Medici e stregoni: manifesto per una psicopatologia scientifica
Presentazione
I “disturbi” vengono da lui spiegati e affrontati aderendo sempre di più alla logica delle terapeutiche tradizionali. Questa logica non discrimina né gerarchizza i fenomeni lungo un asse tanto convenzionale quanto fittizio, ma istituisce un continuum spiraliforme tra le diverse dimensioni di un mondo dicotomico ma integrato, in cui le linee di separazione essenziali tra visibile e invisibile si espandono fino a divenire estese superfici di contatto e di interazione, al cui attraversamento sono destinati particolari esseri umani e non umani.
Nathan e il suo gruppo terapeutico riescono ormai ad abbandonarsi a questo particolare flusso di continuità lasciandosi infiltrare, durante un esercizio clinico impegnativo, dalle dinamiche operatorie del pensiero tradizionale. Questo ritorno alla realtà delle proprie origini culturali, equivalente a una sorta di seconda nascita, rappresenta lo strumento principale che garantisce il funzionamento tecnico e mentale di colui che interagisce con l’alterità culturale, proponendosi di trasformarla e venendone puntualmente trasformato.
Le proiezioni teoriche dell’etnopsichiatria di Nathan non si limitano dunque alla scoperta della cornice tecnica all’interno della quale diventa possibile la cura dell'“altro” culturale. Esse puntano a una rifondazione generale dei saperi tecnici, resa ormai obbligatoria dai processi di contatto, di scambio e di scontro culturale. Nathan opera in questa direzione rivolgendo una critica ironica e serrata alla stessa identità culturale dell’Occidente.
Nathan procede a un tentativo di riequilibrio dei rapporti di forza tra Occidente e culture “altre”, fin qui governati da un etnocentrismo “duro” che ispira e legittima pratiche di dominio persistenti e colpevoli. Nathan intende l’etnopsichiatria come una disciplina perturbante (contestativa) animata da un movimento in direzione dell’alterità culturale (nomade) di cui si propone di interrogare il patrimonio tecnico, desiderando apprenderne le modalità d’uso e le risorse concettuali (creola).
Questa etnopsichiatria si colloca al polo opposto delle sedicenti operazioni comparative in cui è impegnata la psichiatria transculturale e, soprattutto, una certa antropologia medica nord-americana (DSM-IV). In questo filone avverso si riconoscono forze accademiche e istituzionali che vogliono affermare ad ogni costo il principio di verità generale che la nosologia occidentale pensa di potersi ancora attribuire.
Capitolo 1 - I benefici delle terapie selvagge
Terapia scientifica e terapia selvaggia
La cosiddetta psicoterapia “scientifica” di qualsivoglia osservanza teorica contiene sempre una sola premessa, chiara ed esplicita: l’essere umano è solo! Sto parlando proprio di tutti i sistemi teorici poiché a guardarli da vicino esiste una sola categoria di psicoterapie in quanto esse derivano tutte da un medesimo postulato:
- La follia è una sorta di malattia;
- Come tutte le malattie, essa risiede nel “soggetto”: nella sua psiche, nella sua biologia, nelle sedimentazioni della sua storia individuale, nelle ripercussioni della sua educazione.
Solitudine
Una donna sviene! Penseremo che soffre di un disturbo appartenente al mondo conoscibile; diciamo l’isteria. Questa donna resterà sola di fronte allo “scienziato”, dunque di fronte alla Medicina e allo Stato. Per trattare lo stesso fenomeno la soluzione proposta immancabilmente dalle società a universi multipli consiste nel postulare che uno spirito si è impadronito di lei. Dunque, appena si manifesta, il disturbo è utile all’intero gruppo per rendere complesso il mondo e per informarsi sui suoi “invisibili”.
L’isolamento deliberato dei pazienti è uno dei presupposti impliciti. Dobbiamo necessariamente pensare a tutte le etiologie, di origine scientifica o selvaggia, tutte sono razionali. Possiamo distinguerle soltanto in base al tipo di azione sul mondo che esse innescano.
Diagnosi o divinazione
In questi mondi, il disturbo si rivela sempre come un nodo di comunicazione, un incrocio delle vie, là dove, gli universi si sovrappongono. Deve cancellare dal suo vocabolario le parole “credere” o “credenza”. Dovunque, nessuno crede in niente! Un dispositivo divinatorio è sempre un atto di creazione che istituisce, rende tangibile e poi concepibile l’interfaccia degli universi.
