di bonifica -di termalismo

a) -d’industria -di guarnigione/centri polarizzati spontaneamente da strade-porti-industrie/miniere

e manifatture/sedi di bonifica e colonizzazione-riforma agraria

Vie di comunicazione e infrastrutture: strade rotabili-ferrovie-autostrade con grandi ponti-

b) viadotti-trafori/acquedotti/invasi artificiali e centrali idroelettriche/impianti di risalita

Strutture produttive: manifatture e villaggi operai/chiusure e beni comuni privatizzati/piccole

c) aziende di colonizzazione o riforma agraria/piantagioni di mercato/sistemazioni idraulico-

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agrarie e forestali/coniferamenti montani o collinari/arboreti collinari e montani/pinete costiere/

arboricoltura da legno di pianura/parchi naturali/rinaturalizzazioni montane-collinari

Capitolo 3: Le basi fisico-ambientali della storia territoriale italiana

3.1 Clima e ambiente: agricoltura e organizzazione socio-ambientale

Il problema dei rapporti tra l’ambiente, il clima e la “sociosfera”, vale a dire lo “spazio ereditato”, il

territorio organizzato dalle società umane. Emanuel Le Roy Ladurie si pone l’obiettivo di risolvere il

problema imperante del determinismo ambientale, con il richiamare “l’attenzione sulla storicità del

clima, quindi sulla sua mutevolezza, misurabile non solo più sulla scala del tempo geologico, bensì

anche sulla scala del tempo storico”, e liberando così l’uomo dal sempre ricorrente pericolo di

addossare qualsiasi responsabilità degli eventi e delle fasi di crisi alle dinamiche della natura. Ma il

dimostrare la frequente interazione fra eventi fisici ed eventi storici, e quindi provvedere con ciò a

“esorcizzare” il determinismo ambientale, non significa dovere sempre e necessariamente negare

le ‘influenze’ di questo con il fare proprie posizioni di “anti-determinismo ambientale”, si devono

considerare i cambiamenti strutturali di lungo periodo, nella consapevolezza che “a determinare il

potenziale ecologico dell’agrosistema - o sistema agrario- concorrono elementi fisici del paesaggio

sui quali, affatto statici ed immutabili nel tempo storico, le oscillazioni climatiche possono esercitare

un’azione modificatrice di non irrilevante ricaduta sull’organizzazione e sul funzionamento” delle

società rurali.

Dunque, “il clima (e non il tempo) è uno dei fattori determinanti di ogni ecosistema”, e quindi anche

di ogni ‘agrosistema’ che “altro non è se non un ecosistema modificato e controllato” dall’uomo.

Soprattutto nei sistemi agrari preindustriali le società sono in genere costrette ad adattare il proprio

carico demografico alla disponibilità del sistema energetico, a incrementare mediante molto

consistenti input di lavoro umano e anomale l’energia necessaria ad attivare i flussi di scambio

necessari alla produzione della biomassa destinata alla sussistenza. L’energia solare espressa in

termini di andamento termometrico, è dunque elemento condizionante la capacità produttiva

dell’agrosistema. Il controllo umano dell’agrosistema “non riesce mai a essere completo: esso

tende a mantenere un equilibrio artificiale”.

Ma alla scala generale si devono considerare i cambiamenti agli ordinamenti colturali e ai paesaggi

agrari come frutto meditato della programmazione economica e sociale. Va detto, quindi, che è

ormai da ritenere del tutto superata l’idea strutturale (“come elemento costante”) del clima che

dominava, fino a poco meno di mezzo secolo fa, in Italia, come anche negli altri paesi.

Le oscillazioni del clima sono normali:

- Si sa, ormai, che le oscillazioni avvengono come risposta a sollecitazioni sia di ordine

astronomico e sia di ordine planetario e regionale. Da qualche tempo, le oscillazioni

obbediscono soprattutto a sollecitazioni “intensive” di carattere umano, come l’azione diretta

dell’uomo sull’atmosfera, con gli inquinamenti causati dalla vita economica e urbana, e

specialmente dall’uso dei combustibili fossili.

3.2 I connotati “strutturali” del clima italiano

I connotati climatici dell’Italia “si possono riassumere nel concetto di mediterraneità, essendo tale

termine comunemente riferito alle “aree site a latitudine medio-basse, che subiscono in estate le

conseguenze dell’estensione di una fascia “anticiclonica” secca, subtropicale, e in inverno

l’estensione dei regimi della circolazione da ovest, umidi ma abbastanza miti. Riguardo alla

piovosità, si deve tenere conto dell’influenza dell’area anticiclonica estiva: un vero e proprio “muro

invisibile” che “preclude l’accesso ai venti atlantici piovosi”.

In generale, le precipitazioni non sono particolarmente abbondanti; nelle Alpi e Prealpi orientali, si

hanno appunto le più vaste aree con piovosità annua.

Le aree di più bassa piovosità sono: la parte centrale del Tavoliere di Puglia, l’orlo meridionale del

Gargano, il Salento e il Golfo di Taranto, nella zona costiera e subcostiera della Sicilia meridionale,

e nel Golfo di Orosei in Sardegna.

E’ evidente che, anche all’interno del generale quadro climatico temperato caldo, l’Italia presenta

una grande varietà di caratteri o “regimi” termici. Infatti l’asimmetria termica esistente tra i due

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versanti della lunga penisola sono: quello tirrenico che è decisamente più caldo, e quello

adriatoco-ionico che è più freddo.

L’Italia “costituisce nell’inverno un ‘serbatoio’ di aria fredda relativamente stabile, con medie simili a

quelle dell’Europa centroccidentale e a volte inferiori”. I climatologi frazionano l’Italia in sette

sottozone o fasce termiche che risultano significative soprattutto in relazione alla vita biologica

animale e vegetale.

La più calda fascia subtopicale abbraccia brevi cimose costiere, quasi sempre pianeggianti, della

parte meridionale della penisola e delle Isole Maggiori. Non a caso. la sottozona “coincide

sensibilmente con quella favorevole alla crescita” di piante tropicali come gli agrumi. E, non a caso,

almeno le piante siculo-calabresi erano diventate nel Medioevo la sede di elezioni di un’altra

specie amante del calore e dell’acqua, la canna da zucchero, e più limitatamente anche del

cotone.

La fascia temperata calda ingloba quasi tutto il litorale italiano (con l’eccezione della pianura

padano-veneta), estendendosi alquanto, soprattutto nell’area tirrenica, non solo nelle pianure ma

anche nelle colline dell’interno.Tale sottozona “è pur sempre foriera di una crescita pressoché

continua delle erbe atte al pascolo nell’arco della stagione fredda”, che in ogni epoca - fino ai tempi

contemporanei - sono state effettivamente fruite, mediante il sistema della transumanza tra

autunno ed estate, dalle greggi provenienti da altre fasce a clima più rigido.

La fascia sublitorale bordeggia, dall’interno, tutto l’arco peninsulare e insulare a clima temperato

caldo, comprendendo soprattutto i sistemi collinari anche prossimi al mare offrendo buone

opportunità di fruttificazione non solo alla vite ma anche all’olivo, la pianta “di civiltà” per

antonomasia per la nostra cultura, considerata “il migliore indicatore della mediterraneità”. Assai

più estesa risulta la fascia subcontinentale che abbraccia tutta la pianura padano-veneta e gran

parte della dorsale collinare e bassomontana peninsulare.

Per quanto riguarda la pianura, i rigori invernali sono compensati da un certo numero di mesi estivi

con alte temperature e scarse precipitazioni, che consentono alla vite e ad altri alberi da frutta di

rinvenire buone condizioni per la loro fruttificazione.

Nelle zone interne di bassa montagna si ha un clima temperato fresco, mentre nell’alta montagna

alpina, con i lembi più elevati dell’Appennino abruzzese, rappresenta il regno del clima temperato

freddo (boreale) e del clima freddo.

3.3 I mutamenti climatici storici. Le grandi oscillazioni climatiche dall’età glaciale a oggi

Le maggiori variazioni della temperatura, e di conseguenza quelle dell’ambiente geografico

collegate con il clima, un ambiente che contempla già la vita e l’azione dell’uomo, si sono

sicuramente verificate nel cosiddetto periodo glaciale del Pleistocene. Al momento della massima

espansione, tra 25 e 18 mila anni fa, i ghiacci erano molto estesi nell’Italia alpina.

L’accumulo di ingenti quantità di ghiaccio e neve sul continente produsse un forte abbassamento

del livello dei mari, forse di circa un centinaio di metri al di sotto di quello attuale. Le terre basse o

non montane erano interessate da un clima temperato fresco e coperte da foreste di latifoglie

decidue e da foreste-tundre che alimentavano una fauna abbondante di mammiferi tolleranti del

freddo dalla cui caccia dipendeva essenzialmente la vita dei pochi abitanti del Paleolitico.

L’età glaciale “ha scolpito la morfologia di regioni vastissime”: si pensi alle Alpi.

Bisogna considerare che “l’alternanza di fasi glaciali e interglaciali ha ora favorito, e ora

ostacolato ,la diffusione delle varie specie vegetali e animali. Con l’arrivo dei ghiacci molte delle

specie superiori di piante e di animali vennero selezionate od eliminate, o quelle che seppero

trovare una via di scampo migrando verso sud. Si indica l’8300 a.C. come la data di passaggio

all’età postglaciale, con le varie fasi con alternanza di caldo secco. Seguono le fasi di caldo umido

e di caldo corrispondenti al Neolitico; e finalmente quelle a clima con fasi alterne, la sub-boreale

2600-900 a.C., corrispondenti all’”età dei metalli”, e la sub-atlantico post 900, che corrisponde

all’età storica.

L’incremento termico culminò nella fase del Neolitico; il rialzo della temperatura determinò

l’ulteriore innalzamento del livello marino. Il quadro fitogeografico italiano mutò allora radicalmente:

alle boscaglie rade e alle brughiere, si sostituirono pressoché ovunque, le foreste miste querce,

salvo nelle montagne dove restarono le faggete e abetine.

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Dal punto di vista dell’uomo, il clima più caldo, con la diffusa copertura vegetale e il rialzo del livello

del mare, offrì nuove possibilità già nelle prime due fasi dell’Olocene; il “rapporto fra l’uomo e il

mare” (tramite una navigazione costiera dapprima di breve raggio).

L’avanzata della foresta, “ebbe una grande importanza dal punto di vista dell’umanità, poiché

indussero radicali mutamenti nel genere di vita dei nostri progenitori”, pur all’interno di culture

anch’esse basate sulla caccia, pesca e raccolta di frutti selvatici: almeno fino al Neolitico, quando

si comincia a praticare l’agricoltura. Allorché la società inizia a sottomettere “a sé la natura come

fonte di produzione della sopravvivenza e della ricchezza”; può nascere finalmente la storia.

E’ probabile che le caratteristiche abitazioni su palafitte che risalgono a quel periodo, siano state

“costruite dagli abitanti non allo scopo di difendersi dagli attacchi esterni o per il desiderio di

dedicarsi a un modo di vita acquatico, ma soltanto per proteggersi dalle acque che occupavano il

terreno per buona parte dell’anno”.

