Lo sciamano in vetrina: Revival, autenticità, reinvenzione
Parte prima: Relazioni amorose, iniziazioni, anime e cacciatori
Analogi tra Ivàn lo scemo e lo sciamano nelle narrazioni popolari della Siberia centrale
Trickster, Schelm sono solo alcuni termini utilizzati nella letteratura etnologica per delineare una figura presente in numerosi miti e fiabe popolari di aree geograficamente distanti le une dalle altre. Secondo Carrol, l’ubiquità che caratterizza il trickster è dovuta al fatto che gli studiosi contemporanei tendono a utilizzare il termine in modo molto vasto e ad applicarlo a ogni personaggio che fa uso dell’inganno.
Trickster molto spesso però crea confusione: da un lato, infatti, il termine è utilizzato per descrivere ciò che Klapp chiama “l’eroe furbo”, la cui funzione è prevalere su antagonisti forti. Dall’altro il primo impiego del termine trickster, introdotto in riferimento alla mitologia nord-americana, è piuttosto in contraddizione con quella dell’eroe furbo ed è rappresentato dal “buffone egoista”. Egoista perché quasi tutta la sua attività è finalizzata a soddisfare i propri appetiti alimentari e sessuali; buffone perché gli inganni che tesse per soddisfare i suoi appetiti, quasi sempre gli si rivoltano contro.
Parlare di un personaggio-tipo trickster significa semplicemente riconoscere nei cicli narrativi di popoli diversi che si costituiscono come sfera unitaria, certe tipiche funzioni e certe tipiche qualificazioni, sempre ricordando che ogni fenomeno culturale deve essere indagato nel contesto di appartenenza.
Iván lo scemo e il trickster
Nelle fiabe di magia: Iván lo scemo, terzo di tre fratelli, sudicio e sciocco, riceve in dono dal padre morto un cavallo magico e le formule per usare la sua magia. Sposa la principessa, ma il re per vedere se merita veramente il suo amore e la sua stima, decide di metterlo alla prova e Iván viene mandato alla ventura in cerca di oggetti preziosi. Con l’aiuto del cavallo magico, Iván supera ogni prova. Alla fine Iván si mostra in tutto il suo valore e diventa erede del regno.
Iván lo scemo non è un trickster, ma mostra alcune affinità con almeno due personaggi documentati dalla letteratura etnologica:
- Il primo è Maui, trickster della Nuova Zelanda.
- Il secondo è il Briccone winnebago.
Il trickster è una figura del disordine e delle possibilità del disordine. Inteso come fuori ordine, come emarginazione. Iván lo scemo è una figura marginale. I tricksters sono sempre presentati come errabondi, peregrinanti. La marginalità di Iván lo scemo si riflette inoltre nella sporcizia, nello sporco e nella putredine. Il trickster Maui nasce nella putredine da un aborto della madre che lo getta subito in mare.
Altre affinità tra Iván lo scemo e gli altri due trickster, come la capacità di comunicare con gli animali, si svelano man mano che la fiaba procede. Riflettendo su queste analogie è possibile cogliere, nelle fiabe di Iván, e in questa particolare zona geografica, molti segni che fanno pensare alla fiaba come a una narrazione di un apprendistato sciamanico. Il termine educazione è utilizzato dalla letteratura quando si parla di apprendistato sciamanico.
Ivan lo scemo e l’apprendistato sciamanico
Iván lo scemo nella versione originale russa, è Iván durak. Durak in russo significa scemo. Nel corso della fiaba si constata che era scemo solo perché gli mancava qualcosa e quel qualcosa è un dono magico che lo trasfigura, potenziando la sua personalità. Nell’area di diffusione delle fiabe, popolata, oltre che dai Russi, dagli Altaici di lingua turca e dai Buriati di lingua mongola, da parte di futuri sciamani già a partire dai quattro anni di età che comportavano crisi di nervi, spesso accompagnate da perdite di coscienza, che riducevano l’individuo in fin di vita. Si diceva che, in queste circostanze, gli spiriti avrebbero preso l’anima del futuro sciamano e l’avrebbero portata nel loro mondo per educarla. Terminata l’educazione dello sciamano rinasceva come una persona nuova, ma sostanzialmente differente dalla sua comunità di partenza, ancora più diverso di prima.