Da parte mia penso che siamo in presenza di dispositivi che innescano il funzionamento di un macchinario complesso e stupefacente destinato a creare collegamenti, di un’arte consumata di moltiplicazione degli universi. Infatti queste interrogazioni, essenzialmente rivolte a ciò che è nascosto, distolgono l’interesse del malato. Spostano l’interesse:
- Verso l’“invisibile”;
- Dall’individuale al collettivo;
- Da ciò che è fatale a ciò che è riparabile.
Ma per fare tutto questo deve esistere un mondo nascosto, che solo i signori del segreto possono conoscere. Lo scienziato, al contrario interroga i sintomi, naturalmente attraverso il malato, poiché nessuna malattia sfugge all’unico universo reale, quello descritto dalla psicopatologia accademica. La ricerca scientifica non tenta mai di scoprire mondi tende soltanto espandere il proprio. Tutti i mondi culturali a universi multipli ricorrono alla divinazione, i mondi a universo unico alla diagnosi.
Categorie statistiche/gruppi culturali reali
Quando il detentore del sapere nascosto procede a una divinazione, il suo obiettivo implicito è di rivelare ai malati delle appartenenze insospettate e dunque, in definitiva, di assegnarli a un gruppo. Lo scopo dello “scienziato” è sempre quello di separare il soggetto dai suoi universi, dalle sue possibili affiliazioni, sottomettendo anche lui, come tutti gli altri e soprattutto come individuo isolato, all’implacabile “legge della natura”.
In psicopatologia la medicina e i suoi derivati producono sempre, dovunque insediano i loro soldati (i medici), le loro intendenze (i laboratori farmaceutici), i loro giudici (gli scienziati che decidono ciò che è vero e ciò che è falso), producono sempre lo smantellamento delle appartenenze. Le categorie psicopatologiche secondo le quali gli psichiatri, ma anche gli psicoanalisti e gli psicoterapeuti, classificano i loro pazienti non danno mai origine a dei gruppi reali. Ha sentito mai parlare di gruppi di “ossessivi” o di “paranoici”? li ha mai visti riunirsi in uno stesso luogo? No, certamente, poiché le categorie psicopatologiche sono concetti che separano gli individui e li “raggruppano” solo su base statistica. Posso dirle di aver sempre sentito i malati lamentarsi di essere stati messi insieme ai pazzi. E i medici si facevano beffe delle loro litanie, riconoscendovi un “diniego” della malattia. Bisogna sempre ascoltare le precise parole che vengono pronunciate. Si lamentano di non riconoscere il gruppo in cui sono state incluse su base statistica.
La costruzione della “verità”
Il mio critico: lei sa bene che gli spiriti non esistono. Caro amico questa sua critica non sta in piedi. Dispongo di almeno due argomenti per dimostrarglielo:
- In primo luogo, mi permetta di dire che la sento parlare come una divinità e non come un essere umano. Lei sembra sviluppare un pensiero privo di premesse. Nel mondo a universo unico l’esistenza degli spiriti è evidentemente un’idea ridicola. Gli spiriti possiedono qualità irriducibili: possono essere evocati solo in mondo a universi multipli, poiché evocarli costituisce di per sé il decreto di esistenza dell’universo secondo.
- Lei cerca le diagnosi di natura, le prove. Io, invece, sono un tecnico del legame, e come ogni operatore empirico, mi preoccupo soprattutto dell’efficacia. Da questa posizione mi sono reso conto della straordinaria ricchezza di processi creativi, indotta dai sistemi a universi multipli. Un malato è come un ciottolo. A prima vista appare monolitico, intero. Ma interroghi ciò che è nascosto, e lo vedrà spaccarsi secondo le sue linee di frattura. Se è necessario ricorrere agli spiriti per mettere in moto questo sistema, allora gli spiriti esistono, almeno in quanto anime invisibili del dispositivo.
Una psicopatologia che si assume dei rischi
I nostri psicopatologi, a quali rischi espongono il loro pensiero? Decretano l’esistenza di un oggetto che solo loro vedono; fabbricano da soli gli strumenti destinati a descrivere questo oggetto, rendendolo opaco agli estranei; validano da sé l’adeguatezza del loro strumento. Il detentore del sapere segreto, attraverso la divinazione e non attraverso la diagnosi, si espone permanentemente al rischio; anzitutto al rischio di essere contraddetto da quel vero esperto che è il malato. Il ricorso a strumenti come il Rorschach o il DSM-III, ha il solo scopo di squalificare altri esperti: il malato, la sua famiglia o il suo ambiente sociale.
