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Capitolo 1: Stato e relazioni internazionali

La realtà delle relazioni internazionali

Le relazioni internazionali sono una disciplina accademica nata come ramo della scienza politica, e designano contemporaneamente:

  • Realtà: Le relazioni internazionali esistono da quando esistono delle unità politiche indipendenti (siano esse clan, popoli, imperi o stati) sufficientemente coese da riuscire a distinguere tra le relazioni che si svolgono al proprio interno e quelle che ciascuna intrattiene con le altre, ovvero relazioni internazionali. Pertanto, non sussistono in tutti quei contesti storici in cui manca la distinzione tra interno ed esterno, a causa dei confini imprecisi. A seconda della natura degli attori principali e delle diverse entità che compongono il sistema, le relazioni internazionali cambiano radicalmente.
  • Disciplina: La teoria delle relazioni internazionali è nata nel 1919 con l'istituzione in Galles della prima cattedra di International Politics, e trasmigrata poco dopo negli Stati Uniti. Questa trasmigrazione ha inciso fortemente sull'orizzonte della disciplina, infatti, la teoria delle relazioni internazionali si è rivolta alla vicenda della guerra fredda (2ª metà del '900), trascurando il rapporto tra il '900 e i secoli che l'hanno preceduto. In questo modo, si è smarrita la consapevolezza che la politica internazionale come la conosciamo noi, non è altro che un modello, storicamente e geograficamente determinato.

Globalizzazione politica interstatale

Il termine relazioni internazionali presuppone due cose per scontate:

  • Il mondo attuale costituisce un sistema politico, economico e giuridico unitario, tenuto insieme dalla fitta rete di interdipendenze. I protagonisti delle relazioni globali sono attori di varia natura, ma il posto principale spetta agli stati, in quanto unici titolari del diritto di impiegare legittimamente la violenza.
  • Il primo e fondamentale contrassegno del sistema politico internazionale moderno: la mancanza di un governo mondiale. Quindi ogni soggetto sarebbe costretto ad avere cura di se stesso, Anarchia Internazionale.

Il sistema politico internazionale è sì privo di governo, ma non per questo disordinato: il principale problema delle Relazioni Internazionali, è appunto capire come in un sistema anarchico si possa ottenere l'ordine. L'anarchia è stata per lungo tempo il contrassegno del pluralismo e delle libertà dell'Europa, in opposizione al dispotismo asiatico e allo spettro della monarchia universale.

Ma un ambiente privo di governo richiama lo Stato di natura di Hobbes della metà del '600, afferma che condannando tutti i soggetti all'autodifesa, la mancanza di un'autorità a cui rivolgersi per tutelare i propri diritti condanna ciascuno a preoccuparsi delle intenzioni degli altri, le azioni degli altri possano apparire sempre sospette o addirittura possano essere fraintese.

Sebbene, nella politica internazionale esistano dei freni quali la somiglianza culturale, le istituzioni o l'esistenza di relazioni continue tra gli attori, ogni volta che questi freni cessano di operare, l'anarchia piega verso quella condizione chiamata dilemma della sicurezza. Anche quando nessuno tra gli altri stati ha intenzione di attaccare gli altri, essi possono continuare a temere che le rispettive intenzioni non siano destinate a rimanere pacifiche e possono dunque sentirsi costretti ad accumulare in anticipo potenza (armi e alleati) per difendersi, incrementando la potenza (nel '900 corsa agli armamenti e agli alleati della guerra fredda).

Le tre tradizioni di pensiero

Il contesto anarchico offre contemporaneamente alla violenza, una condizione permissiva, un insieme di limiti e una possibile via d'uscita, che hanno dato spunto a tre grandi tradizioni di pensiero:

Hobbesiana

Analogia tra anarchia internazionale e qualunque altro tipo di anarchia. Ogniqualvolta che manca un'agenzia per promuovere i propri diritti, ciascuno potrà fare assegnamento sulle proprie forze e sulla propria capacità di premunirsi contro gli altri. In questo senso, la condizione che vige normalmente è un atteggiamento di guerra. Tuttavia, neppure in questo caso l'anarchia internazionale sarebbe condannata alla violenza, per due ordini di motivi:

  • Per lo stesso Hobbes, la guerra non consiste solo nell'atto del combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi è sufficientemente dichiarata, in cui per tutto il tempo non vi è assicurazione del contrario.
  • Politica interna: ogni volta che qualcuno minaccia o aggredisce qualcun altro rischia di incorrere nella sanzione della forza politica. Ma nel contesto internazionale la mancanza di una tale organizzazione costringe a provvedere da sé alla sicurezza, senza condannare a una guerra senza fine.