Un secondo elemento che potrebbe far pensare alla fiaba di Iván lo scemo come a un resoconto sull’apprendistato sciamanico, è rintracciabile nella figura del padre: le fiabe cominciano quasi sempre con un padre morente che chiede ai figli di recarsi sulla sua tomba. Si presenta sempre e solo Iván lo scemo, che otterrà dal padre defunto il cavallo magico in dono. Anche in questo caso vi sono attinenze con la trasmissione del “dono” dello sciamanesimo. La trasmissione del “dono” dello sciamanesimo avveniva, però, solo se nell’apprendista vi erano una predisposizione particolare e alcuni segni che mostravano un’inclinazione per la pratica sciamanica, quali ferite, segni sul corpo al momento della nascita, carattere solitario.
Un terzo elemento di interesse è rappresentato dal cavallo magico che, se trasposto in un contesto sciamanico, potrebbe rappresentare lo spirito-adiutore che assisteva gli sciamani: esso “sceglieva” il proprio sciamano ed era trasmesso o da uno sciamano morente a un iniziando, oppure acquisito dal futuro sciamano in luoghi particolarmente ricchi di significato. Il compito dello spirito adiutore era aiutare lo sciamano a entrare nella dimensione degli spiriti, guidarne il percorso. Il termine cavallo, inoltre, nelle culture siberiane dove è presente lo sciamanesimo, è spesso utilizzato per indicare il tamburo dello sciamano che nel mondo degli spiriti diventa la sua cavalcatura.
Il cavallo compare nella fiaba non solo come aiutante magico. Le offerte in animali rappresentavano una costante nella pratica sciamanica. In generale la figura del trickster è stata rilevata presso popoli caratterizzati da tutti e tre i tipi di base economica (cacciatori, allevatori-pastori, agricoltori) nonché da forme di economia mista. Ci sono però alcune tesi sulla precisa associazione tra personaggi tricksters e popoli cacciatori.
Sciamani e tricksters
Parallelismi tra gli sciamani e la pratica sciamanica da un lato e la figura del trickster dall’altro, sono stati avanzati da molti studiosi. Jung, ad esempio, associava il trickster alla facoltà di guaritore dello sciamano e al fatto che, come il trickster, anche lo sciamano è un personaggio ambiguo. Il trickster anch’egli gioca tiri maligni alla gente per poi cadere vittima della vendetta di coloro che sono stati offesi. Per questa ragione il suo mestiere mette persino in pericolo la sua vita.
Identificare lo sciamano nel trickster pone diversi problemi di ordine epistemologico, perché lo sciamano e la pratica sciamanica sfuggono alla possibilità di stabilirne tratti universali. La diversità e la molteplicità delle funzioni dello sciamano rendono speculativo ogni tentativo di produrre delle generalizzazioni sul fenomeno. Le analisi di Campbell hanno dato origine ad alcune critiche, troppo semplicistica relazione tra trickster e sciamano e senza tener conto delle varianti geografiche e culturali. Le analisi di Campbell, tuttavia, presentano alcuni spunti di riflessione interessanti, tra cui l’idea di una compresenza di strati di influenze diverse nell’evoluzione di determinati personaggi.
Amanti invisibili, nozze soprannaturali e cacciatori di anime: Qualche appunto sulle relazioni amorose tra sciamani e spiriti
Sternberg è noto ancora oggi per aver presentato al Congresso degli Americanisti il Goteborg, un intervento destinato a cambiare la considerazione della pratica sciamanica in area siberiana: L’elezione divina nello sciamanesimo. Nel corso dei decenni che seguirono, diversi autori utilizzarono il materiale empirico di Sternberg. Mircea Eliade, si dimostrò critico verso l’impostazione dell’etnografo russo, affermando che la “chiamata” allo sciamanesimo non era legata all’erotismo tra lo sciamano e i suoi spiriti, ma alla semplice apparizione di questi ultimi durante il periodo di sofferenze che preludevano alla sua investitura. Molto diversa appare invece l’impostazione di Roberte Hamayon che sposta l’attenzione dall’origine della “chiamata” allo sciamanesimo, al significato delle relazioni con gli spiriti, servendosi di un impianto concettuale strutturalista che inserisce lo sciamano e i suoi rapporti amorosi con gli spiriti in una logica di alleanza e reciprocità.