In ogni modo, il clima caldo e relativamente poco piovoso che ha caratterizzato i primi secoli

dell’era cristiana non può essere considerato, come ritengono vari studiosi, responsabile delle

migrazioni verso l’Italia e le altre regioni dell’Europa mediterranea dei popoli nomadi dell’Asia e

dell’Europa centro-orientale, migrazioni che determinarono la disgregazione dell’Impero: tanto più

che le migrazioni di popoli e le “invasioni barbariche” proseguirono anche dopo l’avvio della fase di

clima fresco e umido e destinata a durare fino al 750 e forse all’800 d.C. .

Esauritosi questo ciclo freddo, si registrò un nuovo sensibile aumento della temperatura, culminato

in un periodo caldo di almeno quattro secoli, fra il 750 e il 1200. Il periodo caldo medievale è stato

di gran lunga più breve di quello dei tempi preistorici.

Tra le modificazioni avvenute nel paesaggio geografico, sono da segnalare quelle dell’ambiente

montano, ove i ghiacci si ridussero sensibilmente. Tali fattori si riflettono positivamente, ancora una

volta, sulle comunicazioni fra i due opposti versanti della catena alpina, in quanto alcuni passi

piuttosto alti, divennero accessibili per periodi più o meno lunghi o per l’anno intero. Quanto alle

pianure costiere, l’innalzamento del livello marino può avere alterato il deflusso dei fiumi nel loro

basso corso, e determinato la formazione di paludi. E’ anche possibile che il moltiplicarsi delle

paludi lungo le coste abbia avuto conseguenze dannose sulla vita degli abitanti delle zone

litoranee, se questi specchi d’acqua divennero altrettanti focolai di malaria.

E’ da considerare che soprattutto la seconda parte dell’età calda medievale è caratterizzata da una

continua e cospicua crescita demografica. Di sicuro, l’Italia centro-settentrionale venne allora

gradualmente organizzata mediante sistemi agrari volti al mercato, tra cui mezzadria poderale che

ha svolto un indubbio ruolo di riequilibrio ambientale.

Tra il XIII e i lXVI secolo, si susseguirono, in fasi temporali relativamente brevi, varie oscillazioni

del clima, divenuto ora fresco e umido e ora mite. Il peggioramento climatico tardo-medievale

coincide con la grave crisi demografica trecentesca.

E’ ovvio che “la contrazione dei coltivi a favore del bosco, delle sodaglie, delle terre a pascolo fu la

conseguenza diretta e immediata della crisi demografica nelle campagne e della minore richiesta

di prodotti agricoli da parte dei consumatori urbani assai ridotti di numero.

La contrazione demografica ebbe l’effetto opposto, vanificando almeno parte delle conquiste dei

secoli precedenti. Molti terreni che erano diventati produttivi nei secoli precedenti, tornarono a

trasformarsi in acquitrini e paludi, seppure ricchi di pasture umide estive. Si deve considerare, poi,

la grande dilatazione, in molte parti del paese, nei tempi rinascimentali e moderni - e quindi nei cicli

freschi e addirittura freddi - di specie vegetali tipiche del clima mediterraneo, o persino

subtropicale, come la vite e l’olivo, e soprattutto il gelso e altre piante industriali.

Il fatto è che tali innovazioni legate alla coltivazione devono essere considerate di ordine

squisitamente sociale e riferite alla sfera economica e politica.

“Nei secoli finali del Medioevo le autorità pubbliche svolsero un ruolo, certo secondario, ma non

irrilevante verso l’uso ed il controllo del territorio”, favorito dal costituirsi di “formazioni politiche più

ampie territorialmente e più articolate dal punto di vista istituzionale”. Soprattutto, i governi centrali

“cominciarono a guardare con maggiore attenzione ai problemi dello sfruttamento delle risorse

agricole e ambientali, anche se in molti casi per motivazioni di carattere fiscale-finanziario”.

In questo contesto, si colloca la materia della regimazione delle acque, soprattutto nella pianura

padana, “che tra il Medioevo e la prima Età moderna conobbe un importante processo di

canalizzazione. iniziato già in età comunale”. 22 di 56

E’ assodato che, nell’Italia centro-meridionale, “l’attenzione dei vari governi si rivolse più di

frequente e con maggiore successo alla regolamentazione dell’allevamento transumante”, una

pratica che doveva pregiudicare forme intensive ed evolute di occupazione agraria e demografica

del territorio.

In definitiva, si costrinsero a bassi livelli di produttività aree potenzialmente ricche ma sempre più

concentrate nelle mani della grande proprietà assenteistica e guadagnate dall’avanzata del

latifondo cerealicolo-pastorale, compatibile con il pendolarismo stagionale degli allevatori

montanini.

L’età della lunga crisi che si apre con i primi decenni del XIV secolo riveste una grande importanza

in termini di storia territoriale, perché non c’è dubbio che le trasformazioni delle strutture

ambientali, dell’organizzazione fondiaria, dell’ordinamento delle colture che avvengono fra

XIV e XVI secolo, precisino ulteriormente i connotati delle diverse parti d’Italia. Un’Italia

padana in movimento tende a sfruttare meglio le proprie - notevolissime - risorse agricole.

Un’Italia centrale immobilizzata, almeno in parte, nella struttura poderale-mezzadrile, piena

di luci e di ombre, ma con il passare dei secoli sempre più di ombre, incapace com’era di

rinnovarsi, lenta ad accogliere le innovazioni tecniche e colturali. Infine, un Mezzogiorno

organizzato sul latifondo cerealicolo, sulla pastorizia transumante e su poche aree a coltura

intensiva di pregio che non riescono tuttavia a modificare il quadro d’insieme.

La piccola età glaciale ha inizio intorno alla metà del XVI secolo e perdura circa tre secoli, pur con

accentuata variabilità tra brevi periodi e singole annate di ‘bel tempo’.

E’ ovvio che le conseguenze negative del raffreddamento climatico si misurarono specialmente

nelle aree montane italiane, dove le condizioni di vita per la popolazione peggiorarono fortemente,

a causa sia degli accresciuti rigori invernali ed eventi alluvionali, sia dei cattivi raccolti cerealicoli.

Altri fenomeni, come il ritardo delle vendemmie e il decremento della produzione vinicola.

soprattutto nell’Italia e nell’Europa non mediterranea, non mancarono di produrre numerose e gravi

carestie e crisi annonarie.

Il peggioramento climatico “è stato in grado di ingenerare, attraverso una catena di retroazioni, un

processo sensibile e durevole di mutamento ambientale. trasmettendo i suoi effetti sulla dinamica

geo-morfologica e dei suoli”.

Corre obbligo di rilevare che, per spiegare la fine della notevole crescita economica e demografica

dei tempi rinascimentali, verificatasi alla fine del XVI secolo, sono stati sì chiamati in causa i fattori

di ordine economico e sociale, soprattutto l’emarginazione commerciale della regione

mediterranea e la grande difficoltà di approvvigionamento delle derrate alimentari, insieme con i

fattori di impoverimento biologico ma senza escludere completamente il “fattore climatico”: e ciò, in

considerazione di condizioni meteorologiche avverse che non poterono non condizionare

pesantemente le attività agricole.

Infine, “dopo il 1855 si è verificata una svolta fondamentale nella storia climatica, dato che si apre

un periodo di regresso dei ghiacciai e di progressivo riscaldamento del clima” con conseguente

innalzamento del livello marino: tale fase si è protratta fino alla metà del XIX secolo, quando il

trend (andamento) è stato bruscamente interrotto dal cosiddetto “episodio freddo” durato appena

25 anni.

Dopodiché, il ciclo è ripreso per proseguire anche ai nostri giorni, a causa della sempre più grave

alterazione dell’atmosfera prodotta dall’uomo, l’”effetto serra” e il “buco dell’ozono”.

3.4 Effetti dei mutamenti climatici storici sulla vita agricola e sociale

C’è da pensare che le fasi calde del periodo Atlantico abbiano favorito le società del Neolitico nella

loro opera di impianto dell’agricoltura, mediante l’uso “dei cereali provenienti da oriente nei paesi

ora segnati da una condizione di clima che si usa chiamare continentale”, come ad esempio il

bacino del Po e l’Italia peninsulare interna. In seguito, e precisamente nella fase piuttosto mite e

nella successiva fase calda destinata a durare fino al 400 d.C., alcune piante mediterranee si

diffusero certamente “verso l’Italia settentrionale”.

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3.5 Il suolo e l’agricoltura

I connotati qualitativi dei suoli italiani devono essere considerati in rapporto agli strati superficiali

del terreno che è provvisto di sostanza organica viva e morta derivante dalla flora e dalla fauna

ospitante sulla superficie terrestre: questa è “differenziata essenzialmente in funzione del clima, e

soprattutto delle sue componenti termica e idrica. Ovviamente, la differenziazione dei suoli dipende

anche dalla geologia, ossia dalle caratteristiche originarie della “roccia madre”, e dall’evoluzione

nel lungo periodo della storia naturale e umana.

Se “in origine”, vale a dire nel Neolitico, la qualità dei suoli può essere stata ritenuta buona, si deve

infatti sottolineare l’usura determinata con il tempo, da produzioni non sempre agronomicamente

corrette.

E’ da tener presente che i terreni agrari coltivati da tempi antichissimi hanno spesso ben poco in

comune con i suoli naturali originari, avendo l’uomo agito da fattore principale della loro

evoluzione, ora provocandone o accelerandone la degradazione, ora invece operando in senso

inverso. La qualità dei terreni dell’Italia sub-umida peninsulare: i suoli sono più ricchi di sostanza e

soggetti a un ciclo di umidificazione più lungo (“ciò che assicura loro un maggior rigoglio vegetativo

e una migliore rispondenza alle esigenze delle colture agrarie”). L’origine geologica delle matrici

risale prevalentemente alle formazioni preplioceniche, plioceniche e quaternarie.

Nel complesso l’Italia presenta una costituzione geologica piuttosto giovane:

Le formazioni plioceniche per contro presentano un quadro più semplice, in quanto derivanti da

depositi marini emersi per sollevamento della crosta terrestre, e comprendono matrici composte di

ciottolame variamente grossolano, di ghiaie, sabbie, di argille sabbiose e argille pure, materiale

tutto non cementato e perciò di norma instabile ed esposto a facile erosione.

Di sicuro i suoli migliori per l’agricoltura sono quelli originatisi dalle “matrici di trasporto del

Quasternario, diluviali e alluvionali, che procurano i terreni caratterizzati dal più alto grado di

fertilità integrale, anche se ancor quì frutto in parte dell’attività antropica”, come nella pianura

padano-veneta.

Né di minore fertilità, ma anzi maggiore, si presentano i suoli sviluppatisi dalle rocce piroclastiche

(tufi vulcanici terrosi), estese più o meno nelle zone, e in particolare nelle alture laziali, nella

campagna romana e nel Viterbese, nell’Orvietano, nella Campania e nel Sassarese.

In Toscana emergono le argille plioceniche con le “crete” senesi e i calanchi e “balze” volterrane,

che danno i substrati più impervi, sparsi inoltre in altre zone preappenniniche dell’Italia centrale

(Valle Tiberina) e meridionale.

I ciglioni, i terrazzi e la “spina” sono impianti di colture arboree promiscue o specializzate, dominate

dalla vite, al fine evidente di rafforzare l’azione bonificatrice dell’agricoltura.

Non meraviglia che, in mancanza di tali bonifiche d’altura, spesso i colli e “i monti della penisola e

quelli prealpini siano oggi in molte aree colpiti da frane o da manifestazioni di erosione celere”.

