Antropologia culturale
Le discipline DEA
Con questo acronimo si indica una disciplina che va a studiare l’antropologia culturale (con approcci teorici e comparativi), l’etnologia (studi settoriali su specifici popoli e culture) e la demologia (studio della cultura popolare). In antropologia è importante cercare di definire il concetto di cultura: si intende il complesso degli elementi non biologici attraverso i quali gruppi umani si adattano all’ambiente e organizzano la loro vita sociale. Fanno parte di questo insieme le tecniche del lavoro, le parentele, il linguaggio, i valori, le credenze ecc.
L'origine dell'antropologia culturale
Nasce nella seconda metà dell’800, diventando un’autonoma disciplina insegnata soprattutto in Gran Bretagna. Si fa corrispondere la sua nascita con l’uscita del libro di Tylor, nel 1871, “Primitive Culture”, in un periodo in cui i ceti dominanti europei si considerano punta di diamante di una civilizzazione proiettata verso il futuro. Il titolo del libro rimanda a un particolare settore dell’antropologia: quello dello studio dei “primitivi”.
Vocazione per la diversità
L’antropologia culturale continua a definirsi in base alla sua vocazione per lo studio delle differenze. L’antropologia può essere affrontata in diversi modi: con un “giro breve” inteso come le forme di conoscenza puramente speculative e che si pongono il problema della diversità; e un “giro lungo”, che mette in evidenza la contrapposizione del pensiero occidentale: da una parte l’analisi del nostro modo di pensare considerato su una base razionale, dall’altro l’idea di poter definire la razionalità attraverso la molteplicità empirica della consuetudini locali, non assolutizzando il nostro punto di vista ma mettendolo alla prova con la diversità. Da qui nasce l’importanza che in questa materia riveste il concetto di “comparazione”. Inoltre, si ha una vocazione “critica” per tutto ciò che riguarda la propria cultura e società.
Ricerca sul campo
L’antropologia si serve di ricerche empiriche, dette “fieldwork” o lavoro sul campo. La figura dell’antropologo all’inizio del 900 può essere riassunta in Malinowski che, con il suo libro “Argonauts of western pacific”, svolge una dettagliata ricerca sulle isole delle Trobriand. Per lui, per capire a fondo una cultura è indispensabile vivere all’interno della comunità, coniando l’espressione “osservazione partecipante”. Questo tipo di indagine poteva/doveva provocare uno stranamento dalla propria cultura di provenienza. Al giorno d’oggi questo metodo non è più utilizzato perché l’equazione “un territorio, un popolo, una cultura” non funziona più.
Specialismi disciplinari
Le specializzazioni solitamente si muovono intorno allo studio di specifiche aree e continenti. È indispensabile, poi, sottolineare le specializzazioni che derivano dalla suddivisione delle fonti: possono essere orali (che sono il più comune strumento utilizzato nella ricerca) e scritte (non si può sottovalutare la dimensione storica). Esistono poi le fonti iconiche e quelle materiali (antropologia museale). Le specializzazioni possono essere:
- Antropologia storica (analisi culturale del passato)
- Antropologia linguistica (etnografia della conversazione e del discorso)
- Antropologia psicologica (variazioni interculturali del concetto di persona)
- Antropologia medica
- Antropologia filosofica
Partizioni della cultura
Esistono diversi aspetti di una cultura e delle pratiche sociali che vanno analizzate, ed è frequente che uno studioso si focalizzi principalmente su un ambito specifico:
- Sistemi di parentela
- Sistemi economici
- Stratificazione sociale
- Linguaggio
- Religione e magia
- Etnoscienza (saperi naturalistici)
- Espressione estetica (artigianato, arte, canti ecc.)
- Mutamento culturale e antropologia della contemporaneità
Esiste poi un’antropologia urbana, del turismo, dello sport e del consumo di massa.
