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Le piccole imprese

Struttura, gestione, percorsi evolutivi

Le piccole imprese: specificità e ruolo

La piccola impresa: aspetti definitori

Il tema della definizione dimensionale delle imprese e il concetto stesso di impresa hanno costituito oggetto di attenzione da molto tempo. Tuttora si hanno delle opinioni diverse e in disaccordo tra loro. La difficoltà di giungere a una definizione condivisa di piccola impresa è riconducibile all'eterogeneità delle realtà che si potrebbero far rientrare nella stessa categoria.

La dimensione di un’impresa è un concetto multiforme, che può essere indagato in termini:

  • Assoluti: ovvero, un’impresa avente 100 dipendenti può essere definita piccola/media piccola, stando alle suddivisioni che vengono fatte a fini statistici o di politica economica.
  • Relativi: ovvero, la stessa può essere considerata microscopica, in determinati settori; di grandi dimensioni, in altri.

Quello che a noi interessa è che le imprese che appartengono a una certa classe dimensionale presentano caratteristiche simili dal punto di vista gestionale-organizzativo. La differenza tra imprese di diversa dimensione può essere identificata in termini di organizzazione e funzionamento.

Il concetto di piccola impresa nella dottrina economica

Gli elementi utilizzati dagli economisti per definire le piccole imprese sono divisibili in due macrocategorie: Parametri Quantitativi e Parametri Qualitativi.

Parametri quantitativi

Quando si parla di parametri quantitativi, sorge un problema, ovvero, l’individuazione dell’oggetto di riferimento cui applicarli. Quindi ci si domanda se è preferibile considerare l’azienda nel suo complesso o il gruppo di cui l’azienda fa parte? Da questo punto di vista, si sta sempre di più spostando l’attenzione dal concetto di “sistema di impresa” a quelli di “sistemi di imprese” e di “reti di imprese”.

I parametri quantitativi sono suddivisibili in:

  • Strutturali: che si riferiscono a una dimensione patrimoniale e considerano l’entità e la disponibilità di fattori produttivi, attraverso la misurazione di determinate grandezze monetarie o fisiche.
  • Dinamici: i quali rappresentano variabili operative dell'azienda ed esprimono il grado di utilizzazione del patrimonio disponibile attraverso la misurazione di grandezze economiche/fisiche.

I parametri quantitativi Strutturali esprimono la “potenzialità” dell’impresa. Tra essi troviamo:

  • Il numero di addetti: che ha il pregio essenziale di essere facilmente determinabile e comprensibile; allo stesso tempo però trascura il tipo di lavorazione effettuata e il livello di meccanizzazione/automazione del processo produttivo.
  • Il capitale investito: che ha tre limiti (i primi due sono i principali). Il primo, non tiene conto del tipo di lavorazione effettuata. Il secondo, è il fatto che l’impiego di questo può risultare distorsivo nel caso in cui l’azienda ricorra al leasing come modalità di acquisizione dei cespiti. Il terzo riguarda l’età dei cespiti; questo perché delle imprese con cespiti di vecchia data e quindi quasi completamente ammortizzati, potrebbero essere considerate più piccole di imprese di egual dimensione con cespiti nuovi.
  • La capacità produttiva installata: si riferisce alla potenziale capacità di produrre output. Il pregio è quello di fornire una reale rappresentazione della struttura e delle dimensioni aziendali. Il limite è quello di prescindere dall’effettivo funzionamento dell’impresa e dei suoi rapporti nel mercato.

I parametri quantitativi Dinamici esprimono la reale attività svolta dall’impresa. Tra di essi troviamo:

  • Fatturato/Valore della produzione: il fatturato è un indicatore facilmente acquisibile, ma presenta delle oscillazioni derivanti dalla dinamicità della domanda. Il valore della produzione, si focalizza sul prodotto e prescinde dal considerare la destinazione dello stesso.
  • Volume della produzione: che si focalizza sul numero di output.
  • Quota di mercato: che valuta il peso e la posizione dell’impresa in ambito competitivo ed è condizionata dalla dimensione del mercato di riferimento.
  • Valore aggiunto: che misura la nuova ricchezza risultante dal processo produttivo, e quindi, la capacità dell’impresa di remunerare tutti i fattori che partecipano alla produzione. Il pregio essenziale è il fatto che questo indice misura l’attività di trasformazione fisico-tecnica realmente svolta dall’impresa e quindi è in grado di differenziare dimensionalmente aziende con stessi volumi di vendita/produzione, ma con diverso grado di interazione verticale.