3.6 L’integrazione clima/suolo/idrografia: le vocazioni naturali e umane della Padania felix e

del piano-colle italiano

La conformazione stretta e allungata dell’Italia peninsulare, con la montagna appenninica che ne

rappresenta la spina dorsale, rappresenta il carattere geografico più peculiare del Paese, ben

diverso sai connotati degli altri paesi europei.

Alla forte inclinazione del profilo altimetrico del rilievo italiano sono da ricondurre, in generale, le

“calamità naturali” così ricorrenti nella storia del Paese: frane e smottamenti di terreno,

asportazione di suolo e inondazioni, tutti processi che impoveriscono e danno instabilità a monti e

colline e che producono il disordine idraulico delle sottostanti pianure.

Di sicuro, i caratteri differenziati del clima italiano, interagendo con le forme e la natura dei terreni e

con i caratteri delle acque superficiali e di sottosuolo, assegnano vocazioni naturali più favorevoli

all’agricoltura, in primo luogo, dell’Italia settentrionale e soprattutto nella ‘vasta’ pianura padano-

veneta, e secondariamente delle altre più esigue plaghe di piano-colle costiere e interne dell’Italia

peninsulare e insulare.

Se ci si sofferma sull’area pianeggiante italiana più ragguardevole per superficie e importanza

umana, la Padania, occorre riconoscere che le vocazioni naturali sono quì favorevoli all’uomo, a

partire dalla piovosità. La pianura fruisce della larga disponibilità di acque ‘immagazzinate’ dal

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‘serbatoio’ montano e captate direttamente dai fiumi oppure mediante la costruzione di pozzi e

canali di irrigazione.

Grazie a questa larga disponibilità di acqua di provenienza montana, con il duro lavoro di tante

generazioni di “maestri d’acque” e contadini è stato possibile quì costruire una vera e propria

“patria artificiale” ricca e popolosa: infatti la pianura è la sede privilegiata di colture cerealicole

asciutte e di quelle a elevato fabbisogno irriguo, come il già ricordato riso e il foraggio, e come il

mais.

Contrassegnate invece dai valori assai più negativi sono larga parte dell’Italia peninsulare

(specialmente centro-meridionale), la Sicilia e la Sardegna: territori caratterizzati da

montagne “senza nevi permanenti” e da modesta piovosità.

Quì il deficit è notevole ovunque; delle “eccezioni si costituiscono dove si ha una larga presenza

percentuale, nei bacini, di rocce permeabili e d’altra parte si ha un contatto con sottostanti rocce

impermeabili, in posizione utile al riemergere subaereo della falda”, come nei bacini del Tevere, del

Liri-Garigliano, del Volturno e del Sele nel versante tirrenico, e del Pescara nel versante adriatico.

La relativa abbondanza e costanza di acque in questi ed altri fiumi minori dalle analoghe

caratteristiche p valsa ad azionare, per forza di gravità gli indispensabili e onnipresenti mulini da

cereali o da castagne e, in certe aree dell’Italia centro.settentrionale, pure svariati opifici da vera e

propria industria.

Poco più tardi ha inizio pure lo sfruttamento delle grandi possibilità irrigue padane con

l’organizzazione dei fiumi lombardi, specialmente dell’Adda e del Ticino, e con altresì

l’organizzazione della cintura delle risorgive che taglia tutta la pianura, parallelamente al Po,

grosso modo all’altezza di Milano, fornendo acqua “non solo abbondante e perenne, ma di

temperatura costante, e quindi preziosa nell’inverno subcontinentale per la vegetazione dei prati.

Il carattere della siccità estiva è particolarmente negativo, determinando gravi limiti naturali

all’affermazione di sistemi agronomici di tipo europeo, con colture asciutte, ma più evoluti e

produttivi rispetto al classico avvicendamento mediterraneo grano/maggese o grano/riposo, quale

la rotazione triennale con l’inserimento dei cereali primaverili accanto al frumento e ai cereali

minori autunnali. Mentre nella più umida area padano-veneta l’avvicendamento triennale poté

diffondersi, sia pure lentamente, già nei tempi tardo-medievali, nel resto della penisola e nelle isole

di deficit idrico estivo continuò a essere per secoli un fattore limitante: cominciò a essere

combattuto e superato solo nei tempi moderni, o addirittura contemporanei, dal progresso

agronomico mediante il sistema mezzadrile affermatosi nelle colline e nelle pianure dell’Italia

centrale.

Il vincolo climatico negativo che, come fenomeno di lunga durata storica, ha penalizzato l’Italia

peninsulare e insulare per la produzione di cereali “panizzabili”, si ripropone pure per la produzione

di vegetali in funzione dell’allevamento del bestiame.

La contesa fra uomini e animali è quasi sempre risolta a vantaggio dei primi, con la forte

limitazione del patrimonio zootecnico di ogni genere e specie. Soltanto nelle pianure e nelle aree di

altipiani e basse colline organizzate a latifondo, per lo più assai poco e sempre meno popolate, lo

scontro si è pressoché ovunque risolto nello stabilimento di un relativo equilibrio fra cerealicoltura e

allevamento estensivo, almeno fra i tempi tardo-medievali o moderni e l’inizio dell’età

contemporanea.

3.7 Sistemazioni idrauliche e agricoltura

L’opera più macroscopica di bonifica è certamente quella condotta dai Romani con la

centuriazione, in parte “ancor oggi riconoscibile sul terreno in vaste aree”, anche se più spesso le

centuriazioni risultano invisibili per essere state “sepolte da sedimenti successivi” dovuti alle “fasi

climatiche favorevoli all’accentuazione dei parossismi fluviali”.

E’ largamente accettato, comunque, il fatto che non ovunque si spinse la bonifica romana,

cosicché ristagni di acque rimasero soprattutto nelle aree costiere, giustapponendosi con gli spazi

organizzati con l’agricoltura e con i boschi.

E’ certo che le crisi economiche e demografiche tardo-antica e alto-medievale, allorché quasi si

generalizzano sistemi agrari signorili estensivi, quali quelli latifondistico e curtense, comportanti

l’abbandono agrario diffuso delle pianure, interagendo con oscillazioni climatiche fredde e

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caratterizzate da una maggiore piovosità, grazie ai fiumi correnti su letti sempre più pensili e

divaganti, produssero un nuovo e generale allargamento delle paludi e delle lagune.

Ed è altrettanto certo che il periodo di optimum climatico medievale favorì l’azione della bonifica

che poté riprendere, grazie alla crescita dell’economia e del popolamento soprattutto nell’Italia

centro-settentrionale.

Le variazioni del regime idrico vengono accettate o combattute dai gruppi umani presenti nella

pianura a seconda di ciò che comporta il loro sistema economico, la loro consistenza demografica,

la loro cultura.

Per arrivare a una pressoché generale ‘redenzione’ sanitaria e ambientale delle umide bassure

italiane e a una stabile e capillare colonizzazione agraria incentrata sulle grandi aziende in parte

appoderate occorre attendere i tempi unitari e soprattutto quelli fascisti, mediante la “bonifica

integrale” attiva nel Grossetano.

3.8 L’ambiente montano e la mobilità di una società ‘conservatrice’

I tipi climatici non risentono solo “di gradienti legati alla latitudine, nonché all’esposizione a est o a

ovest”: essi si correlano strettamente pure al “ruolo generale della montagna”.

L’alta montagna, almeno quella alpina introduce in Italia “il clima delle grandi foreste di conifere del

nord, della tundra, delle nevi”. L’alta montagna appenninica manca in genere delle condizioni

perché possano costituirsi il piano sommitale delle nevi permanenti e quelli sottostanti dei prati

pascoli naturali e delle foreste di conifere, presenti solo in pochi lembi isolati.

La varietà di forme, di suoli e di climi espressa dalla grande estensione in superficie, dalla

posizione geografica e dalla diversa origine geologica della montagna e della collina sono alla

base delle mille peculiarità ambientali del Paese.

Il montanaro agricoltore ha dato due risposte univoche agli impedimenti o ai limiti produttivi degli

ecosistemi alpini e prealpini, appenninici e subappenninici, nel tentativo di garantire autonomia ed

equilibrio ad un sistema economico-sociale definito comunemente come “agro-silvo-pastorale”:

aduso cioè a diversificare sapientemente le risorse appunto con l’appropriazione e

l’organizzazione della “dimensione verticale” del mondo montano. Tale area è stratificata tra i

campi del fondo valle o dei terrazzi e conoidi fluviali, dove di regola sorgono gli insediamenti e le

sommità dei rilievi, dove si estendono le più estese pasture naturali o artificiali per “l’alpeggio”

estivo.

Nei secoli successivi al Mille, inizia pure un processo di sviluppo di un allevamento di bestiame

‘minuto’ (ovini e caprini) e ‘grosso’ (specialmente bovini), che guarda invece al mercato esterno e

che, in considerazione della progressiva insufficienza foraggiera invernale, spinge

necessariamente la società della montagna peninsulare e insulare verso un sistema di relazioni

con quella delle terre basse mediterranee, mediante la transumanza (spostamenti dei greggi tra

settembre-ottobre fino a maggio-giugno). Sono stati proprio i limiti ambientali e l’insufficiente

produttività agraria a rendere le terre montane sempre poco ‘appetibili’ per i capitali e i mercati

cittadini.

Dall’antichità in poi, una fitta treccia di lenti e tortuosi percorsi viari quasi sempre aperti solo ai

pedoni, alle cavalcature e alle bestie da soma, confluendo nei meno ardui da raggiungere punti di

valico, è valsa a fare incontrare sul piano culturale ed economico gli opposti versanti delle vallate

adiacenti e a incanalare uomini e merci in transito. L’emarginazione di vasti settori montani si

comincia a verificare tra la seconda metà del XVIII e la prima metà del XIX secolo, con la

costruzione delle prime strade rotabili, poi parzialmente ridisegnate mediante arditi viadotti e

trafori. Queste nuove, e più dirette arterie determinarono una gerarchizzazione spaziale che si

risolse nella perdita della ‘centralità commerciale’ da parte dei versanti e delle vallate non più

contrassegnate dal rango di ‘area di strada’, e soprattutto da allora costrette a espellere quote

sempre più rilevanti di popolazione. I vantaggi non si elevano in media oltre 1750 m (in alta

Engadina) e i pascoli più alti a cui l’uomo porta le sue mandrie nei mesi di estate non sono sopra i

2700 m, e rimangono deserti per almeno nove mesi. Di quanto non è pascolo o giace più in alto -

ghiacciai e cime - egli non si cura, e non dispone neanche di attrezzi per metter piede su quelle

impervie superfici. Anzi quasi le teme e popola le solitudini inviolate di dragoni e di demoni, nei

quali adombra certamente gli sconcerti di organismo da cui egli rimane a volte colpito sopra i

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2700m: quegli sconcerti dovuti a diminuzione di pressione, di cui si darà un chiarimento due secoli

dopo.