Razza, cultura e etnia
Razza
Questo termine comincia ad essere usato a partire dal 1500 per indicare una discendenza o un gruppo di parentela. La nozione di razza si afferma nell’Ottocento come strumento concettuale di una riflessione sull’origine del genere umano. Nel 1856 Gobineau pubblica “Saggio sulla ineguaglianza delle razze umane” i cui punti cardine sono: la naturalizzazione di ogni tipo di differenza, l’affermazione di una gerarchia tra razze, l’orrore per la mescolanza tra razze. La superiorità della razza bianca è dimostrata sia dai risultati raggiunti nello sviluppo della civiltà occidentale, ma anche da fattori estetici. Bellezza fisica equivale a superiorità. Gobineau ritiene che il destino di ogni gruppo umano è segnato dalla razza di appartenenza e nulla può essere modificato.
Nell’Ottocento esiste un altro filone di razzismo che trova piena espressione nell’opera di Darwin e di Herbert Spencer: l’evoluzione mette fine alla disputa fra teorie monogenetiche (tutta l’umanità ha un’origine comune e le differenze sono frutto dei processi di evoluzione) e poligenetiche (le differenze rimandano a origini diverse) delle razze. L’evoluzionismo è per la teoria monogenetica: questo significa che se tutte le razze partono da una stessa radice, ma alcune raggiungono livelli di sviluppo superiori a altre, si afferma l’esistenza di una gerarchia tra esse. Non solo, si tratta di una gerarchia legittimata da una legge naturale (lo sviluppo dipende da migliori capacità di adattamento del popolo ecc.) e quindi è “oggettiva”.
Esistono poi nel corso dell’Ottocento degli strani soggetti detti “razzisti progressisti” che ritengono di poter influire sull’evoluzione delle razze umane attraverso una programmazione scientifica (politiche biologiche, tipo l’eugenetica durante il nazismo).
Cultura
Termine che entra nell’uso a metà dell’Ottocento. Per gli antropologi ottocenteschi l’evoluzione culturale è il prolungamento di quella biologica e si sostituisce a essa nel determinare le caratteristiche dei gruppi umani. Essi spiegano la diversità culturale ipotizzando un unico processo di evoluzione culturale che però si muove a velocità diverse in diverse parti del mondo e per diversi gruppi umani. I popoli primitivi sono quindi situati in un “tempo passato”. Questo concetto porta a legittimare il dominio coloniale e apre una questione fondamentale: quella del considerare il primitivo-bambino, un’immagine centrale nella antropologia ottocentesca e che rappresenta la variante culturale del razzismo. Quindi a una gerarchia piramidale di gruppi umani si sostituisce quella di un mondo suddiviso in una pluralità di culture.
Il principio del relativismo culturale è che non si possono formulare giudizi estetici e cognitivi al di fuori di un contesto culturale poiché è il contesto a stabilirne i criteri di riferimento. Lo sviluppo dell’antropologia moderna potrebbe essere descritto come un progressivo approfondimento della critica all’etnocentrismo: il punto di vista secondo cui il gruppo a cui si appartiene rappresenta il centro del mondo. Questo atteggiamento in un certo senso è naturale e universale e crea anche coesione all'interno di un gruppo. L’etnocentrismo sarà teorizzato da Herkovits e Lévi-Strauss. Essi riconoscono l’universalità dell’atteggiamento etnocentrico ma vedono il segno distintivo del progresso culturale nella capacità di tenerlo sotto controllo promuovendo il dialogo tra le diverse culture. Secondo Levi Strauss il barbaro è colui che crede nella barbarie (super slogan rappresentativo...).
Etnia
È il termine usato per esprimere differenze tra gruppi umani, intese come differenze in qualche modo pre politiche. Il termine è di origine greca e significa “ethnos” che indica un aggregato di individui distinto da proprie caratteristiche. Con il senso discriminatorio proprio dei greci questo termine è passato così al linguaggio biblico in cui ethne designa ebrei e non cristiani. Nelle lingue europee moderne il derivato “ethnici” ha la valenza dispregiativa di “pagani”. Un uso neutrale si afferma solo a partire dall’Ottocento. L’aggettivo etnico e il sostantivo etnia vengono letti secondo il modello delle cartine politiche degli atlanti, incentivando le culture come elementi immobili e ben distinti tra di loro. Ovviamente non è così: paradossalmente è stata anche l’antropologia che ha naturalizzato le varie culture, abituandoci a pensare così come sono e come se così fossero sempre state.