Probabilmente, il valore aggiunto è il criterio più significativo e coerente di classificazione dimensionale delle aziende, in quanto, permette di rappresentare l’intera dinamica aziendale.

Parametri qualitativi

Questi sono nati nel momento in cui si è deciso di porre l’attenzione su peculiarità che contraddistinguono le imprese, in termini di comportamento nell’ambiente di riferimento e di modalità di gestione. I caratteri di tipo qualitativo rappresentano aspetti interessanti e significativi delle imprese che ben ne connotano l’agire. Tra questi troviamo:

  • Forma giuridica: il valore segnaletico di questa assume valenza a livelli dimensionali minimi in cui è frequente la costituzione in forma di imprese individuali e di società di persone.
  • Struttura organizzativa: con essa si intende la configurazione degli organi aziendali e degli insiemi dei compiti e responsabilità a loro assegnati. È correlata positivamente alla dimensione aziendale, in quanto all’aumentare della dimensione aumenta il bisogno di strutture organizzative che supportino i maggiori livelli di attività.
  • Forme di finanziamento: generalmente nelle piccole imprese si riscontrano forme di autofinanziamento per sostenere lo sviluppo aziendale, con capitale di rischio fornito dall’imprenditore.
  • Grado di autonomia aziendale: che si riferisce all’indipendenza/subordinazione verso altre imprese; è un parametro poco significativo nell’esprimere la dimensione aziendale.
  • Potere di mercato: generalmente la piccola impresa non è in grado di influire significativamente sull’andamento del mercato di riferimento. Però abbiamo anche la presenza di piccole imprese che, grazie all’acquisizione di particolari vantaggi competitivi e posizionamento strategico, fanno eccezione e sono in grado di imporsi con forza nel proprio mercato.
  • Ristretto team di vertice: questa ristrettezza è un fattore penalizzante, perché la mancanza di competenze e di tempo delle persone “al comando” non rende possibile intraprendere lo sviluppo congiunto di tutte le dimensioni. Le strategie di tali imprese non sono semplici. Proprio per questo esse mettono a punto formule imprenditoriali articolate per essere competitive e meno vulnerabili. La piccola impresa opera in settori: frammentati, ovvero, in settori dove competono molte imprese; concentrati o in settori di domanda emergente.
  • Assetto istituzionale: generalmente nella piccola impresa abbiamo l’accentramento in capo alla stessa persona, ossia all’imprenditore, delle funzioni di direzione e di controllo. Questa sovrapposizione porta a uno scarso sviluppo della struttura organizzativa e a uno scarso ricorso a processi di delega. Questo può essere un fattore di successo, nel senso che garantisce una maggiore rapidità nei processi decisionali e nell’implementazione delle strategie; ma un fattore di svantaggio nel momento in cui rischia di minacciare la continuità stessa dell’azienda.
  • Sovrapposizione tra l’istituto impresa e l’istituto famiglia: questa sovrapposizione può essere di diversi gradi: totale, nel momento in cui tutte le risorse umane e di capitali di cui l’impresa dispone derivano dalla famiglia proprietaria; parziale, se si limita solo ad alcuni aspetti.

Sintetizzando possiamo dire che: in termini qualitativi la piccola impresa appare caratterizzata da una struttura organizzativa semplice, da forme di finanziamento dipendenti dalla figura dell’imprenditore, da una gestione diretta e autonoma svolta dal soggetto imprenditoriale, dalla presenza su ambiti competitivi ristretti e da un basso potere di mercato.

Il concetto di piccola impresa nella normativa e nelle statistiche ufficiali

Dal punto di vista giuridico, la classificazione di piccola impresa risponde a esigenze di tipo normativo e di politica economica. I parametri utilizzati sono di tipo quantitativo per esigenze di certezza dei provvedimenti legislativi e di riduzione dei margini di discrezionalità. L’ordinamento civilistico italiano individua le piccole imprese in relazione alla possibilità di redigere il bilancio in forma abbreviata e di essere esentata dalla tenuta obbligatoria delle scritture contabili.