3.9 Vegetazione naturale e ambiente

I boschi e le altre associazioni arbustive e prative, naturali o a naturalità diffusa, sono stati ridotti a

poca cosa dalla pressione plurimillenaria dell’uomo sull’ambiente: si calcola che le aree forestali

ricoprano oggi circa un quarto del territorio italiano. Si individuano sette zone: le prime due

rientrano nelle formazioni definite del lauretum (del lauro/alloro), proprie dell’area temperata calda

costiera peninsulare e insulare. La terza e la quarta rientrano nelle formazioni del castanetum (del

castagno) proprie sia delle fasce climatiche sublitoranee e subcontinentali della pianura padano-

veneta e dei bassi rilievi interni. La quinta fascia coincide con la formazione della bassa e media

montagna del fagetum (del faggio), mentre la sesta fascia coincide con la formazione a conifere

dell’alta montagna alpina del picetum (del peccio o abete rosso); la settima fascia (situazione oltre

il limite degli alberi) coincide con la formazione delle cime alpine più eminenti dell’alpinetum (del

prato pascolo).

Occorre attendere lo spopolamento e la crisi urbana e socio-economica tardo-antica e alto-

medievale perché si possa pensare alla cosiddetta ‘reazione selvosa’ che produsse un diffuso, se

non generalizzato, avanzamento del bosco. La ripresa demografica ed economica avviatasi a

cavallo del Mille condusse soprattutto nell’Italia centro-settentrionale a una drastica riduzione del

bosco. I grandi fenomeni di disboscamento proseguirono anche nell’età moderna e

contemporanea. E’ particolarmente nel XIX secolo che si registra una vera e propria ‘fase

parossistica’ nei tagli, soprattutto nel Meridione.

L’espansione del sistema dei parchi e delle aree protette e la legge Galasso del 1985 hanno poi

contribuito a diffondere tra i molti italiani una cultura di rispetto e considerazione per la vegetazione

‘naturale’ e per i suoi bisogni. Le società del passato hanno cercato di non oltrepassare - nella loro

azione di dominio sull’ambiente a fini soprattutto agricoli - il ‘limite invalicabile’ e di non ‘ritorno’,

avendo l’accortezza di procurare “una continua creazione di squilibri naturali che dava luogo a

sempre nuovi equilibri sociali”, e di perseguire la ricomposizione del “cerchio tra le attività umane e

i cicli di riproduzione delle risorse naturali.

Oggi, il ‘limite invalicabile’ è stato ormai superato: alla scala mondiale e italiana, “gli squilibri

naturali non si ricompongono in nuovi equilibri tecnici e sociali, si ingigantiscono, appaiono

puramente distruttivi, tendono ad annientare il mondo fisico senza sostituirvi altro” che non sia il

cemento, il rifiuto, l’inquinamento e l’avvelenamento. “E la natura, violentemente mutilata, ci dà

segni della sua esistenza, minacciandoci in quanto esseri naturali, ricordandoci che sotto la scorza

della storia dura la sua realtà, scorre la linfa ineliminabile della nostra vita.

Già oggi l’aumento della temperatura si accompagna ad una sensibile diminuzione della piovosità

annua, ma anche ad una maggiore frequenza degli ‘eventi pluviometrici estremi’ con tanto di

inondazioni devastanti alternate con periodi torridi e di grande siccità anche in Italia.

Rispetto a tanti altri paesi non solo europei, l’Italia gode del non invidiabile primato negativo di

avere distrutto o degradato - in un periodo di tempo assai breve - una parte non trascurabile del

suo patrimonio naturale e culturale. 27 di 56

Parte II : L’antichità e il medioevo

Capitolo 1 : Città, territorio e sistemi agrari nell’Italia antica

1.1 La città come “fuoco della civilizzazione” e dell’organizzazione territoriale

La città italiana rappresenta una costruzione originale che sarebbe stata lasciata in dote all’Europa

dalla dominazione romana. A parte la genesi politica generale delle antichissime città della

“Mezzaluna fertile” e del Mediterraneo orientale, è certo che la città italiana nasce e si sviluppa

come figlia del mercato. Sono infatti il commercio e le attività legate allo scambio che determinano

sia le fondazioni dei nuovi centri coloniali e sia lo sviluppo di non pochi agglomerati agricoli

preesistenti che, come nell’Etruria, finiscono con il distinguersi dalla rete consolidata dei villaggi

abitati da contadini e pastori. Più in generale, si può accogliere come plausibile la tesi della

generazione di piccoli ed embrionali poli insediativi ordinatori fortificati da parte di comunità

agricole come quelle proprie delle culture villanoviana: piccoli ed embrionali centri che “la

colonizzazione dei romani - o di greci ed etruschi - ha molto di frequente reinserito nei suoi sistemi

di pianificazione territoriale. La rete di tali villaggi e centri fortificati italici doveva essere fittissima

soprattutto nell’Italia centro-meridionale.

In ogni caso, in ogni tempo e luogo, “lo sviluppo urbano dipende da decisioni politiche”: le città-

stato come quelle greco-etrusche e quelle medievali comunali. Nell’arco di qualche secolo, tra

l’VIII-VII e il I a.C., la civiltà urbana arriva a guadagnare tutta l’Italia con l’eccezione delle terre

montane.

L’urbanesimo si intensifica tra i secoli IV-III e I a.C., in seguito alla completa romanizzazione delle

isole e della Penisola. La prima generazione dei centri coloniali è quella dei Fenici e specialmente

dei Greci. Tali organismi furono fondati - con la regolare forma geometrica impostata su assi

ortogonali e con la dissociazione dell’acropoli dal tessuto residenziale e produttivo cittadino,

essendo quella costruita nel luogo più eminente, per esprimere il potere politico e religioso

esclusivamente sulle esigue aree costiere che vennero bonificate e coltivate con assegnazioni di

lotti dalla forma ugualmente regolare. Si può dire, anzi, che “una coerente, programmata,

equilibrata sintonia tra le forze sociali ed economiche nella città e nel territorio fu tra gli scopi di

fondo delle principali iniziative di impianto cittadino e di organizzazione territoriale nell’Italia antica.

“Le località prescelte per la fondazione di colonie avevano determinate caratteristiche ricorrenti: si

trattava, cioè, di isole, di aree elevate presso il delta di fiumi importanti oppure dell’istmo di una

penisola o di importanti e talora obbligate vie di comunicazione terrestri, marittime e fluviali:

qualche volta, i centri erano ubicati a signoria dello sfruttamento di un bacino minerario oppure

“alla giunzione di diversi bacini produttivi tra media e alta collina” o tra collina e pianura.

Quasi ovunque la relativa uniformità del clima rendeva possibile il trapianto di colture e metodi di

coltivazione già sperimentati nell’ambiente di provenienza. Sotto molti punti di vista l’impresa

coloniale greca anticipò i problemi degli insediamenti d’oltremare che furono posti in epoche

successive a popolazioni più numerose e su distanze ben più grandi. Questo processo di

espansione marittima e coloniale lasciò un’impressione profonda e duratura: “gran parte della

Sicilia fu fortemente ellenizzata e le coste dell’Italia meridionale si costellarono di città greche”.

Gli interni collinari e montani, invece, rimasero in mano agli indigeni: popolazioni bellicose e ostili ai

nuovi venuti. Gli italici erano agglomerati in villaggi anche di notevole consistenza e organizzati in

forma comunitaria, con economie agricolo-pastorali di sussistenza, e con le modeste eccedenze

indirizzate verso i nuovi mercati urbani. Specialmente i Greci portarono così, in Italia,

un nuovo modo di vita, nuove coltivazioni, una nuova cultura, nuovi ideali e soprattutto, dal

punto di vista della geografia storica, introdussero nell’Occidente la città di tipo fluido,

adattabile e individualistico che era sorta per la prima volta sul suolo europeo in Grecia, invece

di quella dalla fisionomia più rigida che si era sviluppata in Asia e in Africa.

Gli Etruschi, invece, così come più tardi faranno i Romani che ne seguirono il modello,

impiantarono i loro centri urbani sia nei litorali che nelle aree interne, in posizione quasi sempre

d’altura. La scelta di tale ubicazione ha fatto pensare a valutazioni di natura puramente estetica e

culturale. “A differenza dei loro contemporanei greci e cartaginesi nel Mediterraneo occidentale,

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con cui si contesero il commercio e il predominio marittimo in Sardegna, in Corsica e lungo il

litorale tirrenico, gli Etruschi subordinarono i loro interessi eminentemente marittimi a un obiettivo

di penetrazione e conquista nelle zone dell’entroterra.

Greci ed Etruschi costruirono delle città-stato che non riuscirono mai a unirsi in organismi politici

nazionali, tutt’al più, e solo periodicamente, in deboli confederazioni: tanto che, per la loro

debolezza, caddero facilmente sotto il dominio dei Romani. Di sicuro, con gli Etruschi e poi con i

Romani, l’intero territorio venne capillarmente incardinato dagli organismi urbani: questi assunsero

il ruolo ‘moderno’ di fulcri organizzatori degli “spazi aperti”, sempre più controllati saldamente sul

piano politico-amministrativo e ordinati dal punto di vista dell’economia.

Grazie alla costruzione di vie di comunicazione, poterono così dispiegarsi i processi della bonifica

e del disboscamento, della creazione di un’agricoltura di mercato e di attività minerarie e

industriali.

Gli Etruschi manifestarono spiccate doti di canalizzatori per costruire fognature per usi civili ed

acquedotti, e soprattutto per dare equilibrio ai suoli con una capillare opera di regimazione delle

acque.

Come si sa, Roma si costituì, come realtà urbana, nell’arco di vari secoli, grazie anche alla

dominazione etrusca, partendo da uno status di più villaggi collinari agricolo-pastorali che trassero

rilevante vantaggio dall’ubicazione su di un territorio-strada per le comunicazioni costiere e per

quelle dal mare all’interno, favorite dalla presenza del Tevere, tra l’altro navigabile dalla foce fino

appunto a Roma, dove poteva essere varcato da un unico ponte.

La fondazione da parte dei Romani di varie centinaia di città, inserite in una vasta operazione di

dominio e controllo territoriale, fu “un’operazione nettamente politica e solo subordinatamente

economica, accompagnata in molti casi sa deportazione o spostamento forzato delle precedenti

popolazioni e da colonizzazione con popolazioni romane o latine.

Le colonie romane - costruite dopo l’espropriazione di parte delle terre ai popoli assoggettati al

centro degli “agri centuriati”, vale a dire organizzati in grandi lotti quadrati detti “centurie”, perché

costituiti ciascuno da cento campi, poi assegnati in proprietà in piccoli corpi ai veterani o ad altri

coloni che vi si insediavano - vennero fondate quasi sempre nelle pianure: specialmente nelle aree

e località ‘aperte’. Queste si qualificavano singolarmente per i valori di centralità geografica, per il

controllo delle vie di comunicazione e quindi dei traffici terrestri, marittimi e fluviali, per la messa a

valore agraria o mineraria delle risorse territoriali, per il governo amministrativo di distretti e

province dipendenti dai nuovi insediamenti.

Non meraviglia che non poche città preesistenti (greco-fenicie ed etrusche) e anche innumerevoli

oppida italici non siano stati trascurati e, anzi, siano stati fatti oggetto di provvedimenti di

colonizzazione demografica e di rivitalizzazione urbanistica ed economica. Invece, non poche città

pre-romane vennero abbandonate, oppure non ricostruite dopo le distruzioni belliche. In ogni caso,

la città romana mostra - come e più delle della città greca - una chiara tendenza “verso strutture

geometriche e ortogonali degli edifici”, che “risponde anche a motivi tecnici, a motivi igienici e alla

fine a motivi sociali. Essa si caratterizza per la sua forma regolare a scacchiera, quadrata o

rettangolare ma sempre unitaria (il centro amministrativo e commerciale corrisponde all’incrocio

del cardo col decumano), e in genere per l’assenza della cerchia muraria. Al centro della città si

costruisce il foro che non è soltanto una piazza porticata più grande delle altre: qui, si svolge il

commercio (mercato), si organizzano le attività del governo, si amministra la giustizia, si tengono

discorsi, si svolgono attività religiose. Tutto quello che avviene nella piazza del mercato può

accadere anche nella basilica, che “è spazio fondamentale per le funzioni pubbliche, ma anche per

altre specie di funzioni, persino quella di raccogliere un’assemblea religiosa, come poi avverrà

nella basilica cristiana”.