Secondo me, per introdurre la creatività, elemento indispensabile alla costruzione di un discorso scientifico, bisognerebbe costringere gli psicopatologi ad assumersi dei rischi. Quanto accade nelle società a universi multipli è molto significativo. Desidero soltanto attirare l’attenzione sul fatto che questi guaritori “selvaggi” tendono maggiormente a impegnarsi in un’impresa “rischiosa”. Ogni psicopatologia che si interessi a malati e che abbia come unica preoccupazione quella di oggettivare le malattie, si allontana dalle tensioni che permetterebbero la costruzione di una scienza. In questo ambito, i soli fenomeni osservabili sono il terapeuta e i suoi oggetti. Prima di stabilire “leggi generali” sulla natura delle affezioni, la psicopatologia deve anzitutto dedicarsi, in ogni cultura, alla descrizione sistematica delle attività di una determinata categoria di persone incaricate dal loro gruppo culturale di modificare il funzionamento interno degli altri.
Queste persone, che con condiscendenza definiamo “guaritori”, mentre riserviamo a noi il nobile attributo di “dottori”:
- Sono di fatto dei colleghi;
- Sono depositari di conoscenze che noi dobbiamo anzitutto acquisire, prima di aspirare a un po’ di scientificità.
Secondo lei, allora, i guaritori possiedono le conoscenze vere, mentre gli psicopatologi si dibattono in un pensiero ideologico. È questo che pensa? Certo, poiché si tratta di “conoscenze teoriche”. Chi potrebbe disporne se non i guaritori? Parliamo di tecnica allora. La sfido a dirmi come fa a dar funzionare sistemi così estranei alla sua formazione, e addirittura all’interno dell’Università.
Illustrazione clinica
Lucien dall’Egitto è psicologo, psicoanalista laureato in Francia. Nessuno meglio di lui riesce a maneggiare le sottigliezze delle lingue yoruba, fon, goun, ewe.
- In quanti siete a ricevere il paziente?
- Non lo so, almeno in dieci. Psicologi e psicoanalisti, ma anche medici e antropologi.
Bintou ci è stata inviata, si sente cieca, sviene senza motivo, è rimasta incinta a quattordici anni, aveva nascosto la gravidanza alla sua famiglia. Partorito in una toilette, abbandonando il neonato sul davanzale della finestra, il bambino era caduto, sopravvivendo ma restando menomato: cieco e sordomuto e autistico. La sua educatrice aveva spiegato che all’inizio la ragazza era stata incriminata per aver tentato infanticidio, e poi riconosciuta dal giudice minorile come vittima di abuso di minore. Potremmo proporle una psicoterapia o una psicoanalisi. In questa situazione il terapeuta si fa carico di una responsabilità enorme. Decide di mettersi alla ricerca di un disturbo dentro Bintou, significa certamente condannarla a continuare la sua erranza solitaria in un mondo a universo unico. Partire in modo divinatorio, mettendosi alla ricerca degli esseri invisibili che sono all’origine del disturbo, significa sottrarre Bintou alla sua solitudine.
Se sua madre aveva evitato di mostrarle le foto del padre, era perché Bintou cercava continuamente di raggiungerlo nella morte. Per questo si era ammalata gravemente. Le scarificazioni addominali servivano a proteggerla, a fissarla nel mondo dei vivi. Nata dopo due gemelli, Bintou possedeva uno strano potere, che motivava l’accusa di “aver mangiato suo padre”. Bintou era stata mandata all’estero come misura protettiva. Come è riuscito a indovinare che la sua paziente aveva delle scarificazioni sull’addome? L’importante non è ciò che vedo, ma il fatto che io vedo, che enuncio, cioè la mia ipotesi terapeutica in questa forma.
Seguito della seduta
Appena ho incominciato a introdurla nel mondo invisibile, Bintou è divenuta più distesa. Questa prescrizione rinviando la paziente al suo paese d’origine, il solo luogo dove possa realizzarsi, costringe Bintou a rivolgersi alla madre. E così in un colpo solo, abbiamo stabilito una serie di relazioni:
- Tra le sofferenze di Bintou e il mondo invisibile;
- Tra Bintou e il pensiero bambara;
- Tra Bintou e sua madre, la sola persona capace di spiegarle perché abbiamo proposto una tale prescrizione.