Le imprese che rientrano nella fattispecie sono quelle che, nel primo esercizio o, successivamente, per due esercizi consecutivi, non abbiano superato due dei seguenti limiti:

  • Totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 3.125.000 €;
  • Ricavi delle vendite e delle prestazioni: 6.250.000 €;
  • Dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 50.

L’UE ha di recente fornito una nuova definizione di piccola impresa: La piccola impresa è quella con un numero di dipendenti non inferiore alle 50 unità, il valore del fatturato annuo non dovrà essere inferiore a 10 milioni di €, ovvero, l’attivo patrimoniale non dovrà essere superiore a 10 milioni di €.

La BANCA EUROPEA degli INVESTIMENTI (BEI), considera piccole e medie imprese, quelle imprese aventi fino a 500 dipendenti e un massimo di 75 milioni di € di immobilizzazioni nette.

Passando all’ambito statistico, possiamo vedere che l’ISTAT e l’EUROSTAT suddividono le aziende secondo un unico parametro quantitativo: il numero dei dipendenti.

  • Micro-imprese: da 1 a 9 addetti;
  • Piccole imprese: da 10 a 49 addetti;
  • Medie imprese: da 50 a 249 addetti;
  • Grandi imprese: da 250 addetti ed oltre;

NB: quando si parlerà di piccole imprese, si farà riferimento a quelle imprese diverse tra loro per dimensioni “quantitative” ma omogenee in termini “qualitativi”.

I vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni

Per poter capire le ragioni alla base dell’esistenza e del successo delle imprese minori, è opportuno individuare i punti di forza principali di questa tipologia e allo stesso tempo individuare gli aspetti di vulnerabilità, che spesso sono alla base dei loro problemi.

I vantaggi delle piccole dimensioni

I principali punti di forza delle piccole imprese sono:

  • Flessibilità organizzativa: dove i rapporti tra dipendenti ed imprenditore sono più diretti e informali; questo comporta maggiore facilità dei flussi informativi all’interno dell’organizzazione.
  • Localismo: ovvero, il legame stretto e l’integrazione dell’azienda nel tessuto locale grazie alla condivisione di valori economici, sociali, culturali che facilita il rapporto con la clientela, con i mass-media locali, con le autorità pubbliche e le istituzioni.
  • Partecipazione e motivazione del personale: che spesso poggia sulla relazione diretta col capo azienda.
  • Capacità di attirare/trattenere potenzialità in termini di risorse umane: le conoscenze in queste imprese sono circoscritte a poche persone, l’imprenditore e i suoi stretti collaboratori. Questo rende tali conoscenze uniche e difficilmente imitabili dai concorrenti.
  • Flessibilità produttiva: questa si concretizza nella possibilità di offrire un prodotto/servizio fortemente personalizzato; consente di adeguare rapidamente la struttura e l’attività operativa ai cambiamenti della domanda, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
  • Contatto diretto con la clientela: questo è un grande punto di forza delle piccole imprese, ovvero, la loro capacità di fidelizzazione dei clienti. Questo è importante anche perché permette di interpretare e anticipare i cambiamenti di gusti e le tendenze del mercato di sbocco.
  • Ampia conoscenza del mercato di riferimento: è fondamentale per poter individuare le minacce e le opportunità esterne e per adeguare tempestivamente la propria strategia competitiva e il proprio orientamento strategico di fondo.

Gli svantaggi delle piccole dimensioni

Tra questi troviamo:

  • Frequente impiego di personale poco qualificato: questo perché le imprese minori esercitano una scarsa attrattività nei confronti delle figure professionali più valide e incontrano delle difficoltà notevoli nel mantenerle al proprio interno.
  • Debolezza finanziaria: la quale si traduce nella difficoltà di ottenere finanziamenti, per sostenere adeguatamente la crescita.
  • Focalizzazione sugli aspetti produttivi: nelle piccole imprese si riscontra un orientamento tecnico-produttivo quasi esclusivo, dove l’interesse è rivolto alla specifica attività produttiva.
  • Difficoltà di avviare e gestire processi di ricerca e sviluppo per l’innovazione: la spiegazione di questo fenomeno è da individuarsi nell’impossibilità delle stesse di affrontare gli investimenti necessari a tal fine, sia in termini di capitale finanziario che di capitale umano.
  • Assenza di gestione strategica e di cultura manageriale: questa carenza si attenua nelle aziende guidate da imprenditori relativamente più giovani. L’assenza di elementi di managerialità diventa determinante soprattutto al crescere della complessità sia interna che esterna all’azienda.
  • Eccessivo accentramento dell’attività di guida in capo all’imprenditore: questo viene considerato un elemento patologico. Il rischio principale in cui incorre la piccola impresa che si identifica fortemente nella figura dell’imprenditore è che il ciclo di vita della stessa, segua la stessa evoluzione umana dell’imprenditore e si concluda in corrispondenza del termine dell’impegno professionale di quest’ultimo.