La città romana attrasse e produsse capitali e risorse umane e funse da crogiolo per il groviglio

delle etnie italiane. Almeno nei primi tempi dell’Impero, lo sviluppo delle città stimolò l’espansione

dell’insediamento rurale nei loro dintorni (manifestazione più evidente nella costruzione di ville), e

ciò dipese forse in egual misura sia dall’esistenza di mercati urbani, sia dalle esigenze sociali di

proprietari terrieri romanizzati che aspiravano ad accostarsi alla cultura, alle attrattive, al prestigio e

all’influenza della società urbana.

Nel periodo tardo-imperiale alcune regioni dell’Impero, specialmente quelle di frontiera, entrarono

in crisi: persino le miniere di rame e ferro dell’Etruria e degli altri bacini minori, non più competitive

riguardo a quelle dell’Europa occidentale e centrale, vennero ovunque chiuse. Alla decadenza

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economica e al lento, ma inesorabile, crollo delle funzioni urbane seguirono i processi della

contrazione demografica e urbanistica. La popolazione italiana - dai forse 10 e più milioni dei

tempi di Augusto - sembra che sia scesa a meno di 7 intorno al 400 d.C.; interi quartieri urbani

furono abbandonati. Da allora il rudere “e la ‘città morta’ cominciarono a divenire elementi

integranti e caratteristici del paesaggio agrario italiano. In una società essenzialmente pastorale

quale quella che si andava affermando nelle campagne italiane, quasi ovunque le città mantennero

nuclei di mercanti e un minimo di funzioni urbane solo se divenute centri di amministrazione civile.

Le città vescovili salvaguardarono il ruolo di punto di riferimento amministrativo ed economico delle

più ristrette circoscrizioni territoriali rurali, i tradizionali pagi, riorganizzatesi come plebati, cosiddetti

dalla chiesa più importante e con fonte battesimale, la pieve, spesso ubicata in posizione di

evidente centralità rispetto alle vie di comunicazione, anche per evidenti motivi di accesso dei

fedeli e di svolgimento delle attività di mercato.

In genere, tali distretti corrispondevano alle antiche circoscrizioni civili dei centri agricoli o villaggi.

La pieve ereditò dal villaggio romano le funzioni sia amministrative (riscossione delle tasse) e sia

religiose del paganesimo ora trasferite al cristianesimo. Nel tardo Impero - e a maggior ragione

successivamente alla sua caduta - è proprio grazie alla funzione vescovile che molte città poterono

resistere ai fattori della disgregazione e salvaguardare un simulacro di civitas o ‘dignità’ urbana

fino ai primi segnali di ripresa che si manifestano a cavallo del Mille.

Ovviamente, la crisi economica e urbana , interagendo con la disgregazione delle grandi opere

pubbliche come gli acquedotti, le strade e i ponti, i canali navigabili. Le vie abbandonate si resero

presto insicure e intransitabili soprattutto nelle aree costiere.

Va comunque detto che in non pochi casi, nei secoli VI-VII, all’abbandono o alla distruzione della

città romana corrispose la nascita di nuovi e più modesti insediamenti nelle vicinanze, di regola in

posizione arroccata, non di rado con recupero di agglomerati preromani.

In conclusione, le città che sopravvissero o che vennero recuperate - grazie al valore strategico

delle loro ubicazioni - nei secoli del risveglio urbano sono debitrici delle forme e, in genere, anche

delle funzioni moderne e contemporaneamente alla matrice romana.

1.2 L’agricoltura

Le attività agricole, correlate alle regolari lavorazioni del maggese e alle concimazioni, cominciano

a imprimere al paesaggio naturale - in modo cosciente e sistematico - forme e lineamenti culturali

che danno infine vita a un vero e proprio paesaggio agrario.

E’ accertato che, nel corso del IV secolo a.C., nelle aree di colonizzazione di alcune colonie greche

si diffusero veri e propri insediamenti agricoli con il carattere delle “fattorie”, che stanno cioè a

indicare aziende di non piccola estensione e indirizzate verso il mercato. Il modello greco non

venne seguito dagli Etruschi che organizzarono i territori dipendenti dalle loro città-stato mediante

grandi imprese aristocratiche lavorate per lo più estensivamente con schiavi o servi residenti in

villaggi e fattorie. In tali aziende, gli Etruschi non si limitavano a coltivare le stesse piante ‘emigrate’

dal Sud (specialmente la “triade mediterranea” grano/vite/olivo) ma provvedevano pure ad

allevare, in forma estensiva, ogni sorta di bestiame “grosso” e “minuto”. La vite allevata alta agli

alberi in filare è l’elemento più caratterizzante del loro sistema paesistico-agrario, la “piantata

padana”.

In considerazione della loro finalità di mercato, le ville si addensarono anch’esse nei territori

polarizzati dalle città coloniali, che rifornivano con i loro prodotti. La villa era il quartier generale di

un’unità comprendente non solo la residenza del proprietario e i fabbricati colonici, ma anche

officine, locali per la tessitura, forni e persino fornaci, specialmente verso la fine dell’età imperiale.

Pressioni sociali e finanziarie collaborarono ad accrescere l’importanza delle aziende agrarie, che

spesso divennero unità quasi autosufficienti per la produzione del fabbisogno quotidiano.

L’insicurezza sociale, le guerre civili e la minaccia d’invasioni barbariche spinsero molti a cercare

la protezione dei grandi proprietari terrieri.

Tenuta signorile, villa e contadini dipendenti furono così unificati nel fundus, i cui confini tendono a

coincidere spesso con quelli delle parrocchie medievali. Le grandi aziende signorili, poi subiscono

una vera e propria involuzione: i proprietari non investono più nei miglioramenti agrari e nelle opere

di infrastrutturazione dello spazio, le piantagioni vengono gradualmente abbandonate.

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Ci si rivolge, ora, a indirizzi produttivi di tipo semi-naturale, come la cerealicoltura che,

abbandonando la razionale pratica agronomica del maggese, si alterna con più anni di riposo per il

pascolo brado. Addirittura molte imprese tralasciano di lavorare e seminare i terreni e si affidano

esclusivamente all’allevamento brado. Le aziende diventano sempre più grandi per accorpamento

di terre abbandonate o consegnate ai potenti dai piccoli proprietari che si sottomettono loro come

servi.

Già nel tardo Impero, le ville “erano venute assumendo una funzione sempre più decisiva come

centri di vita economica ed amministrativa del latifondo”. Nell’Italia passata ai Bizantini, o in quella

caduta sotto la dominazione dei barbari, le città non vengono certamente distrutte e abbandonate:

è anzi noto che i Longobardi “si stabilirono in numero consistente in molti centri urbani.

Ma è certo che è intorno agli antichi centri di organizzazione del latifondo, alle ville che prende

avvio l’iniziativa di nuove forme di organizzazione dell’economia a, dell’amministrazione , della vita

nelle campagne.

Insomma, nelle campagne italiane dei secoli V-VI d.C., sta nascendo una realtà economico-sociale

e ambientale relativamente articolata, che presenta alcuni elementi di novità insieme con altri di

continuità con il periodo tardo-imperiale: la necessità comune della difesa introduce un elemento di

unità e di coesione, una realtà che approda con le varianti apportate dal potere feudale laico e

religioso mediante il “sistema curtense”.

Tale assetto è fatto di piccole economie familiari e aziendali chiuse e di microcosmi riuniti nei

villaggi antichi intorno alle ville e alle residenze signorili, talora abbandonate dai proprietari, oppure

intorno alle prime abbazie benedettine: in queste ristrette ‘isole’ di civiltà rurale vivono comunità di

coloni-servi che coltivano per la sopravvivenza delle loro famiglie e del proprietario del suolo; il

quale si preoccupa solo di ritirare una parte del raccolto. E’ questa una realtà che finisce con

sostituirsi alla tradizionale organizzazione latifondistica.

Capitolo 2: L’alto Medioevo: dalle corti ai castelli al primo risveglio delle città di mare

2.1 Città rovinate, feudalesimo e sistema curtense

Vari centri italiani risultano più vivaci di Roma: nelle principali città padane, La vita municipale

continua “e produce una relativa conservazione degli organismi urbani; Pavia rimane la capitale

definitiva dei re ostrogoti” E successivamente di quelli longobardi.

Questi ultimi ampliano appositamente la città a oriente e vi costruiscono una nuova reggia. Altre

città invece si atrofizzano. La dominazione longobarda produsse cospicui trapassi di proprietà

fondiaria, operati, mediante larghe espropriazioni effettuate ai latifondisti romani. Ma i nuovi

dominatori non sembrano aver introdotto innovazioni sostanziali nell'organizzazione di un'Italia

frantumata sul piano politico-amministrativo e involutasi a società agricola e pastorale. Nel regno

longobardo, nonostante le cure effettuate dai re e duchi longobardi dopo le distruzioni della

conquista, le antiche città sopravvissute risultavano, comunque, fortemente impoverite dei ceti

mercantili e artigianali, e quindi si presentavano come semi-ruralizzate.

Le città che superarono la crisi continuavano a essere tenute in vita dai bisogni e dagli interventi

delle corti e soprattutto dalla più rassicurante presenza dei vescovi e, non di rado, delle prime

comunità monastiche di regola benedettina fondate non solo nelle campagne, ma anche nelle città.

In “molti centri urbani accanto a un ceto di grandi e medi proprietari fondiari è attestata la presenza

di gruppi di artigiani e mercanti, che producevano e commerciavano soprattutto generi di lusso. E

poi medici e speziali, giudici, sarti, fornai, maestri muratori, ecc.”, in pratica allo scopo di fornire le

classi dominanti locali, non per attivare flussi commerciali a largo raggio.

Tra Settecento e Ottocento e poi nei secoli X-XI, l’Italia viene percepita da Carlo Magno e da altri

europei colti come una terra di città: come dire, come un ‘mondo’ diverso da quello franco-

germanico proprio perché i centri italiani erano abitati anche dell'aristocrazia fondiaria.

Trattato-antico e alto medioevo, ragguardevoli sono dei trattamenti urbanistici e architettonici

richiesti nei processi di contrazione edificato urbano. “Per le costruzioni si usano generalmente

materiali poveri e facilmente deperibili (legno, argilla, palme, canne): per questo le città italiane

dell'alto Medioevo hanno lasciato tracce labili o addirittura nulle”.

In generale, nelle campagne, 31 di 56

La presenza più rada dell'uomo e la disgregazione dei poteri pubblici, non più in grado di

intervenire con efficacia, determinarono l'abbandono alle acque stagnanti delle basse pianure

costiere e della parte inferiore delle maggiori vallate interne dei terreni potenzialmente più

fertili. La popolazione si addensò nelle aree collinari e di bassa montagna in ristrette fasce

pianeggianti, dove i terreni erano più leggeri e più facili da lavorare. Terre poco fertili, assenza

di concimazione, uso di attrezzature primitive determinavano rese cerealicole assai basse. Alla

scarsa produttività della terra si aggiungevano le difficoltà nella trasformazione dei prodotti e

nella loro commercializzazione. Erano queste le debolezze strutturali dell'agricoltura del tempo,

che riducevano la disponibilità di surplus agricoli e ponevano ulteriori ostacoli alla ripresa

demografica. La popolazione alto-medievale fu esposta di continuo ai rischi delle carestie.