Razzismo differenzialista
Anche detto fondamentalismo culturale. Il neo-razzista differenzialista non parla più di razze e riconosce che tutte le culture del mondo abbiano pari dignità. Ma su questi principi di tolleranza afferma l’esigenza xenofoba: se la vita di ognuno di noi si trova in una cultura ben diversa da un'altra allora è giusto che non vi sia mescolamento tra di loro. Serve preservare l’integrità: secondo Levi Strauss occorre una dose “di sordità tra le culture” proprio per evitare contaminazioni troppo profonde. La sua posizione è stata poi forzata per giustificare l’odio per l’immigrazione.
Come riconoscere il neo-razzismo? Ovvero: quali sono i punti in comune tra razzismo della prima metà del novecento e il razzismo culturale degli ultimi decenni del secolo? La risposta ce la da Pierre André Taguieff che individua tre atteggiamenti intellettuali:
- Categorizzazione essenzialista: riduzione dell’individuo allo statuto di un qualsiasi rappresentante del suo gruppo: avviene la riduzione dell’individuo a “essenze”. Per far entrare in gioco questo meccanismo però è necessario che sia presente un’asimmetria di potere. Cioè, se dite “gli svizzeri sono tutti puntuali” non siete razzisti, ma se dite “gli albanesi sono tutti ladri” lo siete. La riduzione a essenza del gruppo avviene in entrambi i casi ma la questione è differente: occorre infatti che l’essensializzazione avvenga da parte in un categoria superiore verso una debole o subalterna, vista come una minaccia per la propria posizione.
- Stigmatizzazione: secondo una presunta immutabile essenza, gli “altri” possono essere stigmatizzati, cioè subire un processo di esclusione simbolica (una conseguenza è la mixofobia cioè paura della mescolanza e dell’ibridazione).
- Barbarizzazione: convinzione che certe categorie di esseri umani non siano civilizzabili.
Dal punto di vista degli atteggiamenti pratici Taguieff distingue tre diversi livelli di azioni legate alle precedenti condizioni:
- Segregazione, discriminazione, espulsione
- Forme dirette di persecuzione
- Genocidio
Il genocidio è dunque sempre inscritto come possibilità nei livelli di base della discriminazione razzista.
Antirazzismo
Contrapporsi al razzismo è assai complesso perché l’antirazzismo rischia di riprodurre gli stessi meccanismi del razzismo. L’antirazzista è esso stesso impregnato di stereotipi, pregiudizi, di valutazioni essenzialiste e stigmatizzazione verso gli altri.
Etnocentrismo, relativismo e diritti umani
Le ragioni e i costumi
Fin dall'epoca classica la cultura occidentale ha considerato la diversità degli usi e costumi come un ostacolo. Franco Remotti ne propone un'analisi nel libro "Noi, primitivi": divide la storia della filosofia in "giro breve" e "giro lungo". Nel primo caso si tratta di una riflessione introspettiva dove il pensiero volge su se stesso, lasciando da parte gli "accidenti empirici", come ad esempio il considerare inutile lo studio degli abitanti della Polinesia solo perché stanno ai margini e sono assenti da quella Storia di cui invece fa parte l'unica civiltà umana. L'approccio del "giro lungo" invece è il confronto con la diversità.
Michel de Montaigne nei suoi "Essais" usa il tema della diversità a sostegno di argomentazioni che anticipano certi impianti moderni relativisti. Di particolare rilievo è il saggio "Sui Cannibali": Montaigne considera il cannibalismo come pratica culturale organica, piuttosto che espressione di bestialità. È un atto di morale e pietà, ben diversa dalle barbarie inflitte dagli europei. Montaigne introduce quindi un concetto fondamentale: quello di "etnocentrismo", il fenomeno che ci fa apparire ovvio e naturale quanto ci è familiare, il considerare valore assoluto quello ci appartiene, mentre può trattarsi solo di convenzione o consuetudine. È questo il paradosso del relativismo, il cercare di capire cos'è consuetudine e cosa valore assoluto. Montagne risolve il tutto con una spiccata ironia, dando la colpa a Dio che si diverte stravolgendo e cambiando la scala di valori del mondo.
