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Il bambino che non chiede: sono bambini calmi e tranquilli che però lo

- sono solo apparentemente. Questi bambini tendono a non chiedere mai

nulla,e ciò può dipendere da vari fattori: possono avere la convinzione

che non hanno diritto a chiedereo magari hanno provato a farlo in

passato ma si sono resi conto che era controproducente farlo.

L’intervento dell’insegnante in certi casi risulta fondamentale,essa infatti

può spingere il ragazzo a esprimere il consenso o il dissenso attraverso

un alzata di mano ,il passo successivo potrà essere quello di spingere il

ragazzo a motivare le proprie scelte e in seguito lo si potrà incoraggiare

a fare proposte insieme ai compagni

Il bambino che rimane indifferente quando viene offeso: in questo caso

- si tratterà di indagare quali esperienze negative hanno portato il

bambino a reagire in modo così innaturale. Un motivo può essere stato

il fatto che magari nel passato il bambino avendo vissuto situazioni

traumatiche ha provato a reagire e magari gli altri abbiano come

risposta moltiplicato il loro atteggiamento aggressivo.

Il bambino che tace e risponde con il pianto: compito dell’insegnante

- deve essere quello di spingere il bambino ad esprimere a parole le

proprie emozioni. Inoltre anche il pianto del bambino deve essere

interpretato

Il bambino che rimane in disparte durante la ricreazione: il bambino che

- vuole isolarsi tende ad isolarsi proprio in quei momenti come la

ricreazione che gli permetterebbero di divertirsi ma che richiederebbero

una serenità,un essere se stessi di cui il bambino in questo caso non è

capace. L’insegnante non dovrà mai iniziare il dialogo con il bambino

con la domanda : “perché non vai a giocare con i tuoi compagni?”

perché contiene implicita una critica. Un metodo delicato d’intervento

invece che può dare dei risultati è quello del tipo: “sono certa che stai

pensando a quale gioco proporre ai tuoi compagni” e poi “conosco un

bambino che condivide il tuo stesso interesse,proponigli di giocarci con

te” una volta uscito dall’isolamento si potrà ampliare sempre di più il

gruppo

Il bambino deriso: è questo il caso in cui l’insegnante non può esimersi

- dall’intervenire. Attraverso il dialogo con la classe deve mirare a far si

che i bambini che hanno deriso si rendano conto di ciò che hanno fatto

e ricordino episodi che a loro volta sono stati derisi e le emozioni che

hanno provato e li esprimano,in modo da alleggerire il senso di

vergogna che il compagno deriso ha provato. Un altro metodo può

essere quello da parte dell’insegnante di ricordare e raccontare alla

classe un episodio della propria vita in cui si è sentito deriso,ha provato

vergogna proprio per mostrare ai bambini cosa si prova. Si deve

insegnare loro che il ridere non è qualcosa di sbagliato in qualsiasi caso

ma solo nel caso in cui provoca dolore ad un’altra persona.

“maestra,lui mi ha picchiato”: il bambino che si esprime in questo modo

- cerca di sedurre l’insegnante affinchè ricopra il suolo di giustiziere.

Quello che l’insegnante,invece,deve fare è indurre il bambino a

prendere coscienza dei motivi che hanno indotto l’altro a picchiarlo e far

si che in sua presenza si instauri un dialogo chiarificatore tra i due.

L’insegnante inoltre deve aiutare il ragazzo a superare il proprio

egocentrismo spingendolo a mettersi nei panni dell’altro e immaginando

ciò che avrebbe provato

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Nell’ultima parte del libro l’autore ci parla dei preadolescenti. La

preadolescenza è il periodo che va dai 12 ai 16 anni,periodo in cui da una

parte al ragazzo viene richiesto uno sforzo di adattamento alla scuola e alle

sue regole e dall’altro egli è preso completamente dalla ricerca della propria

identità e dal farsi una reputazione presso i suoi coetanei. Quindi queste due

esigenze convivono dando vita a comportamenti imprevedibili e inquietanti.

Possono emergere perciò atteggiamenti crudeli e distruttivi fino a giungere in

casi estremi all’omicidio ingiustificato. Una ricerca chiarisce il processo che

porta a tale devianza: un insanabile conflitto con le istituzioni e l’autorità

vissuto anche se in modo nascosto durante tutta l’infanzia,un continuo

fallimento sia sul piano sociale che su quello scolastico,da questo può

nascere l’esigenza di costruirsi una reputazione negativa che li valorizzi agli

occhi degli altri ragazzi. Siamo di fronte a comportamenti chiaramente

dipendenti,dove non conta l’azione ma il fatto di essere riconosciuti dagli altri.

Si può in questi casi aiutare il ragazzo tentando un dialogo,cercando di farlo

rientrare in contatto con se stesso,con le proprie emozioni. La strada per il

cambiamento sarà comunque molto lunga.


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maxedeb

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maxedeb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Grasselli Bruna.

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