Riguardo al regime della proprietà, questo continuò essere caratterizzato da una grande

concentrazione delle terre anche nei tempi lombardi, quando le coltivazioni erano praticate

soprattutto nel contesto di grandi aziende signorili a contatto diretto con manodopera servile

residenti piccoli villaggi.

Di numerose abbazie benedettine - fondate da re, duchi e grandi famiglie signorili a partire dal Vi

secolo - rappresentarono un possente tramite di cultura religiosa e agraria un po' in tutta l’Italia.

Si ascrivono comunemente alla conquista carolingia gli interventi più incisivi dell'alto medioevo.

Questi consistono in opere di riorganizzazione di alcune importanti strade, lungo le quali venne

creata una densa rete dell'assistenza e dell’ospitalità costituita da pievi e chiese canonicali,

abbazie e ospizi/ ospedali e in provvedimenti di rivitalizzazione di alcune città sia di terraferma e

sia di mare.

di fondamentale importanza risulta la diffusione capillare sul territorio, non solo italiano, del sistema

curtense, incentrata sulle grandi aziende (la curtis) di proprietà signorile. Sembra che il processo di

rielaborazione capillare del territorio con questo sistema si sia sviluppato “lento ed incerto”, tanto

che a lungo “le attività dell’allevamento brado e della caccia conservarono la loro preminenza su

quelle più propriamente agricole. Tale nuovo agrosistema “rappresentò un passo in avanti per le

condizioni di vita del grosso della popolazione. Fu possibile coordinare il lavoro dei coloni,

rinsaldare i rapporti con i mercati locali e con quelli cittadini. Ovunque, il sistema curtense faceva

riferimento all’aristocrazia feudale laica ed ecclesiastica, alle ricche strutture religiose e in un

secondo momento pure agli ordini cavallereschi e serviva a mettere a valore agrario campagne

completamente controllate sul piano giuridico, economico e sociale dai medesimi proprietari.

Di regola, la colonizzazione avveniva mediante l’affidamento, in affitto “perpetuo”, destinato col

tempo a divenire spesso un vero e proprio possesso, della maggior parte della terra coltivata a

famiglie di agricoltori residenti.

Questa cosiddetta “parte massaricia” (da massaro/contadino) veniva suddivisa in più unità di

produzione dette “sorti” o “mansi”, che divennero le cellule-base del grande possesso terriero.

Ogni famiglia otteneva uno di tali ‘poderetti’ di dimensioni tali da consentire l’impegno continuo di

tutti i componenti, e quindi il loro autoconsumo e la corresponsione al proprietario dell’affitto

calcolato in natura.

Gli abitanti della corte avevano tutti o quasi uno status servile, in quanto tenuti a corrispondere

tasse e ‘balzelli’ al signore, oltre che a effettuare prestazioni di lavoro gratuite (corvées).

Nei villaggi potevano risiedere anche agricoltori con la condizione di piccoli proprietari o possessori

livellari. In teoria, questi contadini erano liberi, di fatto anch’essi legati al signore per il versamento

dei tributi e per i problemi dell’uso delle strutture di interesse generale. I boschi, gli incolti e gli

acquitrini continuavano a prevalere nettamente sui coltivi.

Nelle pianure della Sicilia araba, nel IX secolo, ‘rinasce’ il paesaggio del “giardino mediterraneo”

ove, accanto alle piante da orto e da frutta tradizionali, si diffondono nuove specie provenienti dagli

ambienti caldi: il riso, il cotone, la canna da zucchero, il limone e l’arancio, il gelso, lo spinacio, il

carrubo e il pistacchio, ecc.

La civiltà italiana ed europea dei secoli che precedono il Mille e anche oltre

fu civiltà di “rustici”. L’agricoltura non fu solo, come è stata fin quasi ai giorni nostri, l’attività

economica fondamentale, ma rappresentò l’elemento portante dell’intero sistema economico.

32 di 56

Alla società contadina sono direttamente o indirettamente legati tutti, principi e re, vescovi e

prelati, mercanti ed artigiani, “borghesi” e intellettuali.

2.2 La civiltà dei castelli

La fase successiva della politica di territorializzazione prodotta dalla società feudale riguarda il

cosiddetto “incastellamento” che coinvolge non solo l’Italia ma larga parte dei paesaggi rurali

dell’Europa occidentale nel secoli del risveglio demografico ed economico.

Già nei secoli IX e X la nobiltà laica ed ecclesiastica, grande e piccola, fonda i primi castelli:

“borghi inerpicati”, o villaggi fortificati, situati in posizione di altura e abitati quasi esclusivamente da

contadini, dipendenti tutti o in larghissima misura dal signore che aveva intrapreso l’opera,

affidandosi proprio alle loro prestazioni gratuite di lavoro.

Di regola, il signore non costruisce un castello per sua esclusiva abitazione, bensì inserisce la sua

residenza turrita all’interno dell’agglomerato fortificato, ove possibile in posizione altimetrica

eminente, per dominare anche simbolicamente l’abitato a lui soggetto per ragioni giurisdizionali,

fiscali ed economiche.

I castelli si diffusero grandemente nei secoli successivi: specialmente nell’XI e nel XII che

costituiscono la loro “epoca d’oro”.

Tra i secoli IX e XII, i castelli e le signorie territoriali che li esprimevano ebbero la forza di creare

nuovi e più articolati equilibri territoriali.

La nascita del castello mise in crisi la rete dei piccoli e piccolissimi villaggi o casali sui quali si

reggeva il sistema curtense. Molti di questi insediamenti furono infatti abbandonate gli agricoltori

(per volontà del signore) si trasferirono nel nuovo e negli o difeso ed ‘attrezzato’ agglomerato, pur

continuando a lavorare le terre del “manso” tradizionalmente loro affidate.

Il signore continuava a detenere saldamente nelle sue mani i poteri giurisdizionali e fiscali sia

sull’insediamento e sulla sua popolazione, e sa sul distretto (o “corte”) circostante.

Il castello concentrò in sé tutte le funzioni di centro amministrativo laico e spesso anche di centro

amministrativo religioso, con la sua chiesa, o costruita insieme all’insediamento, oppure più di rado

preesistente, che diventava la sede del popolo e, se riusciva ad ottenere il rango di “pieve” anche il

capoluogo di una più ampia circoscrizione ecclesiastica.

Nella fase di ininterrotto sviluppo demografico che ha inizio intorno alla metà del XI secolo, i

bisogni di una popolazione in progressivo aumento imponevano non solo l’accrescimento

dell’insediamento (con la fabbricazione di un nuovo “borgo” esterno, poi di regola congiunto da

cortine murarie turrite alla vecchia cerchia), ma anche un allargamento dei coltivi da effettuare con

disboscamenti e dissodamenti o con piccole bonifiche. Tutte attività, queste, che imponevano

concessioni più favorevoli da parte del proprietario ai suoi dipendenti: come il “livello” o la

“enfiteusi”, in cambio di un canone annuo rigorosamente prefissato. Tale sistema contribuì a

differenziare alquanto il ceto degli agricoltori locali.

E ancora, il castello divenne - magari attrezzando appositamente uno spazio fuori della cerchia

muraria - il centro del mercato: la valenza commerciale del luogo non arricchiva solo il signore con

i “dazi” imposte sulle merci, ma finiva pure a beneficiare i bottegai e gli artigiani residenti

nell’insediamento murato, contribuendo così alla loro differenziazione ed elevazione sociale nei

confronti degli agricoltori asserviti.

Spesso, il luogo del mercato finì con il diventare un borgo abitato (il “mercatale”), con le case e le

botteghe che sorgevano intorno alla piazza, nei luoghi tradizionalmente occupati dai venditori.

Così, dopo il Mille, e specialmente nel XII e XIII secolo, le corti vengono abbandonate dai

coltivatori “affrancati”, i ceti abbienti cittadini e locali, possono acquistare molte terre, i livellari non

di radi riescono a diventare proprietari a tutti gli effetti.

Questi processi politico-sociali ed economici innovativi e relativamente rapidi finiscono col creare

effetti dirompenti sul sistema dei castelli e sugli equilibri territoriali da quelli dipendenti. Molti

insediamenti finirono con l’essere abbandonati dagli abitanti. Non pochi castelli finirono così per

degradarsi e addirittura per ridursi a ruderi o per scomparire completamente. Altri vennero acquisiti

in completa proprietà da ricchi cittadini per essere trasformati in ville o in centri di nuove aziende

agricole di mercato. 33 di 56

Non furono pochi neppure gli insediamenti castellani che riuscirono a mantenere la loro

consistenza demografica e urbanistica o addirittura ad accrescerla, grazie alle cure e ai “privilegi”

del nuovo potere cittadino.

In altri termini, i castelli sedi di comunità sono sopravvissuti ai grandi cambiamenti dei secoli

comunali e tardo-medievali perché non si qualificavano più come villaggi esclusivamente o

essenzialmente agricoli, bensì esprimevano nuove funzioni di centri di servizio della campagna.

2.3 Il mare e il primo risveglio urbano a cavallo del Mille

Un’altra e più grande innovazione che si presenta nell’organizzazione del territorio italiano negli

stessi tempi di fondazione e maturazione del sistema feudale riguarda la ripresa o la nascita di

alcune città e porti costieri, le “repubbliche marinare”; Amalfi, Venezia, Pisa e Genova, che iniziano

allora la pur lunga e contrastata fase della riconquista militare e commerciale del Mediterraneo

occidentale.

Nel IX e X secolo il commercio marittimo con l’Oriente è così scarso da esser accentrato

prevalentemente nella piccola Amalfi - un approdo fortificato. Pisa e Genova, all’inizio del

secolo XI, prendono il controllo della Corsica e della Sardegna. Amalfi è debellata alla fine del

secolo XI dai Normanni e dai pisani loro alleati.

Può essere significativo il fatto che il commercio di Amalfi, visto con sospetto da tutto il resto della

cristianità, sia cessato bruscamente non per un intervento arabo, ma perché l’occupazione della

Sicilia da parte dei normanni sbarrò gli accessi al Mediterraneo orientale.

Venezia, Pisa e Genova si sviluppano precocemente, entro il secolo XII coglione delle città

definisce la sua forma.

L' assoluta originalità del caso veneziano si misura nella matrice originaria bizantina e nel rapporto

diretto con Bisanzio mantenuto fino alla conquista turca.

Da tali fatti nascono, per straordinaria ibridazione, alcune delle più esclusive caratteristiche

della città: soprattutto il sistema costruttivo. La sicurezza del sito, la stabilità politica e

l'efficienza del governo collettivo, escludendo le mura perimetrali e le fortificazioni dei singoli

edifici. È noto che Venezia seppe ben valorizzare la sua posizione geografica unica in Europa

per quanto riguardava i rapporti con l'Oriente musulmano, con Bisanzio e coi regni cristiani

dell’Occidente. La posizione di Venezia non temeva confronti.