Relativismo epistemologico
L'antropologia, ovviamente, sta dalla parte del giro lungo ma allo stesso tempo risiede nel pensiero positivista (come ci mostra il più famoso libro di antropologia "Il ramo d'oro" di Frazer). La storia dell'antropologia è la storia della tensione culturale: un atteggiamento scientifico radicato nel positivismo che tuttavia si mette alla prova e si confronta con le istanze del giro lungo. Nel corso della storia si incontra e scontra con altre discipline e solo nel XX secolo entra in rapporto con una più vasta sensibilità relativistica che caratterizza tutto il periodo: si tratta della scienza e della psicoanalisi, dove il "Primitivo dentro di noi" diventa oggetto di studio e affascina l'immaginario collettivo.
Secondo Peter Winch l'antropologia insegna di non pretendere di possedere a priori criteri universali di razionalità prima di accostarci alla diversità delle culture di epoche storiche: gli antropologi non possono legittimamente giudicare false o irrazionali le credenze o i modi di vita di un'altra cultura. Secondo Winch la comprensione antropologica deve mostrare la stregoneria, la religione o la scienza come diverse possibilità di dare un senso al mondo e alla vita. Questo è il relativismo epistemologico o cognitivo, che riguarda cioè le forme della conoscenza.
Relativismo etico
Il "Relativismo" è un'imputazione critica e il termine è usato in modo polemico da parte dei sostenitori di una concezione forte o assoluta della razionalità cognitiva contro chi intende invece ricondurre la razionalità a condizioni storico-naturali. Il relativismo etico riguarda la formulazione di giudizi morali e sistemi di valori. Melville Herskovits ne propone una definizione: "i giudizi sono basati sull'esperienza e l'esperienza è interpretata da ogni individuo nei termini della sua propria inculturazione". In altre parole, c'è il tentativo un po' paradossale di affermare il relativismo attraverso una retorica positivistica. Nella sua opera "Statement on Human rights" afferma con molta nettezza che ogni individuo realizza la propria personalità all'interno e attraverso la propria cultura e che "costumi e valori sono relativi alla cultura da cui derivano". Quindi vanno preservati. Il suo scritto non venne accettato nella Dichiarazione dei Diritti, perché la loro politica vedeva le differenze come ostacoli da abbattere e non da mantenere. Di conseguenza, l'antropologia e il discorso umanitario entrano in tensione. Ne è esempio il rapporto tra l'etnografo francese Levi-Strauss e le organizzazioni umanitarie. Levi-Strauss viene incaricato negli anni ’50 dall'Unesco di scrivere una critica all'ideologia razzista: ne esce "Storia e razza". Nell'opera, una volta abbandonate le teorie razziste ci troviamo di fronte al problema della molteplicità delle culture. Secondo Levi-Strauss limitarsi ad affermare l'uguaglianza naturale di tutti gli uomini non basta, perché ogni uomo realizza la propria natura in una propria cultura tradizionale. Il problema quindi è: Come conciliare questo aspetto di "diversità" con i principi di "uguaglianza" dell'umanità? La soluzione consiste nell'affermare che la comune umanità si realizza ATTRAVERSO e non MALGRADO le differenze culturali. Il contributo di ogni cultura alla civiltà consiste non tanto nella somma delle acquisizioni di ciascuna, quanto negli scarti differenziali che la separano. Il progresso, infatti, è il frutto della reciproca fecondazione di tradizione diverse: ciò implica da una parte tolleranza, ma dall'altra difesa delle proprie differenze.
Nel libro "Tristi tropici" evidenzia il senso di irreversibile perdita dei mondi "primitivi" di fronte all'avanzare di una monocultura occidentale che soffoca ogni differenza. Questo atteggiamento porterà Levi-Strauss a scontrarsi con le stesse organizzazioni internazionali.
Antropologia e diritti umani
Occorre distinguere due aspetti in queste posizioni di Herskovits e Levi-Strauss. Il primo ha una visione molto rigida ed esclusiva delle culture. Herskovits afferma che "l'uomo è libero solo quando vive nel modo in cui la sua società definisce la libertà". In Levi-Strauss le culture sono definite come "treni che circolano più o meno in fretta, ognuno sul suo binario e tutti in direzioni diverse."
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