Groziana

Il sistema internazionale moderno ha sviluppato un proprio tessuto di istituzioni necessarie per la convivenza (es. diritto internazionale e conferenze internazionali). Questo basterebbe a confutare la tesi hobbesiana di equivalenza tra anarchia internazionale e anarchia. Tuttavia, è la visione della guerra che incide maggiormente. A differenza che nella prima teoria, qui la guerra può figurare persino come il contrario del disordine, o guerre en forme secondo l'espressione del giurista Vattel, sia in quanto è chiamata a svolgere un ruolo essenziale nel mantenimento dell'ordine internazionale sia in quanto, nello svolgimento di queste funzioni, essa è vincolata da precisi limiti:

  • Nella legittimità, poiché è possibile ricorrervi solo con giusta causa.
  • Nella conduzione, poiché richiede che siano tracciati limiti spaziali e temporali allo scontro per preservare almeno i neutrali e i non combattenti.
  • Nella titolarità, perché solo gli stati hanno diritto di combatterla legittimamente.

Kantiana

La visione kantiana si basa sul progetto per la pace perpetua, e suggerisce la possibilità di liberarsi del tutto dall'ammissibilità della guerra superando la forma anarchica della convivenza internazionale. L'analogia tra l'anarchia internazionale e lo stato di natura hobbesiano è solo apparente.

1. La prima differenza riguarda la dimensione del potere. Anarchia nello stato di natura: i soggetti sono tutti egualmente in grado di nuocersi, quindi di uccidersi. Nel contesto internazionale l'anarchia, nessuno può aspirare ad invadere o distruggere gli USA, quindi la disuguaglianza di potere ha potuto essere vista come il surrogato del governo in un ambiente anarchico.

2. La seconda differenza è costituita dall'esistenza di relazioni più o meno continue. Nello stato di natura hobbesiano: gli attori possono non avere mai occasione di incontrarsi e gli uomini hanno rapporti occasionali tra loro ma senza cessare di restare essenzialmente isolati. Nel sistema internazionale, al contrario, gli stati possono essere condannati a non potersi isolare gli uni dagli altri neppure quando lo vorrebbero. Significato centrale dell'espressione “sistema internazionale”, la consapevolezza che non è più possibile isolare la sovranità di ogni singolo sovrano da ogni altro.

3. Un'ultima differenza è costituita dal principio di sovranità, che istituzionalizza il potere degli stati come unici titolari della piena legittimità internazionale e come unici soggetti autorizzati a creare norme comuni, amministrarle e legittimarle. Tale principio è stato imposto come principio fondamentale della politica internazionale moderna.

Tuttavia, una società transnazionale è fatta di scambi commerciali, migrazioni di individui e gruppi, credenze comuni e da un'infinità di soggetti. Emerge così all'interno di un sistema internazionale moderno, un equilibrio tra relazioni interstatali e relazioni internazionali non-statali. Addirittura le relazioni commerciali ed economiche sono cresciute tanto da creare tra gli stati un'interdipendenza complessa sempre più fitta e fra attori sempre più vari: stati, organizzazioni internazionali intergovernative, organizzazioni internazionali non-governative, imprese multinazionali e singoli.

Da 60 anni a questa parte il centro di tutti i maggiori dibattiti teorici e metodologici della disciplina sono gli Stati Uniti e l'insieme delle sue università, centri di ricerca e riviste scientifiche. Non sono mancate riflessioni sulla politica internazionale ma affinché tali riflessioni potessero essere considerate parte del corpo disciplinare delle relazioni internazionali (cioè essere incluse nei curricula, nelle bibliografie e nei programmi d’esame), esse hanno dovuto passare attraverso un processo di selezione. Pertanto, nel proprio nucleo fondamentale le relazioni internazionali sono una scienza americana.