La posizione Insulare di Venezia era ottima ai fini difensivi. Le sue lagune e i suoi porti le

assicuravano le risorse dell'industria del sale, che a sua volta costituiva la merce di scambio più

importante in assoluto.

I suoi cittadini erano i più importanti trasportatori e costruttori navali dell'intero del

Mediterraneo. Già molto tempo prima delle Crociate, dunque, Venezia poté prosperare grazie

all’abile sfruttamento della sua posizione di mediatrice fra la cristianità occidentale, l’Impero

bizantino e il mondo arabo.

E’ l’unica città-stato europea che compete vittoriosamente con gli Stati nazionali nel XVI sello, e

rimane una grande potenza mondiale fino al XVIII.

Pisa, contrariamente a Venezia, è un luogo abitato dall’epoca etrusca e romana. La città

medievale pur ricalcando parzialmente l’insediamento antico, deve considerarsi un organismo

nuovo, approssimativamente conforme al modello classico della scacchiera ma adattato

liberamente alla curva del fiume e alle opportunità del terreno.

34 di 56

Nella metà del XII, periodo di massima prosperità, si costruisce la cinta muraria. La coerenza

della forma urbana è basata sulla mirabile continuità dei procedimenti costruttivi, quindi

sull’omogeneità di un tessuto edilizio formato da moduli uguali ritmicamente ripetuti.

La diffusione e il prestigio dei modelli pisani si diffusero in un’area vastissima: Sicilia,

Sardegna, Puglia, Toscana, dove diventa un presupposto del successivo “rinascimento”

fiorentino.

La sconfitta della Meloria segnò la fine di una potenza commerciale, politico-militare e territoriale.

nel corso del XIV secolo la città si spopolò e il porto si interrò, la campagna sempre meno curata

divenne preda del paludiamo e della malaria. Nel 1406 perdeva persino l’indipendenza, per a

conquista fattane dai fiorentini.

Genova, rivale e poi vincitrice di Pisa, crea il suo porto e la sua attrezzatura urbana in un sito

ristretto, privo di comunicazioni agevoli con l’entroterra. Ha una forma urbana definita compare

nel IX secolo, quando la città acquista una funzione importante nel quadro dello stato

carolingio.

“I genovesi si avvantaggiarono di una posizione più favorevole di Pisa rispetto ai fiorenti centri

commerciali della Lombardia e del resto d’Europa. Fu quindi importante mercato e centro di

industria tessile.

Capitolo 3 : L’Italia della crescita comunale e della crisi basso-medievale

3.1 I secoli del primato: trend demografico e ‘rivoluzione’ comunale

La ripresa demografica irrobustisce e consolida il nostro paese che raggiunge nuovamente - dopo

un millennio - un ruolo di primato economico in Europa.

Alla base della ripresa demografica ci fu indubbiamente la minore incidenza, se non proprio

scomparsa, di alcuni fattori negativi. La più pericolosa tra le malattie epidemiche, la peste

bubbonica, si ritirò nei focolai endemici dell’Africa e dell’Asia.

Anche le minacce umane esterne - invasioni e scorrerie - con la fine del X secolo persero gran

parte della propria virulenza: la Penisola cessò quasi del tutto di essere oggetto di incursioni

provenienti dall’esterno.

La ripresa della popolazione urbana intorno al X-XI secolo è attestata da tutta una serie di

indizi: costruzioni di nuovi edifici in pietra, ampliamento del numero delle parrocchie, comparsa

di sobborghi, edificazione di nuove mura.

Le città “signorili” e “comunali” cominciano progressivamente ad adeguarsi a modelli urbanistici e a

materiali edilizi superiori - pietra e mattoni - che hanno lasciato tracce materiali rispetto alle città

alto-medievali.

Specialmente all’inizio di questa prima fase dello sviluppo urbano le città vedono un pullulare di

nuclei privato-feudali, ognuno con una sua autonomia; nei secoli X-XI la città è ancora una

somma di tante parti omogenee e polifunzionali.

Tale fase iniziale della crescita urbana si realizza ovunque sotto l’ala protettrice del potere

vescovile, che si affianca a quello feudale, per poi sostituirlo.

Se inizialmente lo sviluppo urbano si verifica soprattutto laddove le città “sono privilegiate dalla loro

posizione geografica, rispetto al sistemasi comunicazioni, alle linee dei traffici”. Con il tempo tali

centri si modellano in modo razionale in rapporto al territorio circostante.

“Riprende forma l’organizzazione urbanocentrica del territorio”. Dopo la sconfitta e la morte di

Federico II di Svevia nel 1250 - che segna la vittoria del policentrismo sull’Impero - le nostre città

“hanno adeguato le loro strutture alle loro nuove funzioni territoriali e decollano verso lo sviluppo

che nel XIV secolo le vedrà all’avanguardia rispetto a tutte le città dell’Occidente europeo”.

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Anche la maglia insediativa rurale subì modifiche importanti. In molte parti delle campagne

italiane si sviluppò il processo di incastellamento. La proliferazione dei castelli ebbe effetti

importanti sull’assetto dell’habitat, promuovendo la concentrazione della popolazione e

mutando in parte i caratteri del paesaggio agrario e le forme di sfruttamento del suolo.

A partire dall’XI secolo, riprese grande impulso anche la fondazione delle abbazie benedettine che

contribuirono non poco all’allargamento e al popolamento dello spazio agrario, mediante diffuse

operazioni di bonifica e disboscamento.

La popolazione della città crebbe più a quella delle campagne, soprattutto a seguito di una vasta,

spontanea o coatta immigrazione rurale. Anche la tradizionale divisione tra città e campagna.

Venne di nuovo decisamente imponendosi, ridiventando le città soprattutto, il luogo dei traffici e

delle manifatture, e le campagne il luogo della produzione agraria e dei lavoranti agricoli.

Non soltanto i cittadini proprietari vennero sempre più consumando in città i prodotti ricavati dalle

loro terre, ma le città divennero un permanente mercato di smercio dei prodotti del circondariato.

Crebbe il volume della produzione e degli scambi, che ebbe per effetto la conquista di una

posizione di predominio mercantile ed economico da parte dell’Italia sull’Europa.

Questi sviluppi non ebbero ovunque la stessa intensità. Emersero “due Italie”: una densamente

popolata, più urbanizzata e “industrializzata”, l’altra meno popolata, più nettamente agraria e

feudale. Essa tendeva ad identificarsi con la divisione geografica tra l’Italia centro-settentrionale da

un lato e l’Italia meridionale e insulare dall’altro.

Se per l’Italia centro-settentrionale, anche sul piano politico, si può a buon diritto parlare di una

“storia urbana”, per il Meridione e le isole bisogna parlare piuttosto di una “storia regionale”.

Soltanto nel Centro-Nord la crescita demografica delle città e il loro sviluppo economico ebbero un

carattere rivoluzionario e il potere politico passò ai governi comunali, più tardi sostituiti dai governi

signorili. Nel Meridione si sviluppò una debole borghesia e le città commerciali vennero addirittura

dissanguate dal feroce fiscalismo soprattutto degli Angioini.

E’ da riferire l’insorgere della “questione meridionale” proprio alla particolare debolezza urbana del

Sud e alla separatezza politica, socio-culturale ed economica fra città e campagna. Quì, infatti, le

città “mai riuscirono ad essere centro di iniziativa politico-economica ma furono semplici

agglomerati di famiglie e di case”, privi di veri e propri ordinamenti comunali, tanto da diventare

una sorta di colonia dei mercanti del Nord.

C’era un notevole squilibrio tra popolazione urbana e popolazione rurale. DI conseguenza la

produzione cerealicola era di norma insufficiente a coprire il fabbisogno interno.

Le stesse carestie, gli incrementi dei prezzi dei cereali, la crescita dell’indigenza e le crisi di

sussistenza che tormentarono la società italiana del XIV secolo, stanno a dimostrare la presenza

di radicali “scompensi del sistema: squilibrio tra popolazione urbana e popolazione rurale, rese

della terra assai basse, difficoltà crescenti nell’organizzazione degli scambi sulla lunghe distanze,

processi di ristrutturazione nelle campagne che aumentavano la massa dei contadini privi di terra”.

Da allora, un fascio di infrastrutture cominciò a legare alle città dominanti le varie parti di ciascun

spazio vitale o “contado”.

La ripresa degli scambi commerciali che si ebbe soprattutto nel corso del XIII secolo, determinò un

movimento di uomini e di merci senza precedenti. Vecchi tracciati furono ripristinati e più celebri

collegamenti creati anche per le comunicazioni oltremontane.

Strade, idrovie e porti marittimi produssero effetti di polarizzazione di straordinaria portata.

La via Francigena fu un poderoso strumento di crescita economica, oltre che una determinante

fondamentale per lo sviluppo urbano. In non pochi casi lo stesso impianto degli abitanti si strutturò

in funzione della strada: un esempio paradigmatico è costituito da Siena, che vide il suo primitivo

insediamento (Castelvecchio) “gemmarsi” in una sede di borghi sviluppatisi a nord e a sud del

punto in cui si staccava dalla Francigena, il raccordo diretto al nucleo originario. Ciò condurrà a

quella caratteristica conformazione a “V” della città, che vedeva l’importante arteria medievale

tagliare longitudinalmente il tessuto urbano da porta Camolla a porta Romana.

La via Francigena fu quindi uno dei principali fattori che contribuirono allo sviluppo della vita

economica e sociale dell’Italia medievale, anche se proprio per la crescita indotta fin poi perdere la

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sua preminenza per la sopravvenuta maggiore articolazione della viabilità a orizzonti

sovraregionali. Il termine di “francigena” era divenuto sinonimo di strada di grande importanza.

Nonostante i progressi compiuti, non si devono dimenticare i limiti di fondo del sistema stradale

tardo-medievale. “Fino al XVIII secolo le strade rimasero in genere a terra battuta”, e quindi

facilmente usurabili, con tracciati per di più tortuosi e con grande penturia di ponti.

3.2 La crisi demografica ed economica tardo-medievale

Le carestie produssero pressoché ovunque larghi vuoti demografici, e contribuirono pure a

preparare un terreno favorevole alle epidemie: depauperando gli organismi, per scarsa e cattiva

alimentazione, delle loro naturali resistenze organiche, fino al tragico episodio della peste

bubbonica del 1347-50.

Ma circa l’impatto sulle sedi abitate non sembra possibile riferire direttamente alla peste i numerosi

abbandoni di castelli che si verificarono nella seconda metà del XIV secolo.

In generale, tale ‘cataclisma’ era dovuto ai mutamenti politici e socio-economici che stavano

delineando equilibri territoriali nuovi. Semmai, la crisi demografica servì a rimescolare in maniera

non trascurabile e ‘definitiva’ il quadro etnico-culturale italiano. Essa, infatti, dette nuova linfa ai

flussi migratori interni: dalle montagne e dalle campagne verso i centri urbani, dalla pianura

padana verso le regioni dell’Italia centrale. L’immigrazione dall’esterno vide un afflusso consistente

di uomini provenienti dall’Europa centrale. I flussi migratori provenivano dalla penisola balcanica,

dei gruppi di immigrati còrsi e dalla Germania dei prestatori ebrei.

Quasi alla fine del Medioevo, “la maglia urbana si presentava assai meno fitta e consistente

rispetto a un secolo e mezzo prima. Il calo demico aveva colpito in misura maggiore la Toscana e

poi l’Umbria e le Marche. Dalla metà del XV secolo si registra un’inversione di tendenza con una

ripresa demica.