Le tipologie di piccole imprese

Per comprendere meglio l’universo della piccola impresa, è utile analizzarne e definirne le diverse dinamiche comportamentali. Ogni autore ha identificato una propria tassonomia delle piccole imprese, condizionata dal campo di indagine e dalle ipotesi adottate. Vediamone alcuni.

Marchini, 1988

Essa si è posta l’obiettivo di interpretare il comportamento della piccola impresa sulla base degli obiettivi di cui è portatore il soggetto economico e la volontà o meno di perseguire un rapido sviluppo contrapposta alla volontà di mantenere costante la propria dimensione. Da questo emergono due tipi di imprese:

  • Imprese stabili ad alto rendimento: dove i profitti derivano dalla specializzazione produttiva e da una situazione di monopolio virtuale nel mercato locale.
  • Imprese emergenti: esse godono di alti profitti creati attraverso un processo di rapida crescita, sono create per crescere dimensionalmente e inserite in settori emergenti o in settori maturi ma sottoposti a radicali processi di ristrutturazione.

Previati, 1988

Egli propone una tassonomia basata essenzialmente sul contenuto e sulle modalità di svolgimento della funzione finanziaria, nell’ipotesi che questi aspetti siano influenzati primariamente dalle attese rispetto alla dinamica del tasso di sviluppo dell’impresa stessa piuttosto che dallo stadio del ciclo vitale in cui si trova. Da qui abbiamo una classificazione:

  • Piccola impresa marginale: è inserita in settori frammentati/distretto industriale. È guidata da un solo imprenditore il quale: ha competenze produttive; È orientato al mantenimento dell’indipendenza, è avverso al rischio. C’è uno stretto legame tra impresa e famiglia proprietaria. L’obiettivo economico primario è la stabilità reddituale di breve periodo. Dal punto di vista finanziario abbiamo due conseguenze: un elevato ricorso all’autofinanziamento e la forte dipendenza dagli istituti di credito.
  • Imprese satelliti/terziste: sono imprese subordinate ad altre di maggiori dimensioni. Si ha una bassa complessità della funzione finanziaria, che si limita alla gestione del capitale circolante e dei flussi di cassa.
  • Imprese che perseguono una strategia di nicchia in settori maturi: queste, grazie ad opportunità innovative, riescono ad intraprendere sentieri di crescita dimensionale e a sperimentare rapide fasi di crescita in relazione a singoli prodotti, che devono essere sostenuti dalla funzione finanziaria.
  • Imprese caratterizzate da tassi di crescita potenzialmente elevati fin dalla nascita: operano tipicamente in settori ad alta tecnologia e siccome hanno un elevato taso di rischio dell’investimento, richiedono l’adozione di una logica finanziaria evoluta. Il rischio è quello della “sindrome di Archimede”: l’imprenditore-inventore tende a sottostimare le necessità finanziarie dell’innovazione e quindi mette in pericolo la possibilità di sfruttamento economico dell’invenzione.

Scarlatti, 1991

Egli propone una tripartizione delle piccole medie imprese basata sui differenti modelli di automazione del processo produttivo:

  • Piccole e medie imprese indirizzate al mercato: esse hanno una strategia basata sulla differenziazione del prodotto. Il processo produttivo deve essere quindi flessibile e adattabile al cambiamento.
  • Piccole medie imprese innovative: la strategia è basata su barriere all’entrata di tipo tecnologico e sull’ottenimento di un prodotto nuovo. Il processo produttivo deve essere flessibile e adattabile a...
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bismark di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Imprese, competitività e sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Marseguerra Giovanni.
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