  • Una prima conseguenza è la costante centralità dei problemi posti dall’opinione pubblica, dai decision makers e dalla comunità scientifica degli Stati Uniti.
  • La seconda conseguenza, la storia delle relazioni internazionali dell’ultimo secolo ha ricalcato quella del paese che ascendeva al ruolo di creatore e garante dell’ordine internazionale.
  • La terza conseguenza è più seria. La riflessione contemporanea sulle relazioni internazionali ha ignorato altre questioni fondamentali, a partire dalla fine della centralità dell’Europa e la dissoluzione dell’architettura politica, economica, istituzionale e culturale da essa dettata ai rapporti tra Occidente e mondo.

L’affermazione americana non è stata l’unica fonte di ispirazione della riflessione contemporanea vi sono stati diversi approcci allo studio delle relazioni internazionali.

Approcci allo studio delle relazioni internazionali

Idealismo

Si afferma con l’istituzione della prima cattedra di International Politics nel 1919 in Galles. Il problema che la nuova disciplina scelse di individuare come fondamentale: la guerra come patologia da curare. Alla base c’è l’esperienza della prima guerra mondiale; questo trauma storico cambia la politica giuridica dell’Europa e nasce l’idea che quello che è accaduto non deve più accadere. Le soluzioni proposte dall’idealismo riguardano tre possibili fattori sul quale la guerra si fonda:

  • Se la causa della guerra fosse la frammentazione delle relazioni politiche internazionali, allora un aumento dell’interdipendenza economica potrebbe evitare la guerra; con la crescita del commercio la guerra può essere evitata.
  • Se la causa della guerra fosse la struttura anarchica della politica internazionale, e dunque la continua ricerca della sicurezza nazionale, allora dovrebbero essere creati dei meccanismi di sicurezza collettiva, tramite l'istituzione di una organizzazione universale di sicurezza (la Società delle Nazioni) e un vero e proprio governo mondiale.
  • Se la causa della guerra fosse la natura bellogena di alcuni stati, allora sarà necessaria la trasformazione di tutti gli stati in senso democratico e liberale.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale sancisce il fallimento di questo programma.

Realismo

Compare nel secondo grande trauma del '900 ovvero la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda. L’approccio realista rifiuta come prima cosa la fiducia propria dell’idealismo nella possibilità di cambiare alla radice la natura della politica internazionale. Proprio alla guerra e alla sua minaccia fu affidato il compito di garantire la pace, o almeno di prevenire guerre peggiori, conformemente al presupposto che non sia necessario perseguire la pace ad ogni costo, bensì opporre alla minaccia una minaccia ancora peggiore e all’aggressione certa una più vantaggiosa guerra preventiva. Avvantaggiato dal clima politico e strategico della guerra fredda, il realismo non fece fatica ad affermarsi come il paradigma dominante delle relazioni internazionali postbelliche, quale sarebbe rimasto fino alla fine degli anni ’80 e quale rimane ancora oggi.

Neomarxismo

Con l’inizio della decolonizzazione e la nascita di nuovi stati indipendenti. Riprendendo l’idea idealista, le scienze marxiste individuano nelle relazioni economiche la chiave di volta dell’ordine internazionale. Eppure, come il realismo, non cerca uno scampo alla guerra, bensì il luogo per eccellenza del conflitto e della gerarchia internazionale. Le soluzioni proposte sono dunque la rivoluzione internazionale e lo sganciamento dagli automatismi dell’economia capitalistica mondiale.

A prescindere dal sottinteso politico-ideologico della teoria, l’approccio neomarxista offrì almeno 3 contributi alla comprensione delle relazioni internazionali contemporanee:

  • Il riorientamento delle dinamiche globali dall’asse Est/Ovest all’asse Nord/Sud.
  • La riscoperta del lungo periodo, necessario a cogliere la formazione e la continua evoluzione dell’economia-mondo capitalistica.
  • Il riallacciamento del rapporto tra conflitti interni e conflitti internazionali.

Tuttavia la teoria scomparve con il crollo dell’URSS.

Istituzionalismo liberale (o neoliberalismo)

Non nasce da uno shock ma da una convinzione che si diffonde a partire dagli anni ’70 -’80. Le ragioni sono di:

  • Carattere economico poiché man a mano che si allontanava la memoria della guerra, si diffonde l’idea che tra i paesi più forti (Europa, USA e Giappone) le relazioni riguardassero tematiche come quelle economiche, commerciali, ambientali.
  • Il declino americano; con il crollo di Bretton Woods, la sconfitta in Vietnam, lo scandalo Watergate e l’invasione russa in Afghanistan appare sempre più evidente la possibilità di un declino dell’egemonia americana. Ma se davvero c’è un declino cosa succederebbe alle interdipendenze economiche?