3.3 I caratteri urbani di una società rurale. La ripresa delle città e dei centri minori

“Dall’XI al XV secolo” le città si popolano, gli scambi si infittiscono, la moneta riprende a circolare, i

commerci riprendono anche a lungo raggio e si consente quindi la formazione e l’ascesa di nuove

classi sociali: il cittadino e il rurale.

Grazie al risveglio demografico ed economico, molte delle decadute città esprimono chiari sintomi

di crescita.

Il processo di sviluppo urbano si deve pressoché ovunque alla sostituzione del potere dei feudatari

prima con quello dei vescovi e poi con “quello dei mercanti ed artigiani che avevano bisogno di una

città più ordinata e funzionale, con strade più ampie e meno tortuose”. Questo cambio della

guardia è in genere evidenziato da interventi dal chiaro significato simbolico, come la costruzione

del palazzo pubblico e l’abbattimento delle torri gentilizie.

Le città diventavano centri specializzati delle attività secondarie e terziarie, non sottoposti a una

autorità politica centralizzata come nel mondo antico. Ognuna di esse svolge un insieme di

iniziative commerciali, industriali, finanziarie e culturali molto più estese e compete con le altre in

scala continentale e mondiale. A partire dal XI secolo le città conquistano in vari modi l’autonomia

e sostengono vantaggiosamente il confronto coi poteri statali deboli e lontani.

L’organizzazione politica condizione la forma fisica delle città, con varie innovazioni costitutive data

dall’avvicendamento degli edifici pubblici e privati.

Lo spazio pubblico della città ha una struttura risultante dall’equilibrio fra diversi poteri: il

vescovato, il governo civile, gli ordini religiosi, le corporazioni, le classi. Una città abbastanza

grande non ha mai un centro solo: ha un centro religioso, un centro civile, uno o più centri

commerciali. Ogni città è divisa in quartieri che hanno la loro organizzazione individuale, i loro

simboli, spesso la loro organizzazione politica.

Il carattere chiuso e privilegiato della città medievale ha come conseguenza la concentrazione: la

città occupa uno spazio ristretto, il centro della città è il luogo più ricercato, gli edifici crescono in

altezza e la sagoma generale che ne deriva viene dominata dagli edifici pubblici sviluppati in

proporzione verso l’alto. le mura indispensabili alla difesa sono l’opera pubblica più dispendiosa.

Sulla base di precise scelte politiche e di normative minuziose, le cinta murarie vennero quasi

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dappertutto ampliate per inglobare borghi extramoenta costituitosi nelle principali vie di

comunicazione diramatisi dalla porte cittadine e gli spazi fino ad allora utilizzati come agricoli.

Le aree libere erano considerato non soltanto un serbatoio per la futura espansione della

popolazione, ma anche per una riserva per l’approvvigionamento immediato di prodotti agricoli.

La crescita delle città, fino almeno a tutto il XIII secolo continuò ad essere scandita dalla creazione

di nuovi borghi all’esterno delle mura e da successivi inglobamenti grazie all’allargamento della

cinte medesima.

Molti degli spazi verdi inseriti entro la cerchia muraria erano accuratamente e intensivamente

coltivati per il mercato cittadino. Specialmente la Vitti manteneva o assumeva, dall'alto medioevo,

un buono dominante nei “giardini chiusi” delle città. All'interno della città, i governi provvidero a

realizzare i simboli di nuovi equilibri politici, i palazzi comunali, le piazze porticate del mercato e

delle cattedrali.

L’autonomia politico-amministrativa quasi completa guadagnata dalle città dell'Italia centro

settentrionale nei riguardi dell’Impero valse a garantire non solo l'autogoverno urbano, ma anche il

controllo del territorio circostante: ogni centro tese ad allargare l'antico distretto dipendente

amministrativamente dalla civitas con azioni diplomatiche con militari intraprese nei riguardi dei

residui poteri feudali o delle città rivali limitrofe.

L'urbanizzazione dell'Italia post Mille realizza un telaio di centri numerosissimi e diversificati, su cui

è ancora costruita in larga misura la rete degli insegnamenti in cui viviamo. Buona parte dei centri

medievali sopravvivono nei nostri insediamenti come entità amministrative locali e una presenza

vivissima negli abitudini e nell’immaginazione.

Nessuna regione europea conosceva una concentrazione di città pari a quella dell'Italia. La

distribuzione dei centri urbani non era uniforme. La forte crescita della popolazione urbana fu

conseguenza soprattutto dei flussi migratori che ebbero come luogo d'arrivo le città. Esse

divennero poli di attrazione per molti abitanti delle campagne circostanti: Dalle campagne venivano

anche i grandi e medi proprietari fondiari ed esponenti dei ceti professionali, a cominciare dai notai,

ma anche lavoratori specializzati, artigiani dipendenti e bottegai.

3.4 Le nuove fondazioni di città e villaggi (“terre nuove”)

Un po' in tutta Europa e anche in Italia, “nuove grandi ondate di colonizzazione e di di fondazione

abitati si è vero con la ripresa demografica dopo il 1000.

Alla denominazione di “Terra nuova”/ “Villa nuova” o “Borgo franco”/“Castel franco”/“Villa franca”.

Tutto questo movimento si compagna radicale evoluzione sociale: la crisi del feudalesimo e il

rapporto servile, e la nascita di una nuova classe di liberi cittadini dediti al commercio,

all'artigianato e alle arti liberali. Infatti, gli abitanti dei nuovi insediamenti - per essere invogliati a

trasferirsi in queste sedi - erano affrancati da ogni servitù feudale ed altri obblighi o prestazioni

particolari, anche di tipo fiscale.

I centri più nettamente agricoli sono sorti in stretta relazione con la struttura produttiva primaria.

Il generale, i comuni rurali “erano organizzazioni economiche e produttive, Oltre che politiche,

corrispondendo generalmente ai mercati rurali, raggiungibili in giornata ai campagnoli. Essi

possedevano spesso terreni a bosco e al pascolo, talora anche seminativi”, che in genere

venivano fruiti in maniera controllata da Tutte le famiglie residenti da vecchia data (i “comunisti”), e

solo da essi.

Anche al culmine dello sviluppo della civiltà urbana comunale tutte le città italiane erano, in varia

misura, città di proprietari fondiari e l'aspirazione al possesso della terra accomunata tutti i ceti

cittadini. Se la distinzione tra città e campagna non era in nessun luogo netta, meno netta ancora

era la separazione tra commercio e agricoltura e tra manifattura e agricoltura.

Nelle terre si cercava, oltre alla sicurezza alimentare la garanzia di uno status conquistato con

fatica e spregiudicatezza e una garanzia contro i più rischiosi guadagni della mercatura e della

banca. 38 di 56

3.5 Bonifiche, dissodamenti e sviluppo dell’agricoltura

La crescita demografica dei secoli successivi al Mille produsse una generale estensione delle

aree coltivabili ai danni di boschi, incolti a pastura e acquitrini, con innovazioni tecniche e

agronomiche chi si affermarono lentamente ma che, alla fine, determinarono il progressivo

miglioramento delle strutture agrarie e delle condizioni alimentari e di vita dei contadini. Molte

famiglie contadine, affamate di terra, ampliarono i loro campi, quasi sempre furtivamente, a danno

delle vicine foreste e dell'incolto.

Ben presto la bonifica assunse una funzione antifeudale divenendo oggetto della politica degli stati

a base territoriale più ampia e specialmente dei liberi comuni cittadini: allora i disboscamenti e i

dissodamenti assunsero l'aspetto di una vera e propria colonizzazione organizzata su basi

collettive.

Sempre più spesso è il comune cittadino culturale che coordina la fruizione collettiva dei diritti

d'uso su terre comunali, stabilendo pure impegni per la difesa idraulica di un dato territorio con la

costruzione e la manutenzione di arginature, di fossati e di canali.

La pressione sulla terra non avrebbe coinvolto sotto la pianura e la collina ma si sarebbe cresciuta

anche sulle vallate montane. Operazioni di matrice ora signorile e ora comunali riguardano un po'

tutto il paese. Gli interventi di valorizzazione sono in larghissima misura riconducibili alla finalità di

promuovere l'individualismo agrario, con la piena proprietà, o almeno il pieno possesso enfiteutico

delle terre. Pertanto, vennero eliminati o drasticamente limitati i diritti d'uso di pascolo o semina, di

legnatico, caccia pesca.

In tale contesto, si inquadra anche il grande processo dell'espansione della grande e media

proprietà terriera cittadina ai danni di quella piccola contadina. In genere, tale fenomeno passa

attraverso la frammentazione dell'impoverimento della piccola proprietà e del piccolo possesso

enfiteutico e precisamente delle forme legate alla conduzione diretta delle terre. I sintomi della crisi

delle aziende familiari gestite da agricoltori proprietari o livellari sono evidenti nel XIII secolo e si

generalizzano nei secoli XIV e XV.

Nelle campagne dell'Italia centro-settentrionale, più polarizzate delle città borghesi, si disgregano

rapidamente le vecchie forme dell’agricoltura e della società feudale, e se ne creano di nuove. La

signoria terriera della corte finisce col frammentarsi in una miriade di piccole unità di produzione e,

sempre più spesso, in singoli appezzamenti o campi, che finiscono, ogni proprietà o in enfiteusi,

Nelle mani di contadini anche abbienti e di artigiani o bottegai campagnoli, oppure, più spesso,

della piccola nobiltà e della borghesia.

Le piante da industria come il lino e canapa trovano una terra di elezione nella pianura padana,

dove si specializzarono, mentre le piante Tintori e vennero coltivate inizialmente nelle colline

dell'Italia centrale.

Grazie alle grandi realizzazioni di bonifica e dissodamento o di vera e propria colonizzazione, si

apre, per i singoli agricoltori, una pagina nuova e più evoluta, costituita dalle sistemazioni idraulico-

agrarie con diffusa tendenza a sostituire le rovinose lavorazioni e sistemazioni del “ritocchino” dei

rilievi o quelle un po' più efficaci del “cavalcapoggio”, con lavorazioni e sistemazioni orizzontali:

innovazioni che danno vita a un più maturo e articolato paesaggio agrario.

Nelle colline dell'Italia centrale comincia a definirsi il reticolo irregolare dei “campi a pigola” (cioè a

spigolo, a lati rettilinei ma non paralleli): in questo sistema prevalgono le chiusure meno cospicue

di siepi vive con morte, addirittura quelle semplicemente rappresentate da fosse o scoline

contornate da filari di alberi. I “campi chiusi” vanno gradualmente a improntare i paesaggi delle

pianure.

In molti casi, sono gli stessi statuti comunali a prescrivere agli agricoltori l'impianto della vite e degli

“alberi domestichi” (tra cui primeggia all’olivo). In definitiva, la crescita agricola dei tempi comunali

produsse un imponente trasferimento di denaro dalla campagna alla città che ne consacrò

definitivamente la supremazia.

3.6 La differenziazione dei sistemi e dei paesaggi agrari italiani. I sistemi di mercato evoluti

Con l’età delle bonifiche e dei dissodamenti agrari si apre intorno al Mille, i processi di

‘modernizzazione’ avviati nell’economia e nella società produssero la costituzione di due nuovi

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Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DeadEnd di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia storica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Puttilli Matteo.

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