Questi sistemi terapeutici hanno la curiosa caratteristica di essere contagiosi, cioè trasmettono i loro effetti per contatto. E così Bintou parlerà con sua madre, questa consulterà un marabutto che, a sua volta, interpreterà la mia prescrizione, interpretazione che ritornerà a Bintou sotto un’altra forma. Con questa modalità e attraverso il loro semplice innesco, tali sistemi costituiscono una rete di rinvii e di supporti intorno al malato. Bintou, una volta solitaria, grazie a questa consultazione si vedrà circondata dalla madre, dagli zii e dalle zie.
Capitolo 2 – I medicamenti nelle culture non occidentali
Il concetto di credenza
I bianchi, in genere, ritengono che esistano due tipi di società: quelle in cui il pensare prevale sul credere e quelle in cui il credere prevale sul pensare. Naturalmente la società dei bianchi appartiene al primo tipo. Per giustificare questa distinzione essi chiamano in causa ogni sorta di spiegazione delle credenze altrui.
I Boscimani Kung avevano appena eseguito i loro rituali della pioggia che una piccola nuvola appare sull’orizzonte, si ingrossò e si oscurò. La pioggia cadde. Tuttavia vennero pubblicamente derisi quegli antropologi che avevano chiesto se i Boscimani pensavano che la pioggia fosse caduta grazie ai loro riti.
- I Boscimani si sottomettono al rito della pioggia. Ciò costituisce una realtà intricata e complessa che produce una serie di azioni.
- E piove… questo fatto rappresenta un altro dato di realtà.
Il rito è una negoziazione con delle potenze, con dei non umani. Contiene in sé stesso una teoria del mondo e un’azione sul mondo.
Secondo lei, cosa dovremmo farne allora del concetto di credenza? Abbandonarlo e sostituirlo con un postulato che in fondo è molto più ragionevole: ogni azione culturalmente definita, un rito, un sacrificio, un’offerta, una protezione
- È proprio ciò che pretende di essere;
- È in genere efficace per quanto concerne la sua propria definizione (ad esempio: un rito della pioggia è destinato a entrare in relazione con le potenze della pioggia, e in genere ci riesce!).
Dunque, una tale azione non ha alcun bisogno di interpretazione. Nella nostra disciplina nonostante le ricerche approfondite ed estremamente convincenti degli antropologi sul “pensiero selvaggio”, nonostante i risultati clinici regolarmente pubblicati dai ricercatori di etnopsichiatria, gli psicopatologi continuano a sostenere che esistono da una parte un pensiero, quello della psicopatologia occidentale, e dall’altra delle credenze, quelle di quei selvaggi che, invischiati nelle loro fantasie, non sanno far altro che gesticolare ingenuamente degli atti “simbolici”. Inoltre, le ricerche sul pensiero scientifico, condotte in modo sempre più pertinente dai filosofi e dai sociologi della scienza, dimostrano che gli scienziati “credono” proprio come fanno i “selvaggi”. Tuttavia, a motivo di come è costruita la loro disciplina, gli psicopatologi non riescono a considerare le terapeutiche “selvagge” se non come: giochi da illusionisti, effetto placebo, semplici consolazioni, pensiero “magico”. Io affermo con certezza che anche gli Altri pensano! E posso perfino precisare che il loro pensiero è non soltanto un vero pensiero, ma è anche radicalmente eterogeneo rispetto a quello dei bianchi.
Il concetto di simbolo
Nel momento in cui si rinuncia alla coppia concettuale credenza/pensiero, si deve necessariamente abbandonare anche un’altra banalità della psicopatologia: il concetto di simbolo. Gli psicopatologi, di solito, squalificano il “pensiero selvaggio”, sostenendo però di comprenderne il simbolismo. Essi pensano che se i selvaggi utilizzano dei procedimenti magici, ciò accade perché spostano sul piano simbolico quelle verità profonde che gli scienziati arrivano invece a conoscere in presa diretta, cioè prive delle loro scorie fantasmatiche. Quelli che credono accedono solo al simbolo, mentre quelli che pensano accedono alla cosa simboleggiata, all’essere stesso della cosa.
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Sunto Antropologia culturale, docente Zola, libro consigliato Lo sciamano in vetrina, Zola
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Sunto Antropologia culturale, docente Zola, libro consigliato Dal tribale al globale, Fabietti, Manichetti e Matera
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Sunto “Letteratura italiana”, prof. Simonetti, libro consigliato “Settanta”, Marco Belpoliti
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Sunto per l'esame di Antropologia Culturale, Docente Giusti M. E.