Teoria dei regimi internazionali

Pone al centro il ruolo delle istituzioni. L’invenzione delle istituzioni come la BM e il FMI sono un prodotto dell’egemonia americana ma, una volta consolidate, tali istituzioni possono vivere anche senza la sua egemonia, e riusciranno a mantenere stabile l’economia. Esse inoltre incidono sul contesto internazionale per una serie di motivi:

  • Se in un sistema anarchico si introducono delle istituzioni consolidate queste abbassano i costi di transizione quindi è più facile maturare accordi.
  • Le istituzioni diminuiscono l’incertezza e la paura reciproca perché c’è un continuo scambio di informazioni istituzionalizzate.
  • Le istituzioni consolidate diminuiscono la propensione all’inganno: se io baro posso avere delle ripercussioni in altre trattative.

Tuttavia, neorealismo e neoliberalismo hanno in comune alcune premesse:

  • Gli stati sono gli attori fondamentali del sistema internazionale.
  • Gli stati sono per entrambi egoisti e razionali.
  • L’identità degli stati è data, e pertanto sono incapaci di apprendere perché il loro problema è cosa ottenere e quanto ottenere.

Costruttivismo

Si rivolge contro questi 3 assunti e si afferma dagli anni ’70 a partire da uno shock, ovvero la fine della guerra fredda. Gli stati non sono più dunque gli attori fondamentali. Il problema che si pongono i costruttivisti è come ricostruire l’ordine. La soluzione proposta è molto simile a quella neoliberalista: viene data fiducia alle istituzioni già emergenti e consolidate. Rispetto ai neoliberalisti tuttavia, i costruttivisti si aspettano molto di più dalle istituzioni che devono secondo loro rappresentare più soggetti. Le istituzioni devono cambiare il concetto di sicurezza e riplasmare le identità degli attori per cambiare l’anarchia.

Capitolo 2: Equilibrio di potenza

L’equilibrio di potenza (balance of power) è uno dei concetti più vulnerabili delle relazioni internazionali. La migliore definizione di equilibrio di potenza si riferisce a una situazione nella quale nessun attore, da solo o tramite alleanze può dominare tutti gli altri. Ma tale situazione richiede tre condizioni:

  • La distribuzione di potenza deve essere diffusa, in modo che l’attore più forte non sia in grado di sconfiggere tutti gli altri attori insieme.
  • Una distribuzione diffusa della potenza non è sufficiente a garantire l’equilibrio.
  • Il comportamento degli attori , che devono mostrare una tendenza alla politica di bilanciamento. Pertanto gli attori devono allearsi con il più debole contro il più forte (balancing) e non viceversa (bandwagoning).

Vi sono molti effetti a una condizione internazionale di equilibrio:

  1. Il sistema internazionale rimane plurale e anarchico e non emergono egemonie.
  2. Gli attori piccoli e poco potenti riescono a sopravvivere.
  3. Si generano meno guerre, si genera una situazione di muta deterrenza.

L’equilibrio di potenza è fortemente influenzato dalla tradizione realista per tre principali motivi:

  • È caratterizzato da una visione ciclica della storia, secondo cui ci può essere progresso in altri settori (economico, tecnologico, sociale) ma nel campo della politica internazionale ci sono leggi eterne e immutabili.
  • L’equilibrio di potenza si basa sui tre cardini della tradizione realista, ovvero lo stato come attore principale della scena internazionale, la condizione anarchica del sistema internazionale, l’enfasi sulle questioni di sicurezza.
  • L’equilibrio si basa su fattori oggettivi e sull’interesse individuale degli stati, definito in termini di potenza, piuttosto che su considerazioni soggettive.

Ci sono però due punti di vista sul funzionamento dell’equilibrio. C’è chi ritiene che l’equilibrio emerga volontariamente come frutto di esplicite scelte da parte delle principali potenze, mentre altri sostengono che l’equilibrio venga a verificarsi spontaneamente, effetto non intenzionale derivante dalla volontà di accumulare sicurezza. Secondo Claude esiste anche una versione semiautomatica dell'equilibrio nella quale è sufficiente che una s

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lauraaguzzi94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni Internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Parsi Vittorio Emanuele.
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