Cacciatori di anime
I cacciatori siberiani chiedevano principalmente al loro sciamano di avere fortuna nella caccia: la caccia va intesa non solo come attività economica di sussistenza, ma anche come un insieme di attività simboliche riconducibili al concetto di fortuna, secondo il quale è necessario avere fortuna per avere accesso a un bene limitato come la selvaggina. Questi elementi erano alla base della spiritualità dei cacciatori: per vivere, gli uomini dovevano uccidere e cibarsi delle prede, provvedendo, al tempo stesso, a non far ridurre il patrimonio costituito dalla selvaggina. Uomini e animali uniti da un forte legame di interdipendenza. Questa era regolata da una reciprocità tra anime umane e animali che facevano degli uomini e degli spiriti dei compagni, ma anche selvaggina gli uni per gli altri. Secondo questa prospettiva, la carne e il sangue degli esseri umani costituivano il nutrimento per gli spiriti animali, così come la carne della selvaggina costituiva il nutrimento per gli esseri umani.
È bene chiarire la differenza tra spiriti elettori e ausiliari in ambito siberiano. Sebbene tutti gli spiriti proteggessero e aiutassero lo sciamano e tutti potessero sostanzialmente essere riprodotti sul suo costume rituale, la qualifica di elettore parla da sé. Era infatti lo spirito elettore che sceglieva il suo sciamano: “per amore” innanzitutto, ma anche per proteggerlo e aiutarlo nel suo compito. Gli spiriti ausiliari, al contrario, erano numerosi e interagivano con lo sciamano in modo del tutto personale e contrattuale: se lo sciamano avesse soddisfatto le loro richieste, avrebbero risposto al suo appello.
L’alleanza di tipo matrimoniale che lo sciamano stringeva con la figlia dello spirito della caccia, nella prospettiva di Hamayon, costituiva il fondamento del rapporto di reciprocità tra sciamano e spiriti degli animali: animali erano anche le fattezze della sposa soprannaturale, che poteva apparire come una renna, un’alce, ovvero come le prede maggiormente cacciate. Era proprio in questi comportamenti rituali che si attuava il controdono dell’alleanza: alla protezione, alla legittimità e alla promessa di selvaggina, lo sciamano contraccambiava lasciando che la sua anima venisse prima divorata durante il periodo di “educazione” della stessa, poi utilizzata dagli spiriti durante i suoi viaggi nel mondo soprannaturale.
Alleanze maschili e femminili
Se gli sciamani potevano assumere il ruolo di cacciatori/procacciatori di anime e di generi nel mondo soprannaturale, le donne sciamano non aderivano a questo modello: le relazioni con gli spiriti rivelano che in alcune società vi era una differenza di accesso alla pratica sciamanica da parte degli uomini e delle donne. Le società siberiane sembrano vedere nelle donne sciamano delle donne non degli sciamani: nella terminologia che le contraddistingue e nella loro azione rituale, c’è quasi sempre un accenno che rinvia al sangue mestruale e all’impurità. Le donne per questo motivo non partecipavano alla caccia.
In questo senso due eventualità potevano verificarsi: la prima era relativa a un cambiamento di genere, dove la donna sciamano diventava, nel mondo soprannaturale, un uomo. Di conseguenza avrebbe potuto ricoprire un ruolo maschile e avere accesso sessuale alla figlia dello spirito della caccia. Raramente si fa menzione di matrimoni tra donne sciamano e spiriti. Se lo spirito elettore di una donna sciamano è precisato, si tratta generalmente di un defunto e non di uno spirito-signore. La seconda eventualità considerava invece la donna sciamano come una donna che manteneva la sua femminilità e, in questo caso, la sua essenza di sciamano sarebbe dipesa da un donatore umano e da un cacciatore soprannaturale, con un ribaltamento di ruoli tra partner terreni e quelli soprannaturali. Questa inversione avrebbe assegnato alla donna sciamano il ruolo di assistente del marito sciamano.
Rafforzare l’alleanza: I rituali di animazione del tamburo
L’alleanza nel mondo soprannaturale tra sciamano e spiriti doveva essere attuata periodicamente ed era particolarmente evidente in una serie di rituali detti di “rinnovamento della vita” che talvolta, durante la loro esercitazione, includevano pratiche di “animazione e ri-animazione”. Il tamburo non aveva la sola funzione di sposa: poteva essere anche un mezzo di trasporto, un porta-parola, un doppio animale, un contenitore sia di spiriti, sia di anime umane o animali.
Dal matrimonio all’eredità
Nel caso del passaggio dall’economia di caccia a quella di allevamento, l’esistenza del tamburo teso con la pelle di un animale selvatico continuò ad esistere, ma nei contesti di allevamento l’alleanza con gli spiriti mutò completamente a partire da un cambiamento di fondo nella concezione degli animali, che da alleati diventarono esseri sottomessi all’uomo. Nel caso dello sciamanesimo di allevamento dal momento che furono gli antenati ad essere importanti, cambiò anche il loro modo di “chiamare” lo sciamano che non avvenne più per amore, per elezione, ma proprio per “chiamata”. In alcuni contesti come quello jacuto, si affermò uno sciamanesimo “bianco”, contrapposto a quello “nero”, legato alla caccia come elemento distintivo di un’identità comune jacuta tutta da costruire.
Per concludere
Dai tempi di Sternberg affrontarono il tema dell’amore soprannaturale. Le società siberiane, sembrano avere avuto il buon senso di vedere nelle storie d’amore tra sciamani e spiriti altre implicazioni della pratica sciamanica tra cui una differenziazione dello sciamanesimo nelle società di caccia e di allevamento. Nel caso dei matrimoni con le spose soprannaturali l’imitazione dei cervidi o dei volatili coniugava due scopi: favorire al meglio la riproduzione umana ispirandosi alla loro immagine virile riconosciuta esemplare e incitare gli animali a riprodursi. Di sicuro le relazioni amorose tra spiriti e sciamani, seppur nella loro complessità e discontinuità, forniscono molte informazioni che sono di aiuto per una maggiore comprensione di un fenomeno in costante trasformazione.
Parte seconda: Antenati fittizi e miti sempre più reali
Il problema dello sciamanesimo “bianco” e “nero”
Un aspetto centrale dello sciamanesimo jacuto che per molti studiosi rimane ancora altamente problematico e difficile da sistematizzare: lo sciamanesimo “bianco” e “nero”. Il problema principale nel tentare di definire il fenomeno “bianco-nero” è rappresentato dalla frammentarietà delle fonti antecedenti il XIX secolo. Le ipotesi sull’origine e sulle funzioni delle due tipologie di sciamani si basano su ricostruzioni e interpretazioni condotte principalmente da diverse generazioni di studiosi.
Lo sciamanesimo “bianco” e le celebrazioni di Ysyach: Uno sguardo alle fonti
Le prime menzioni degli sciamani definiti “bianchi” si trovano in riferimento alle celebrazioni annuali di Ysyach. Ysyach era organizzato da alcuni nuclei familiari che, per l’occasione, preparavano il kumys e il burro. La presenza di diversi sciamani, detti “bianchi”, o “sacri” era indispensabile per la riuscita delle celebrazioni, poiché spettava a loro pronunciare le invocazioni dirette alle divinità e agli spiriti. Ogni sciamano indossava una pelliccia bianca di puledro e un copricapo bianco cucito con la pelle delle zampe di un puledro. Ysyach era celebrato una o due volte all’anno e, poiché rappresentava un elevato onere per il capofamiglia, generalmente veniva organizzato una sola volta nell’arco di una vita. Dalle testimonianze si apprende che oltre ad esserci una celebrazione di Ysyach estiva, ne esisteva un’altra, autunnale, dedicata agli spiriti del mondo inferiore e officiata da sciamani detti “neri”.
La prospettiva di Vasilij Troscanskij e di Marie Czaplicka sullo sciamanesimo “bianco” e “nero”
La carenza di fonti non permette di verificare se la distinzione tra sciamani “neri” e “bianchi” esistesse già prima dell’arrivo dei Russi in Jacuzia. Troscanskij dedicò un intero libro alla differenza tra sciamanesimo “bianco” e “nero”. Egli ricondusse gli sciamani “bianchi” allo sciamanesimo di tipo familiare, definito “in relazione ai culti domestici del fuoco, alle celebrazioni familiari, ai riti e alle cerimonie sacrificali. Lo sciamano familiare utilizza inoltre amuleti e formule rituali proprie di un gruppo familiare”.
Gli sciamani “neri”, al contrario, erano sciamani professionali, specializzati nelle celebrazioni comuni, estranei all’ambito familiare, che molto spesso praticavano per accrescere il proprio prestigio sociale. Non necessariamente la loro pratica era connotata negativamente perché anche se avevano a che fare con spiriti malvagi, anch’essi aiutavano a curare i pazienti, al pari degli sciamani “bianchi”. Tra le altre funzioni che caratterizzavano gli sciamani “neri” rientravano le offerte agli spiriti del mondo inferiore. Troscanskij ipotizzò che i primi a comparire furono quelli “bianchi” che identificò nei capofamiglia e nei capi clan. L’abitudine di scegliere uno sciamano per le cerimonie avrebbe probabilmente favorito l’evoluzione.
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